E stunèd / Lo stonato (da Al vousi)
















Image: Astro.labium









Me sin da burdèll
“sta zétt, t’ci stunèd
t’a n’è l’urècia”
E lou intènt i cantéva,
i cantéva tott cumé calandri.
Adès ch’a m so fat vèc,
ch’u n m’arimporta
a chènt e a chènt
zo par la strèda.
“Sa chèntal che pataca ch’u ’n sa fé?”
E i n’e’ sa che dréinta a so un viuléin.





Lo stonato


Da quando ero bambino
“Sta zitto, sei stonato
non hai orecchio”.
E intanto essi cantavano,
cantavano come calandre.
Adesso che son vecchio
che non m’importa
io canto e canto
giù per la strada.
“Ché canta quel fesso che non sa farlo?”

E non sanno che dentro son violino.












*

Me inandio... / Mi avvio (Zen /It)























Me inandio a-o mæ devegnî pratica
no che mi segge 'na zoena zeneise
però da vegia m'accòrzo de reixe
e veuggio ësilo (e meno sciatica) 

coscì tocca dâne a-o còrpo o giamin
travaggio e mentalitæ l'en da cangiâ
pe uña che à l'atro mòddo a l'ea avviâ
a sprescia aveiva pe leze de latin, 

da-a seu lengua originäia tradue
inte quella de atre porrieiva,
trovâ de seu gradimento l'arvî 
de pòrte in sce'n bello mondo de feu

un mòto de l'espanscion do navegâ
cuioso, l'ea interessou, fin che a meue. 



*
Mi avvio a diventare più pratica / non che io sia una giovane genovese / però da vecchia mi accorgo delle radici / e voglio esserlo ( e meno sciatica) // così tocca dare al corpo la fatica / lavoro e mentalità son da cambiare / per una che all'altro modo era avezza / la fretta aveva per leggere latino, // dalla sua lingua originaria tradurre / in quella altrui potrei / trovare di suo gradimento l'aprire / porte su un bel mondo di fuori / un moto di espansione del navigare / curioso, era interessato, fin che muoia. 
















*

haiku it/zen



















Un cardellino,
mi spiace, stamattina

ho disturbato.


Gh'ea un cardellin,
'mi m'è spiaxuo stamattin

de desturbalo.






















RACCONTIROCHI, di C.Adezati, e a c. della stessa medesima









clicca qui, una o due volte:
https://chiaraadezati.files.wordpress.com/2019/04/raccontirochi.pdf


e grazie ai lettori!


Am Abend wenn wir / La sera quando











ph: TroveRete, B. Strozzi, Allegoria della Pittura









Am Abend wenn wir auf dunklen Pfaden gehn,
erscheinen unsere bleichen Gestalten vor uns.

Wenn uns dürstet,
Trinken wir die weißen Wasser des Teichs,
Die Süße unserer traurigen Kindheit.

Erstorbene ruhen wir unterm Hollundergebüsch,
Schaun den grauen Möven zu.
Frühlingsgewölke steigen über die finstere Stadt,
Die der Mönche edlere Zeiten schweigt.

Da ich deine schmalen Hände nahm
Schlugst du leise die runden Augen auf,
Dieses ist lange her.

Doch wenn dunkler Wohllaut die Seele heimsucht,
Erscheinst du Weiße in des Freundes herbstlicher Landschaft.




La sera quando andiamo su vie scure,
le nostre pallide forme compaiono.

Se abbiamo sete,
beviamo bianche acque dello stagno,
dolcezza della nostra infanzia triste.

Posiamo come morti fra il sambuco,
Guardiamo i gabbiani grigi.
Nubi primaverili sulla buia città,
tace dei monaci in tempi più nobili.

Poi che presi le tue sottili mani
lenta apristi tondi gli occhi,
questo fu tempo fa.

Se cupo tono l’anima ridesta,
tu bianca appari in autunnale amico.









*

da vita a vita un passaggio obbligato




























Non posso dire la mano sul cuore
se batte perché vuol vivere corpo
ma non sarò nel creato né un orbo
né un orto che non ne voglia del fiore.

Coscienza che non sentisse l’onore
di unicum di infinito una parte
e meno di una molecola ad arte
di pioggia di nebbie fitte o di albore.

Anche quando non sapevo chi ero
- la gioia di essere un infinitesimo
dove tutto sentivo l’incantesimo
la più gran parte avvolta nel mistero.

















*

Il racconto perduto







ph: chad, da ph di Robert Doisneau








Da anni ho preso l’abitudine di svegliarmi la notte . Soffro di dolori reumatici che mi assalgono nei momenti più impensati e quindi anche di notte. Mi alzo, prendo un farmaco per sedare il dolore, e mi metto a leggere o a scrivere. La biblioteca che mi ha lasciato mio padre è immensa e io non l’ho mai riordinata. Ogni notte scopro cose nuove che mi riempiono di contentezza. Edizioni rare, grammatiche di tutte le lingue, migliaia di vocabolari, infiniti libri di storia, di etnologia, di linguistica. 
Un vero paradiso per bibliofili, per studiosi e per dilettanti come me. Scrivo anche qualche paginetta e poi le piego e le metto in un libro. Chissà se qualcuno dei miei pronipoti le troverà un giorno. Io ho deciso di non pubblicare nulla di mio. Per quanto la tentazione di pubblicare sia forte, quella opposta di non pubblicare nulla, benché più rara, è più fascinosa. Che cosa appartiene all’autore del suo libro? Nulla. Il libro se ne va per conto suo. L’autore può essere cambiato da un libro, ma il libro non è più dell’autore, è di tutti. All’autore, se il libro ha successo, rimane la vanità. Perché la poesia è, ne sono convinto, la voce di chi non ha voce, non del poeta. Così, dicevo, molto meglio l’anonimato, anche perché rende più assoluta la nostra morte e più segreta la nostra vita. Non è quindi per pubblicarlo se cerco un racconto che avevo iniziato a scrivere. E’ solo perché il racconto mi stimolava, mi dava la spinta per entrare in una certa atmosfera. Era una sorta di racconto incantato, senza un finale o una conclusione. Un racconto che non finisce se non con la morte, questo era il mio racconto. Ma non mi riesce di trovarlo e non ho né la forza né l’animo di rincominciarlo, anche perché non saprei come. Io quando ho finito di scrivere mi dimentico tutto nella mia scrittura e la scrittura si dimentica di me. 
Solo nell’atto dello scrivere ci incontriamo e andiamo avanti assieme. Non mi piace infatti pensare a quello che scriverò. Perché io credo che la scrittura sia un modo di vivere, non di riflettere la vita. Che cosa fa il cervello infatti nella scrittura? Scrive. E con lui scrive tutto il corpo, così come nei sogni non si ordina, non si pensa prima di andare a letto a quello che si dovrà sognare. Si sogna e basta. Che poi la gente dica è solo un sogno, è un’altra questione. Così come potrebbe dire è solo scrittura. E infatti lo dice: è una favola, un racconto, una fantasia. Come se chi scrive, scrivesse per il dopo, invece scrive per il momento della scrittura che come il sogno è una necessità della mente, nascosta e insidiosa. Io ho bisogno del mio racconto perduto, solo come una traccia, come se continuassi una musica che ho dimenticato. Chissà com’era il mio racconto. Parlava dell’Africa, del mare, di una città sepolta. Era ambientato al tempo degli Ittiti, o dei Faraoni? O era un racconto d’epoca moderna, anche se moderno non significa nulla, fuori dal nome di certi oggetti. 
L’animo infatti non ha tempo. Quel sogno interrotto nell’ultima notte di Pompei frulla nel mio capo. Ulisse è in me con le sue paure e le astuzie e ogni uomo del passato è in me a continuare la rete delle domande. Il mio racconto era forse un fiume che passava per la via del tempo, colorandosi via via di storia, di immagini? Ma dove cominciava? E chi erano i protagonisti? Non saprei proprio dire. 
Il racconto che io scrivo ora lo sto già dimenticando. Tutto quello che scrivo è inghiottito dal buio della mia biblioteca. Se troveranno questi miei pezzi di carta, certamente li getteranno via perché io per fortuna non ho un nome, non sono nessuno. Così come Ulisse posso lanciare le mie pietre contro l’immenso gigante del tempo senza che nessuno se ne avveda. Perché il racconto sono io, la mia vita sconosciuta.










Monologhi e Racconti, Raffaelli Editore












*

Chi non si occupi di tecnica è testardo

















Chi non si occupi di tecnica è testardo, scrisse nel 1122/23 il monaco benedettino Teofilo Presbitero nella sua Schedula de diversibus artibus.
E il teologo Ugo di S. Vittore, morto nel 1141, aggiunse al libro delle sette arti libere sette arti della meccanica.
Galilei era convinto che la natura fosse stata scritta dal Creatore in lingua matematica, comprensibile all’uomo.
Come quando un costruttore navale avesse dato ad un pezzo di legno la facoltà di trasformarsi in nave, scrive Tommaso d’Aquino.




Martin Rhonheimer è professore di Etica e Filosofia politica presso l’Università papale Santa Croce a Roma.











