da
Le parti pris des choses, 1942
Pluie
La pluie, dans la cour
où je la regarde tomber, descend à des allures très diverses. Au centre c’est
un fin rideau (ou rèseau) discontinu, une chute implacable mais relativement
lente de gouttes probablement assez lègères, une prècipitation sempiternelle
sans vigueur, une fraction intense du mètèore pur. A peu de distance des murs de droite et de gauche
tombent avec plus de bruit des gouttes plus lourdes, individuèes. Ici elles
semblent de la grosseur d’un grain de blè, là d’un pois, ailleurs presque d’une
bille. Sur des tringles, sur les accudoirs de la fenetre la pluie court
horizontalement tandis que sur la face infèrieure des memes obstacles elle se
suspend en berlingots convexes. Selon la surface entière d’un petit toit de
zinc que la regard surplombe elle ruisselle en nappe très mince, moirèe à cause
de courrants très variès par les imperceptibles ondulations et bosses de la
couverture. De la gouttière attenante où elle coule avec la contention d’un
ruisseau creux sans grande pente, elle choit tout à coup en un filet
parfaitement vertical, assez grossièrement tressè, jusqu’au sol où elle se
brise et rejaillit en aiguillettes brillantes.
Chacun de ses formes a
une allure particulière ; il y rèpond un bruit particulier. Le tout vit avec
intensitè comme un mècanisme compliquè, aussi prècis que hazardeux, comme une
horlogerie dont le ressort est la pesanteur d’une masse donnèe de vapeur en
prècipitation.
La sonnerie au sol des
filets verticaux, le glou-glou des gouttières, les minuscules coups de gong se
multiplient et rèsonnent à la fois en un concert sans monotonie, non sans
dèlicatesse.
Lorsque le ressort s’est dètendu, certains rouages
quelque temps continuent à fonctionner, de plus en plusralentis, puis toute la
machinerie s’arrete. Alors si le soleil reparait tout s’efface bientôt, le brillant
appareil s’èvapore : il a plu.
Pioggia
La pioggia, nel cortile
dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è una tenda
sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente
lenta di gocce probabilmente assai leggere, una precipitazione sempiterna senza
vigore, una frazione intensa di meteora pura. A poca distanza dai muri di
destra e di sinistra cadono con più rumore gocce più pesanti, individuate. Qui
sembrano della grandezza di un chicco di grano, là di un pisello, altrove quasi
di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia
corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si
sospende in rombi convessi. Lungo l’intera superficie di un piccolo tetto di
zinco che lo sguardo vede giù a piombo, essa cola in strato molto sottile,
marezzato dalle correnti variate secondo le impercettibili ondulazioni e
bozzoli della copertura. Dall’attigua grondaia da cui scorre con la contenzione
di un ruscello infossato senza grande pendenza, cade di colpo in un filo
perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, al suolo dove si rompe e
rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha
un’andatura particolare; le corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive
con intensità come un meccanismo complicato, tanto preciso quanto arrischiato,
come un’orologeria la cui molla è il peso di una massa data di vapore in
precipitazione.
La suoneria a terra dei
fili verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong si
moltiplicano e risuonano insieme in un concerto senza monotonia, non senza
delicatezza.
Quando la molla si è
distesa, certi ingranaggi continuano a funzionare per un po’, via via più
lenti, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora se il sole riappare tutto si
cancella subito, il brillante apparecchio evapora: è piovuto.
Traduzione di Valerio
Magrelli:
La pioggia, nel cortile
dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è un
sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma
relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare
sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura.
A poca distanza dai muri
di destra e di sinistra cadono con maggior rumore
gocce piú pesanti,
individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco
di grano, lí di un
pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro,
sui davanzali delle
finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli
stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'interna superficie di
una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato
dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze
della copertura.
Dalla grondaia attigua
dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio,
cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato,
fino al suolo dove si rompe
e rimbalza in aghetti
brillanti. Ogni sua forma ha un andamento
particolare; a ognuna corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con
intensità come un meccanismo complicato, preciso quanto arrischiato, come un
movimento a orologeria la cui molla è il peso di una data massa di vapore in
precipitazione. La suoneria a terra delle reti verticali, il glúglú delle
grondaie, i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme in un
concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è
allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare per un po', sempre piú rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma.
