Georgien 2008

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Le parti pris des choses (anche pdf di versioni italiane)



















F.Ponge, Le parti pris - Vers. Chad





Francis Ponge, Il partito preso delle cose

Parti pris des choses deve intendersi anche come compte rendu des mots.
(resa dei conti delle parole)
Jacqueline Risset, Il silenzio delle sirene

da Le parti pris des choses, 1942
(Versione dal francese di Chiara Adezati dove non altrimenti indicato)



Indice:

Pioggia
L’arancia
Le more
Il ciclo delle stagioni
La fine dell’autunno
R. C. Seine N°





Pioggia

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è una tenda sottile ( o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente assai leggere, una precipitazione sempiterna senza vigore, una frazione intensa di meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con più rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, là di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Lungo l’intera superficie di un piccolo tetto di zinco che lo sguardo vede giù a piombo, essa cola in strato molto sottile, marezzato dalle correnti variate secondo le impercettibili ondulazioni e bozzoli della copertura. Dall’attigua grondaia da cui scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza grande pendenza, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un’andatura particolare; le corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, tanto preciso quanto arrischiato, come un’orologeria la cui molla è il peso di una massa data di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra dei fili verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong si moltiplicano e risuonano insieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è distesa, certi ingranaggi continuano a funzionare per un po’, via via più lenti, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora se il sole riappare tutto si cancella subito, il brillante apparecchio evapora: è piovuto.



Traduzione di Valerio Magrelli:

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura.
A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore
gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco
di grano, lí di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro,
sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'interna superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura.
Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe
e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un andamento particolare;
a ognuna corrisponde un rumore particolare.
Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato,
preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria
la cui molla è il peso di una data massa di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra delle reti verticali, il glúglú delle grondaie,
i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme
in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare
per un po', sempre piú rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma.
Allora, se il sole riappare
tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.

*


L’arancia

Come nella spugna, vi è nell’arancia un’aspirazione a riprender contegno dopo aver subito la prova della spremitura [l’épreuve de l’expression]. Ma là dove la spugna riesce sempre, l’arancia mai: poiché sono scoppiate le sue cellule, i suoi tessuti lacerati. Mentre la sola scorza si ristabilisce mollemente nella propria forma grazie alla sua elasticità, un liquido di ambra si è sparso, portatore di frescura, di profumi soavi, certo – ma spesso anche dell’amara coscienza di un’espulsione prematura di semi.

traduz. Jacqueline Risset


*

Le more

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta  fuori dalle cose nè verso lo spirito, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.
Neri, rosa e kaki insieme sul grappolo, offrono più lo spettacolo di una famiglia burbera nelle sue diverse età, che una tentazione molto viva a raccoglierle.
Vista la di sproporzione tra semi e polpa, gli uccelli le apprezzano poco, così poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.
Ma il poeta nel corso della sua passeggiata professionale, ne prende a modello (la grana) a ragione: “Così dunque, lui si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore tanto fragile benché difeso da un arcigno intricarsi di rovi. Senza molte altre qualità, more, perfettamente son more/mature – come anche questo poema è fatto.”



Traduzione di Valerio Magrelli:

Sui cespugli tipografici costituiti dalla poesia, su una
strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente,
certi frutti sono formati da un agglomerato di sfere
riempite da una goccia d'inchiostro.
Neri, rosa e cachi insieme sul grappolo, più che un allettante invito alla raccolta,
offrono lo spettacolo d'una
famiglia altera nelle sue diverse età.
Vista la sproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li
apprezzano poco, tanta poca cosa in fondo resta loro
quando dal becco all'ano ne sono attraversati.
Ma il poeta, nel corso  della sua passeggiata professionale,
li prende giustamente a modello: «In questo modo dunque,
dice tra sé e sé, riescono in gran numero gli sforzi
pazienti di un fiore fragilissimo, per quanto difeso
da un arcigno intrico di rovi. Senza molte altre qualità — more,
 perfettamente more sono, e mature — così come è fatta
anche questa poesia».


*

Il ciclo delle stagioni

Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno gli alberi tutt’a un tratto si lusingano di essere ingannati. Non si possono più tenere. Mollano le loro parole, un fiotto, un vomito di verde. Cercano di arrivare a una fogliazione completa, di parole. Tanto peggio! Si ordinerà come potrà! Ma davvero essa si ordina! Nessuna libertà nella fogliazione…Lanciano, perlomeno lo credono, non importa quali parole, lanciano gambi per sospendervi ancora parole: i nostri tronchi, pensano, sono qua per assumersi tutto. Si sforzano di celarsi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dir tutto, di poter ricoprire interamente il mondo di parole variate. Non dicono che “gli alberi”.
Incapaci perfino di trattenere gli uccelli che si partono da loro mentre si rallegravano già di aver prodotto sì strani fiori. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a sé stesse simmetricamente sospese! Tenta ancora una foglia! –La stessa! Ancora una! –La stessa. Niente potrebbe fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi d’alberi”. Una nuova stanchezza, e un nuovo ripiegamento morale. “Lasciamo ingiallire tutto, e cadere. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l' AUTUNNO”.

*

La fine dell’autunno

Tutto l’autunno alla fine non è che una tisana fredda. Le foglie morte di ogni essenza macerano nella pioggia. Nessuna fermentazione, nessuna creazione di alcol: bisogna aspettare la primavera per l’effetto di un ‘applicazione di compresse su una gamba di legno.
Lo spoglio si fa nel disordine. Tutte le porte della sala dello scrutinio si aprono e si chiudono sbattendo violentemente. Cestina, cestina! La Natura strappa i suoimanoscritti, demolisce la sua biblioteca, abbatte rabbiosamente i suioi ultimi frutti.
Poi si alza bruscamente dallo scrittoio. La sua statura subito sembra immensa. Spettinata, ha la testa nella bruma. Le braccia spenzolanti, aspira con delizia il vento ghiacciato che la rinfresca, le idee. I giorni sonobrevi, la notte cade in fretta, il comico perde i suoi diritti.
La terra nell’aria fra gli altri astri riprende la sua aria seria. La parte illuminata è più stretta, infiltrata di valli d’ombra. Le sue scarpe, come quelle di un vagabondo, s’impregnano d’acqua e fanno della musica.
In quest’acquitrino, in quest’anfibiguità salubre, tutto riprende forza, salta di pietra in pietra e cambia di prato. I ruscelli si moltiplicano.
Ecco ciò che si chiama una bella pulizia, e che non rispetta le convenzioni! Vestiti come nudi, bagnati fino all’osso.
E poi questo dura, non secca tutto d’un tratto. Tre mesi di riflessione salutare in questo stato; senza reazione vascolare, senza accappatoio né guanto di crine. Ma la sua forte costituzione resiste.
Così quando ricominciano a spuntare le piccole gemme, esse sanno quel che fanno e di cosa trattasi, e se si mostrano con precauzione, intorpidite e arrossate, è con cognizione di causa.
Ma lì comincia un’altra storia, che dipende forse ma non ha lo stesso odore della riga nera che mi serve a tirare il tratto qui sotto.


R. C. Seine N°

E’ da una scala in legno mai tirata a cera da trent’anni, nella polvere delle cicche gettate sulla porta, nel mezzo di un plotone di piccoli impiegati meschini e selvaggi allo stesso tempo, in bombetta, la loro valigia da zuppa in mano, che due volte al giorno inizia la nostra asfissia.
Una luce reticente regna all’interno di quella scalcinata chiocciola, dove fluttua in sospensione la raspatura del legno grezzo. Al rumore delle calzature issate faticosamente da un gradino all’altro, intorno a un sudicio asse, ci avviciniamo ad un’andatura da chicchi di caffè all’ingranaggio stritolatore.
Ognuno crede di muoversi allo stato libero, perché un’oppressione estremamente semplice lo obbliga, la quale non differisce molto dallagravità: dal fondo dei cieli la mano della miseria gira il macinino.
L’uscita, per la verità, non è per la nostra forma poi tanto pericolosa. Questa porta che dobbiamo attraversare non ha che un solo cardine di carne della grandezza di un uomo, il sorvegliante che l’ostruisce per metà: piuttosto che di un ingranaggio, si tratta qui di uno sfintere. Ciascuno ne è subito espulso, vergognosamente sano e salvo, tuttavia molto depresso, tramite budella lubrificate a cera, con fly-tox, con la luce elettrica. Improvvisamente separati da lunghi intervalli, ci si trova allora in un’atmosfera che dà alla testa, da ospedale, a durata indefinita delle cure, per il dover trattenere le piatte borse, a filare a tutta velocità attraverso una sorta di monastero-pattinaggio dove i numerosi canali si tagliano ad angolo retto, -  e l’uniforme è la giacca logora.
Subito dopo, in ogni reparto, con un rumore terribile, gli armadi dalle cerniere di ferro, - da cui i dossiers, come orribili uccelli-fossili familiari, snidati dai loro strati, scendono pesantemente a posarsi sui tavoli dove si scuotono. Uno studio macabro comincia. O analfabetismo commerciale, al rumore delle sacre macchine, ha luogo ora la lunga sempiterna celebrazione del tuo culto che si deve servire.
Tutto s’inscrive a misura su stampati in diverse copie, dove la parola riprodotta in color malva sempre più pallido finirà indubbiamente per dissolversi nel disdegno e la noia della stessa carta, non fossero gli scadenziari, quelle fortezze di cartone blu molto solido, bucati al centro da un lucernaio tondo, a evitare che un foglio inserito possa dissimularsi nell’oblio.
Due o tre volte al giorno, nel mezzo di tale culto, il corriere multicolore, radioso e bestia come un uccello delle isole, emesso fresco fresco dalle buste marcate di nero dal bacio delle poste, se ne viene dritto a posarsi davanti a me.
Ogni foglio estraneo allora viene adottato, affidato a una piccola colomba di casa nostra, che lo guida a destinazioni successive fino alla sua classificazione.
Alcuni bijoux servono a questi attaccamenti momentanei: angoli dorati, fermagli parigini, fibbie, attendono in ciotole la loro utilizzazione.
A poco a poco intanto, mentre l’ora avanza, il flusso sale nei cestini della carta. Quando sta per debordare è mezzogiorno: una stridente suoneria invita a sparire immediatamente da questo luogo. Riconosciamo che nessuno se lo fa dire due volte. Una perduta corsa si disputa sulle scale, dove i due sessi autorizzati a confondersi nella fuga, quando non lo erano all’entrata, si spingono e sgomitano a più non posso.
È a questo punto che i capiservizio prendono veramente coscienza della loro superiorità: “turba ruit oppure ruunt”; essi, ad andatura da preti, lasciando passare il galoppo di monaci e monachelli d’ogni ordine, visitano lentamente il loro dominio, circondati da privilegi di vetrate smerigliate, in un decoro ove le virtù imbalsamanti sono la boria il cattivo gusto e la delazione, - e raggiungendo il loro spogliatoio, dove non è raro si trovino guanti, canna, sciarpe di seta, si sbarazzano di colpo della loro smorfia caratteristica e si trasformano in veri uomini di mondo.






*




... macchine di solitudine



ph salsel, Porto Pigeuggio de Camuggi






IV. Raccoglimento


Mia debolezza, debolezza mia,
ma che devo fare con te?
Ho cinquant’anni e tremo
quando tuona, e sbaglio ancora posto
come quando sbagliai banco all’asilo.
Ho un corpo trapunto da graffe,
il sonno come un campo di macerie,
la forza che si sbriciola, la memoria in frantumi,
e in questo Grande Sfascio, l’unica cosa intatta resti tu,
mia ferita, mio Graal, codice a barre
di un estraneo che è leso,
che è fallato, che è costretto
a essere me.
Mia debolezza, talpa del nemico,
creaturina indifesa che mi rendi indifeso,
il solo, vero premio della morte
sarà saperti morta insieme a me,
mio motore,
mio orrore,
mia consustanziale sconfitta



VI. Il funerale laico



Ormai non è rimasto quasi niente,
né schiavi immolati, né balsami,
né roghi, né incenso, né prefiche.
Qualcuno parla, si applaude, il dolore
viene giù senza riparo:
un acquazzone all’aperto.
L’unico sacerdote è l’impresario
di queste funebrissime non-pompe.
Non c’è rimasto niente, appena il morto,
e solo con un morto, si fa poco.   
Abbiamo abbattuto le dighe
e il Niente è arrivato fin qua,
lambisce i fiori, circola fra i presenti,
certifica la nuda Verità.
Perciò mi è caro il funerale laico,
un senzatetto che ha come ridosso
o la Piramide o il Tempietto Egizio,
un rifugiato politico
cui danno asilo solo i Faraoni.
Io so il motivo: è per via del fiume.
Qui, tutti noi aspettiamo
sulle rive del Nihil.