Wer sich nicht um Technik kümmere, sei töricht, schrieb 1122/23 der Benediktinermönch Theophylus Presbyter in seiner «Schedula de diversis artibus». Und der Theologe Hugo von St. Victor, gestorben 1141, fügte in einem Lehrbuch den bekannten sieben «Freien Künsten» sieben «Künste der Mechanik» hinzu.
Galilei, weil er überzeugt war, dass die Natur von ihrem Schöpfer in mathematischer Schrift geschrieben wurde, die dem Menschen verständlich sei.
“So wie wenn ein Schiffsbauer einem Stück Holz die Fähigkeit verliehen hätte, sich selbst zu einem Schiff zu entwickeln” (Thomas v. Aquin).




Martin Rhonheimer ist Professor für Ethik und politische Philosophie an der Päpstlichen Universität Santa Croce in Rom.

sestine da una senectudo






ph: Guler Gitago, Gitagovinda, 1775


















Occhi di genziana
labbri serafini
bocca ridanciana
denti biancospini

capelli oro vivo
il ciglio pensoso
naso di giulivo
il piglio grazioso

le guance rosate
pelle di alabastro
palpebre abbassate
ditini di astro












*

O romanso in sciô tranväi










ph: TroveRete, Cappella di Palazzo Ducale, Genova








A vettua a l’ea apreuvo à partî d’in fondo a-o quartê de Salamanca pe traversâ tutto Madrid in direçion de Poza. Sponciou da-o dexidëio egoistico d’assettâme primma de tutti i atri, ch’ean animæ da-o mæ mæximo pensceo, abbranco a bara da scæta do terrassin, metto un pê in sciâ plancia e monto sciù; ma giusto inte quello momento, scià sentan un pittin, vaggo à sbatte contra un passaggê ch’o l’ea apreuvo à intrâ da l’atra banda. L’ammio, e reconoscio o mæ amigo d. Dionisio Cascajares de Vallina, unna persoña tanto paccialaña quante discreta, che ascì inte quell’imbarasso o l’à avuo a bontæ de saluâme, e o m’à toccou a man con un sccetto piaxei.
O ronson che se semmo dæti o no l’à avuo nisciuña conseguensa importante, sarvo quella de sciaccâ un pittin o cappello de paggia scistemou in sciâ testa d’unna scignoa ingreise, che intanto ch’a çercava de montâ derê a-o mæ amigo a s’ea za piggiâ da-o bacco de quello, pe no ëse stæta lesta, unna bella sciaccadda.
S’assettemmo sensa dâ guæi a mente à sto successo e se mettemmo à discorrî. D. Dionisio Cascajares o l’é un mego avvoxou, ben che no se ghe reconosce unna gran profonditæ de conoscensa in ponto patologie, e o l’é ascì unna brava persoña, stante che de lê no s’é mai posciuo dî che ghe guste piggiâ quello che no gh’appartegne, ò ammassâ i atri con di mezi differenti, se capisce, da quelli da sò ardia e scientifica profescion. O gaibo ch’o mette inta sò mainea de trattâ, e a sò disponibilitæ ch’o l’à de no dâ a-i maròtti atra cua de quella che se spëtan, son e raxoin pe-e quæ, de seguo, o l’é de tanto incontro inte unna gran quantitæ de famigge de tutte e qualitæ, mascime se un o pensa ch’o l’à voxe, inta sò bontæ stramesuâ, de fâ ascì di servixi che co-a sciensa no gh’intran guæi, ma ch’en delongo da mascima onestæ.
No ghe n’é atri che conosce comme lê de cöse interessante che no se sentan guæi in gio, e nisciun o l’à quello sò mäveggioso viçio de domandâ delongo, con tutto che tanta coixitæ a segge tempiâ, inte de lê, da-a lestixe co-a quæ o ve conta tutto quello ch’o sa, e sensa che i atri se piggian a breiga de domandâghelo. Ve poei imaginâ comme a compagnia d’un coscì ciæo exempio de òmmo inconstante a vëgne apprexâ da tutte e persoñe coiose e da-i ciætosi.
Coscì st’òmmo, ch’o l’é amigo mæ comme ô l’é de tutto o mondo, o se ne stava lì, assettou arente à mi, intanto che a vettua a scuggiava legia in sciâ sò via ferrâ, e a chinava pe calle Serrano con fermâse quarche vòtta pe impî quelli pöchi pòsti ch’arrestavan veui. Eimo mai tanto sciaccæ che o pacco de libbri ch’aiva con mi o me dava breiga, coscì ô tegnivo oua in sce un zenoggio, oua in sce l’atro, e in sciâ fin m’é toccou assettâmeghe in çimma pe no angosciâ de ciù quella scignoa ingreise, tanto affortunâ da ësimese assettâ da-a man manciña.
«E voscià donde scià va?», o me domanda Cascajares, e intanto o m’ammia de d’ato a-i seu spë-getti bleu, coscì che me paiva d’ëse ammiou da quattro euggi.
Arresto in sciô vago, e lê, che de seguo o no voeiva perde quell’öcaxon de savei quarcösa de neuvo, o l’insciste co-e seu domande, e o me fa:
«E quello, cös’o combiña? E quell’atra, dond’a l’é?», con atre domande do mæximo ton, a-e quæ m’ammio ben de replicâ comme se deve.
In sciâ fin, comm’o vedde che tutti quelli sfòrsci d’attaccâ discorso no servan à ninte, o piggia a stradda ciù adattâ a-a sò natua espansciva, e o se lascia andâ à parlâ lê:
«Meschiña a Contessa!», o me fa, e o communicava quella sò franca compascion co-i euggi e co-i atti da testa. «S’a me dava a mente, oua a no se trovava inte sta scituaçion coscì gramma».
«Ah, de seguo», ghe replico sensa pensâ, tanto pe fâ mi ascì o regallo da mæ compascion a-a scià Contessa.
«Scià s’imagine», o va avanti, «che se son lasciæ mette i pê inçimma da quell’òmmo! E quell’òmmo, o te me cointa à vegnîme feua o patron da cà. Meschinetta! A se credde che à son de cianze e de lamentâse s’accomòdde tutto, ma a no l’é coscì, nint’affæto. A l’à da piggiâ partio, oua. Perché quell’òmmo o l’é un malemmo, penso ch’o segge o tipo da fâ i pezo delitti».
«Ma che cöse tremende», fasso mi, e piggio parte a-a sò raggia sensa stâghe guæi à mette sciù o cheu.
«L’é coscì tutte e vòtte che i òmmi de gramma natua e de bassa condiçion montan un pittinin a scæta, no se peu ciù soffrîli. Quello lì o l’à un moro… che se vedde ciæo che no n’à da sciòrtî ninte de bon».
«Ah, sci, se ghe vedde».
«Ghe â conto inte doe poule. A Contessa a l’é unna dònna de qualitæ, un angeo de gaibo e de bellessa, ch’a se meita tutte e fortuñe, pe tutto. Ma a l’é maiâ con quell’òmmo ch’o no se rende con-to do tesöo ch’o l’à in cà, e ch’o passa a vitta à zugâ e à demoâse feua da lezze. Cöse gh’é de mâ, aloa, se lê ascì a se çerca un pittin de resciöo in sa e in là, co-a pascion ch’a l’à de sunnâ o piano? Pe dîla tutta, son mi ascì che ghe ô conseggio: “Scignoa, scià çerche à divagâse, che sta vitta a l’é curta. In sciâ fin o sciô Conte o s’avià da pentî de tutti sti mattoî, e scià veddià che e seu peñe finian”. E me pâ che ghe digghe delongo a megio cösa».
«Ah, pe quello no ghe ceuve», ghe replico in ton serio, e intanto, drento de mi, son delongo che me n’infociaro de desgraçie da sciâ Contessa.
«E a ciù pezo cösa», o l’azzonze Cascajares, e intanto o dà di picchi in tæra co-o bacco, «a l’é che oua o sciô Conte o l’è gioso… sci, d’un çerto zoeno ch’o çerca de fâ divagâ a Contessa».
«S’o gh’arriesce, a corpa a saià solo do maio».
«No saiæ manco o caxo de parlâne, de za che a Contessa a l’é a virtù in persoña; no saiæ manco o caxo de parlâne, diggo, se no fïse pe unna persoña tremenda, ch’o poia ch’a pòsse portâ a roiña inte quella cà».
«Ma pe in davei? E chi o l’é st’òmmo?», ghe domando con unna zimma giusto de coixitæ.
«Un vegio maggiordòmmo tanto cao a-o Conte, ch’o vorriæ martirizzâ quella pövia scignoa de coscì tanto bon cheu. Pâ ch’o l’agge in man un segretto ch’o â peu compromette, e a l’é unn’arma co-a quæ o vorriæ… no diggo ninte… Unn’infammitæ!».
«De seguo ch’o se meitieiva unna puniçion de quelle…», ghe replico, e descarego mi ascì tutta a mæ raggia in sce quell’òmmo.
«Ma lê a no l’à fæto ninte, s’a l’é un angeo… Ohu, semmo da Cibeles. Sci, veddo za o parco de Buenavista in sciâ drita. Dîghe che ferman, garsonetto, che no son de quelli che ghe gusta sätâ zu da-a vettua ch’a mescia, e d’andâ à sbatte in sciô marciapê. Scignoria, cao amigo, scignoria».
A vettua a s’afferma e d. Dionisio Cascajares y de la Vallina o chiña, no sensa toccâme torna a man e fâ un neuvo danno a-o cappello da scignoa ingreise, ch’a no s’ea ancon tiâ sciù da-o resäto de primma.
L’omnibus o repiggia à camminâ, e – cösa strania – mi no fava atro che pensâ à quella contessa desconosciua, a-o sò maio grammo e gioso, e sorviatutto à quell’òmmo cruo che, segondo l’esprescion coloria do mego, o l’ea apreuvo à portâ a roiña inte quella cà. Scià l’ammie un pittin, lettô, comme a l’é fæta a testa di òmmi: quande Cascajares o me contava quelli avvegnimenti, mi mogognava perché o me ghe cresceiva e perché o me pesava, ma no gh’é vosciuo guæi e a mæ mente a s’é piggiâ in carego quell’argomento e oua a ô repassava da-o prinçipio a-a fin, un travaggio de scicologia pe-o quæ o l’ea aggiuttou da l’andio monòtono da vettua e da-o fô sordo e monòtono de reue che scuggiavan in sciô færo de colisse.
