Lettereamiche






























ph TroveRete, Castelluccio di Norcia










bionanostrutture

 

          

avrò anch’io, come il geco nelle zampette

            in qualche area inesplorata del cervello del cuore

            sterminati minimi bioappigli

                                                        angstrom

            capaci di sorreggere

            il tuo peso sfrontato di bastione

            ti sostengo

            urtando urlando contro il cielo

            mio masso di Stonehenge

            col tatuaggio del nome tuo ripetuto

            in finissime impronte

           - come sulla foglia di loto -

                                                 sul mio petto



da  Other Signs, Other Circles - Selected Poems 1990-2009, Chelsea Editions, New York, Series Contemporary Italian Poets in Translation, 2009


*


di voce attesa                                             



una specie di lamento sottile

un gemito piccolo di gioia

come un timbro distorto per l’iridescenza delle acque

è la voce embrionale che attraversa la bolla salina  

risuona nelle vene alla madre

e preme e le canta la sua elementare infanzia

chiede di sfolgorare in concerto nel giorno

dell’uscita luminosa   quando 

il minuscolo corpo verrà adagiato

 sull’addomepianeta che riconosce


l’emissione di onde alla madre si compie

per distacco di corone vocali sottili come aureole

e lei interpreta e trema e costruisce

un paesaggio di case-alberi-strade

divinazione al primo cammino

lei avvia un’assertiva preghiera

salute prima poi bellezza e buona sorte ex aequo

tutto accadrà dovrà accadere 

per volontà - rito - destino

o solo

             per un in-cantamento



da Canti della prossimità, silloge in "La Poesia Anima Mundi", Edizioni Puntacapo, 2011


*


urti gentili



mi  manca la lingua   mi manca

quella timidezza di vocali aperte

di  zeta dolce nel grazie

un incurvarsi della voce in gola

come a piegarla fossero le pietre

salentine del ricordo o forse

una malinconia residua della nascita

ingorgo che resiste

allo sperpero del vivere


furore dei cieli di una volta

grida bianche dei dolmen che insistono

nel vedere il mattino sorgere

sulle rovine   ogni  volta

qualunque sia l’inclinazione della luce


mi manca  quella strana paura  

prima di ogni viaggio 

come un sottile rifiuto della distanza

come di albero che impone alle radici

 un limite all’espandersi e si concentra

sulla cura dei frutti      


pure amo

tutto questo calpestio di genti nella città

l’impasto lento di animelingue 

il rompersi dei meridiani   l’inarcarsi dei ponti per

            urti gentili 

questo annodarci annodando

i cesti della fiducia con antiche dita



da Ciclica, Edizioni La Vita Felice, 2014



*



ora che mostro viso e braccia aperte



s’accendono i corpi le voci

più libero il pianto più intense le carezze

apro armadi nel petto e 

vado per salti

dimentico zaino zavorra

virgole punti de-finizioni

tanto so che l’altrove

mi tiene d’occhio e


dorme la mia bambina delle meraviglie

ancora irrubata dal mondo

intatta nel suo pianeta

cosa devo farci io con questo spudorato pianeta

cosa devo farci con il terribile che infuria

con le solite frasi il solito sgomento

con quella spes ultima illusione

cosa devo farci pure con la poesia


tanto so che la nave

sta trascinando al largo

nel muto acquario dove ci ritroviamo

come all’origine   nudi

finalmente originali miseramente

splendidi nel nulla



da Andare per salti, Arcipelago Itaca Edizioni
















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Bella lettera (in Zibaldoni E Altre Meraviglie)

















ph TroveRete, Sulcis




da: https://www.zibaldoni.it/2006/07/18/irriconoscibile/?fbclid=IwAR2rnIFOpkkAsW3YJeJvfGyK0xAhq_K5c4X7HAoO6-FglwKiT0Q34JodJn8

 

