Conversazioni con PiA
a mio padre, a Malina
Un sedicesimo di luna e un quarto di secolo
Il suo parlare è pane
mi nutre bocca a bocca.
La lingua è rose e fiori
che profuma la mente.
Solo il sorriso chiede
ma mi rapisce tutta.
Molti baci concede
ma io rimango muta.
Non è accidia. Se non fossi in arretrato col
lavoro – come si è solitamente! Ho questa comoda/incomoda presenza dentro,
detta presenzassenza e cioè pia nell’abbreviazione nata da p punto a, punto
bella invero, che appunto non c’entra nulla con la tanto amata pubblica
amministrazione dove lavoro, anche se, suvvia sì i grattacapi sono
quantitativamente comparabili.
Diciamola univocamente PiA , per capirsi.
Nasce in presenza, di persona, di una persona importante. A cui pensi in
assenza senza perda importanza. Non è la prima volta, e rendo grazie; ci fu il
maestro e Mr. Inc. detto Inconscio di Inchiostro o volgarmente Mister(o).
Questa volta non è solo uno che insegna.
Grazie, grazie tante. Non saprò mai a cosa debbo la loro degnazione. La mia
infima levatura mentale non sa capire però porge loro sempre ammirazione
sconfinata. Ma non è solo questo. L’amato bene, dotato ai miei occhi di una
particolare pervasività, si imprime in sua assenza. Gli antri più ampi nella
mia mente come le cavità cardiache, se ne appropria proprio e li abita. Che mi
sia fisicamente vicino o meno, non fa differenza. Non mi toglie il silenzio,
come non mi toglie il respiro, anzi fu lui per primo a riconoscermi muta, priva
della parola, attitudine che da sempre mi portavo appresso parlando per finta:
e mi onora la qualifica. Madame Muette si avvicina alla soglia se chiamata, non
intende prendere iniziative, ma se un dialogo c’è, quando c’è, esso è
infervorato.
Aldilà di qualche slancio debitamente rivolto
all’elevazione, cosa alquanto comune nei nati di donna, tamponato subito,
beninteso, a scanso di superbia e purtroppo a scapito di ogni più santa
ambizione, non c’è sforzo. Anzi in quest’ occasione l’insediamento avvenne
indolore, imprevisto e in pratica me ne accorsi a cose fatte. Tanto fatte che
non potevo già più farci niente. Non ci fu l’onere del raziocinio, o resistenze
da rimuovere, non ebbi scelta. La persona scelta come amato è fatta così,
scusate se dico delle banalità, una volta scelta… è fatta. Nel mio caso ci
sarebbe pure una decisiva attenuante in aggiunta: infatti ero ormai avanti con
gli anni al punto da non aspettarmi più assolutamente nulla nel campo.
Ulteriore condizione di inferiorità, come la goccia che fa traboccare il vaso,
sulla mia inferiorità di fatto, essa pesava quanto l’esser presa di sorpresa,
messa all’angolo, di fatto legata mani e piedi: tutto quel che mi arrivava era
benedetto, era un extra, grasso che cola era, e oro, che mi tolse dalla
posizione di poter contrattare. Per fortuna ne valeva la pena!
Quando vale la pena contrattare? Quando lo si
faccia a tempo perso, per pochi spiccioli, tanto per fare una tenue conoscenza,
forse; quando il grosso del capitale è in gioco non è certo il caso! I numeri
non contano, anche se sarebbero fatti apposta. L’esperienza insegna che non è
così.
Allora una delle prime mattine che se ne esce
di casa questo amato è di buon mattino, quasi si deve ancora schiarire l’aria.
Ho il vizio di guardare chi si allontana. Dalla finestra: l’ho preso da mia
nonna che immancabilmente protendeva la testa molto in basso per l’altezza di
persiane dagli sportelli sempre abbassati. Mi ritiro subito mi accingo alle mie
faccende usitate ma non riesco ancora a capacitarmi di essere sola, mi sembra
di non esserlo affatto, c’è come la presenza fisica dove, qui vicino, stava
fino a poco prima. Quasi un’allucinazione visiva, prepotente al punto da farmi
scattare il campanello delle emergenze, dirmi veloce e stravolta che sì,
qualche minuto fa, era sottocasa, nella mattonata, scendeva con una giacca blu,
di quel certo blu.
L’amato bene è uscito, ma è ancora qui. Sono
quasi contenta, di questo, ma non voglio essere invasa dalla gioia. Sembrerebbe
prioritario un problema filosofico. Mentre mi adatto a continuare a sentire questa
presenza, inizio a indagarla per conoscerla meglio: non mi pare si tratti di
uno sdoppiamento, per diversi motivi; piuttosto un’ubiquità. Ha da fare,
lavora, è là; ma è anche qua. A mia volta ho da fare, presto uscirò dalle
stesse porte, vediamo cosa succede. Sento bene che è indipendente dalle mie
volontà. Opto per fare come niente fosse, però come ho già detto e ripetuto,
sento che mi cammina dietro, o mi si para davanti, in effetti mi affianca come
una persona normale, no, come lui farebbe se ci fosse, che normale non è. Mi
viene da ridere e me la godo, ora che vedo che non mi intralcia, non mi darà
fastidio. È proprio lui, tale e quale, io sto bene con lui. Inoltre è a dire il
vero un tantino meno ingombrante. Mi possiede, evidentemente, ma non costringe
i miei occhi, non fa più domande di quante risposte stiano già in aria. Me lo
porterò dietro, senza intenzione alcuna, di incontrarlo o coltivarlo o che.
Uno ha tale intensità e io rispondo con la
mia. Cerco di rispondere a tono. Mica a lui. Il tono lo richiede. E così è. È
passato del tempo, la vicenda si è perfezionata, nemmeno priva di alcune
discontinuità. La PiA ha una sua personalità, non mi assilla… è come il mio
amore una presenza discreta. Ovvio, segreta!
Musica: tu non t’irritare tanto lei ti ha
messo un dito lì (Roberto Ballerini, Le adenoidi di Adelaide le ho di là)

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