In sciâ fin, à tutte e mainee, no pensava za ciù à quella cösa ch’a no l’ea guæi de mæ interesse. Me metto à ammiâ drento a-a vettua, pe examinâ i mæ compagni de viægio à un à un. Quanti mori differenti, quante esprescioin despæge! Ghe n’é de quelli che pâ che no daggan a mente pe ninte a-e persoñe ch’an in gio; atri ammian e gente con unn’äia coiosa e piña de presumî; ghe n’é de quelli che an unn’äia contenta, atri che pan mocchi; un o bagia, un atro un pittinin ciù in là o se â rie, e con tutto che o viægio o l’é curto, à tutti ghe saiæ cao sciortî avviou. Tra e tante breighe ch’a dà l’existensa, de fæti, no gh’é ninte de pezo che stâ in mezo à unna dozzeña de persoñe che s’ammian unna con l’atra sensa scangiâ de poule, impegnæ à contâse un con l’atro e rappe, i segni e e atre particolaritæ che un o vedde in sciô moro o in sciô vestî di atri.
Quella conoscensa a-a lesta con de persoñe che no emmo mai visto e che l’é façile che no veddiemo mai ciù, a l’à quarcösa de strafaläio. Quande montemmo, attrovemmo za quarchedun; atri vëgnan che niatri ghe semmo za; atri se ne van e ne ghe lascian, e in sciâ fin semmo niatri che chinemmo. A l’é unna imitaçion da vitta de gente, donde o nasce e o moî son o montâ e o chinâ che ve diva, perché renoëlan delongo, co-a varietæ di passaggê, quello mondo piccin ch’o vive là drento. Intran, sciòrtan, nascian, meuan… Quante n’é passou de chì, avanti de niatri, quante ne vegnià dòppo!
E pe rende ancon ciù fòrte a someggiansa, inte quella scatoeta gh’é tutto un mondo piccin de pascioin in miniatua. Tanti de quelli ch’en lì pan de gren brave persoñe, ne gustan a-a vista, ne despiaxe fiña quande veddemmo che se ne van. Di atri incangio, ne mettan angoscia quande ghe mettemmo i euggi in çimma: î emmo in grinta pe quelli dexe menuti; ammiemmo o sò aspeto con un senso de refuo, e quande se ne van semmo belli contenti. E intanto a vettua a va avanti pe-o sò cammin, comme imitaçion da vitta di òmmi; a l’accheugge e a relascia, delongo pægia, sensa mai stancâse, con tutta a so maistæ, sensa nisciuña senscibilitæ pe quello che gh’avvegne drento; sensa lasciâse conmeuve ni pöco e ni tanto da quelle pascioin mâ trattegnue a-e quæ a fa da tiatro: delongo in marcia, à camminâ in sce quelle doe linie parallelle de færo che no finiscian mai, longhe e e che scuggian comme ô fan i secoli.
Ea che pensava à ste cöse de maniman che a vettua a passava pe calle de Alcalá, fin à quande o fô do mæ pacco de libbri ch’o cazzeiva in tæra o no m’à fæto sciortî da quelli penscëi intortignæ. L’accheuggio a-a lesta, e i mæ euggi se pösan in sciô tòcco de cotidian ch’o l’ingheugge i volummi, pe leze, sensa tròppo pensâghe, meza linia de quello che gh’é stampou. Tutt’assemme a mæ attençion a s’açende: aiva lezzuo quarcösa ch’o l’à addesciou o mæ interesse, e çerti nomi spantegæ in sce quello papê m’an corpio, insemme, i euggi e a memöia. Çerco l’iniçio e no l’attreuvo; o papê o l’ea sguarou, e ò posciuo solo leze, con coixitæ e dapeu con un gran invexendo drento de mi, quello che oua ve conto:
«A Contessa a l’ea sciätâ feua de mòddo. A presensa de Mudarra, quello maggiordòmmo pin de presumî che, sensa sovvegnîse da sò bassa condiçion, o s’incallava à pösâ i euggi coscì in erto, a ghe metteiva delongo l’anscietæ. Quell’òmmo grammo o l’aggueitava tutti i momenti, o ghe dava a mente comme se dà a mente à un prexonê. Oua comme oua o no l’aiva ciù de gena, a senscibilitæ e o gaibo d’unna scignoa de tanta qualitæ no fermavan pe ninte o sò assato vergognoso.
Mudarra o l’intra a-a lesta inta stançia da Contessa che, futa e piña de sciato, piña de vergheugna e de terrô, a no l’aiva, do resto, a fòrsa de scorrîlo.
“Scià no l’agge poia, scià Contessa”, o ghe dixe con un fattoriso sforsou e grammo, ch’o l’invexenda ancon de ciù, “che mi no veuggio fâghe ninte de mâ”.
“Bello Segnô cao, ma quand’a finià sta tortua?”, a dixe a scignoa, e a lascia cazze e brasse, despiâ. “Sciortî. No pòsso dâ a mente a-i vòstri dexidëi. Che vergheugna, profittâ à sta mainea da mæ debolessa e de l’indifferensa de mæ maio, ch’o l’à a corpa, solo lê, de tutte ste desgraçie!”.
“E comm’a l’è che scià l’è coscì refuosa, scià Contessa?”, o l’azzonze, cruo, o maggiordòmmo. “Ô capieiva se mi no aise inte mæ moen un segretto ch’o peu cangiâ o sò destin; se no poëse mette de fronte a-o sciô Conte çerte cösette… ben… a propòxito de quello scignorin… Ma no intendo deuviâ miga de ste arme tremende. In sciâ fin, scià me capià, e scià l’intendià comm’o segge franco quello grande amô che scià l’à sacciuo mettime into cheu”.
Intanto ch’o diva coscì, Mudarra o l’à fæto dötrei pasci verso a Contessa, ch’a s’é arrösâ da quello mostro ch’o ghe metteiva poia e ch’o ghe fava angoscia.
Mudarra o l’ea un òmmo in sciâ çinquanteña, scuo, trugno, co-e gambe sciarræ, i cavelli spessi e descaveggiæ, unna bocca grande piña de sappe. I seu euggi, pe-a meitæ ascosi sott’à di çeggi che ghe sccioivan longhi, neigri e scciassi, inte quello momento lasciavan vedde un dexidëio comme de bestia.
“L’é perché son un porcospin!”, o dixe d’arraggiou, comm’o s’accorze che a-a dònna o ghe mette solo angoscia. “Che desdiccia no ëse un zoënottin tutto leccou! Ma tanta moscitæ, quande scià sa che mi porrieiva informâ o sciô Conte… E lê o me daiæ a mente, scià no se credde: o sciô Conte o se fia mai tanto de mi, che quello che diggo, pe lê, o l’é l’evangëio… e dapeu… stante ch’o l’é gioso… se ghe fasso vedde quello fuggetto…”.
“Desgraçiou!”, a ghe braggia a Contessa, con un nòbile sfeugo d’indignaçion e de dignitæ. “Mi no ò fæto ninte; e mæ maio o no l’é bon de seguo à dâ a mente à quelli ciæti. E ascì s’aise mai fæto quarcösa, me saiæ ciù cao ëse scöxia mille vòtte da mæ maio e da tutto o mondo, ciufito che accattâme a tranquillitæ à quello prexo lì. Sciortî de chì, oua”.
“Ammiæ che son de gramma natua mi ascì, scià Contessa”, o ghe dixe o maggiordòmmo, into pin da sò raggia; “Mi ascì gh’ò unna natua che quande m’arraggio… Se scià se â piggia tanto, passiemo a-e brutte mainee. Ô sò mi quello ch’ò da fâ, e ò za avuo fin tròppo paçiensa fin’oua. Pe l’urtima vòtta ghe domando d’ëse amixi, e che scià no me mette inta condiçion de fâ unna sciollaia… co-a quæ, a mæ scignoa…”.
Intanto ch’o diva coscì, à Mudarra se ghe tiava in sciâ grinta a pelle cô de cartapëgoa e tutti i nervi, e o fava un moro ch’o voeiva ëse un fattoriso. O fa quarche passo comme pe assettâse in sciô sofà arente a-a Contessa, ma lê a sata in pê e a cria:
“Na! Sciortî, desgraçiou! E no avei nisciun chi m’avvarde… Andæ via!”.
O maggiordòmmo, aloa, o vëgne comme unna bestia che ghe scappe a preisa che pe un momento a se creddeiva d’avei inte onge. O l’anscia, o fa un atto de raggia e o sciòrte cianin à passo lento. A Contessa a tremmoava e a l’ea sensa sciou. A s’é andæta à asconde in fondo da stançia, e a l’à sentio i pasci che, maniman ch’o se n’andava via, se perdeivan into tappeto da stançia lì arente: ma a l’à piggiou torna respio solo quande a l’à raxonou ch’o no gh’ea ciù. A l’à serrou e porte, ch’a l’aviæ vosciuo dormî; ma o seunno o ghe scappava da-i euggi, ch’ean ancon pin de poia pe l’imagine de quello mostro.
L’inscidia. Mudarra, sciortio d’inta stançia da Contessa, o va inta sò, e, piggiou da un invexendo nervoso, o comensa à fringognâ inte lettie e i papê, intanto ch’o mogognava: “No ghe â fasso ciù, a me l’à da pagâ tutte insemme”. Dapeu o s’assetta, o piggia a pena da scrive, o se scistema de fronte unna de quelle lettie, o l’ammia ben e o se mette à scrivine unna lê, con reprodue a calligrafia. O mesciava i euggi con l’anscia de un ch’o l’à a freve, da-o modello a-a còpia, e in sciâ fin de tanto travaggio, o se treuva scrito, con di caratteri pægi à quelli do modello, sta lettia che pe-o contegnuo a l’ea tutta de sò invençion: “V’aiva promisso un appontamento, e son apreuvo…”».
Ma o papê o l’ea strassou e no ò posciuo leze atro.
Sensa levâ i euggi da-o pacco de libbri, me vegniva da pensâ a-a relaçion tra e notiçie desligæ ch’aiva sentio da-o sciô Cascajares e quello ch’ò lezzuo in sce quello papelitto, ch’o no doveiva ëse atro che a traduçion de quarche romanso strafaläio de Ponson du Terrail ò de Montepin. A l’é da rie, me son dito, ma o fæto o l’é che sta Contessa inte grinte d’un maggiordòmmo tremendo a me comensa à interessâ, con tutto ch’a l’existe solo inta testa gaggia de quarche narratô nasciuo pe mette poia a-e gentette. E cös’o faià pe vendicâse, o malemmo? De seguo o saiæ bon à imaginâse unna de quelle barbaritæ che se mettan a-a fin d’un capitolo pin d’emoçioin. E o Conte, cös’o faià? E quello zoënottin de che parlavan, Cascajares chì in sciâ vettua e Mudarra into tòcco de papê, cös’o faià, chi o saià? Cöse gh’é tra a Contessa e sto scignoeto desconosciuo? No sò cöse daieiva pe savei…