Allora, se il sole riappare tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante
apparecchio: è piovuto.
La
fin de l’automne
Tout l'automne à la fin n'est plus qu'une tisane froide. Les feuilles
mortes de toutes essences macèrent dans la pluie. Pas de fermentation, de
création d'alcool : il faut attendre jusqu'au printemps l'effet d'une
application de compresses sur une jambe de bois. Le dépouillement se fait en
désordre. Toutes les portes de la salle de scrutin s'ouvrent et se ferment,
claquant violemment. Au panier, au panier! La Nature déchire ses manuscrits,
démolit sa bibliothèque, gaule rageusement ses derniers fruits. Puis elle se
lève brusquement de sa table de travail. Sa stature aussitôt paraît immense.
Décoiffée, elle a la tête dans la brume. Les bras ballants, elle aspire avec
délices le vent glacé qui lui rafraîchit les idées. Les jours sont courts, la
nuit tombe vite, le comique perd ses droits. La terre dans les airs parmi les
autres astres reprend son air sérieux. Sa partie éclairée est plus étroite,
infiltrée de vallées d'ombre. Ses chaussures, comme celles d'un vagabond,
s'imprègnent d'eau et font de la musique. Dans cette grenouillerie, cette
amphibiguïté salubre, tout reprend forces, saute de pierre en pierre et change
de pré. Les ruisseaux se multiplient. Voilà ce qui s'appelle un beau nettoyage,
et qui ne respecte pas les conventions! Habillé comme nu, trempé jusqu'aux os.
Et puis cela dure, ne sèche pas tout de suite. Trois mois de réflexion
salutaire dans cet état; sans réaction vasculaire, sans peignoir ni gant de
crin. Mais sa forte constitution y résiste. Aussi, lorsque les petits bourgeons
recommencent à pointer, savent-ils ce qu'ils font et de quoi il retourne, — et
s'ils se montrent avec précaution, gourds et rougeauds, c'est en connaissance
de cause. Mais là commence une autre histoire, qui dépend peut-être mais n'a
pas l'odeur de la règle noire qui va me servir à tirer mon trait sous celle-ci.
La
fine dell’autunno
Tutto l’autunno alla
fine non è più che una tisana fredda. Le foglie morte di ogni essenza macerano
nella pioggia. Nessuna fermentazione, nessuna creazione di alcol: bisogna
aspettare la primavera per l’effetto di un‘applicazione di compresse su una
gamba di legno.
Lo spoglio si fa nel
disordine. Tutte le porte della sala dello scrutinio si aprono e si chiudono
sbattendo violentemente. Cestina, cestina! La Natura strappa i suoi manoscritti,
demolisce la sua biblioteca, abbatte rabbiosamente i suoi ultimi frutti.
Poi si alza bruscamente
dallo scrittoio. La sua statura subito sembra immensa. Spettinata, ha la testa
nella bruma. Le braccia spenzolanti, aspira con delizia il vento ghiacciato che
la rinfresca, le idee. I giorni sono brevi, la notte cade in fretta, il comico
perde i suoi diritti.
La terra nell’aria fra
gli altri astri riprende la sua aria seria. La parte illuminata è più stretta,
infiltrata di valli d’ombra. Le sue scarpe, come quelle di un vagabondo,
s’impregnano d’acqua e fanno della musica.
In quest’acquitrino, in
quest’anfibiguità salubre, tutto riprende forza, salta di pietra in pietra e
cambia di prato. I ruscelli si moltiplicano.
Ecco ciò che si chiama
una bella pulizia, e che non rispetta le convenzioni! Vestiti come nudi,
bagnati fino all’osso.
E poi questo dura, non
secca tutto d’un tratto. Tre mesi di riflessione salutare in questo stato;
senza reazione vascolare, senza accappatoio né guanto di crine. Ma la sua forte
costituzione resiste.
Così quando ricominciano
a spuntare le piccole gemme, esse sanno quel che fanno e di cosa trattasi, e se
si mostrano con precauzione, intorpidite e arrossate, è con cognizione di
causa.
Ma lì comincia un’altra
storia, che dipende forse ma non ha lo stesso odore della riga nera che mi
serve a tirare il tratto qui sotto.