Caro Enrico,

vorrei scusarmi per il mio silenzio: mi spiacerebbe se tu credessi che abbia dimenticato le domande che mi avevi posto qualche mese fa. Ho provato più volte in questi mesi a rispondervi, senza mai riuscire a tracciare poco più di una riga. E questo non perché le tue domande fossero fuori luogo: al contrario, esse mi hanno spinto a ricerche, a nuove letture, domande impensate, ad altre scritture. Ma ogni riferimento al libro invece mi era impossibile. Credo di non essere capace, almeno non ancora, di pormi seriamente dinanzi ai miei vissuti – agli stessi pensieri che mi hanno attraversato – in termini di vero e proprio soggetto conoscente. E ciò perché in realtà non sono stato mai io a pensare in essi: mi sono trovato sempre gettato in essi, e ho dovuto a fatica provare ad esistere nel medio del loro stesso spessore, a ritrovare una possibilità di esistenza, un mondo possibile in quelle luci così estranee al luogo in cui ricordavo di provenire. Ogni lettura, ogni atto linguistico è in fondo una forma di inatteso e subitaneo esilio. (O forse tutto ciò che vive è in esilio: in esilio da sé innanzitutto e dal proprio luogo. Vivere significa sempre essere fuori luogo). Si è improvvisamente gettati in un mondo ed in un’esistenza diversa da quella che ritenevamo essere la nostra. Comprendere in questi casi serve a poco; così come del tutto inutile è riuscire a capire di quale luogo si tratti. Trovatisi in questo non-luogo, ciò che permette di sopravvivere è l’istinto a percorrere il paese, schizzare mappe e soprattutto lo sforzo di iniziare a vivere in esso. Fare quasi lo sforzo inverso a quello dell’etnologo: ricostruire il modo che la vita umana assume in questo paese, non per descriverlo, ma per aderirvi il più possibile. La scrittura del libro è stato tutto questo: qualcosa a metà strada tra una mappa di questo paese di idee, pensieri e visioni (mi verrebbe da scrivere colori, linee, spessori, perché in fondo tutto in questi paesi non ha altra consistenza che quella di immagini), un diario di viaggio e assieme un congedo definitivo. Ora sono altrove e tutto ciò che posso apprendere di quel luogo deriva da quelle pagine. Perché chi ha scritto quel libro è interamente scomparso, sprofondato in esso come in un Atlantide. Di quell’io che ha vissuto e pensato in quel luogo – posso dare solo vaghe testimonianze. Non ne so più nulla. Certo, vi sono ancora immagini e scorie che rivivono in me, ma lo fanno allo stesso modo in cui secondo Warburg, nel gesto di una golfista può rivivere lo spirito Salomé degli antichi, o nel modo in cui nel nostro gesto distratto di toccarci la testa nei momenti di distrazione rivive quel medesimo gesto con cui i romani invocavano il proprio Genius. Nessuno dei due ne sa nulla e se v’è un qualche rapporto, è qualcosa più vicino ad una sublime ignoranza, ad un uso senza conoscenza. Non so cosa sia davvero rimasto. Meglio, rimasto è solo l’irriconoscibile: ciò che rende quel libro irriconoscibile e ciò che rende me irriconoscibile a me stesso. Se qualcosa vive lo è proprio per questo elemento irriconoscibile e quanto chiamiamo ego non è soltanto il meccanismo atono attraverso cui ciascuno arriva a coincidere con se stesso e la propria immagine, ma la custodia e la cura di un irriconoscibile. Per questo l’Io è sempre il luogo di un problema, di un corpo a corpo con se stessi che non può mai essere risolto attraverso la sola conoscenza. L’irriconoscibile è anzi quel punto cieco in cui non riusciamo più a distinguerci da tutto ciò che non siamo, il luogo in cui viviamo, le persone che incontriamo. Un libro non è un modo per ritrovarsi ma la decisione di perdersi in qualcosa che non ci appartiene né potrà mai appartenerci. E la scrittura è sempre il tentativo di produrre un rapporto a questo irriconoscibile – ciò che resta di ciò che abbiamo vissuto e ciò che ci trascina senza arresto verso ciò che non siamo ancora e verso ciò che non abbiamo vissuto.

Scusa per questa lettera così lunga, ma volevo testimoniarti la gratitudine per quello che hai scritto e per le tue domande, che mi hanno portato nello studio dove non sarei arrivato da solo. Mi spiace solo di non essere stato capace di darti risposte che fossero all’altezza delle tue domande. Spero però di avere la possibilità di conoscerti personalmente, e di poter continuare a scriverci, anche se con questi tempi lunghi e queste piccole sfasature tra la domanda e la risposta.

A presto, tuo

Emanuele Coccia




Gloria di Montedoro




un fuori tempo e un fuoristagione, da ascoltare.







All'aria, all'aria:

https://www.youtube.com/results?search_query=le+vie+del+canto+passione+di+cristo+




      Gloria di Montedoro (3:17), Le vie del Canto, Passione è su CD
"Le Vie del Canto", Associazione, è su fb.





ph TroveRete, cellule nervose











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Apriti cielo! e aprirsi fiore: / ora mi spreco! post su mio padre.


















ph from ph: Paul Lovens,  Luciano Adezati














    E tu che ti rivolti nella tomba, che in questa foto sembri persino simpatico ed eravamo con te su una spiaggia ligure d'inverno; tu che durante la mia giovinezza coltivasti un forte desiderio che non si avverò, di trascorrere il capodanno del nuovo millennio in Cina; tu che mai né vivo né morto mi desti un soldo, - la "legittima" era scomparsa all'estero prima di te -, tu sei dove sei e se mi senti, sappi che sono in pace con tutti.
    Del tuo patrimonio genetico uso ancora i miei denti (tutto il resto del corpo presi da parte materna).
Se mio fratello Giuliano o sua madre leggessero qui, mi farebbe piacere, e avere un loro saluto.

    Ciao papà, ora sono nonna da più di un anno e sono felice.
