Son che penso à ste cöse, quande tio sciù i euggi, î passo tutto drento a-a vettua e, ahimemì! Te me veddo unna persoña che da-a poia a me fa vegnî i rigoî inta scheña. Intanto ch’ea tutto sciorbio da-a lettua de quello interessante papelitto, o tram o s’ea fermou ciù d’unna vòtta pe piggiâ quarche passaggê e pe fâne chinâ di atri. Inte unna de quelle öcaxoin o doveiva ëse montou l’òmmo che co-a sò presensa, tutt’assemme, o m’à fæto tanta imprescion. O l’é lê, Mudarra, o maggiordòmmo in persoña, assettou de fronte à mi, co-e zenogge che me toccan e zenogge! Into gïo d’un momento l’ammio da-a testa a-i pê e reconoscio tutto quello ch’ò lezzuo inta descriçion. O no peu ëse unn’atra persoña: fiña inti dettaggi ciù menui do sò vestî se ghe vedde ciæo ch’o l’é lê. Ò reconosciuo a pelle scua e lustra, i cavelli asberuffæ, che da-i pôsi stavan sciù da unna parte e da l’atra comme i serpenti da Medusa, i euggi ascoxi sott’a-e çegge spesse e rusteghe, a barba descaveggiâ e in desandio comme i cavelli, i pê regiæ in drento comme quelli di pappagalli, e in sciâ fin, a mæxima a mainea d’ammiâ: o mæximo òmmo inte tutto o so aspeto, into vestî, into respio, into toscî, fiña inta mainea co-a quæ o se metteiva a man inta stacca pe pagâ.
Un bello momento veddo ch’o tia feua un portafeuggio, ch’o l’à in sciâ coverta unna gran M indoâ, a lettia d’iniçio do so cognomme. Ô l’arve, o tia feua unna lettia, o l’ammia l’envelòppe con un fattoriso do diao e me pâ fiña ch’o mogogne:
«Comme l’ò copiæ ben i caratteri!».
De fæto a l’ea unna lettia picciña, e in sce l’envelòppe gh’ea di scarabòcci fæti da-a man d’unna dònna. O l’ammia ben, tutto contento de quello travaggio ch’o l’ea in cangio da vergognâse, fin à che o no s’accòrze che mi, con unna coixitæ indiscreta e nint’affæto corteise, ò allongou tròppo o moro pe leze in sce l’envelòppe. O m’ammia int’un lampo e o s’alluga o portafeuggio.
A vettua a mesciava ancon, e into tempo de leze o papelitto, de pensâ à quell’insemme de cöse, de vedde o mæximo Mudarra, personaggio da romansetto fæto carne e òsse e mæ compagno de viægio, a s’ea lasciâ inderê calle de Alcalá, a l’ea passâ de pe-a Puerta del Sol e a l’ea intrâ tutta trionfante inte calle Mayor, pe fâse röso tra e atre vettue, con fâ camminâ i vagoin lenti, con scorrî i passanti che into sciato da stradda, inaiæ da-a confuxon de tanti bordelli differenti, â veddan ch’a ghe vëgne addòsso solo quand’a l’é lì ch’a î sciacca.
Son stæto à ammiâ quell’òmmo comme s’ammia unna cösa che no s’é segui ch’a l’existe, e no ò levou i euggi da quello moro angoscioso fin che no ò visto ch’o stava sciù, ch’o fava fermâ a vettua e ch’o chinava, pe perdise inta stradda in mezo a-e gente.
L’ea introu e sciortio dötræ persoñe, e l’ornamento vivo da vettua o l’ea tutto cangiou.
Mi ea delongo ciù pin de coixitæ pe quello successo, che in primmo tempo pensava sciortio da-o mæ çervello apreuvo à l’insemme de sansaçioin che m’ean nasciue da-a conversaçion ò da-a lettua, ma che in urtimo o me paiva unna cösa vea inte tutta a sò realtæ.
Quande l’òmmo ch’o me paiva o tremendo maggiordòmmo o l’é chinou, me son trovou à pensâ a-o caxo da lettia e me ne son dæto unna spiegaçion tutta mæ, de za che in sce quell’argomento coscì delicou no voeiva ëse meno creativo do romansê ch’o l’aiva scrito quello ch’ò lezzuo un momento primma. Mudarra, m’appenso, con l’intençion de vendicâse da Contessa – pövia scignoa! – o còpia a sò calligrafia e o scrive unna lettia à un çerto scignorin, co-o quæ, ninte ninte, gh’ea stæto quarcösa. Inta lettia a scignoa a ghe dà un appontamento in cà sò; o zoenòtto o l’arriva in bon ponto e da lì à un pittin o l’arriva o maio ascì, che Mudarra o s’é piggiou a breiga d’avvisâ, pe fâghe descrovî in flagrante o tradimento da moggê: ma che inzegno! Unna cösa pægia, che inta vitta a peu andâ ben ò a peu andâ mâ, int’un romanso a cazze comme l’euio in sciâ fava. A scignoa a se sente mancâ, l’amante o s’invexenda, o maio o fa unna barbaritæ, e derê a-a tendia gh’è o moro do maggiordòmmo fatidico, ch’o se göde a so tremenda vendetta.
In qualitæ de lettô de tanti romansi ordenäi, ò dæto sta continuaçion à quello atro che, pittin à pittin, o me nasceiva into çervello apreuvo a-e poule do mæ amigo, a-a lettua d’un tòcco de papê e a-a vista d’un òmmo desconosciuo.
A vettua a marciava delongo, e un pittin apreuvo a-o cado che ghe fava, un pittin apreuvo à l’andamento lento e monòtono do veicolo, ch’o produxe unna condiçion ch’a va à descazze into seunno, in mæ veitæ me sentiva pesâ e parpelle. Coscì m’arrembo da-a manciña, pöso o gomio in sciô pacchetto de libbri e særo i euggi. Inte quella scituaçion veddeiva ancon a fia de mori de òmmi e de dònne ch’aiva de fronte, çerti co-a barba, de quelli sensa cavelli, çerti che rieivan, de quelli tutti redeni e pösæ. Un bello momento m’é pasciuo che, comme pe dâ a mente a-a contraçion d’un moscolo collettivo, tutti quelli mori se mettan à fâ di atti e de grimasse, ch’arvian e særan i euggi e e bocche pe mostrâme un derê à l’atro de righe de denti, oua di ciù gianchi oua tutti giani, çerti affiæ, atri bordi e atri ancon tutti consummæ. Quelli eutto naxi, driti sotta à sezze euggi che variavan pe-o cô e l’esprescion, cresceivan ò se strenzeivan e cangiavan de forma; e bocche s’arvivan int’unna linia drita comme pe rie sensa dâlo à vedde, ò se sporzeivan in avanti pe formâ de micche à ponta, comme o moro de quella bestia benemerita ch’a l’à in sce de lê un anatema pe-o quæ a no se peu nomminâ.
Derê à quelli eutto mori, ch’o descrito inta sò natua orrenda, de pe-i barconetti da vettua, veddeiva e stradde, e cæ, e gente che passava, tutti de sprescia, comme se o tram ascì o camminesse avviou. À mi, a-o manco, me paiva ch’o camminesse avviou ciù che e nòstre ferrovie, ciù che quelle franseixi, ciù che quelle ingreixi, ciù che quelle americañe: o camminava ciù avviou de comme se pòsse imaginâ ch’o cammiñe un còrpo sòlido.
Quello tombiggiâ o s’intensiggiava, e mi me imaginava che e cæ, e stradde e tutto Madrid ean apreuvo à deslenguâse. Pe un momento me son fæto l’idea che o tram o camminava in sciô fondo do mâ : de pe-o barconetto se veddeiva i còrpi de çerti cetacei stramesuæ, e brasse tacchigne d’unna quantitæ de porpi de tutte e dimenscioin. Gh’ea di pescetti che mesciavan e seu coe e ê favan scuggiâ contr’a-o veddro, e atri ammiavan drento co-i seu euggi grendi e indoæ. Crostacei de forma desconosciua, di gren molluschi, madrepore, sponzie, unna quantitæ de conchigge gròsse e sensa forma comme no n’aiva mai visto, passavan sensa fermâse. À rebellâ a vettua gh’ea no sò che rassa de natanti, e e seu remme, in lotta con l’ægua, favan un fô comme e pae d’un elice, favan remoinâ a massa d’ægua sensa lasciâ un momento de virâ.
Ma quella vixon cian cianin a s’asmortava: oua me paiva che a vettua a camminesse pe l’äia e ch’a xuesse int’unna direçion fissa sensa che o vento o â fesse strambâ. De da-i barconetti no se veddeiva ninte, solo o spaçio: de votte n’inguggiva e nuvie; tutt’assemme se metteiva à ceuve fòrte e l’ægua a piccava in sciô terrassin; dapeu sciortivimo int’un spaçio puo e sccetto, inta luxe do sô, pe intrâ into vapô in scöso de enòrmi còrpi çelesti, rosci e giani, fæti comme de opale ò de ametista, che se lasciavimo in derê. Dapeu semmo passæ de fronte à un pòsto, into spaçio, donde gallezzava de masse de pua d’öo, fiña fiña, ch’a luxiva: ciù avanti, a pua a me paiva tiâ sciù da-e reue che maxinavan a luxe, e a l’ea inargentâ, dapeu verde comme fæña de smerado, e in sciâ fin rossa comme fæña de rubin. À condue a vettua gh’ea quarche animâ apocalittico, ciù fòrte de l’ippogrifo e ciù ödaçioso d’un dragon, e o son de reue e a fòrsa ch’a ê fava mesciâ favan vegnî in cheu o zonzuro de pae d’un moin da vento, ò megio ancon quello d’un bagon gròsso comme un elefante. Xuavimo pe un spaçio infinio e no arrivavimo mai; intanto a tæra a l’arrestava da basso, no sò quante lighe sott’a-i nòstri pê; e in sciâ tæra, arrestava a Spagna, Madrid, o quartê de Salamanca, Cascajares, a Contessa, o Conte, Mudarra, o galante desconosciuo, tutto e tutti.
Dapeu son cheito int’un seunno profondo fin che a vettua a no s’é fermâ, a no l’à ciù camminou, a no l’à ciù xuou, e a sensaçion d’ëse int’un veicolo coscì stranio a m’é passâ, con lasciâme solo o fô profondo e monòtono de reue, ch’o no ne lascia mai inti pesoin che femmo in sce un treno o inta gabiña d’un piroscafo. Me son addormio… Oh, desgraçiâ d’unna Contessa! L’ò vista bello ciæo comme veddo oua o feuggio donde scrivo: l’ò vista assettâ arente a-o ghirindon, co-a testa arrembâ a-a masca, mocca e pensamentosa comme un retræto da malinconia. Da-i pê gh’ea accoegou un cagnetto, ch’o me paiva mocco lê ascì, pægio che a sò interessante patroña.