Rhum des fougères
De sous les fougères et leurs belles fillettes ai-je la perspective du
Brésil? Ni bois pour construction, ni stères d'allumettes : des espèces de
feuilles entassées par terre qu'un vieux rhum mouille. En pousse, des tiges à
pulsations brèves, des vierges prodiges sans tuteurs : une vaste saoulerie de
palmes ayant perdu tout contrôle qui cachent deux tiers chacune du ciel.
Le
more
Sui cespugli tipografici
costituiti dal poema, su una strada che non porta fuori dalle cose nè verso lo
spirito, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una
goccia di inchiostro riempie.
*
Neri, rosa e kaki
insieme sul grappolo, offrono più lo spettacolo di una famiglia burbera nelle
sue diverse età, che una tentazione molto viva a raccoglierle.
Vista la sproporzione
tra semi e polpa, gli uccelli le apprezzano poco, così poca cosa in fondo resta
loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.
*
Ma il poeta nel corso
della sua passeggiata professionale, ne prende a modello (la grana) a ragione:
“Così dunque, lui si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un
fiore tanto fragile benché difeso da un arcigno intricarsi di rovi. Senza molte
altre qualità, - more, perfettamente esse son more/mature – come anche
questo poema è fatto.”
Traduzione di Valerio
Magrelli:
Sui cespugli tipografici
costituiti dalla poesia, su una
strada che non porta né
fuori dalle cose né verso la mente,
certi frutti sono
formati da un agglomerato di sfere
riempite da una goccia
d'inchiostro.
Neri, rosa e cachi
insieme sul grappolo, più che un allettante invito alla raccolta,
offrono lo spettacolo
d'una
famiglia altera nelle
sue diverse età.
Vista la sproporzione
tra i semi e la polpa, gli uccelli li
apprezzano poco, tanta poca
cosa in fondo resta loro
quando dal becco all'ano
ne sono attraversati.
Ma il poeta, nel corso
della sua passeggiata professionale,
li prende giustamente a
modello: «In questo modo dunque,
dice tra sé e sé,
riescono in gran numero gli sforzi
pazienti di un fiore
fragilissimo, per quanto difeso
da un arcigno intrico di
rovi. Senza molte altre qualità — more,
perfettamente more sono,
e mature — così come è fatta
anche questa poesia».
Le
cageot
A mi-chemin de la cage au cachot la langue française
a cageot, simple caissette à claire-voie vouée au transport de ces fruits qui
de la moindre suffocation font à coup sûr une maladie.
Agencé de façon qu'au terme de son usage il puisse être brisé sans effort, il
ne sert pas deux fois. Ainsi dure-t-il moins encore que les denrées
fondantes ou nuageuses qu'il enferme.
A tous les coins de rues qui aboutissent aux halles, il luit alors de l'éclat
sans vanité du bois blanc. Tout neuf encore, et légèrement ahuri d'être dans
une pose maladroite à la voirie jeté sans retour, cet objet est en somme des
plus sympathiques - sur le sort duquel il convient toutefois de ne s'appesantir
longuement.
L'huître
L'huître, de la grosseur d'un galet moyen, est d'une
apparence plus rugueuse, d'une couleur moins unie, brillamment blanchâtre.
C'est un monde opiniâtrement clos. Pourtant on peut l'ouvrir : il faut alors la
tenir au creux d'un torchon, se servir d'un couteau ébréché et peu franc, s'y
reprendre à plusieurs fois. Les doigts curieux s'y coupent, s'y cassent les
ongles : c'est un travail grossier. Les coups qu'on lui porte marquent son
enveloppe de ronds blancs, d'une sorte de halos.
A l'intérieur l'on trouve tout un monde, à boire et à manger : sous un
firmament (à proprement parler) de nacre, les cieux d'en dessus s'affaissent
sur les cieux d'en dessous, pour ne plus former qu'une mare, un sachet visqueux
et verdâtre, qui flue et reflue à l'odeur et à la vue, frangé d'une dentelle
noirâtre sur les bords.
Parfois très rare une
formule perle à leur gosier de nacre, d'où l'on trouve aussitôt à s'orner.