VIII. Piccole stanze d'albergo



Piccole stanze d’albergo,
grandi macchine di solitudine.
Tagliato come un gambo dentro il vaso,
aspetto. Moquette. Avvolgibili.

Piccole macchine di grande solitudine,
là dove il celibato sposa l’alienazione
con me testimone alle nozze
fra la Mancanza e la Ripetizione.



*
Dei poeti della sua generazione (è nato nel 1957) Valerio Magrelli è uno dei pochissimi riconosciuti da tutte le voci critiche come una presenza. Inconfondibile è il suo stile, con uno specialismo linguistico deliziosamente manieristico: Magrelli muove dalle cose, le dissolve in lingua, lingua che a sua volta ritenta la costituzione, talvolta enigmistica, della cosa, il suo profilo. 
C’è una sorta, insomma, di ‘transustanziazione’ continua della cosa in lingua e viceversa in questa poesia. Nella sua ultima raccolta, Disturbi del sistema binario (2006), compariva la tagliola della doppiezza, l’inconoscibile doppiofondo di una creatura cara: variante della solita crepa, rottura, venatura che da sempre attraversa la levigatezza ipertecnica e consapevolissima della dizione magrelliana. Da quel varco, ecco che negli inediti si rifà strada, come ai tempi del notevolissimo Esercizi di tiptologia (1992), ma non più nella memoria bensì nel presente, il motivo del tormento genealogico, della costitutiva faglia di debolezza di una storia familiare-esistenziale, ora più chiaramente incline al sentimento di stanchezza, di turbamento. [...]

nota di Daniele Piccini




*

Magrelli sulla traduzione


Da ASCOLTO PLURALE

L’idea di poter tenere fede alla parola del testo, però, è profondamente ingenua. Infatti, la sua promessa non si rivolge a una semplice parola, bensì a un sistema di relazioni composto da parole. Per quanto possa sembrare ovvio, chiunque si ostini a parlare di fedeltà ad un testo, opera un’evidente ipostatizzazione, riducendo indebitamente la varietà a unità. Se l’idea di fedeltà comporta inestricabilmente quella di singolarità, come pensare d’essere fedeli a qualcosa che si definisce appunto sulla base della propria pluralità costitutiva, ossia di una molteplicità fondante e statutaria? Un testo letterario (tanto più se portato al suo massimo grado di codificazione, come nel caso della poesia) non è un oggetto statico, ma un processo dinamico, un concorso di spinte contrapposte, un insieme di forze in equilibrio. Questa, e nient’altro, è la dantesca "cosa per legame musaico armonizzata".

Ogni poesia si presenta come un nodo di informazioni sintattiche, lessicali, metriche, rimiche, retoriche, e così via. Anzi, per meglio dire, corrisponde a quel nodo e non ai vari capi che lo formano, nella stessa maniera in cui una treccia non preesiste al gesto che la serra, ma in quel gesto consiste. Di conseguenza, il traduttore potrà tutt’al più cercare d’essere "fedele" (posto che questo termine venga poi definito in modo più adeguato) a qualche singolo elemento, non certo al loro insieme. Se il sistema dei versi verrà correttamente considerato come un fascio di funzioni coordinate, nel passaggio da una lingua all’altra sarà già molto riuscire a riprodurne alcune. Qualora cercassi di mantenere l’impianto prosodico, per esempio, dovrei rinunciare a una perfetta aderenza rispetto all’apparato terminologico, e così via, dato che l’unico modo di mantenere immutate tutte le istanze presenti nell’originale consisterebbe nella tautologia ipotizzata da Borges nel suo Pierre Menard: tradurre un’opera nella sua stessa lingua.

A questo punto, la questione si ribalta: scegliere a cosa essere fedele significa, al contempo, decidere a cosa non esserlo. Dal che potremmo forse trarre la regola generale che recita: in ogni traduzione, la fedeltà ad un criterio compositivo implica sempre almeno un’infedeltà verso un altro. Ovvero, tradurre vuol dire riorganizzare il testo in base ad un ristretto numero di priorità.

Alla fine di questo percorso, la generica idea di fedeltà da cui avevamo preso le mosse si ripresenta piuttosto alterata. Nello sterminato campo gravitazionale del testo di partenza, il traduttore potrà infatti scegliere unicamente poche linee di forza cui attenersi. Il problema preliminare,quindi, non sarà tanto come tradurre, ma che cosa.

A mo’ di conclusione, vale forse la pena ricordare un brillante motto dell’abate Galiani. Il noto letterato tentò a lungo di tradurre il linguaggio dei gatti. La nostra citazione, tuttavia, non viene dalle testimonianze che egli ci lasciò a tale riguardo, bensì da una lettera contenente alcune osservazioni di natura politica. Siamo nell’orbita di quei Moralisti classici indagata da Giovanni Macchia, ed è appunto sulla scia di un pensiero votato alla dissimulazione e all’arte del buon governo di sé, che Galiani inserisce questa breve considerazione: "Nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si voltano sempre le spalle a qualche altro".

Ecco a che cosa portano le nostre "belle infedeli". Partiti da un’errata nozione totalizzante, approdiamo a una concezione del testo multipla e diversificata, centrata sulla necessità di precisare la sfera di adeguazione da privilegiare. L’immagine iniziale si è infranta definitivamente, il quadro metaforico è cambiato. La maliziosa ma rassicurante cornice di bienséances tracciata da Ménage, ha ormai lasciato il passo all’oculato controllo dei poteri raccomandato da Torquato Accetto o Baltasar Gracian. Di fronte alla brulicante ricchezza della pagina, il traduttore-cortigiano non potrà più illudersi di poter praticare una vaga, sommaria professione di fedeltà. Al contrario, nello scegliere a cosa porgere i propri omaggi, egli dovrà decidere, in maniera altrettanto irrevocabile, che cos’altro ignorare, offendere, ferire.

[…] non dobbiamo dimenticare che, come osservò magistralmente I. A. Richards, la traduzione "may very probably be the most complex type of event yet produced in the evolution of the cosmos".





Da VITTIME O TRADITORI?
Vecchie e nuove metafore del tradurre e del traduttore
di Loredana Polezzi
[…] Michel Serres in un bellissimo passo, «communiquer, c’est voyager, traduire, échanger: passer au site de l’Autre», ed Ermes è il dio dei messaggeri, dei mercanti, dei ladri, dei viaggiatori e dei traduttori (Hermès I: La communication; Parigi, Éditions de Minuit 1968). Nel corso dei secoli, il traduttore è stato spesso visto come esploratore, come scopritore e contrabbandiere di ricchezze lontane. Il traduttore come viaggiatore; il viaggiatore come traduttore. Entrambi sono ambigui, infidi, temuti ed invidiati per la loro natura ibrida, la loro posizione di intermediari sospesi tra diversi gruppi, diverse identità, diverse possibili alleanze. 



Francis Ponge tradotto e non




da Le parti pris des choses, 1942







Pluie


La pluie, dans la cour où je la regarde tomber, descend à des allures très diverses. Au centre c’est un fin rideau (ou rèseau) discontinu, une chute implacable mais relativement lente de gouttes probablement assez lègères, une prècipitation sempiternelle sans vigueur, une fraction intense du mètèore pur. A peu de distance des murs de droite et de gauche tombent avec plus de bruit des gouttes plus lourdes, individuèes. Ici elles semblent de la grosseur d’un grain de blè, là d’un pois, ailleurs presque d’une bille. Sur des tringles, sur les accudoirs de la fenetre la pluie court horizontalement tandis que sur la face infèrieure des memes obstacles elle se suspend en berlingots convexes. Selon la surface entière d’un petit toit de zinc que la regard surplombe elle ruisselle en nappe très mince, moirèe à cause de courrants très variès par les imperceptibles ondulations et bosses de la couverture. De la gouttière attenante où elle coule avec la contention d’un ruisseau creux sans grande pente, elle choit tout à coup en un filet parfaitement vertical, assez grossièrement tressè, jusqu’au sol où elle se brise et rejaillit en aiguillettes brillantes.

Chacun de ses formes a une allure particulière ; il y rèpond un bruit particulier. Le tout vit avec intensitè comme un mècanisme compliquè, aussi prècis que hazardeux, comme une horlogerie dont le ressort est la pesanteur d’une masse donnèe de vapeur en prècipitation.

La sonnerie au sol des filets verticaux, le glou-glou des gouttières, les minuscules coups de gong se multiplient et rèsonnent à la fois en un concert sans monotonie, non sans dèlicatesse.

Lorsque le ressort s’est dètendu, certains rouages quelque temps continuent à fonctionner, de plus en plusralentis, puis toute la machinerie s’arrete. Alors si le soleil reparait tout s’efface bientôt, le brillant appareil s’èvapore : il a plu.


Pioggia


La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è una tenda sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente assai leggere, una precipitazione sempiterna senza vigore, una frazione intensa di meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con più rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, là di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Lungo l’intera superficie di un piccolo tetto di zinco che lo sguardo vede giù a piombo, essa cola in strato molto sottile, marezzato dalle correnti variate secondo le impercettibili ondulazioni e bozzoli della copertura. Dall’attigua grondaia da cui scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza grande pendenza, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.

Ogni sua forma ha un’andatura particolare; le corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, tanto preciso quanto arrischiato, come un’orologeria la cui molla è il peso di una massa data di vapore in precipitazione.

La suoneria a terra dei fili verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong si moltiplicano e risuonano insieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.

Quando la molla si è distesa, certi ingranaggi continuano a funzionare per un po’, via via più lenti, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora se il sole riappare tutto si cancella subito, il brillante apparecchio evapora: è piovuto.



Traduzione di Valerio Magrelli:

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura.

A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore

gocce piú pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco

di grano, lí di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro,

sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'interna superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura.

Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe

e rimbalza in aghetti brillanti. Ogni sua forma ha un andamento particolare; a ognuna corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria la cui molla è il peso di una data massa di vapore in precipitazione. La suoneria a terra delle reti verticali, il glúglú delle grondaie, i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.

Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare per un po', sempre piú rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora, se il sole riappare tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.


La fin de l’automne


Tout l'automne à la fin n'est plus qu'une tisane froide. Les feuilles mortes de toutes essences macèrent dans la pluie. Pas de fermentation, de création d'alcool : il faut attendre jusqu'au printemps l'effet d'une application de compresses sur une jambe de bois. Le dépouillement se fait en désordre. Toutes les portes de la salle de scrutin s'ouvrent et se ferment, claquant violemment. Au panier, au panier! La Nature déchire ses manuscrits, démolit sa bibliothèque, gaule rageusement ses derniers fruits. Puis elle se lève brusquement de sa table de travail. Sa stature aussitôt paraît immense. Décoiffée, elle a la tête dans la brume. Les bras ballants, elle aspire avec délices le vent glacé qui lui rafraîchit les idées. Les jours sont courts, la nuit tombe vite, le comique perd ses droits. La terre dans les airs parmi les autres astres reprend son air sérieux. Sa partie éclairée est plus étroite, infiltrée de vallées d'ombre. Ses chaussures, comme celles d'un vagabond, s'imprègnent d'eau et font de la musique. Dans cette grenouillerie, cette amphibiguïté salubre, tout reprend forces, saute de pierre en pierre et change de pré. Les ruisseaux se multiplient. Voilà ce qui s'appelle un beau nettoyage, et qui ne respecte pas les conventions! Habillé comme nu, trempé jusqu'aux os. Et puis cela dure, ne sèche pas tout de suite. Trois mois de réflexion salutaire dans cet état; sans réaction vasculaire, sans peignoir ni gant de crin. Mais sa forte constitution y résiste. Aussi, lorsque les petits bourgeons recommencent à pointer, savent-ils ce qu'ils font et de quoi il retourne, — et s'ils se montrent avec précaution, gourds et rougeauds, c'est en connaissance de cause. Mais là commence une autre histoire, qui dépend peut-être mais n'a pas l'odeur de la règle noire qui va me servir à tirer mon trait sous celle-ci.


La fine dell’autunno


Tutto l’autunno alla fine non è più che una tisana fredda. Le foglie morte di ogni essenza macerano nella pioggia. Nessuna fermentazione, nessuna creazione di alcol: bisogna aspettare la primavera per l’effetto di un‘applicazione di compresse su una gamba di legno.

Lo spoglio si fa nel disordine. Tutte le porte della sala dello scrutinio si aprono e si chiudono sbattendo violentemente. Cestina, cestina! La Natura strappa i suoi manoscritti, demolisce la sua biblioteca, abbatte rabbiosamente i suoi ultimi frutti.

Poi si alza bruscamente dallo scrittoio. La sua statura subito sembra immensa. Spettinata, ha la testa nella bruma. Le braccia spenzolanti, aspira con delizia il vento ghiacciato che la rinfresca, le idee. I giorni sono brevi, la notte cade in fretta, il comico perde i suoi diritti.