Coscì ò posciuo ammiâ in santa paxe quella dònna che ormäi tegniva pe-a desgraçia fæta persoña. A l’ea erta, bionda, con di gren euggi pin d’esprescion, un naso sottî e grandetto, ma de gran bella forma in mezo a-e curve e à l’erco de seu belle çegge. A l’ea pëtenâ sensa tròppa cua e inte quello, comme into vestî, ò capio che a no l’aiva intençion de sciortî pe quella seia – unna seia tremanda, mille vòtte tremenda! Ammiava quella bella figua, che me saiæ stæto cao conosce, con unn’anscietæ delongo ciù fòrte, e me paiva de poei leze e seu idee in sce quello fronte nòbile donde, à fòrsa de bollâse inti penscëi, s’ea formou de linie che se veddeivan apeña, destinæ co-o tempo à cangiâse in tante rappe.
Tutt’assemme s’arve a pòrta e intra un òmmo. A Contessa a dà un crio de sorpreisa e a sta sciù d’assettâ pe l’invexendo.
«E comme a l’é!», a dixe. «Rafael. Voî… Comme v’incallæ? Comme sei introu?».
«Scignoa», o ghe replica quello ch’o l’intrava, un gran bello zoenòtto «no me spëtavi? M’ei mandou unna lettia…».
«Mi, unna lettia!», a fa a Contessa ancon ciù sciätâ. «Mi no ò scrito nisciuña lettia, percöse aviæ dovuo?».
«Ammiæ chì, scignoa», o dixe o zoenòtto, e o tia feua a lettia pe fâghela vedde, «a l’è a vòstra scrïtua, a vòstra mæxima calligrafia».
«Bello Segnô cao, che inganno do diao», ghe replica despiâ a scignoa. «Sta lettia no l’ò scrita mi. O l’é un traffego contra de mi…».
«Carmæve scignoa… me despiaxe tanto…».
«Sci, oua capiscio tutto. Quell’òmmo tremendo… Comenso a capî e seu intençioin. Sciortî, avviou… Ma l’é tròppo tardi, sento za a voxe de mæ maio».
De fæti, se sente unna voxe fòrte inta sala lì arente, e de lì à un pittin o Conte o l’intra, con fâ mostra d’ëse mäveggiou a-a vista do zoenòtto. Dapeu, con un fattoriso fäso o ghe dixe:
«Oh, Rafael, scià l’é chì… N’é passou pe coscì do tempo… Scià l’é vegnuo à vedde Antonia… coscì scià ne tegne compagnia pe-o tè».
A Contessa e sò maio cangian unna euggiâ freida comme tutto. O zoenòtto, invexendou comm’o l’é, o riesce, giusto giusto, à rende o saluo a-o Conte. Ò visto di servi intrâ e sciortî; î ò visti portâ un serviçio da tè e andâsene via a-a lesta pe lasciâ soli quelli trei. Stava pe passâ quarcösa de tremendo.
S’assettan: a Contessa a paiva comme mòrta, o Conte o paiva imbriægo da comme o se mostrava allegro fin a-o nesciô. O zoveno o taxeiva e o ghe replicava con de meze poule. O serve o tè, e o Conte o pòrze à Rafael unna de tasse, no uña abrettio, ma unna fra e atre. A Contessa a l’ammia con unn’esprescion coscì inspaximâ che pâ ch’a ghe veugge inversâ drento tutta l’anima. Beivan e taxan, e intanto accompagnan a bevanda con unna çernia de pastiñe de Huntley & Palmers e atre cösette che se mangia inte çeñe de quello tipo. O Conte o rie torna con quello invexendo sensa fren e bordelloso ch’o l’à tiou feua pe-a seiaña, e o dixe:
«Ma che gnagnoa! Voscià, Rafael, scià no l’à dito unna poula. Antonia, seunna quarcösa. L’é passou mai tanto de quello tempo da l’urtima vòtta che t’emmo sentio. Ammia… quello pesso de Gottschalk, ch’o se intitola Mòrte… Ti ô sunavi che l’é un piaxei. Fòrsa, vanni a-o piano.
A Contessa a veu dî quarcösa, ma a no riesce à articolâ. O Conte o l’ammiava int’unna mainea che quella pövia dònna a se lascia incantâ da-a tremenda esprescion di seu euggi, comme unna comba inaiâ da un böa constrictor. A sta sciù e a va da-o piano. Quando a l’é lì, se vedde che sò maio o ghe dixe quarcösa ch’a ghe mette ancon ciù poia, e ch’â poñe ancon de ciù sott’a-o dominio de quello diao. O piano o sunava, unna quantitæ de còrde feie int’un còrpo solo, e into passâ da-e nöte grave à quelle ague e moen da scignoa addesciavan into gio d’un segondo e çentenæa de soin che dormivan in scilençio into fondo da cascia. A-o prinçipio a muxica a l’ea un invexendo de soin ch’o l’astronnava ciù che fâ piaxei; ma dapeu a borasca a s’appaxenta, e un canto de desmuo da mette poia, comme un Dies irae, o nasce da tutto quello sciato. M’é pasciuo de sentî o son bordo d’un cöro de fratti certosin, accompagnou da-o bruzzî di fagòtti. Dapeu s’é sentio de voxe de lamento comme quelle che s’imaginemmo che mande e anime condannæ into purgateuio à domandâ pe delongo un perdon ch’o l’arrivià tardi.
Dapeu gh’é stæto torna di arpezzi longhi e pin de fô, e nòtte bottezzavan unna in sce l’atra comme se fïsan apreuvo à ratellâ pe quella ch’a l’à da arrivâ pe-a primma. I accòrdi se favan e se desfavan, comme a scciumma de onde a se forma e a se deslengua. L’armonia a fiezzava e a boggiva int’un vanni e vëgni infinio de mouxi, a l’andava à pego fin à perdise, ma dapeu a vegniva in derê inte di gren remoin che giavan e regiavan.
Ea lì comme in estaxi pe quella muxica grandiosa e piña de maistæ; no me riesciva de vedde o moro da Contessa, ch’a l’ea assettâ co-a scheña verso de mi; ma me l’imaginava mai tanto abbessia e piña de poia da pensâ che o piano o sunesse da solo.
O zoenòtto o gh’ea derê, o Conte a-a drita, arrembou a-o piano. D’ögni tanto lê a tiava sciù i euggi pe ammiâlo, ma a doveiva avei trovou unn’esprescion tremenda inti euggi de sò maio, perché a l’asbasciava torna i seu, e a sunava delongo. Dapeu, un bello momento o piano o s’é fermou de sunâ e a Contessa a l’à dæto un crio.
Inte quello momento ò sentio un gran còrpo in sce unna spalla, me son sentio scrollâ comme tutto e me son addesciou.
Sciätou comm’ea, intanto che dormiva m’ea mesciou e ea cheito in sciâ venerabile ingreise ch’aiva arente.
«Aaah! voscià... sleeping... angosciâ... me», a me fa co-o moro duo, e intanto a sponciava via o mæ pacco de libbri ch’o gh’ea cheito in scê zenogge.
«M’ea addormio», gh’ò replicou, genou a-a vista de tutti i passaggê che rieivan de quella scena.
«Ooo... ma mi son... going... to dî a-o coachman... voscià angoscia... mi... voscià, scignoria...very shocking», a me dixe a scignoa ingreise into sò zerbo ch’o no se riesciva à intende: «Oooh! voscià credde... my body o l’é... o sofà de voscià... to sleep. ¡Oooh! gentleman, you are a stupid ass».
E dito coscì, a figgia da Gran Bretagna, ch’a l’ea ciufito rossa za da pe lê, oua a paiva unna tomata. Gh’ea da spëtâse che o sangue ch’o se gh’ea ammuggiou inte masche e into naso o sciortisse da-i sò pöri affogæ. A me mostra quattro denti affiæ e gianchi comme tutto, comme pe addentâme. Ghe ciammo mille scuse pe-o mæ seunno mäducou, me piggio o mæ pacco e me metto à ammiâ i mori neuvi de quelli che l’é montou in sciâ vettua. Scià s’imagine, lettô grande e bonellan, a mæ sorpreisa quande me veddo de fronte, scià se ô credde? O zoeno da scena che m’ea assunnou, o mæximo d. Rafael in persoña. Me fretto i euggi pe ëse seguo che no son che dòrmo, ançi, che son addescio, addescio comme ô son oua.
O l’ea quello, e o l’ea apreuvo à discorrî con un che gh’ea assettou arente. Daggo a mente e staggo à sentî con tutta l’anima.
«E ti no ti gh’æ pensou?», o diva quell’atro.
«L’idea sci ch’a m’é vegnua; ma son stæto sitto. A paiva comme mòrta da-a poia. O maio o gh’à dito ch’a seunne o piano e lê a no s’é incallâ à refuâghe. A l’à sunnou à l’in grande, comme a fa delongo, e intanto che â stava à sentî me son ascordou quella gramma scituaçion inta quæ s’eimo attrovæ. A fava de tutto pe pai carma, ma à un bello momento a no l’à ciù posciuo fâ mostra de ninte. Gh’é comme cheito e brasse, a s’è destaccâ da-a tastea, a l’à cacciou a testa inderê e a l’à dæto un crio. Aloa sò maio o l’à tiou feua o pugnâ, o l’à fæto un passo verso de lê e o gh’à dito d’arraggiou: “Seunna o t’ammasso oua in sciô momento”. Comme veddo sta scena, me sento tutto o sangue ch’o bogge: me voeiva asbriâ in sce quello desgraçiou, ma me son sentio in còrpo unna sensaçion che no te sò dî; m’ò credduo che tutt’assemme se m’açendesse un feugo into steumago; o feugo o me passava inte veñe; me batteiva i pôsi da testa, ò perso i sensci e son cheito in tæra».
«Ma de scintomi do teuscego avanti no ghe n’ea stæto?», o ghe fa quell’atro.
«Me sentiva un pittinin stranio e m’é vegnuo da pensâghe, ma ninte de ciù. O teuscego o l’ea ben condiçionou, perché o l’à fæto effetto tardi e o no m’à ammassou. Ma o m’à lasciou indòsso unna mouttia ch’a me duià pe tutta a vitta».
«E dòppo che t’æ perso i sensci cöse l’é avvegnuo?».
Rafael o l’ea lì pe replicâghe, e mi ghe dava a mente comme se un segretto de vitta ò de mòrte o l’aise da sciortî da-e seu poule, ma à quello ponto a vettua a s’è fermâ.