Le pain
La surface du pain est merveilleuse d'abord à cause de cette impression
quasi panoramique qu'elle donne : comme si l'on avait à sa disposition sous la
main les Alpes, le Taurus ou la Cordillère des Andes. Ainsi donc une masse
amorphe en train d'éructer fut glissée pour nous dans le four stellaire, où
durcissant elle s'est façonnée en vallées, crêtes, ondulations, crevasses... Et
tous ces plans dès lors si nettement articulés, ces dalles minces où la lumière
avec application couche ses feux, — sans un regard pour la mollesse ignoble
sous-jacente. Ce lâche et froid sous-sol que l'on nomme la mie a son tissu
pareil à celui des éponges : feuilles ou fleurs y sont comme des sœurs
siamoises soudées par tous les coudes à la fois. Lorsque le pain rassit ces
fleurs fanent et se rétrécissent : elles se détachent alors les unes des
autres, et la masse en devient friable... Mais brisons-la : car le pain doit
être dans notre bouche moins objet de respect que de consommation.
Le cycle des saisons
Las de s'être contractés tout l'hiver les arbres tout à coup se flattent
d'être dupes. Ils ne peuvent plus y tenir : ils lâchent leurs paroles, un flot,
un vomissement de vert. Ils tâchent d'aboutir à une feuillaison complète de
paroles. Tant pis! Cela s'ordonnera comme cela pourra! Mais, en réalité, cela
s'ordonne! Aucune liberté dans la feuillaison... Ils lancent, du moins le
croient-ils, n'importe quelles paroles, lancent des tiges pour y suspendre
encore des paroles : nos troncs, pensent-ils, sont là pour tout assumer. Ils
s'efforcent à se cacher, à se confondre les uns dans les autres. Ils croient
pouvoir dire tout, recouvrir entièrement le monde de paroles variées : ils ne
disent que « les arbres ». Incapables même de retenir les oiseaux qui repartent
d'eux, alors qu'ils se réjouissaient d'avoir produit de si étranges fleurs.
Toujours la même feuille, toujours le même mode de dépliement, et la même
limite, toujours des feuilles symétriques à elles-mêmes, symétriquement
suspendues ! Tente encore une feuille! — La même! Encore une autre! La même!
Rien en somme ne saurait les arrêter que soudain cette remarque : « L'on ne
sort pas des arbres par des moyens d'arbres. «Une nouvelle lassitude, et un
nouveau retournement moral. «Laissons tout ça jaunir, et tomber. Vienne le
taciturne état, le dépouillement, l'automne.»
Il
ciclo delle stagioni
Stanchi di essersi
contratti per tutto l’inverno gli alberi tutt’a un tratto si lusingano di
essere ingannati. Non si possono più tenere. Mollano le loro parole, un fiotto,
un vomito di verde. Cercano di arrivare a una fogliazione completa, di parole.
Tanto peggio! Si ordinerà come potrà! Ma davvero essa si ordina! Nessuna
libertà nella fogliazione…Lanciano, perlomeno lo credono, non importa quali
parole, lanciano gambi per sospendervi ancora parole: i nostri tronchi,
pensano, sono qua per assumersi tutto. Si sforzano di celarsi, di confondersi
gli uni negli altri. Credono di poter dir tutto, di poter ricoprire interamente
il mondo di parole variate. Non dicono che “gli alberi”.
Incapaci perfino di
trattenere gli uccelli che si partono da loro mentre si rallegravano già di
aver prodotto sì strani fiori. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo
di spiegarsi e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a sé stesse
simmetricamente sospese! Tenta ancora una foglia! –La stessa! Ancora una! –La
stessa. Niente potrebbe fermarli se non improvvisamente questa riflessione:
“Non si esce dagli alberi con mezzi d’alberi”. Una nuova stanchezza, e un nuovo
ripiegamento morale. “Lasciamo ingiallire tutto, e cadere. Venga lo stato
taciturno, lo spoglio, l' AUTUNNO”.
Le mollusque
Le mollusque est un être - presque une - qualité. Il n'a pas besoin de
charpente mais seulement d'un rempart, quelque chose comme la couleur dans le
tube. La nature renonce ici à la présentation du plasma en forme. Elle montre
seulement qu'elle y tient en l'abritant soigneusement, dans un écrin dont la
face intérieure est la plus belle. Ce n'est donc pas un simple crachat, mais
une réalité des plus précieuses. Le mollusque est doué d'une énergie puissante
à se renfermer. Ce n'est à vrai dire qu'un muscle, un gond, un blount et sa
porte. Le blount ayant sécrété la porte. Deux portes légèrement concaves
constituent sa demeure entière. Première et dernière demeure. Il y loge
jusqu'après sa mort. Rien à faire pour l'en tirer vivant. La moindre cellule du
corps de l'homme tient ainsi, et avec cette force, à la parole, — et
réciproquement. Mais parfois un autre être vient violer ce tombeau, lorsqu'il
est bien fait, et s'y fixer à la place du constructeur défunt. C'est le cas du
pagure.