La terra nell’aria fra gli altri astri riprende la sua aria seria. La parte illuminata è più stretta, infiltrata di valli d’ombra. Le sue scarpe, come quelle di un vagabondo, s’impregnano d’acqua e fanno della musica.

In quest’acquitrino, in quest’anfibiguità salubre, tutto riprende forza, salta di pietra in pietra e cambia di prato. I ruscelli si moltiplicano.

Ecco ciò che si chiama una bella pulizia, e che non rispetta le convenzioni! Vestiti come nudi, bagnati fino all’osso.

E poi questo dura, non secca tutto d’un tratto. Tre mesi di riflessione salutare in questo stato; senza reazione vascolare, senza accappatoio né guanto di crine. Ma la sua forte costituzione resiste.

Così quando ricominciano a spuntare le piccole gemme, esse sanno quel che fanno e di cosa trattasi, e se si mostrano con precauzione, intorpidite e arrossate, è con cognizione di causa.

Ma lì comincia un’altra storia, che dipende forse ma non ha lo stesso odore della riga nera che mi serve a tirare il tratto qui sotto.


Rhum des fougères

De sous les fougères et leurs belles fillettes ai-je la perspective du Brésil? Ni bois pour construction, ni stères d'allumettes : des espèces de feuilles entassées par terre qu'un vieux rhum mouille. En pousse, des tiges à pulsations brèves, des vierges prodiges sans tuteurs : une vaste saoulerie de palmes ayant perdu tout contrôle qui cachent deux tiers chacune du ciel.


Le more



Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta fuori dalle cose nè verso lo spirito, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.

*

Neri, rosa e kaki insieme sul grappolo, offrono più lo spettacolo di una famiglia burbera nelle sue diverse età, che una tentazione molto viva a raccoglierle.

Vista la sproporzione tra semi e polpa, gli uccelli le apprezzano poco, così poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

*

Ma il poeta nel corso della sua passeggiata professionale, ne prende a modello (la grana) a ragione: “Così dunque, lui si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore tanto fragile benché difeso da un arcigno intricarsi di rovi. Senza molte altre qualità, - more, perfettamente esse son more/mature – come anche questo poema è fatto.”



Traduzione di Valerio Magrelli:

Sui cespugli tipografici costituiti dalla poesia, su una

strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente,

certi frutti sono formati da un agglomerato di sfere

riempite da una goccia d'inchiostro.

Neri, rosa e cachi insieme sul grappolo, più che un allettante invito alla raccolta,

offrono lo spettacolo d'una

famiglia altera nelle sue diverse età.

Vista la sproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li

apprezzano poco, tanta poca cosa in fondo resta loro

quando dal becco all'ano ne sono attraversati.

Ma il poeta, nel corso della sua passeggiata professionale,

li prende giustamente a modello: «In questo modo dunque,

dice tra sé e sé, riescono in gran numero gli sforzi

pazienti di un fiore fragilissimo, per quanto difeso

da un arcigno intrico di rovi. Senza molte altre qualità — more,

perfettamente more sono, e mature — così come è fatta

anche questa poesia».


Le cageot


A mi-chemin de la cage au cachot la langue française a cageot, simple caissette à claire-voie vouée au transport de ces fruits qui de la moindre suffocation font à coup sûr une maladie.
Agencé de façon qu'au terme de son usage il puisse être brisé sans effort, il ne sert pas deux fois.
Ainsi dure-t-il moins encore que les denrées fondantes ou nuageuses qu'il enferme.
A tous les coins de rues qui aboutissent aux halles, il luit alors de l'éclat sans vanité du bois blanc. Tout neuf encore, et légèrement ahuri d'être dans une pose maladroite à la voirie jeté sans retour, cet objet est en somme des plus sympathiques - sur le sort duquel il convient toutefois de ne s'appesantir longuement.


L'huître

L'huître, de la grosseur d'un galet moyen, est d'une apparence plus rugueuse, d'une couleur moins unie, brillamment blanchâtre. C'est un monde opiniâtrement clos. Pourtant on peut l'ouvrir : il faut alors la tenir au creux d'un torchon, se servir d'un couteau ébréché et peu franc, s'y reprendre à plusieurs fois. Les doigts curieux s'y coupent, s'y cassent les ongles : c'est un travail grossier. Les coups qu'on lui porte marquent son enveloppe de ronds blancs, d'une sorte de halos.
A l'intérieur l'on trouve tout un monde, à boire et à manger : sous un firmament (à proprement parler) de nacre, les cieux d'en dessus s'affaissent sur les cieux d'en dessous, pour ne plus former qu'une mare, un sachet visqueux et verdâtre, qui flue et reflue à l'odeur et à la vue, frangé d'une dentelle noirâtre sur les bords.
Parfois très rare une formule perle à leur gosier de nacre, d'où l'on trouve aussitôt à s'orner.



Le pain


La surface du pain est merveilleuse d'abord à cause de cette impression quasi panoramique qu'elle donne : comme si l'on avait à sa disposition sous la main les Alpes, le Taurus ou la Cordillère des Andes. Ainsi donc une masse amorphe en train d'éructer fut glissée pour nous dans le four stellaire, où durcissant elle s'est façonnée en vallées, crêtes, ondulations, crevasses... Et tous ces plans dès lors si nettement articulés, ces dalles minces où la lumière avec application couche ses feux, — sans un regard pour la mollesse ignoble sous-jacente. Ce lâche et froid sous-sol que l'on nomme la mie a son tissu pareil à celui des éponges : feuilles ou fleurs y sont comme des sœurs siamoises soudées par tous les coudes à la fois. Lorsque le pain rassit ces fleurs fanent et se rétrécissent : elles se détachent alors les unes des autres, et la masse en devient friable... Mais brisons-la : car le pain doit être dans notre bouche moins objet de respect que de consommation.


Le cycle des saisons


Las de s'être contractés tout l'hiver les arbres tout à coup se flattent d'être dupes. Ils ne peuvent plus y tenir : ils lâchent leurs paroles, un flot, un vomissement de vert. Ils tâchent d'aboutir à une feuillaison complète de paroles. Tant pis! Cela s'ordonnera comme cela pourra! Mais, en réalité, cela s'ordonne! Aucune liberté dans la feuillaison... Ils lancent, du moins le croient-ils, n'importe quelles paroles, lancent des tiges pour y suspendre encore des paroles : nos troncs, pensent-ils, sont là pour tout assumer. Ils s'efforcent à se cacher, à se confondre les uns dans les autres. Ils croient pouvoir dire tout, recouvrir entièrement le monde de paroles variées : ils ne disent que « les arbres ». Incapables même de retenir les oiseaux qui repartent d'eux, alors qu'ils se réjouissaient d'avoir produit de si étranges fleurs. Toujours la même feuille, toujours le même mode de dépliement, et la même limite, toujours des feuilles symétriques à elles-mêmes, symétriquement suspendues ! Tente encore une feuille! — La même! Encore une autre! La même! Rien en somme ne saurait les arrêter que soudain cette remarque : « L'on ne sort pas des arbres par des moyens d'arbres. «Une nouvelle lassitude, et un nouveau retournement moral. «Laissons tout ça jaunir, et tomber. Vienne le taciturne état, le dépouillement, l'automne.»


Il ciclo delle stagioni

Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno gli alberi tutt’a un tratto si lusingano di essere ingannati. Non si possono più tenere. Mollano le loro parole, un fiotto, un vomito di verde. Cercano di arrivare a una fogliazione completa, di parole. Tanto peggio! Si ordinerà come potrà! Ma davvero essa si ordina! Nessuna libertà nella fogliazione…Lanciano, perlomeno lo credono, non importa quali parole, lanciano gambi per sospendervi ancora parole: i nostri tronchi, pensano, sono qua per assumersi tutto. Si sforzano di celarsi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dir tutto, di poter ricoprire interamente il mondo di parole variate. Non dicono che “gli alberi”.

Incapaci perfino di trattenere gli uccelli che si partono da loro mentre si rallegravano già di aver prodotto sì strani fiori. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a sé stesse simmetricamente sospese! Tenta ancora una foglia! –La stessa! Ancora una! –La stessa. Niente potrebbe fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi d’alberi”. Una nuova stanchezza, e un nuovo ripiegamento morale. “Lasciamo ingiallire tutto, e cadere. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l' AUTUNNO”.


Le mollusque


Le mollusque est un être - presque une - qualité. Il n'a pas besoin de charpente mais seulement d'un rempart, quelque chose comme la couleur dans le tube. La nature renonce ici à la présentation du plasma en forme. Elle montre seulement qu'elle y tient en l'abritant soigneusement, dans un écrin dont la face intérieure est la plus belle. Ce n'est donc pas un simple crachat, mais une réalité des plus précieuses. Le mollusque est doué d'une énergie puissante à se renfermer. Ce n'est à vrai dire qu'un muscle, un gond, un blount et sa porte. Le blount ayant sécrété la porte. Deux portes légèrement concaves constituent sa demeure entière. Première et dernière demeure. Il y loge jusqu'après sa mort. Rien à faire pour l'en tirer vivant. La moindre cellule du corps de l'homme tient ainsi, et avec cette force, à la parole, — et réciproquement. Mais parfois un autre être vient violer ce tombeau, lorsqu'il est bien fait, et s'y fixer à la place du constructeur défunt. C'est le cas du pagure.


Escargots


Au contraire des escarbilles qui sont les hôtes des cendres chaudes, les escargots aiment la terre humide. Go on, ils avancent collés à elle de tout leur corps. Ils en emportent, ils en mangent, ils en excrémentent. Elle les traverse. Ils la traversent. C'est une interpénétration du meilleur goût parce que pour ainsi dire ton sur ton — avec un élément passif, un élément actif, le passif baignant à la fois et nourrissant l'actif — qui se déplace en même temps qu'il mange. (Il y a autre chose à dire des escargots. D'abord leur propre humidité. Leur sang froid. Leur extensibilité.) A remarquer d'ailleurs que l'on ne conçoit pas un escargot sorti de sa coquille et ne se mouvant pas. Dès qu'il repose, il rentre aussitôt au fond de lui-même. Au contraire sa pudeur l'oblige à se mouvoir dès qu'il montre sa nudité, qu'il livre sa forme vulnérable. Dès qu'il s'expose, il marche. Pendant les époques sèches ils se retirent dans les fossés où il semble d'ailleurs que la présence de leur corps contribue à maintenir de l'humidité. Sans doute y voisinent-ils avec d'autres sortes de bêtes à sang froid, crapauds, grenouilles. Mais lorsqu'ils en sortent ce n'est pas du même pas. Us ont plus de mérite à s'y rendre car beaucoup plus de peine à en sortir. A noter d'ailleurs que s'ils aiment la terre humide, ils n'affectionnent pas les endroits où la proportion dévie-1 en faveur de l'eau, comme les marais, ou les ctangs. Et certainement ils préfèrent la terre ferme, mais à condition qu'elle soit grasse et humide. Ils sont friands aussi des légumes et des plantes aux feuilles vertes et chargées d'eau. Ils savent s'en nourrir en laissant seulement les nervures, et découpant le plus tendre. Ils sont par exemple les fléaux des salades. Que sont-ils au fond des fosses? Des êtres qui les affectionnent pour certaines de leurs qualités, mais qui ont l'intention d'en sortir. Ils en sont un élément constitutif mais vagabond. Et d'ailleurs là aussi bien qu'au plein jour des allées fermes leur coquille préserve leur quant-à-soi. Certainement c'est parfois une gêne d'emporter partout avec soi cette coquille mais ils ne s'en plaignent pas et finalement ils en sont bien contents. II est précieux, où que l'on se trouve, de pouvoir rentrer chez soi et défier les importuns. Cela valait bien la peine. Us bavent d'orgueil de cette faculté, de cette commodité. Comment se peut-il que je sois un être si sensible et si vulnérable, et à la fois si à l'abri des assauts des importuns, si possédant son bonheur et sa tranquillité. D'où ce merveilleux port de tête. A la fois si collé au sol, si touchant et si lent, si progressif et si capable de me décoller du sol pour rentrer en moi-même et alors après moi le déluge, un coup de pied peut me faire rouler n'importe où. Je suis bien sûr de me rétablir sur pied et de recoller nu sol où le sort m'aura relégué et d'y trouver ma pâture : la terre, le plus commun des aliments. Quel bonheur, quelle joie donc d'être un. escargot. Mais cette bave d'orgueil ils en imposent la marque à tout ce qu'ils touchent. Un sillage argenté les suit. Et peut-être les signale au bec des volatiles qui en sont friands. Voilà le hic, la question, être ou ne pas être (des vaniteux), le danger. Seul, évidemment l'escargot est bien seul. Il n'a pas beaucoup d'amis. Mais il n'en a pas besoin pour son bonheur. U colle si bien à la nature, il en jouit si parfaitement de si près, il est l'ami du sol qu'il baise de tout son corps, et des feuilles, et du ciel vers quoi il lève si fièrement la tête, avec ses globes d'yeux si sensibles; noblesse, lenteur, sagesse, orgueil, vanité, fierté. Et ne disons pas qu'il ressemble en ceci au pourceau. Non il n'a pas ces petits pieds mesquins, ce trottine-ment inquiet. Cette nécessité, cette honte de fuir tout d'une pièce. Plus de résistance, et plus de stoïcisme. Plus de méthode, plus de fierté et sans doute moins de goinfrerie, — moins de caprice; laissant cette nourriture pour se jeter sur une autre, moins d'affolement et de précipitation dans la goinfrerie, moins de peur de laisser perdre quelque chose. Rien n'est beau comme cette façon d'avancer si lente et si sûre et si discrète, au prix de quels efforts ce glissement parfait dont ils honorent la terre! Tout comme un long navire, au sillage argenté. Cette façon de procéder est majestueuse, surtout si l'on tient compte encore une fois de cette vulnérabilité, de ces globes d'yeux si sensibles. La colère des escargots est-elle perceptible? Y en a-t-il des exemples? Comme elle est sans aucun geste, sans doute se manifeste-t-elle seulement par une sécrétion de bave plus floculente et plus rapide. Cette bave d'orgueil. L'on voit ici que l'expression de leur colère est la même que celle de leur orgueil. Ainsi se rassurent-ils et en imposent-ils au monde d'une façon plus riche, argentée. L'expression de leur colère, comme de leur orgueil, devient brillante en séchant. Mais aussi elle constitue leur trace et les désigne au ravisseur (au prédateur). De plus elle est éphémère et ne dure que jusqu'à la prochaine pluie. Ainsi en est-il de tous ceux qui s'expriment d'une façon entièrement subjective sans repentir, et par traces seulement, sans souci de construire et de former leur expression comme une demeure solide, à plusieurs dimensions. Plus durable qu'eux-mêmes. Mais sans doute eux, n'éprouvent-ils pas ce besoin. Ce sont plutôt des héros, c'est-à-dire des êtres dont l'existence même est œuvre d'art, — que des artistes, c'est-à-dire des fabricants d'œuvres d'art. Mais c'est ici que je touche à l'un des points principaux de leur leçon, qui d'ailleurs ne leur est pas particulière mais qu'ils possèdent en commun avec tous les êtres à coquilles : cette coquille, partie de leur être, est en même temps œuvre d'art, monument. Elle, demeuie plus longtemps qu'eux. Et voilà l'exemple qu'ils nous donnent. Saints, ils font œuvre d'art de leur vie, — œuvre d'art de leur perfectionnement. Leur sécrétion même se produit de telle manière qu'elle se met en forme. Rien d'extérieur à eux, à leur nécessité, à leur besoin n'est leur œuvre. Rien de disproportionné — d'autre part - - à leur être physique. Rien qui ne lui soit nécessaire, obligatoire. Ainsi tracent-ils aux hommes leur devoir. Les grandes pensées viennent du cœur. Perfectionne-toi moralement et tu feras de beaux vers. La morale et la rhétorique se rejoignent dans l'ambition et le désir du sage. Mais saints en quoi : en obéissant précisément à leur nature. Connais-toi donc d'abord toi-même. Et accepte-toi tel que tu es. En accord avec tes vices. En proportion avec ta mesure. Mais quelle est la notion propre d« l'homme : la parole et la morale. L'humanisme.