«Ohu, semmo za a-i Consejos: chinemmo», o l’ha dito Rafael.
Che desdiccia! Ean che se n’andavan e mi no poeiva conosce a fin de l’istöia.
«Scignoi, scignoi, aggiæ paçiensa, unna poula», ghe diva intanto che î veddeiva partî.
O zoeno o s’afferma e o m’ammia.
«E a Contessa? Cöse n’é stæto de quella scignoa?», gh’ò domandou d’aspresciou.
Un scciuppon de rie tutto in gio, pe tutta replica. I doî zoeni ascì se son missi à rie e se ne son andæti sensa dâme a mente. L’unica persoña in vitta à avei mantegnuo a so sënitæ de sfinge int’unna scena coscì còmica a l’é stæta a scignoa ingreise che, in despeto pe-e mæ nesciaie, a l’à ammiou i atri passaggê e a l’à dito:
«Oooh! A lunatic fellow».
A vettua a marciava e mi ea coioso de savei cöse n’é stæto da desgraçiâ da Contessa: o maio o l’à ammassâ? Çercava de imaginâme e intençioin de quello malemmo. Pe-o dexidëio de gödîse a sò vendetta, comme tutte e anime gramme, o l’avià vosciuo che a moggê a l’asciste, sensa lasciâ de sunnâ, à l’angonia de quello zoeno che sensa saveilo o l’ea arrivou lì apreuvo a-i manezzi viggiacchi de Mudarra.
Ma a scignoa a no poeiva andâ avanti à sforsâse, da despiâ, à fâ mostra de sënitæ, quand’a saveiva che Rafael o l’à piggiou o teuscego. Scena tremenda e da mette poia! – pensava mi, delongo ciù convinto da realtæ de quelli caxi – e dapeu dixan che ste cöse se lezan solo inti romansi!
Quande a passava de fronte à Palacio a vettua a s’é fermâ, e l’é montou unna dònna con un can in brasso. Ò conosciuo in sciô momento o mæximo can ch’aiva visto da-i pê da Contessa: pròpio o mæximo, o mæximo pei gianco e fin, a mæxima maccia neigra in sce unn’oegia. O destin o l’à vosciuo che quella dònna a me s’assette d’arente. No pòsso rexiste a-a coixitæ e ghe domando:
«O l’é o vòstro sto can coscì bello?».
«E de chi o l’à da ëse? O ghe gusta?».
Piggio unn’oegia de quello bestia coscì savio pe fâghe doe frasche, ma quello, sensa dâ a mente a-a mæ boña voentæ, o dà un baio, o sata sciù e o mette e sampe in scê zenogge da scignoa ingreise, ch’a me fa torna vedde i denti comme pe addentâme e a dixe:
«Ooooh, voscià… unsupportable».
«E donde l’ei piggiou sto can?», domando, e fasso mostra de no avei inteiso o neuvo scciuppon de raggia da dònna britannica.
«O l’ea da mæ scignoeta».
«E cöse n’é da vòstra scignoeta?», ghe diggo in anscietæ.
«Ah, scià â conosceiva?», a me fa a dònna. «A l’ea tanto brava, næ?».
«Öscì, ma tanto. Ma porriæ savei comme a l’é andæta à finî?».
«Donca scià sa, scià l’à de notiçie…».
«Sci scignoa… sò tutto quello che l’é passou, do tè ascì… ben, e me dî ch’a l’é mòrta?».
«Öscì, scignoo: a l’é andæta in glöia».
«E comm’a gh’é andæta? L’an ammassâ ò apreuvo a-a poia ch’a s’à piggiou?».
«Ma che ammassâ, ma che poia!», a diva con unn’äia baifarda. «Scià no l’é informou. A l’à mangiou quarcösa quella seia… ch’a gh’à fæto mâ… A l’è arrestâ svegnua fin a-a mattin fito.»
E mi pensava: ben, sta chì, ò ch’a no ne sa ninte da cösa do piano e do teuscego, ò ch’a fa mostra de ninte.
Dapeu diggo à voxe erta:
«E ma aloa a l’é stæta indigestion?».
«Sci scignoo. Quella seia gh’ò dito: “Scignoa, scià no ne mange de quelli fruti de mâ”, ma lê a no m’à dæto a mente.».
«Fruti de mâ, eh?», diggo mi con l’äia un ch’o no se â credde. «E ô saviò ben mi cöse l’é successo!».
«Scià no se ô credde?».
«Sci, sci», ò dito, e fava mostra de creddighe. «E o Conte… sò maio, quello ch’o l’à tiou feua o pugnâ intanto ch’a sunnava o piano?».
A dònna a m’à ammiou un pittin e dapeu a m’é scciuppâ à rie in sciô moro.
«Riei? Beuh! Ve creddei che no ô sacce comme son andæte e cöse? Intendo, No voei contâ i fæti pe comme son andæti in davei. Se capisce, stante che gh’é un giudiçio d’incriminaçion…».
«Scià l’à parlou de Conti e de Contesse».
«A no l’ea a Contessa, a patroña de sto can, quella che o maggiordòmmo Mudarra…?».
A dònna a rieiva torna, mai tanto fòrte che mi ea sciätou, e me diva tra de mi: sta chì a s’é inteisa con Mudarra, e de seguo a veu tegnî ascoso tutto quello ch’a peu.
«Scià no gh’é co-a testa», a m’à dito a dònna desconosciua.
«Lunatic, lunatic. Me… suffocated… Oooh, My God!»,
«Ma se sò tutto: alòn, no fæ mostra de ninte. Dime de cös’a l’é mòrta a Contessa».
«Ma quæ Contessa, beneito òmmo!», a me dixe a dònna, e a rie ancon de ciù.
«Ve creddei de piggiâme in gio con tutto o vòstro rie!», ghe diggo. «A Contessa a l’é mòrta atteuscegâ ò ammassâ, ô sò de seguo».
Inte quello momento a vettua a l’arriva a-o Barrio de Pozas e a-o destin do mæ viægio. Chinemmo tutti: l’ingreise a me manda unn’euggiâ ch’a lascia vedde tutta a so satisfaçion che me se gh’alleve de d’inti pê, e ciaschedun o se ne va pe-a sò stradda. Vaggo apreuvo a-a dònna do can e l’inäio de domande fin ch’a no l’intra in cà, delongo con rie di mæ tentativi de descrovî i caxi di atri. Quande me veddo solo in mezo a-a stradda, aloa me sovvegno da raxon do mæ viægio, e vaggo inta cà donde aiva da rende i libbri. Î ò reixi a-a persoña ch’a me î à dæ֮ti da leze, e me son misso à passaggiâ de fronte a-o Buen Suceso, intanto che spëtava che partisse a vettua pe andâ da l’altra parte de Madrid.
No riesciva à levâme d’inta testa quella desgraçiâ da Contessa, e ea delongo ciù seguo che a dònna co-a quæ ò parlou da urtimo a m’agge vosciuo ingannâ pe asconde a veitæ de quella tragedia misteiosa.
Ò spëtou do bello, fin à quande, intanto che vegniva scuo, a vettua a l’é stæta pronta pe-a partensa. Monto, e a primma cösa che vedde i mæ euggi a l’é a scignoa ingreise, assettâ dond’a l’ea avanti. Quand’a me vedde che monto e che me se gh’assetto arente, a fa unn’esprescion ch’a no se peu definî; a vëgne torna tutta rossa e a dixe:
« Oooh!... vosciâ… mi lamentâme co-o coachman… voscià fâ my inspaximâ for it».
Ea coscì piggiou da-i mæ pensamenti, che sensa dâ a mente à quello ch’a diva inta so lengua mesccia e fadigosa, gh’ò replicou a-a dònna ingreise:
«Scià l’ammie, scignoa, son seguo che a Contessa ò che l’an atteuscegâ ò che l’an ammassâ. Scià no n’à idea da grammiçia de quell’òmmo».
A vettua a marciava, e de maniman a s’affermava pe fâ montâ i passaggê. Da-e parte do Palaçio Reâ intra trei e se m’assettan de fronte. Un de lô o l’ea un òmmo grande, un lambardan tutt’òsse, con di euggi severi e unna mainea perentöia de parlâ, ch’a dava soggetto.
Ean lì da no ciù de dexe menuti, quande quello o se vira verso i atri doî e o ghe dixe:
«Meschiña, comm’a criava quand’a l’ea a-i urtimi! A balla a gh’é intrâ a-a drita de pe-a clavicola e dapeu a gh’é andæta a-o cheu».
«Comme?», fasso mi tutt’assemme, «aloa o gh’à tiou? A no l’é stæta accotellâ fin a-a mòrte?».
I trei m’ammian mäveggiæ.
«Un tio, cao scignoo», o dixe o lambardan tutt’òsse, con unna çerta äia de desgusto.
Mi diggo:
«E quella dònna a l’à sostegnuo ch’a l’é mòrta d’indigestion. Scià me digghe, comm’a l’é andæta?»
«Ma à voscià cöse gh’interessa?», o me replica un atro con un ton aspio fòrte.
«M’interessa conosce a fin de quella tragedia tremenda, a no ghe pâ un romanso?».
«Ma de che romanso scià parla? Voscià scià l’é matto o scià ne veu piggiâ in gio».
«Euggio a-i schersci, scignoeto», o me fa quello grande e sciuto.
«Scià se credde che no ne sacce ninte? Sò tutto, ò ascistio à dötræ scene de quello delitto tremendo. Ma voscià scià dixan che a Contessa a l’é mòrta d’un còrpo de pistòlla».
«Oh, bello Segnô cao, chì nisciun o parla de unna Contessa, ma do mæ can, che gh’emmo tiou sensa voei quand’emo a-a caccia. Se scià veu burlâ, scià me çerche quande scià veu, che ghe replico comme scià se meita».
«Oua sci che ghe son, gh’é un regio pe tegnî ascosa a veitæ», diggo mi, che me paiva ciæo che quelli òmmi me voësan mette feua pista, e che çercavan de cangiâ a pövia scignoa int’un can.
L’atro o l’ea za lì pe replicâ, sens’atro int’unna forma ciù dua de quello che o caxo o domandava, quande a dònna ingreise a s’à misso o dio da-o pôso da testa pe indicâ che mi no doveiva avei a mæ guæi à cadello. Con quello se son appaxentæ e no an dito atro pe tutto o viægio, fin à quande no son chinæ da-a Puerta del Sol. De seguo ghe fava imprescion.
Son restou coscì fisso inta mæ idea che me voeiva carmâ ma no poeiva, e raxonava delongo in sce tutti i aspeti de quella costion coscì imbroggiâ. Ma a mæ confuxon a montava, e l’imagine de quella pövia scignoa a m’arrestava into pensceo. Inte tutti i mori che passava de pe-a vettua me paiva de poei vedde quarcösa da aggiuttâme à spiegâ l’enimma. M’é vegnuo un invexendo into çervello da avei poia, e de seguo quello ch’aiva drento de mi o se me doveiva leze in caa, perché tutti m’ammiavan come s’ammia unna cösa ch’a no se vedde tutti i giorni.