Escargots
Au contraire des escarbilles qui sont les hôtes des cendres chaudes, les
escargots aiment la terre humide. Go on, ils avancent collés à elle de tout
leur corps. Ils en emportent, ils en mangent, ils en excrémentent. Elle les
traverse. Ils la traversent. C'est une interpénétration du meilleur goût parce
que pour ainsi dire ton sur ton — avec un élément passif, un élément actif, le
passif baignant à la fois et nourrissant l'actif — qui se déplace en même temps
qu'il mange. (Il y a autre chose à dire des escargots. D'abord leur propre
humidité. Leur sang froid. Leur extensibilité.) A remarquer d'ailleurs que l'on
ne conçoit pas un escargot sorti de sa coquille et ne se mouvant pas. Dès qu'il
repose, il rentre aussitôt au fond de lui-même. Au contraire sa pudeur l'oblige
à se mouvoir dès qu'il montre sa nudité, qu'il livre sa forme vulnérable. Dès
qu'il s'expose, il marche. Pendant les époques sèches ils se retirent dans les
fossés où il semble d'ailleurs que la présence de leur corps contribue à
maintenir de l'humidité. Sans doute y voisinent-ils avec d'autres sortes de
bêtes à sang froid, crapauds, grenouilles. Mais lorsqu'ils en sortent ce n'est
pas du même pas. Us ont plus de mérite à s'y rendre car beaucoup plus de peine
à en sortir. A noter d'ailleurs que s'ils aiment la terre humide, ils
n'affectionnent pas les endroits où la proportion dévie-1 en faveur de l'eau,
comme les marais, ou les ctangs. Et certainement ils préfèrent la terre ferme,
mais à condition qu'elle soit grasse et humide. Ils sont friands aussi des
légumes et des plantes aux feuilles vertes et chargées d'eau. Ils savent s'en
nourrir en laissant seulement les nervures, et découpant le plus tendre. Ils
sont par exemple les fléaux des salades. Que sont-ils au fond des fosses? Des
êtres qui les affectionnent pour certaines de leurs qualités, mais qui ont
l'intention d'en sortir. Ils en sont un élément constitutif mais vagabond. Et
d'ailleurs là aussi bien qu'au plein jour des allées fermes leur coquille
préserve leur quant-à-soi. Certainement c'est parfois une gêne d'emporter
partout avec soi cette coquille mais ils ne s'en plaignent pas et finalement
ils en sont bien contents. II est précieux, où que l'on se trouve, de pouvoir
rentrer chez soi et défier les importuns. Cela valait bien la peine. Us bavent
d'orgueil de cette faculté, de cette commodité. Comment se peut-il que je sois
un être si sensible et si vulnérable, et à la fois si à l'abri des assauts des
importuns, si possédant son bonheur et sa tranquillité. D'où ce merveilleux
port de tête. A la fois si collé au sol, si touchant et si lent, si progressif
et si capable de me décoller du sol pour rentrer en moi-même et alors après moi
le déluge, un coup de pied peut me faire rouler n'importe où. Je suis bien sûr
de me rétablir sur pied et de recoller nu sol où le sort m'aura relégué et d'y
trouver ma pâture : la terre, le plus commun des aliments. Quel bonheur, quelle
joie donc d'être un. escargot. Mais cette bave d'orgueil ils en imposent la
marque à tout ce qu'ils touchent. Un sillage argenté les suit. Et peut-être les
signale au bec des volatiles qui en sont friands. Voilà le hic, la question,
être ou ne pas être (des vaniteux), le danger. Seul, évidemment l'escargot est
bien seul. Il n'a pas beaucoup d'amis. Mais il n'en a pas besoin pour son
bonheur. U colle si bien à la nature, il en jouit si parfaitement de si près,
il est l'ami du sol qu'il baise de tout son corps, et des feuilles, et du ciel
vers quoi il lève si fièrement la tête, avec ses globes d'yeux si sensibles;
noblesse, lenteur, sagesse, orgueil, vanité, fierté. Et ne disons pas qu'il
ressemble en ceci au pourceau. Non il n'a pas ces petits pieds mesquins, ce
trottine-ment inquiet. Cette nécessité, cette honte de fuir tout d'une pièce.