Le papillon


Lorsque le sucre élaboré dans les tiges surgit au fond des fleurs, comme des tasses mal lavées, — un grand effort se produit par terre d'où les papillons tout à coup prennent leur vol. Mais comme chaque chenille eut la tête aveuglée et laissée noire, et le torse amaigri par la véritable explosion d'où les ailes symétriques flambèrent, dès lors le papillon erratique ne se pose plus qu'au hasard de sa course, ou tout comme. Allumette volante, sa flamme n'est pas contagieuse. Et d'ailleurs, il arrive trop tard et ne peut que constater les fleurs écloses. N'importe : se conduisant en lampiste, il vérifie la provision d'huile de chacune. Il pose au sommet des fleurs la guenille atrophiée qu'il emporte et venge ainsi sa longue humiliation amorphe de chenille au pied des tiges. Minuscule voilier des airs maltraité par le vent en pétale superfétatoire, il vagabonde au jardin.


R. C. Seine N°

C'est par un escalier de bois jamais ciré depuis trente ans, dans la poussière des mégots jetés à la porte, au milieu d'un peloton de petits employés à la fois mesquins et sauvages, en chapeau melon, leur valise à soupe à la main, que deux fois par jour commence notre asphyxie. Un jour réticent règne à l'intérieur de ce colimaçon délabré, où flotte en suspension la râpure du bois beige. Au bruit des souliers hissés par la fatigue d'une marche à l'autre, selon un axe crasseux, nous approchons à une allure de grains de café de l'engrenage broyeur. Chacun croit qu'il se meut à l'état libre, parce qu'une oppression extrêmement simple l'oblige, qui ne diffère pas beaucoup de la pesanteur : du fond des cieux la main de la misère tourne le moulin. * L'issue, à la vérité, n'est pas pour notre forme si dangereuse. Cette porte qu'il faut passer n'a qu'un seul gong de chair de la grandeur d'un homme, le surveillant qui l'obstrue à moitié : plutôt que d'un engrenage, il s'agit ici d'un sphincter. Chacun en est aussitôt expulsé, honteusement sain et sauf, fort déprimé pourtant, par des boyaux lubrifiés à la cire, au fly-tox, à la lumière électrique. Brusquement séparés par de longs intervalles, l'on se trouve alors, dans une atmosphère entêtante d'hôpital à durée de cure indéfinie pour l'entretien des bourses plates, filant à toute vitesse à travers une sorte de monastère-patinoire dont les nombreux canaux se coupent à angles droits, — où l'uniforme est le veston râpé. * Bientôt après, dans chaque service, avec un bruit terrible, les armoires à rideaux de fer s'ouvrent, — d'où les dossiers, comme d'affreux oiseaux-fossiles familiers, dénichés de leurs strates, descendent lourdement se poser sur les tables où ils s'ébrouent. Une étude macabre commence. 0 analphabétisme commercial, au bruit des machines sacrées c'est alors la longue, la sempiternelle célébration de ton culte qu'il faut servir. Tout s'inscrit à mesure sur des imprimés à plusieurs doubles, où la parole reproduite en mauves de plus en plus pâles finirait sans doute par se dissoudre dans le dédain et l'ennui même du papier, n'étaient les échéanciers, ces forteresses de carton bleu très solide, troués au centre d'une lucarne ronde afin qu'aucune feuille insérée ne s'y dissimule dans l'oubli. Deux ou trois fois par jour, au milieu de ce culte, le courrier multicolore, radieux et bête comme un oiseau des îles, tout frais émoulu des enveloppes marquées de noir par le baiser de la poste, vient tout de go se poser devant moi. Chaque feuille étrangère est alors adoptée, confiée à une petite colombe de chez nous, qui la guide à des destinations successives jusqu'à son classement. Certains bijoux servent à ces attelages momentanés : coins dorés, attaches parisiennes, trombones attendent dans des sébiles leur utilisation. * Peu à peu cependant, tandis que l'heure tourne, le flot monte dans les corbeilles à papier. Lorsqu'il va déborder, il est midi : une sonnerie stridente invite à disparaître instantanément de ces lieux. Reconnaissons que personne ne se le fait dire deux fois. Une course éperdue se dispute dans les escaliers, où les deux sexes autorisés à se confondre dans la fuite alors qu'ils ne l'étaient pas pour l'entrée, se choquent et se bousculent à qui mieux mieux. C'est alors que les chefs de service prennent vraiment conscience de leur supériorité : « Turba ruit ou ruunt »; eux, à une allure de prêtres, laissant passer le galop des moines et moinillons de tous ordres, visitent lentement leur domaine, entouré par privilège de vitrages dépolis, dans un décor où les vertus embaumantes sont la morgue, le mauvais goût et la délation, — et parvenant à leur vestiaire, où il n'est pas rare que se trouvent des gants, une canne, une écharpe de soie, ils se défroquent tout à coup de leur grimace caractéristique et se transforment en véritables hommes du monde.



E’ da una scala in legno mai tirata a cera da trent’anni, nella polvere delle cicche gettate sulla porta, nel mezzo di un plotone di piccoli impiegati meschini e selvaggi allo stesso tempo, in bombetta, la loro valigia da zuppa in mano, che due volte al giorno inizia la nostra asfissia.

Una luce reticente regna all’interno di quella scalcinata chiocciola, dove fluttua in sospensione la raspatura del legno grezzo. Al rumore delle calzature issate faticosamente da un gradino all’altro, intorno a un sudicio asse, ci avviciniamo ad un’andatura da chicchi di caffè all’ingranaggio stritolatore.

Ognuno crede di muoversi allo stato libero, perché un’oppressione estremamente semplice lo obbliga, la quale non differisce molto dalla gravità: dal fondo dei cieli la mano della miseria gira il macinino.

L’uscita, per la verità, non è per la nostra forma poi tanto pericolosa. Questa porta che dobbiamo attraversare non ha che un solo cardine di carne della grandezza di un uomo, il sorvegliante che l’ostruisce per metà: piuttosto che di un ingranaggio, si tratta qui di uno sfintere. Ciascuno ne è subito espulso, vergognosamente sano e salvo, tuttavia molto depresso, tramite budella lubrificate a cera, con fly-tox, con la luce elettrica. Improvvisamente separati da lunghi intervalli, ci si trova allora in un’atmosfera che dà alla testa, da ospedale, a durata indefinita delle cure, per il dover trattenere le piatte borse, a filare a tutta velocità attraverso una sorta di monastero-pattinaggio dove i numerosi canali si tagliano ad angolo retto, - e l’uniforme è la giacca logora.

Subito dopo, in ogni reparto, con un rumore terribile, gli armadi dalle cerniere di ferro, - da cui i dossiers, come orribili uccelli-fossili familiari, snidati dai loro strati, scendono pesantemente a posarsi sui tavoli dove si scuotono. Uno studio macabro comincia. O analfabetismo commerciale, al rumore delle sacre macchine, ha luogo ora la lunga sempiterna celebrazione del tuo culto che si deve servire.

Tutto s’inscrive a misura su stampati in diverse copie, dove la parola riprodotta in color malva sempre più pallido finirà indubbiamente per dissolversi nel disdegno e la noia della stessa carta, non fossero gli scadenziari, quelle fortezze di cartone blu molto solido, bucati al centro da un lucernaio tondo, a evitare che un foglio inserito possa dissimularsi nell’oblio.

Due o tre volte al giorno, nel mezzo di tale culto, il corriere multicolore, radioso e bestia come un uccello delle isole, emesso fresco fresco dalle buste marcate di nero dal bacio delle poste, se ne viene dritto a posarsi davanti a me.

Ogni foglio estraneo allora viene adottato, affidato a una piccola colomba di casa nostra, che lo guida a destinazioni successive fino alla sua classificazione.

Alcuni bijoux servono a questi attaccamenti momentanei: angoli dorati, fermagli parigini, fibbie, attendono in ciotole la loro utilizzazione.

A poco a poco intanto, mentre l’ora avanza, il flusso sale nei cestini della carta. Quando sta per debordare è mezzogiorno: una stridente suoneria invita a sparire immediatamente da questo luogo. Riconosciamo che nessuno se lo fa dire due volte. Una perduta corsa si disputa sulle scale, dove i due sessi autorizzati a confondersi nella fuga, quando non lo erano all’entrata, si spingono e sgomitano a più non posso.

È a questo punto che i capiservizio prendono veramente coscienza della loro superiorità: “turba ruit oppure ruunt”; essi, ad andatura da preti, lasciando passare il galoppo di monaci e monachelli d’ogni ordine, visitano lentamente il loro dominio, circondati da privilegi di vetrate smerigliate, in un decoro ove le virtù imbalsamanti sono la boria il cattivo gusto e la delazione, - e raggiungendo il loro spogliatoio, dove non è raro si trovino guanti, canna, sciarpe di seta, si sbarazzano di colpo della loro smorfia caratteristica e si trasformano in veri uomini di mondo.