Mancava ancon quarche successo pe finî de sciätâme a testa inte quello viægio strafaläio. Intanto che passava pe Calle de Alcalá, monta un scignoo con sò moggê e o se m’assetta d’arente. O l’ea un òmmo ch’o paiva comme corpio da pöco da unn’imprescion fòrte, e m’é fiña pasciuo che un bello momento o se segge portou o mandillo da-i euggi comme pe sciugâ de lagrime che no se veddeivan, ma che de seguo ghe chinavan zu de sotta a-o verde scuo di spëgetti stramesuæ ch’o portava.
Dòppo un pittin ch’o l’ea lì, o ghe dixe à voxe bassa à quella ch’a paiva ëse sò moggê:
«Ma, se pensa à do teuscego, se capisce Me l’à dito giusto oua o sciô Mateo. Dònna desgraçiâ!».
«Che cösa tremenda! Ô pensava mi ascì», dixe a moggê. «Da de gente pæge cöse se ghe peu spëtâ?».
«Te zuo che faiò de tutto pe descrovîlo».
Mi, che fava tanto d’oege, ò dito mi ascì à voxe bassa:
«Sci, scignoo, gh’é stæto do teuscego, ô sò».
«Comme scià ô sa voscià? Scià â conosceiva voscià ascì?», o me dixe l’òmmo co-i spëgetti verdi, e o m’ammia.
«Sci, scignoo, e son seguo che a mòrte a segge stæta violenta, con tutto che çercan de fâne credde à unn’indigestion».
«Mi ascì. Che dònna de qualitæ! Ma comme scià fa à savei…».
«Ô sò, ô sò». Ea bello contento ch’o no me piggesse pe un matto.
«Aloa scià l’andià in tribunâ à fâ da testimògno, che o caxo o l’é za in discuscion».
«Son contento, coscì faiò condannâ quelli malemmi. Seguo che vaggo à testimognâ, seguo, sci scignoo».
Ea mai tanto inaiou ch’ò finio pe intrâ do tutto drento à quello caxo mezo assunnou, mezo lezzuo, a-o ponto da creddighe comme oua creddo à l’existensa da pena co-a quæ son apreuvo à scrive.
«Sci, scignoo, beseugna mette in ciæo sta cösa, coscì i autoî do delitto saian punii. Ô diggo sccetto: l’an atteuscegâ con unna tassa de tè, pròpio comme quello zoeno».
«Petronila», o ghe dixe l’òmmo co-i spëgetti à sò moggê, «l’an atteuscegou con unna tassa de tè».
«Sci, e me fa mäveggia.», a dixe a scignoa, «Ma ammia un pittin cöse se son inventæ quelli desgraçiæ!».
«A Contessa a l’ea ch’a sunava o piano».
«Che contessa?», o me interrompe l’òmmo.
«A Contessa, quella ch’an atteuscegou».
«Ma s’a no l’é unna contessa, beneito òmmo».
«Andemmo, ascì voscià scià l’é de quelli che veuan tegnî ascosa tutta a cösa».
«Beuh, ma se no gh’é nisciuña contessa ni ducchessa chì, solo a bugaixe de cà mæ, a moggê de quello di scangi da ferrovia do Norte».
«Unna bugaixe, næ?», diggo in ton maiçioso, «E voscià oua scià me veu dâ da intende ch’a segge unna bugaixe!».
O scignoo e sò moggê se son missi à ammiâme con unn’esprescion baifarda, dapeu se son diti quarche poula à voxe bassa. Da un atto ch’ò visto fâ a-a scignoa, ò capio ch’ean convinti fin in fondo ch’aiva da ëse imbrægo. Me son impio de rassegnaçion de fronte à quella offeisa, e son stæto sitto, me son contentou de desprexâ in scilençio, comme se dixe da-e anime grende, unn’imprescion coscì desgaibâ. A mæ anscietæ a montava; aiva delongo inta testa a Contessa, tutti i momenti, e m’ea perso apreuvo à l’intençion de savei a veitæ da sò fin desgraçiâ, comme se tutto o caxo o no fïse unna invençion maròtta da mæ fantaxia, imprescionâ da vixoin e da dialoghi avvegnui un derê à l’atro. In sciâ fin, giusto pe fâ vedde a portâ do mæ nesciô, ve contiò l’urtimo caxo de quello viægio; ve diò con che mattô o misso a fin à quella battaggia penosa da mæ comprenscion impegnâ int’unna fòrte lotta con unn’armâ fæta de ombre.
A vettua a l’intrava in calle de Serrano, quande de pe-o barconetto de fronte à mi ammio feua in sciâ stradda, pöco inlumminâ da-a luxe picciña di fanæ, e te veddo passâ un òmmo. Ò dæto un crio de sorpreisa e me son misso à dî comme astræto:
«Te ô lì, o l’é lê, quello malemmo de Mudarra, o primmo autô de tutte ste infammitæ».
Ò dito che ferman a vettua e son chinou, ò pe dî megio son sätou verso a pòrta, e m’ingambava inti pê e inte gambe di passaggê; son chinou in sciâ stradda e ò camminou apreuvo à quell’òmmo, e braggiava:
«Dæghe, dæghe à l’assascin».
Scià se peuan imaginâ che effetto an fæto quelle mæ voxe into quartê tranquillo.
L’òmmo, o mæximo ch’aiva visto in sciâ vettua quello doppodisnâ, l’an affermou. E mi braggiava delongo:
«O l’é lê ch’o l’à condiçionou o teuscego pe-a Contessa, quello ch’o l’à ammassou a Contessa!».
Gh’é stæto un momento de sciato da no dî. O diva ch’ea matto; ma scià no s’indubitan che n’an portou in questua tutti doî. Dapeu ò perso l’inzegno de tutto quello chi avvegniva. No me sovvegno cös’agge fæto quella neutte into pòsto donde m’an serrou. O regòrdo o ciù vivo che mantegno inte de mi de tutto quello caxo coioso, o l’é d’ësime addesciou da-o seunno profondo dond’ea cheito, unna vea imbriægatua morale, produta, no sò dî comme mai, da un de quelli fenòmeni de alienaçion de passaggio che a sciensa a studia con gran cua pe prevegnî o mattô sensa remiscion.
Comme scià peuan pensâ, o fæto o no l’à avuo conseguensa nisciuña perché quello personaggio de grammo incontro che mi aiva battezzou pe Mudarra o l’é solo un onesto droghê ch’o no l’à mai atteuscegou nisciuña contessa. Ma ancon pe do bello me son regiou into mæ inganno, e diva ancon inte de mi: “Pövia Contessa; no fa ninte quello che dixan, mi staggo delongo avvisto. Nisciun o me peu levâ de d’inta testa che ti aggi finio i teu giorni pe man de tò maio arraggiou…”.
Me gh’é vosciuo di meixi avanti che quelle ombre se n’andessan torna into pòsto straman da-o quæ ean sciortie pe fâme inmattî, e pe lasciâ che a realtæ a repigge o sò pòsto into mæ çervello. Rio tutte e vòtte che me sovvegno de quello viægio, e tutta a conscideraçion co-a quæ aloa trattava a vittima che m’ea assunnou oua â dedico, scià me creddian?, a-a mæ compagna de viægio inte quella spediçion anscietosa, à l’ingreise peamaosa a-a quæ ò rinforsou un pê into momento che sciortiva de corsa da-a vettua pe andâ apreuvo a quello che me creddeiva ch’o fïse un maggiordòmmo.