Plus de résistance, et plus de stoïcisme. Plus de méthode, plus de fierté et
sans doute moins de goinfrerie, — moins de caprice; laissant cette nourriture
pour se jeter sur une autre, moins d'affolement et de précipitation dans la
goinfrerie, moins de peur de laisser perdre quelque chose. Rien n'est beau
comme cette façon d'avancer si lente et si sûre et si discrète, au prix de
quels efforts ce glissement parfait dont ils honorent la terre! Tout comme un
long navire, au sillage argenté. Cette façon de procéder est majestueuse,
surtout si l'on tient compte encore une fois de cette vulnérabilité, de ces
globes d'yeux si sensibles. La colère des escargots est-elle perceptible? Y en
a-t-il des exemples? Comme elle est sans aucun geste, sans doute se
manifeste-t-elle seulement par une sécrétion de bave plus floculente et plus
rapide. Cette bave d'orgueil. L'on voit ici que l'expression de leur colère est
la même que celle de leur orgueil. Ainsi se rassurent-ils et en imposent-ils au
monde d'une façon plus riche, argentée. L'expression de leur colère, comme de
leur orgueil, devient brillante en séchant. Mais aussi elle constitue leur
trace et les désigne au ravisseur (au prédateur). De plus elle est éphémère et
ne dure que jusqu'à la prochaine pluie. Ainsi en est-il de tous ceux qui
s'expriment d'une façon entièrement subjective sans repentir, et par traces
seulement, sans souci de construire et de former leur expression comme une
demeure solide, à plusieurs dimensions. Plus durable qu'eux-mêmes. Mais sans
doute eux, n'éprouvent-ils pas ce besoin. Ce sont plutôt des héros,
c'est-à-dire des êtres dont l'existence même est œuvre d'art, — que des
artistes, c'est-à-dire des fabricants d'œuvres d'art. Mais c'est ici que je
touche à l'un des points principaux de leur leçon, qui d'ailleurs ne leur est
pas particulière mais qu'ils possèdent en commun avec tous les êtres à
coquilles : cette coquille, partie de leur être, est en même temps œuvre d'art,
monument. Elle, demeuie plus longtemps qu'eux. Et voilà l'exemple qu'ils nous
donnent. Saints, ils font œuvre d'art de leur vie, — œuvre d'art de leur
perfectionnement. Leur sécrétion même se produit de telle manière qu'elle se
met en forme. Rien d'extérieur à eux, à leur nécessité, à leur besoin n'est
leur œuvre. Rien de disproportionné — d'autre part - - à leur être physique.
Rien qui ne lui soit nécessaire, obligatoire. Ainsi tracent-ils aux hommes leur
devoir. Les grandes pensées viennent du cœur. Perfectionne-toi moralement et tu
feras de beaux vers. La morale et la rhétorique se rejoignent dans l'ambition
et le désir du sage. Mais saints en quoi : en obéissant précisément à leur
nature. Connais-toi donc d'abord toi-même. Et accepte-toi tel que tu es. En accord
avec tes vices. En proportion avec ta mesure. Mais quelle est la notion propre
d« l'homme : la parole et la morale. L'humanisme.
Le papillon
Lorsque le sucre élaboré dans les tiges surgit au fond des fleurs, comme
des tasses mal lavées, — un grand effort se produit par terre d'où les
papillons tout à coup prennent leur vol. Mais comme chaque chenille eut la tête
aveuglée et laissée noire, et le torse amaigri par la véritable explosion d'où
les ailes symétriques flambèrent, dès lors le papillon erratique ne se pose
plus qu'au hasard de sa course, ou tout comme. Allumette volante, sa flamme
n'est pas contagieuse. Et d'ailleurs, il arrive trop tard et ne peut que
constater les fleurs écloses. N'importe : se conduisant en lampiste, il vérifie
la provision d'huile de chacune. Il pose au sommet des fleurs la guenille
atrophiée qu'il emporte et venge ainsi sa longue humiliation amorphe de chenille
au pied des tiges. Minuscule voilier des airs maltraité par le vent en pétale
superfétatoire, il vagabonde au jardin.