Le Restaurant Lemeunier rue de la Chaussée d'Antin


Rien de plus émouvant que le spectacle que donne, dans cet immense Restaurant Lemeunier, rue de la Chaussée d'Antin, la foule des employés et des vendeuses qui y déjeunent à midi. La lumière et la musique y sont dispensées avec une prodigalité qui fait rêver. Des glaces biseautées, des dorures partout. L'on y entre à travers des plantes vertes par un passage plus sombre aux parois duquel quelques dîneurs déjà à l'étroit sont installés, et qui débouche dans une salle aux proportions énormes, à plusieurs balcons de pitchpin formant un seul étage en huit, où vous accueillent à la fois des bouffées d'odeurs tièdes, le tapage des fourchettes et des assiettes choquées, les appels des serveuses et le bruit des conversations. C'est une grande composition digne du Véronèse pour l'ambition et le volume, mais qu'il faudrait peindre tout entière dans l'esprit du fameux Bar de Manet. Les personnages dominants y sont sans contredit d'abord le groupe des musiciens au nœud du huit, puis les caissières assises en surélévation derrière leurs banques, d'où leurs corsages clairs et obligatoirement gonflés tout entiers émergent, enfin de pitoyables caricatures de maîtres d'hôtel circulant avec une relative lenteur, mais obligés parfois à mettre la main à la pâte avec la même précipitation que les serveuses, non par l'impatience des dîneurs (peu habitués à l'exigence) mais par la fébrilité d'un zèle professionnel aiguillonné par le sentiment de l'incertitude des situations dans l'état actuel de l'offre et de la demande sur le marché du travail. O monde des fadeurs et des fadaises, tu atteins ici à ta perfection! Toute une jeunesse inconsciente y singe quotidiennement cette frivolité tapageuse que les bourgeois se permettent huit ou dix fois par an, quand le père banquier ou la mère kleptomane ont réalisé quelque bénéfice supplémentaire vraiment inattendu, et veulent comme il faut étonner leurs voisins. Cérémonieusement attifés, comme leurs parents à la campagne ne se montrent que le dimanche, les jeunes employés et leurs compagnes s'y plongent avec délices, en toute bonne foi chaque jour. Chacun tient à son assiette comme le bernard-l'hermite à sa coquille, tandis que le flot copieux de quelque valse viennoise dont la rumeur domine le cliquetis des valves de faïence, remue les estomacs et les cœurs. Comme dans une grotte merveilleuse, je les vois tous parler et rire mais ne les entends pas. Jeune vendeur, c'est ici, au milieu de la foule de tes semblables, que tu dois parler à ta camarade et découvrir ton propre cœur. 0 confidence, c'est ici que tu seras échangée! Des entremets à plusieurs étages crémeux hardiment superposés, servis dans des cupules d'un métal mystérieux, hautes de pied mais rapidement lavées et malheureusement toujours tièdes, permettent aux consommateurs qui choisirent qu'on les disposât devant eux, de manifester mieux que par d'autres signes les sentiments profonds qui les animent. Chez l'un, c'est l'enthousiasme que lui procure la présence à ses " côtés d'une dactylo magnifiquement ondulée, pour laquelle il n'hésiterait pas à commettre mille autres coûteuses folies du même genre; chez l'autre, c'est le souci d'étaler une frugalité de bon ton (il n'a pris auparavant qu'un léger hors-d'œuvre) conjuguée avec un goût prometteur des friandises; chez quelques-uns c'est ainsi que se montre un dégoût aristocratique de tout ce qui dans ce monde ne participe pas tant soit peu de la féerie; d'autres enfin, par la façon dont ils dégustent, révèlent une âme noble et blasée, et une grande habitude et satiété du luxe. Par milliers cependant les miettes blondes et de grandes imprégnations roses sont en même temps apparues sur le linge épars ou tendu. Un peu plus tard, les briquets se saisissent du premier rôle; selon le dispositif qui actionne la molette ou la façon dont ils sont maniés. Tandis qu'élevant les bras dans un mouvement qui découvre à leurs aisselles leur façon personnelle d'arborer les cocardes de la transpiration, les femmes se recoiffent ou jouent du tube de fard. C'est l'heure où, dans un brouhaha recrudescent de chaises repoussées, de torchons claquants, de croûtons écrasés, va s'accomplir le dernier rite de la singulière cérémonie. Successivement, de chacun de leurs hôtes, les serveuses, dont un carnet habite la poche et les cheveux un petit crayon, rapprochent leurs ventres serrés d'une façon si touchante par les cordons du tablier : elles se livrent de mémoire à une rapide estimation. C'est alors que la vanité est punie et la modestie récompensée. Pièces et billets bleus s'échangent sur les tables : il semble que chacun retire son épingle du jeu. Fomenté cependant par les filles de salle au cours des derniers services du repas du soir, peu à peu se propage et à huis clos s'achève un soulèvement général du mobilier, à la faveur duquel les besognes humides du nettoyage sont aussitôt entreprises et sans embarras terminées. C'est alors seulement que les travailleuses, une à une soupesant quelques sous qui tintent au fond de leur poche, avec la pensée qui regonfle dans leur cœur de quelque enfant en nourrice à la campagne ou en garde chez des voisins, abandonnent avec indifférence ces lieux éteints, tandis que du trottoir d'en face l'homme qui les attend n'aperçoit plus qu'une vaste ménagerie de chaises et de tables, l'oreille haute, les unes pardessus les autres dressées à contempler avec hébétude et passion la rue déserte.


Végétation


La pluie ne forme pas les seuls traits d'union entre le sol et les cieux : il en existe d'une autre sorte, moins intermittents et beaucoup mieux tramés, dont le vent si fort qu'il l'agite n'emporte pas le tissu. S'il réussit parfois dans une certaine saison à en détacher peu de choses, qu'il s'efforce alors de réduire dans son tourbillon, l'on s'aperçoit à la fin du compte qu'il n'a rien dissipé du tout. A y regarder de plus près, l'on se trouve alors à l'une des mille portes d'un immense laboratoire, hérissé d'appareils hydrauliques multiformes, tous beaucoup plus compliqués que les simples colonnes de la pluie et doués d'une originale perfection : tous à la fois cornues, filtres, siphons, alambics. Ce sont ces appareils que la pluie rencontre justement d'abord, avant d'atteindre le sol. Ils la reçoivent dans une quantité de petits bols, disposés en foule à tous les niveaux d'une plus ou moins grande profondeur, et qui se déversent les uns dans les autres jusqu'à ceux du degré le plus bas, par qui la terre enfin est directement ramoitie. Ainsi ralentissent-ils l'ondée à leur façon, et en gardent-ils longtemps l'humeur et le bénéfice au sol après la disparition du météore. A eux seuls appartient le pouvoir de faire briller au soleil les formes de la pluie, autrement dit d'exposer sous le point de vue de la joie les raisons aussi religieusement admises, qu'elles furent par la tristesse précipitamment formulées. Curieuse occupation, énigmatiques caractères. Ils grandissent en stature à mesure que la pluie tombe; mais avec plus de régularité, plus de discrétion; et, par une sorte de force acquise, même alors qu'elle ne tombe plus. Enfin, l'on retrouve encore de l'eau dans certaines ampoules qu'ils forment et qu'ils portent avec une rougissante affectation, que l'on appelle leurs fruits. Telle est, semble-t-il, la fonction physique de cette espèce de tapisserie à trois dimensions à laquelle on a donné le nom de végétation pour d'autres caractères qu'elle présente et en particulier pour la sorte de vie qui l'anime... Mais j'ai voulu d'abord insister sur ce point : bien que la faculté de réaliser leur propre synthèse et de se produire sans qu'on les en prie (voire entre les pavés de la Sorbonne), apparente les appareils végétatifs aux animaux, c'est-à-dire à toutes sortes de vagabonds, néanmoins en beaucoup d'endroits à demeure ils forment un tissu, et ce tissu appartient au monde comme l'une de ses assises.