*

S'è posata la luna [...] / Der Mond legte sich / La lune s’est posée











S'è posata la luna in fondo al pensiero
le case si tengono strette
il cielo barcolla
non è mai stata così vicina ai vetri la sera
forse c'è un modo per calmare le stelle
tenere la mano a un bambino
parlare al buio.





Der Mond legte sich in den Grund des Denkens
die Häuser halten sich eng aneinander
der Himmel schwankt
nie war so nah an den Scheiben der Abend
vielleicht gibt es einen Weg die Sternen zu beruhigen
die Hand eines Kindes zu halten
dem Dunklen zu reden.


vers. chad


*



La lune s’est posée au fond de la pensée
les maisons se serrent les unes contre les autres
le ciel est sur le point de tomber
le soir n’a jamais été aussi près des vitres
peut-être y a-t-il un moyen de calmer les étoiles
tenir la main d’un enfant
parler à l’obscurité.












*

Wo du gehst wird Herbst und Abend / Dove tu vada diviene autunno e sera


















An die Schwester


Wo du gehst wird Herbst und Abend,
Blaues Wild, das unter Bäumen tönt,
Einsamer Weiher am Abend.

Leise der Flug der Vögel tönt,
Die Schwermut über deinen Augenbogen.
Dein schmales Lächeln tönt.

Gott hat deine Lider verbogen.
Sterne suchen nachts, Karfreitagskind,
Deinen Stirnenbogen.




Alla sorella


Dove tu vada diviene autunno e sera,
selvaggina blu suona il sottobosco,
solitario campo la sera.

Il volo degli uccelli piano suona,
malinconia sull’arcata al tuo occhio.
Il tuo sorriso sottile risuona.

Dio ha piegato le tue palpebre. A notte
stelle in cerca, bimbavenerdìsanto,
l’arcata della tua fronte.









*