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un bel virtuale ritrovo di pittoriche virtù





Ars gratia artis - mutatis mutandis








A lei seca da arte é esta: ‘Ne quid nimis’, nada além do necessário. 

The dry law of art is this one: ‘Ne quid nimis’, nothing beyond the necessary.

Das trockene Gesetz der Kunst ist dieses: ‘Ne quid nimis’, nichts ausser das Notwendige.

L’asciutta legge dell’arte recita: ‘Ne quid nimis’, nulla oltre il necessario. 

ხელოვნების მშრალი კანონი გულისხმობს:,,Ne quid nimis" (ნუ მოერიდები) ის, რაც აუცილებელია, ყველაფერზე მაღლა დგას.

La loi sèche de l'art est celle-ci : 'Ne quid nimis' rien au-delà du nécessaire.













( vers. it e de, chad 
 vers. fr & georgian, Ketevan Kokozashvili )

fb: Ars gratia artis - mutatis mutandis 
https://www.instagram.com/art.ismutatismutandis/

il pudore è poetico















Ad chèsa un po’ a m vargogn
ad dèi ch’a fazz i vérs
ch’a sò un poeta.
Mo dòp se te cafè
un opereri u m déis
- bravo, t’a l’e détt
propi cume mè
sa putéss scréiv -,
alòura a n m’ u n vargògn
ch’a sò invece cuntént de mi lavòur.





A casa un po’ mi vergogno
a dire che faccio i versi
che sono un poeta.
Ma poi se al caffé
un operaio mi dice
- bravo, l’hai detto 
proprio come me
se sapessi scrivere - ,
allora non mi vergogno
che son invece contento del mio lavoro.


vers. chad

Ce te legeni / Perché ti dondoli / Warum wiegst du dich












Perché ti dondoli


- “Bosco, dì, perché ti dondoli,
senza pioggia, senza vento,
coi tuoi rami già per terra?”
“Perché non dovrei dondolare,
se poi il tempo avrà vittoria!
Il giorno si accorcia, cresce la notte,
presto mi si uccidono le foglie.
Vento se le porta via -
scacciati persino i cantòri;
se il vento soffia da un lato -
arriva l’inverno, l’estate è lungi.
E perché non dovrei piegarmi,
se gli uccelli migreranno!
Sopra le mie cime vanno
le rondini in schiere,
portano i miei pensieri con sé
e la felicità di questo luogo.
Migrano in lungo fronte,
oscurano dei mondi l’orizzonte,
fugace come l’attimo
delle ali resta il battito
e mi lasciano tutto solo,
secco, impietrito nel mio Essere
e con la nostalgia, che in me,
distruggo con lei sola me.”



dalla versione tedesca di Horst Samson


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Ce te legeni


- "Ce te legeni, codrule,
Fără ploaie, fără vânt,
Cu crengile la pământ?"
- "De ce nu m-aş legăna,
Dacă trece vremea mea!
Ziua scade, noaptea creşte
Şi frunzişul mi-l răreşte.
Bate vântul frunza-n dungă -
Cântăreţii mi-i alungă;
Bate vântul dintr-o parte -
Iarna-i ici, vara-i departe.
Şi de ce să nu mă plec,
Dacă păsările trec!
Peste vârf de rămurele
Trec în stoluri rândunele,
Ducând gândurile mele
Şi norocul meu cu ele.
Şi se duc pe rând pe rând,
Zarea lumii-ntunecând,
Şi se duc ca clipele,
Scuturând aripele,
Şi mă lasă pustiit,
Veştejit şi amorţit
Şi cu doru-mi singurel,
De mă-ngân numai cu el!"





Warum wiegst du dich


- „Wald, sag, warum wiegst du dich,
Ohne Regen, ohne Wind,
Wo deine Zweige schon am Boden sind?“
- „Warum sollte ich mich nicht wiegen,
Wo doch die Zeit mich wird besiegen!
Der Tag wird kürzer, es wächst die Nacht,
Bald bin ich um mein Laub gebracht.
Wind treibt die Blätter weg von hier -
Verscheucht sogar die Sänger mir;
Bläst der Wind von einer Seit‘ -
Ist Winter da, der Sommer weit.
Und warum sollt ich mich nicht biegen,
Wenn die Vögel vorüber fliegen!
Über meine Wipfel zieh’n 
In Scharen Schwalben grad dahin,
Führen meine Gedanken mit sich fort
Und das Glück von diesem Ort.
Ziehen vorbei in langer Front,
Verdunkeln der Welten Horizont,
Flüchtig wie ein Augenblick
Bleibt nur ihr Flügelschlag zurück
Und sie lassen mich hier ganz allein,
Vertrocknet, erstarrt in meinem Sein
Und mit der Sehnsucht, die in mir,
Zerstreue ich mich allein mit ihr.“  



Aus dem Rumänischen / dal rumeno, Horst Samson











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