Le galet



Le galet n'est pas une chose facile à bien définir. Si l'on se contente d'une simple description l'on peut dire d'abord que c'est une forme ou un état de la pierre entre le rocher et le caillou. Mais ce propos déjà implique de la pierre une notion qui doit être justifiée. Qu'on ne me reproche pas en cette matière de remonter plus loin même que le déluge. Tous les rocs sont issus par scissiparité d'un même aïeul énorme. De ce corps fabuleux l'on ne peut dire qu'une chose, savoir que hors des limbes il n'a point tenu debout. La raison ne l'atteint qu'amorphe et répandu parmi les bonds pâteux de l'agonie. Elle s'éveille pour le baptême d'un héros de la grandeur du monde, et découvre le pétrin affreux d'un lit de mort. Que le lecteur ici ne passe pas trop vite, mais qu'il admire plutôt, au lieu d'expressions si épaisses et si funèbres, la grandeur et la gloire d'une vérité qui a pu tant soi peu se les rendre transparentes et n'en paraître pas tout à fait obscurcie. Ainsi, sur une planète déjà terne et froide, brille à présent le soleil. Aucun satellite de flammes à son égard ne trompe plus. Toute la gloire et toute l'existence, tout ce qui fait voir et tout ce qui fait vivre, la source de toute apparence objective s'est retirée à lui. Les héros issus de lui qui gravitaient dans son entourage se sont volontairement éclipsés. Mais pour que la vérité dont ils abdiquent la gloire — au profit de sa source même — conserve un public et des objets, morts ou sur le point de l'être, ils n'en continuent pas moins autour d'elle leur ronde, leur service de spectateurs. L'on conçoit qu'un pareil sacrifice, l'expulsion de la vie hors de natures autrefois si glorieuses et si ardentes, ne soit pas allé sans de dramatiques bouleversements intérieurs. Voilà l'origine du gris chaos de la Terre, notre humble et magnifique séjour. Ainsi, après une période de torsions et de plis pareils à ceux d'un corps qui s'agite en dormant sous les couvertures, notre héros, maté (par sa conscience) comme par une monstrueuse camisole de force, n'a plus connu que des explosions intimes, de plus en plus rares, d'un effet brisant sur une enveloppe de plus en plus lourde et froide. Lui mort et elle chaotique sont aujourd'hui confondus. De ce corps une fois pour toutes ayant perdu avec la faculté de s'émouvoir celle de se refondre en une personne entière, l'histoire depuis la lente catastrophe du refroidissement ne sera plus que celle d'une perpétuelle désagrégation. Mais c'est à ce moment qu'il advient d'autres choses : la grandeur morte, la vie fait voir aussitôt qu'elle n'a rien de commun avec elle. Aussitôt, à mille ressources. Telle est aujourd'hui l'apparence du globe. Le cadavre en tronçons de l'être de la grandeur du monde ne fait plus que servir de décor à la vie de millions d'êtres infiniment plus petits et plus éphémères que lui. Leur foule est par endroits si dense qu'elle dissimule entièrement l'ossature sacrée qui leur servit naguère d'unique support. Et ce n'est qu'une infinité de leurs cadavres qui réussissant depuis lors à imiter la consistance de la pierre, par ce qu'on appelle la terre végétale, leur permet depuis quelques jours de se reproduire sans rien devoir au roc. Par ailleurs l'élément liquide, d'une origine peut-être aussi ancienne que celui dont je traite ici, s'étant assemblé sur de plus ou moins grandes étendues, le recouvre, s'y frotte, et par des coups répétés active son érosion. Je décrirai donc quelques-unes des formes que la pierre actuellement éparse et humiliée par le monde montre à nos yeux. Les plus gros fragments, dalles à peu près invisibles sous les végétations entrelacées qui s'y agrippent autant par religion que pour d'autres motifs, constituent l'ossature du globe. Ce sont là de véritables temples : non point des constructions élevées arbitrairement au-dessus du sol mais les restes impassibles de l'antique héros qui fut naguère véritablement au monde. Engagé à l'imagination de grandes choses parmi l'ombre et le parfum des forêts qui recouvrent parfois ces blocs mystérieux, l'homme par l'esprit seul suppose là-dessous leur continuité. Dans les mêmes endroits, de nombreux blocs plus petits attirent son attention. Parsemées sous bois par le Temps, d'inégales boules de mie de pierre, pétries par les doigts sales de ce dieu. Depuis l'explosion de leur énorme aïeul, et de leur trajectoire aux cieux abattus sans ressort, les rochers se sont tus. Envahis et fracturés par la germination, comme un homme qui ne se rase plus, creusés et comblés par la terre meuble, aucun d'eux devenus incapables d'aucune réaction ne pipe plus mot. Leurs figures, leurs corps se fendillent. Dans les rides de l'expérience la naïveté s'approche et s'installe. Les roses s'assoient sur leurs genoux gris, et elles font contre eux leur naïve diatribe. Eux les admettent. Eux, dont jadis la grêle désastreuse éclaircit les forêts, et dont la durée est éternelle dans la stupeur et la résignation. Ils rient de voir autour d'eux suscitées et condamnées tant de générations de fleurs, d'une carnation d'ailleurs quoi qu'on dise à peine plus vivante que la leur, et d'un rose aussi pâle et aussi fané que leur gris. Ils pensent (comme des statues sans se donner la peine de le dire) que ces teintes sont empruntées aux lueurs des cieux au soleil couchant, lueurs elles-mêmes par les cieux essayées tous les soirs en mémoire d'un incendie bien plus éclatant, lors de ce fameux cataclysme à l'occasion duquel projetés violemment dans les airs, ils connurent une heure de liberté magnifique terminée par ce formidable atterrement. Non loin de là, la mer aux genoux rocheux des géants spectateurs sur ses bords des efforts écumants de leurs femmes abattues, sans cesse arrache des blocs qu'elle garde, étreint, balance, dorlote, ressasse, malaxe, flatte et polit dans ses bras contre son corps ou abandonne dans un coin de sa bouche comme une dragée, puis ressort de sa bouche, et dépose sur un bord hospitalier en pente douce parmi un troupeau déjà nombreux à sa portée, en vue de l'y reprendre bientôt pour s'en occuper plus affectueusement, passionnément encore. Cependant le vent souffle. Il fait voler le sable. Et si l'une de ces particules, forme dernière et la plus infime de l'objet qui nous occupe, arrive à s'introduire réellement dans nos yeux, c'est ainsi que la pierre, par la façon d'éblouir qui lui est particulière, punit et termine notre contemplation. La nature nous ferme ainsi les yeux quand le moment vient d'interroger vers l'intérieur de la mémoire si les renseignements qu'une longue contemplation y a accumulés ne l'auraient pas déjà fournie de quelques principes. A l'esprit en mal de notions qui s'est d'abord nourri de telles apparences, à propos de la pierre la nature apparaîtra enfin, sous un jour peut-être trop simple, comme mie montre dont le principe est fait de roues qui tournent à de très inégales vitesses, quoiqu'elles soient agies par un unique moteur. Les végétaux, les animaux, les vapeurs et les liquides, à mourir et à renaître tournent d'une façon plus ou moins rapide. La grande roue de la pierre nous paraît pratiquement immobile, et, même théoriquement, nous ne pouvons concevoir qu'une partie de la phase de sa très lente désagrégation. Si bien que contrairement à l'opinion commune qui fait d'elle aux yeux des hommes un symbole de la durée et de l'impassibilité, l'on peut dire qu'en fait la pierre ne se reformant pas dans la nature, elle est en réalité la seule chose qui y meure constamment. En sorte que lorsque la vie, par la bouche des êtres qui en reçoivent successivement et pour une assez courte période le dépôt, laisse croire qu'elle envie la solidité indestructible du décor qu'elle habite, en réalité elle assiste à la désagrégation continue de ce décor. Et voici l'unité d'action qui lui paraît dramatique : elle pense confusément que son support peut un jour lui faillir, alors qu'elle-même se sent éternellement res-suscitable. Dans un décor qui a renoncé à s'émouvoir, et songe seulement à tomber en ruines, la vie s'inquiète et s'agite de ne savoir que ressusciter. Il est vrai que la pierre elle-même se montre parfois agitée. C'est dans ses derniers états, alors que galets, graviers, sable, poussière, elle n'est plus capable de jouer son rôle de contenant ou de support des choses animées. Désemparée du bloc fondamental elle roule, elle vole, elle réclame une place à la surface, et toute vie alors recule loin des mornes étendues où tour à tour la disperse et la rassemble la frénésie du désespoir. Je noterai enfin, comme un principe très important, que toutes les formes de la pierre, qui représentent toutes quelque état de son évolution, existent simultanément au monde. Ici point de générations, point de races disparue». Les Temples, les Demi-Dieux, les Merveilles, les Mammouths, les Héros, les Aïeux voisinent chaque jour avec les petits-fils. Chaque homme peut toucher en chair et en os tous les possibles de ce monde dans son jardin. Point de conception : tout existe; ou plutôt, comme au paradis, toute la conception existe. Si maintenant je veux avec plus d'attention examiner l'un des types particuliers de la pierre, la perfection de sa forme, le fait que je peux le saisir et le retourner dans ma main, me font choisir le galet. Aussi bien, le galet est-il exactement la pierre à l'époque où commence pour elle l'âge de la personne, de l'individu, c'est-à-dire de la parole. Comparé au banc rocheux d'où il dérive directement, il est la pierre déjà fragmentée et polie en un très grand nombre d'individus presque semblables. Comparé au plus petit gravier, l'on peut dire que par l'endroit où on le trouve, parce que l'homme aussi n'a pas coutume d'en faire un usage pratique, il est la pierre encore sauvage, ou du moins pas domestique. Encore quelques jours sans signification dans aucun ordre pratique du monde, profitons de ses vertus. Apporté un jour par l'une des innombrables charrettes du flot, qui depuis lors, semble-t-il, ne déchargent plus que pour les oreilles leur vaine cargaison, chaque galet repose sur l'amoncellement des formes de son antique état, et des formes de son futur. Non loin des lieux où une couche de terre végétale recouvre encore ses énormes aïeux, au bas du banc rocheux où s'opère l'acte d'amour de ses parents immédiats, il a son siège au sol formé du grain des mêmes, où le flot terrassier le recherche et le perd. Mais ces lieux où la mer ordinairement le relègue sont les plus impropres à toute homologation. Ses populations y gisent au su de la seule étendue. Chacun s'y croit perdu parce qu'il n'a pas de nombre, et qu'il ne voit que des forces aveugles pour tenir compte de lui. Et en effet, partout où de tels troupeaux reposent, ils couvrent pratiquement tout le sol, et leur dos forme un parterre incommode à la pose du pied comme à celle de l'esprit. Pas d'oiseaux. Des brins d'herbe parfois sortent entre eux. Des lézards les parcourent, les contournent sans façon. Des sauterelles par bonds s'y mesurent plutôt entre elles qu'elles ne les mesurent. Des hommes parfois jettent distraitement au loin l'un des leurs. Mais ces objets du dernier peu, perdus sans ordre au milieu d'une solitude violée par les herbes sèches, les varechs, les vieux bouchons et toutes sortes de débris des provisions humaines, — imperturbables parmi les remous les plus forts de l'atmosphère, — assistent muets au spectacle de ces forces qui courent en aveugles à leur essoufflement par la chasse de tout hors de toute raison. Pourtant attachés nulle part, ils restent à leur place quelconque sur l'étendue. Le vent le plus fort pour déraciner un arbre ou démolir un édifice, ne peut déplacer un galet. Mais comme il fait voler la poussière alentour, c'est ainsi que parfois les furets de l'ouragan déterrent quelqu'une de ces bornes du hasard à leurs places quelconques depuis des siècles sous la couche opaque et temporelle du sable. Mais au contraire l'eau, qui rend glissant et communique sa qualité de fluide à tout ce qu'elle peut entièrement enrober, arrive parfois à séduire ces formes et à les entraîner. Car le galet se souvient qu'il naquit par l'effort de ce monstre informe sur le monstre également informe de la pierre. Et comme sa personne encore ne peut être achevée qu'à plusieurs reprises par l'application du liquide, elle lui reste à jamais par définition docile.Terne au sol, comme le jour est terne par rapport à la nuit, à l'instant même où l'onde le reprend elle lui donne à luire. Et quoiqu'elle n'agisse pas en profondeur, et ne pénètre qu'à peine le très fin et très serré agglomérat, la très mince quoique très active adhérence du liquide provoque à sa surface une modification sensible. Il semble qu'elle la repolisse, et panse ainsi elle-même les blessures faites par leurs précédentes amours. Alors, pour un moment, l'extérieur du galet ressemble à son intérieur: il a sur tout le corps l'œil de la jeunesse. Cependant sa forme à la perfection supporte les deux milieux. Elle reste imperturbable dans le désordre des mers. Il en sort seulement plus petit, mais entier, et, si l'on veut aussi grand, puisque ses proportions ne dépendent aucunement de son volume. Sorti du liquide il sèche aussitôt. C'est-à-dire que malgré les monstrueux efforts auxquels il a été soumis, la trace liquide ne peut demeurer à sa surface : il la dissipe sans aucun effort. Enfin, de jour en jour plus petit mais toujours sûr de sa forme, aveugle, solide et sec dans sa profondeur, son caractère est donc de ne pas se laisser confondre mais plutôt réduire par les eaux. Aussi, lorsque vaincu il est enfin du sable, l'eau n'y pénètre pas exactement comme à la poussière. Gardant alors toutes les traces, sauf justement celles du liquide, qui se borne à pouvoir effacer sur lui celles qu'y font les autres, il laisse à travers lui passer toute la mer, qui se perd en sa profondeur sans pouvoir en aucune façon faire avec lui de la boue.  Je n'en dirai pas plus, car cette idée d'une disparition de signes me donne à réfléchir sur les défauts d'un style qui appuie trop sur les mots. Trop heureux seulement d'avoir pour ces débuts su choisir le galet : car un homme d'esprit ne pourra que sourire, mais sans doute il sera touché, quand mes critiques diront : « Ayant entrepris d'écrire une description de la pierre, il s'empêtra. »



*




Les arbres se defont à l’intérieur d’une sphère de brouillard



Dans le brouillard qui entoure les arbres, les feuilles leur sont

dérobées; qui déjà, décontenancées par une lente oxydation,

et mortifiées par le retrait de la sève au profit

des fleurs e fruits, depuis les grosses chaleurs d’août

tenaient moins à eux.

Dans l’écorce des rigoles verticales se creusent par

où l’humidité jusqu’au sol est conduite à se désintéresser des

parties vives du tronc.

Les fleurs sont dispersées, le fruits sont déposés. Depuis

la plus jeune âge, la résignation de leurs qualités vives e de partie de leur

corps est devenue pour les arbres un exercise familier.



GLI ALBERI SI DISFANNO ALL’INTERNO DI UNA SFERA DI NEBBIA


Nella nebbia che circonda gli alberi, le foglie sono

loro sottratte e queste, sconcertate da una lenta ossidazione,

e mortificate dal ritirarsi della linfa a vantaggio

di fiori e frutti, fin dalle grandi calure di agosto già

erano meno attaccate ad essi.

Nella scorza si scavano canaletti verticali attraverso cui

l’umidità del suolo è portata a disinteressarsi delle

parti vive del tronco.

I fiori sono dispersi, i frutti vengono deposti. Dalla

più tenera età, rassegnare qualità vive e parte dei loro

corpi è diventato per gli alberi un esercizio familiare.



Jacqueline Risset

*


da LA FIGUE, tre morsi


La figue est une pauvre gourde à l’intérieur de laquelle (au cœur de laquelle, la remplissant toute) luit un autel scintillant.
La figue est molle et rare (?). Phrase donnée automatiquement.
Dans l’intérieur de la figue, qui est une molle gourde, comme une pauvre gourde, comme une église de campagne, luit comme un autel scintillant.
Voilà déjà qui fait assez espagnol (rouge et or).
Cette pauvre gourde est comme une petite église de la campagne espagnole.
Il mordait à pleines dents dans une bourse molle, pleine d’une confiture épaisse dilapidant son grain.
Grosse perle de caoutchouc, petit poire baroque, nous l’aimons comme notre tétine.
Ma chère amie, pourquoi ne nous donnez-vous pas plus souvent à manger des figues sèches? 1) Figue fraîche. 2) Figue parfaite. 3) Figue sèche. C’est si bon! Ces sortes de bourses molles, ces gros tétins couleur de pierre sèche, comportant cette sorte de pâte ou de confiture trop cuite, fort sucrée, réduite, sablée de pépins (de pépites?), F.P.
Il faut parler de l’arbre (figuier), d’un style aussi pur que celui du gui, des belles formes du tronc et des branches, et des splendides feuilles, parmi les plus parfaites qui soient, d’un style si pur, et rare.
Ficus. Palmes arrondies (arp). Pas très loin des plantes grasses. Figuiers de berbérie.



LA FIGUE

et de cette sorte de rudiment dans notre bouche, de ce petit bouton de sevrage, irréductible, qui en résulte.
Tel soit mon poème.
Beaucoup moins qu’une figue on le voit
Posé en maugréant sur le bord de l’assiette ou maintes fois relu comme les meilleurs textes (absolument compris, c’est égal).
Telle soit ma prière:
Peut-être n’est-ce pas rien: beaucoup moins qu’une figue on le voit, du moins à son honneur peut-on le ressasser (restera-t-il peut-être).
Sans doute n’est-ce pas grande chose. Ce n’est pas rien (non plus rien).

14 septembre 1958

Ainsi de l’élasticité à l’esprit des paroles, et de la poésie comme je l’entends.

*

Pour finir, je parlerai encore de cette façon – particulière au figuier – de sevrer son fruit de sa branche (comme il faut faire aussi notre esprit de la lettre) et du petit bouton de sevrage, irréductible, qui en résulte.
(tel soit poème
petit texte.
Beaucoup moins qu’une figue, on le voit, du moins à son honneur restera-t-il peut-être.
Posé en maugréant sur le bord de l’assiette, ou maintes fois relu comme les meilleurs textes, absolument compris, c’est égal.
Sans doute n’est-ce pas grand-chose,
Peut-être ce n’est pas rien.

LA FIGUE
ou
de la poésie à peu près comme d’une figue

J’avoue ne trop savoir ce qu’est la poésie, interrogez-moi plutôt sur la figue.
Pas grand-chose évidemment qu’une figue, seulement voilà une de ces façons d’être – j’ose le dire – ayant fait leurs preuves qui les font encore quotidiennement et s’offrent à l’esprit sans lui demander rien en échange qu’un minimum de considération.
Mais nous plaçons ailleurs notre devoir.

*

Symmaque selon Larousse grand païen de Rome se moquait de l’empire devenu chrétien: «Il est impossible, disait-il, qu’un seul chemin mène à un mystère aussi sublime.»
Il n’eut pas de postérité spirituelle, mais devint beau-père de Boèce auteur de la Consolation philosophique. Puis tous deux furent mis à mort par l’empereur barbare Théodoric, en 525.
Barbare et chrétien je suppose.

Cela fait il fallut attendre plusieurs siècles pour que l’on rebaisse les yeux et regarde à nouveau par terre.
C’est alors qu’un beau jour enfin selon Du Cange: «Icelluy du Rut trouva un petit sachet où il y avait mitraille, qui est appelée billon.»

La belle affaire.
Eh bien moi ces jours-ci j’ai trouvé une figue, qui sera l’un des éléments de ma Consolation matérialiste.

*

Ce n’est pas qu’entre-temps plusieurs tentatives n’aient été faites – ou approximations (en sens inverse) tentées – dont les souvenirs ou vestiges restent touchants.

Ainsi avez-vous pu comme moi rencontrer dans la campagne, au creux d’une région bocagère, quelque église ou chapelle romane, comme un fruit tombé.
Bâtie sans beaucoup de façons, le temps, l’herbe, l’oubli l’ont rendue extérieurement presque informe.
Mais parfois le portail ouvert luit au fond un autel scintillant.

La moindre figue sèche, la pauvre gourde, à la fois rustique et baroque, certes rassemble fort à cela.
À cela près pourtant qu’elle me semble beaucoup plus sainte encore.
Ou si l’on veut, dans le même genre, bien que d’une modestie inégalable, une petite bombe dans notre sensibilité d’une réussite à tous égards plus certaine. Plus ancienne et plus actuelle à la fois.

Si je désespère bien sûr d’en tout dire, si mon esprit avec joie la restitue à mon corps.
Ce ne soit donc pas sans lui avoir rendu au passage le petit culte à ma façon qui lui revient.
Ni plus ni moins intéressé qu’il ne faut.

*

Voilà l’un des rares fruits, qu’on le constate, dont nous puissions à peu de chose près manger tout:


IL FICO

Il fico è una povera fiasca all’interno della quale (al cuore della quale, tutta riempiendola) risplende un altare scintillante.
Il fico è morbido e raro (?). Frase data automaticamente.
All’interno del fico, che è una fiasca morbida, come una povera fiasca, come una chiesa di campagna, risplende come un altare scintillante.
Ecco che dà già abbastanza sullo spagnolo (rosso e oro).
Questa povera fiasca è come una piccola chiesa della campagna spagnola.
Affondava profondamente i denti dentro a una morbida borsa, riempita d’una confettura densa che dilapidava i propri chicchi.
Grossa perla di caucciù, piccola pera barocca, noi l’amiamo come la nostra tettina.
Mia cara amica, perché non ci date da mangiare più spesso dei fichi secchi? 1) Fico fresco. 2) Fico perfetto. 3) Fico secco. È così buono! Queste specie di morbide borse, queste grosse tettarelle del colore della pietra secca, che implicano questa specie di pasta o di confettura troppo cotta, zuccheratissima, concentrata, cosparsa di semi (di pepite?) F.P.
Bisogna parlare dell’albero (fico), di uno stile puro come quello del vischio, delle belle forme del tronco e dei rami, e delle splendide foglie, tra le più perfette che ci siano, di uno stile altrettanto puro, e raro.
Ficus. Palme arrotondate (arp). Non molto distante dalle piante grasse. Fichi di Berberia.

IL FICO

e di quella specie di rudimento in bocca nostra, di quel peduncolo da svezzamento, irriducibile, che ne risulta.
Così sia questa poesia.
Molto meno di un fico lo si vede bene
Posato borbottando sul bordo del piatto oppure riletto più volte come si fa con i testi migliori (assolutamente compreso, è uguale).
Così sia la mia preghiera:
Forse non è una cosa da niente: molto meno di un fico lo si vede bene, se non altro a suo onore lo si può rimuginare (forse resterà).
Senza dubbio non è un granché. Non è una cosa da niente (e neppure niente).

14 settembre 1958

Altrettanto dell’elasticità allo spirito delle parole, e della poesia come io la intendo.

*

Per concludere, parlerò ancora del modo – caratteristico dell’albero di fico – di svezzare il proprio frutto dal ramo (come bisogna anche il nostro spirito faccia dalla lettera) e del piccolo rudimento, in bocca nostra, e di quel peduncolo da svezzamento, irriducibile, che ne risulta.
(così sia questa poesia
questo piccolo testo.
Molto meno di un fico, lo si vede bene, se non altro a suo onore forse resterà.
Posato borbottando sul bordo del piatto, oppure riletto più volte come si fa con i testi migliori, assolutamente compreso, è uguale.
Senza dubbio non è granché,
Forse non è una cosa da niente

IL FICO
ovvero
della poesia all’incirca come di un fico

Confesso di non sapere troppo bene che cos’è la poesia, fatemi piuttosto delle domande sul fico.
Ovviamente non è un granché, il fico, solo ecco uno di quei modi d’essere – e oso dirlo –che hanno dato buona prova di sé che ancora quotidianamente la danno e si offrono allo spirito senza domandare nulla in cambio se non un minimo di considerazione.
Ma noi poniamo altrove il nostro dovere.

*

Secondo Larousse Simmaco grande pagano di Roma una volta diventato cristiano si prendeva gioco dell’impero: «È impossibile, diceva, che un solo cammino conduca ad un mistero così sublime.»
Non ebbe una posterità spirituale, ma diventò suocero di Boezio autore della Consolazione filosofica. Poi furono entrambi messi a morte dall’imperatore barbaro Teodorico, nel 525.
Barbaro e cristiano suppongo.

Dopo di che dovettero passare parecchi secoli perché si riabbassassero gli occhi e si tornasse di nuovo a guardare per terra.
Ed è allora che un bel giorno finalmente secondo Du Cange: «Quello istesso Du Rut trovò picciola sacca in quale haveasi moneta mitraglia, che è chiamata billone.»

Bell’affare.
Ebbene io in questi giorni ho trovato un fico, che sarà uno degli elementi della mia Consolazione materialista.

*

Non è che nel frattempo non siano stati fatti parecchi tentativi – o (in senso inverso) tentate approssimazioni – di cui restano ricordi o vestigia commoventi.

Quindi, sarà capitato anche a voi, come è capitato a me, di incontrare in mezzo alla campagna, nel profondo di una regione boschiva, una chiesa o cappella romanica, come un frutto caduto.
Costruita senza troppe pretese, il tempo, l’erba, l’oblio l’hanno resa esteriormente pressoché informe.
A volte, però, dal portale aperto, risplende in fondo un altare scintillante.

Il fico secco più misero, la povera fiasca, allo stesso tempo rustica e barocca, gli assomiglia certo molto.
Con la differenza, però, che a me sembra anche più santa.
Oppure, se vogliamo, dello stesso genere, per quanto di una modestia ineguagliabile, una piccola bomba nella nostra sensibilità di una riuscita sotto tutti i punti di vista più certa. Più antica e più attuale allo stesso tempo.

Ma sicuramente, se dispero di dirne tutto, se il mio spirito la restituisce con gioia al mio corpo.
Non sia certo senza averle reso di passaggio a modo mio il piccolo culto che gli spetta.
Né più né meno interessato di quanto non sia necessario.

*

Ecco uno dei rari frutti, e constatiamolo, di cui noi possiamo mangiare praticamente quasi tutto:

*


Justification nihiliste de l'art


Voici ce que Sénèque m'a dit aujourd'hui : Je suppose que le but soit l'anéantissement total du monde, de la demeure humaine, des villes et des champs, des montagnes et de la mer. L'on pense d'abord au feu, et l'on traite les conservateurs de pompiers. On leur reproche d'éteindre le feu sacré de la destruction. Alors, pour tenter d'annihiler leurs efforts, comme on a l'esprit absolu l'on s'en prend à leur « moyen » : on tente de mettre le feu à l'eau, à la mer. Il faut être plus traître que cela. Il faut savoir trahir même ses propres moyens. Abandonner le feu qui n'est qu'un instrument brillant, mais contre l'eau inefficace. Entrer benoîtement aux pompiers. Et, sous prétexte de les aider à éteindre quelque feu destructeur, tout détruire sous une catastrophe des eaux. Tout inonder. Le but d'anéantissement sera atteint, et les pompiers noyés par eux-mêmes. Ainsi ridiculisons les paroles par la catastrophe — l'abus simple des paroles.


Le sérieux défait

« Mesdames et messieurs, l'éclairage est oblique. Si quelqu'un fait des gestes derrière moi qu'on m'avertisse. Je ne suis pas un bouffon. Mesdames et messieurs : la face des mouches est sérieuse. Cet animal marche et vole à son affaire avec précipitation. Mais il change brusquement ses buts, la suite de son manège est imprévue : on dit que cet insecte est dupe du hasard. 11 ne se laisse pas approcher : mais au contraire il vient, et vous touche souvent où il veut; ou bien, de moins près, il vous pose la face seule qu'il veut. Chasssé, il fuit, mais revient mille instants par mille voies se reposer au chasseur. On rit à l'aise. On dit que c'est comique. En réfléchissant, on peut dire encore que les hommes regardent voler les mouches. Ah! mesdames et messieurs, mon haleine n'incom-mode-t-elle pas ceux du premier rang? Était-ce bien ce soir que je devais parler? Assez, n'est-ce pas? vous n'en supporteriez pas davantage.


Le patient ouvrier


Des camions grossiers ébranlent la vitre sale du petit jour. Mal assis, Fabre, à l'estaminet, bouge sous la table des souliers crottés la veille. L'acier de son couteau, attaqué par la pomme de terre bouillie, il le frotte avec un morceau de pain, qu'il mange ensuite. Il boit un vin dont la saveur affreuse hérisse les papilles de la bouche, puis le paye au patron qui a trinqué. A sept heures ce quartier a l'air d'une cour de service. Il pleut. Fabre pense à son wagonnet qui a passé la nuit dehors, renversé près d'un tas de sable, et qu'il relèvera brutalement, grinçant, décoloré, dans le brouillard, pour d'autres charges. Lui est encore là, à l'abri, avec, dans une poche de sa vareuse, un carnet, un gros crayon, et le papier de la caisse des retraites.


Le Parnasse


Je me représente plutôt les poètes dans un lieu qu'à travers le temps. Je ne considère pas que Malherbe, Boileau ou Mallarmé me précèdent, avec leur leçon. Mais plutôt je leur reconnais à l'intérieur de moi une place. Et moi-même je n'ai pas d'autre place que dans ce lieu. Il me semble qu'il suffit que je m'ajoute à eux pour que la littérature soit complète. Ou plutôt : la difficulté est pour moi de m'ajouter à eux de telle façon que la littérature soit complète. ... Mais il suffit de n'être rien autre que moi-même.



Le monologue de l'employé


Sans aucun souci du lendemain, dans un bureau clair et moderne, je passe mes jours. Je gagne la vie de mon enfant qui grandit et grossit d'une façon convenable, non loin de Paris, avec quelques autres jolis bébés, dans une villa qu'on voit du chemin de fer. La mère ayant repris son travail un mois après l'événement, la fatalité s'en est mise : malade encore, aspirant au repos, elle est partie avec cet Américain dont la concierge faisait peu de cas. Que faire à cela? Hélas! Je gagne la vie de mon enfant, et je gagne ma vie, paisiblement. Je peux aller, vers le milieu de la journée ensoleillée, manger; et manger encore le soir quand l'activité de la ville, après une période d'intensité considérable, décroît et meurt avec la lumière. Je peux aussi me coucher, je peux rentrer me coucher dans une chambre modeste, il est vrai, mais située au bon air, dans la plus grande rue d'un quartier populaire, que j'aime, où vivent quelques amis. Je gagne ma vie paisiblement, sans peine, en faisant un travail régulier et facile pour lequel je ne risque pas du tout d'être ennuyé gravement. Tout a été soigneusement nettoyé et mis en place lorsque j'arrive; quand je ferme la porte et m'en vais, saluant mes chefs, aucun souci ne sort avec moi. Ainsi je gagne ma vie qui s'écoule avec assez de lenteur et d'aisance, et que je goûte beaucoup, à sa valeur.  Cependant le soir, libre de mon temps, je prends conscience d'être un homme pensant : je lis et je réfléchis, réservant une demi-heure à cet effet avant de dormir. Dans ce moment, une amertume coutumière m'envahit et je me prends à songer que vraiment je suis un être humain supérieur à sa fonction sociale. Mais je dis alors une sorte de prière où je remercie la Providence de m'avoir fait petit et irresponsable dans un si mauvais ordre de choses. Si la colère m'anime je me calme aussitôt, songeant à cette fortune d'être placé, par mes intérêts comme par mes sentiments, dans la classe qui possède la servitude et l'innocence. Esclave, je me sens plus libre qu'un maître chargé de soins et de mauvaise conscience. Je rêve quelquefois au monde meilleur que mon enthousiasme refroidi me représente plus rarement depuis quelques années. Mais bientôt je sens que je vais dormir. Et je tourne encore mon esprit vers mon enfant qui me lie à l'ordre social, et dont l'existence aggrave ma condition de serf. Je pense aussi à cette femme... Alors ma respiration devient tout à fait régulière car la tranquillité m'apparaît comme le seul bien souhaitable, dans un monde trop méchant encore pour être capable de se libérer, d'après ce que disent les journaux.


Introduction au galet



Comme après tout si je consens à l'existence c'est à condition de l'accepter pleinement, en tant qu'elle remet tout en question; quels d'ailleurs et si faibles que soient mes moyens comme ils sont évidemment plutôt d'ordre littéraire et rhétorique; je ne vois pas pourquoi je ne commencerais pas, arbitrairement, par montrer qu'à propos des choses les plus simples il est possible de faire des discours infinis entièrement composés de déclarations inédites, enfin qu'à propos de n'importe quoi non seulement tout n'est pas dit, mais à peu près tout reste à dire. Il est tout de même à plusieurs points de vue insupportable de penser dans quel infime manège depuis des siècles tournent les paroles, l'esprit, enfin la réalité de l'homme. Il suffit pour s'en rendre compte de fixer son attention sur le premier objet venu : on s'apercevra aussitôt que personne ne l'a jamais observé, et qu'à son propos les choses les plus élémentaires restent à dire. Et j'entends bien que sans doute pour l'homme il ne s'agit pas essentiellement d'observer et de décrire des objets, mais enfin cela est un signe, et des plus nets. A quoi donc s'occupe-t-on? Certes à tout, sauf à changer d'atmosphère intellectuelle, à sortir des poussiéreux salons où s'ennuie à mourir tout ce qu'il y a de vivant dans l'esprit, à progresser — enfin ! — non seulement par les pensées, mais par les facultés, les sentiments, les sensations, et somme toute à accroître la quantité de ses qualités. Car des millions de sentiments, par exemple, aussi différents du petit catalogue de ceux qu'éprouvent actuellement les hommes les plus sensibles, sont à connaître, sont à éprouver. Mais non! L'homme se contentera longtemps encore d'être a fier » ou « humble », « sincère » ou « hypocrite », « gai » ou « triste », « malade » ou « bien portant », « bon » ou « méchant », « propre » ou « sale », « durable » ou « éphémère », etc., avec toutes les combinaisons possibles de ces pitoyables qualités. Eh bien! Je tiens à dire quant à moi que je suis bien autre chose, et par exemple qu'en dehors de toutes les qualités que je possède- en commun avec le rat, le lion et le filet, je prétends à celles du diamant, et je me solidarise d'ailleurs entièrement aussi bien avec la mer qu'avec la falaise qu'elle attaque et avec le galet qui s'en trouve par la suite créé, et dont l'on trouvera à titre d'exemple ci-dessous la description essayée, sans préjuger de toutes les qualités dont je compte bien que la contemplation et la nomination d'objets extrêmement différents me feront prendre conscience et jouissance effective par la suite. A tout désir d'évasion, opposer la contemplation et ses ressources. Inutile de partir : se transférer aux choses, qui vous comblent d'impressions nouvelles, vous proposent un million de qualités inédites. Personnellement ce sont les distractions qui me gênent, c'est en prison ou en cellule, seul à la campagne que je m'ennuierais le moins. Partout ailleurs, et quoi que je fasse, j'ai l'impression de perdre mon temps. Même, la richesse de propositions contenues dans le moindre objet est si grande, que je ne conçois pas encore la possibilité de rendre compte d'aucune autre chose que des plus simples : une pierre, une herbe, le feu, un morceau de bois, un morceau de viande. Les spectacles qui paraîtraient à d'autres les moins compliqués, comme par exemple simplement le visage d'un homme sur le point de parler, ou d'un homme qui dort, ou n'importe quelle manifestation d'activité chez un être vivant, me semblent encore de beaucoup trop difficiles et chargés de significations inédites (à découvrir, puis à relier dialectiquement) pour que je puisse songer à m'y atteler de longtemps. Dès lors, comment pourrais-je décrire une scène, faire la critique d'un spectacle ou d'une œuvre d'art? Je n'ai là-dessus aucune opinion, n'en pouvant même conquérir la moindre impression un peu juste, ou complète. Tout le secret du bonheur du contemplateur est dans son refus de considérer comme un mal l'envahissement de sa personnalité par les choses. Pour éviter que cela tourne au mysticisme, il faut : i° se rendre compte précisément, c'est-à-dire expressément, de chacune des choses dont on a fait l'objet de sa contemplation; ii° changer assez souvent d'objet de contemplation, et en somme garder une certaine mesure. Mais le plus important pour la santé du contemplateur est la nomination, au fur et à mesure, de toutes les qualités qu'il découvre; il ne faut pas que ces qualités, qui le transportent, le transportent plus loin que leur expression mesurée et exacte.  Je propose à chacun l'ouverture de trappes intérieures, un voyage dans l'épaisseur des choses, une invasion de qualités, une révolution ou une subversion comparable à celle qu'opère la charrue ou la pelle, lorsque, tout à coup et pour la première fois, sont mises au jour des millions de parcelles, de paillettes, de racines, de vers et de petites bêtes jusqu'alors enfouies. O ressources infinies de l'épaisseur des choses, rendues par les ressources infinies de l'épaisseur sémantique des mots! La contemplation d'objets précis est aussi un repos, mais c'est un repos privilégié, comme ce repos perpétuel des plantes adultes, qui porte des fruits. Fruits spéciaux, empruntés autant à l'air ou au milieu ambiant, au moins pour la forme à laquelle ils sont limités et les couleurs que par opposition ils en prennent, qu'à la personne qui en fournit la substance; et c'est ainsi qu'ils se différencient des fruits d'un autre repos, le sommeil, qui sont nommés les rêves, uniquement formés par la personne, et, par conséquence, indéfinis, informes, et sans utilité : c'est pourquoi ils ne sont pas véritablement des fruits. Ainsi donc, si ridiculement prétentieux qu'il puisse paraître, voici quel est à peu près mon dessein : je voudrais écrire une sorte de De natura rerum. On voit bien la différence avec les poètes contemporains : ce ne sont pas des poèmes que je veux composer, mais une seule cosmogonie. Mais comment rendre ce dessein possible? Je considère l'état actuel des sciences : des bibliothèques entières sur chaque partie de chacune d'elles... Faudrait-il donc que je commence par les lire, et les apprendre? Plusieurs vies n'y suffiraient pas. Au milieu de l'énorme étendue et quantité des connaissances acquises par chaque science, du nombre accru des sciences, nous sommes perdus. Le meilleur parti à prendre est donc de considérer toutes choses comme inconnues, et de se promener ou de s'étendre sous bois ou sur l'herbe, et de reprendre tout du début. Exemple du peu d'épaisseur des choses dans l'esprit des hommes jusqu'à moi : du galet, ou de la pierre, voici ce que j'ai trouvé qu'on pense, ou qu'on a pensé de plus original : Un cœur de pierre (Diderot) ; Uniforme et plat galet (Diderot) ; Je méprise cette poussière qui me compose et qui vous parle (Saint-Just) ; Si j'ai du goût ce n'est guère Que pour la terre et les pierres (Rimbaud). Eh bien! Pierre, galet, poussière, occasion de sentiments si communs quoique si contradictoires, je ne te juge pas si rapidement, car je désire te juger à ta valeur : et tu me serviras, et tu serviras dès lors aux hommes à bien d'autres expressions, tu leur fourniras pour leurs discussions entre eux ou avec eux-mêmes bien d'autres arguments; même, si j'ai assez de talent, tu les armeras de quelques nouveaux proverbes ou lieux communs : voilà toute mon ambition.
 


Fragments de masque


A quel calme dans le désespoir je suis parvenu sous l'écorce la plus commune, nul ne peut le croire; nul ne s'y retrouve, car je ne lui en fournis pas le décor, ni aucune
réplique : je parle seul.

Nul ne peut croire non plus à l'absolu creux de chaque rôle que je joue.

Plus d'intérêt aucun, plus d'importance aucune : tout me semble fragment de masque, fragment d'habitude, fragment du commun, nullement capital, des pelures d'aulx.



Drame de l'expression

Mes pensées les plus chères sont étrangères au monde, si peu que je les exprime lui paraissent étranges. Mais si je les exprimais tout à fait, elles pourraient lui devenir communes. Hélas! Le puis-je? Elles me paraissent étranges à moi-même. J'ai bien dit : les plus chères - Une suite (bizarre) de références aux idées, puis aux paroles, puis aux paroles, puis aux idées.


Temoignage


Un corps a été mis au monde et maintenu pendant trente-cinq années dont j'ignore à peu près tout, présent sans cesse à désirer une pensée que mon devoir serait de conduire au jour. Ainsi, à l'épaisseur des choses ne s'oppose qu'une exigence d'esprit, qui chaque jour rend les paroles plus coûteuses et plus urgent leur besoin. N'importe. L'activité qui en résulte est la seule où soient mises en jeu toutes les qualités de cette construction prodigieuse, la personne, à partir de quoi tout a été remis en question et qui semble avoir tant de mal à accepter franchement son existence.


Rhétorique


Je suppose qu'il s'agit de sauver quelques jeunes hommes du suicide et quelques autres de l'entrée aux flics ou aux pompiers. Je pense à ceux qui se suicident par dégoût, parce qu'ils, trouvent que « les autres » ont trop de part en eux-mêmes. On peut leur dire : donnez tout au moins la parole à la minorité de vous-mêmes. Soyez poètes. Ils répondront : mais c'est là surtout, c'est là encore que je sens les autres en moi-même, lorsque je cherche à m'exprimer je n'y parviens pas. Les paroles sont toutes faites et s'expriment : elles ne m'expriment point. Là encore j'étouffe. C'est alors qu'enseigner l'art de résister aux paroles devient utile, l'art de ne dire que ce que l'on veut dire, l'art de les violenter et de les soumettre. Somme toute fonder une rhétorique, ou plutôt apprendre à chacun l'art de fonder sa propre rhétorique, est une œuvre de salut public. Cela sauve les seules, les rares personnes qu'il importe de sauver : celles qui ont la conscience et le souci et le dégoût des autres en eux-mêmes. Celles qui peuvent faire avancer l'esprit, et à proprement parler changer la face des choses.


Ressources naïves


L'esprit, dont on peut dire qu'il s'abîme d'abord aux choses (qui ne sont que riens) dans leur contemplation, renaît, par la nomination de leurs qualités, telles que lorsqu'au lieu de lui ce sont elles qui les proposent. Hors de ma fausse personne c'est aux objets, aux choses du temps que je rapporte mon bonheur lorsque l'attention que je leur porte les forme dans mon esprit comme des compos de qualités, de façons-de-se-compor-ter propres à chacun d'eux, fort inattendus, sans aucun rapport avec nos propres façons de nous comporter jusqu'à eux. Alors, ô vertus, ô modèles possibles-tout-à-coup, que je vais découvrir, où l'esprit tout nouvellement s'exerce et s'adore.




*

Je doute que le véritable amour comporte du désir; de la ferveur, de la passion. Je ne doute pas qu'il ne puisse : naître que d'une disposition à approuver quoi que ce soit, puis d'un abandon amical au hasard, ou aux usages du monde, pour vous conduire à telles ou telles rencontres; vivre que d'une application extrême dans chacune de ces rencontres à ne pas gêner l'objet de vos regards et à le laisser vivre comme s'il ne vous avait jamais rencontré; se satisfaire que d'une approbation aussi secrète qu'absolue, d'une adaptation si totale et si détaillée que vos paroles à jamais traitent tout le monde comme le traite cet objet par la place qu'il occupe, ses ressemblances, ses différences, toutes ses qualités; mourir enfin que par l'effet prolongé de cet effacement, de cette disparition complète à ses yeux — et par l'effet aussi de l'abandon confiant au hasard dont je parlais d'abord, qu'il vous conduise à telles ou telles rencontres ou vous en sépare aussi bien.