R.
C. Seine N°
C'est par un escalier de bois jamais ciré depuis trente ans, dans la
poussière des mégots jetés à la porte, au milieu d'un peloton de petits
employés à la fois mesquins et sauvages, en chapeau melon, leur valise à soupe
à la main, que deux fois par jour commence notre asphyxie. Un jour réticent
règne à l'intérieur de ce colimaçon délabré, où flotte en suspension la râpure
du bois beige. Au bruit des souliers hissés par la fatigue d'une marche à
l'autre, selon un axe crasseux, nous approchons à une allure de grains de café
de l'engrenage broyeur. Chacun croit qu'il se meut à l'état libre, parce qu'une
oppression extrêmement simple l'oblige, qui ne diffère pas beaucoup de la
pesanteur : du fond des cieux la main de la misère tourne le moulin. * L'issue,
à la vérité, n'est pas pour notre forme si dangereuse. Cette porte qu'il faut
passer n'a qu'un seul gong de chair de la grandeur d'un homme, le surveillant
qui l'obstrue à moitié : plutôt que d'un engrenage, il s'agit ici d'un
sphincter. Chacun en est aussitôt expulsé, honteusement sain et sauf, fort
déprimé pourtant, par des boyaux lubrifiés à la cire, au fly-tox, à la lumière
électrique. Brusquement séparés par de longs intervalles, l'on se trouve alors,
dans une atmosphère entêtante d'hôpital à durée de cure indéfinie pour
l'entretien des bourses plates, filant à toute vitesse à travers une sorte de
monastère-patinoire dont les nombreux canaux se coupent à angles droits, — où
l'uniforme est le veston râpé. * Bientôt après, dans chaque service, avec un
bruit terrible, les armoires à rideaux de fer s'ouvrent, — d'où les dossiers,
comme d'affreux oiseaux-fossiles familiers, dénichés de leurs strates,
descendent lourdement se poser sur les tables où ils s'ébrouent. Une étude
macabre commence. 0 analphabétisme commercial, au bruit des machines sacrées
c'est alors la longue, la sempiternelle célébration de ton culte qu'il faut
servir. Tout s'inscrit à mesure sur des imprimés à plusieurs doubles, où la
parole reproduite en mauves de plus en plus pâles finirait sans doute par se
dissoudre dans le dédain et l'ennui même du papier, n'étaient les échéanciers,
ces forteresses de carton bleu très solide, troués au centre d'une lucarne
ronde afin qu'aucune feuille insérée ne s'y dissimule dans l'oubli. Deux ou
trois fois par jour, au milieu de ce culte, le courrier multicolore, radieux et
bête comme un oiseau des îles, tout frais émoulu des enveloppes marquées de
noir par le baiser de la poste, vient tout de go se poser devant moi. Chaque
feuille étrangère est alors adoptée, confiée à une petite colombe de chez nous,
qui la guide à des destinations successives jusqu'à son classement. Certains
bijoux servent à ces attelages momentanés : coins dorés, attaches parisiennes,
trombones attendent dans des sébiles leur utilisation. * Peu à peu cependant,
tandis que l'heure tourne, le flot monte dans les corbeilles à papier.
Lorsqu'il va déborder, il est midi : une sonnerie stridente invite à
disparaître instantanément de ces lieux. Reconnaissons que personne ne se le
fait dire deux fois. Une course éperdue se dispute dans les escaliers, où les deux
sexes autorisés à se confondre dans la fuite alors qu'ils ne l'étaient pas pour
l'entrée, se choquent et se bousculent à qui mieux mieux. C'est alors que les
chefs de service prennent vraiment conscience de leur supériorité : « Turba
ruit ou ruunt »; eux, à une allure de prêtres, laissant passer le galop des
moines et moinillons de tous ordres, visitent lentement leur domaine, entouré
par privilège de vitrages dépolis, dans un décor où les vertus embaumantes sont
la morgue, le mauvais goût et la délation, — et parvenant à leur vestiaire, où
il n'est pas rare que se trouvent des gants, une canne, une écharpe de soie,
ils se défroquent tout à coup de leur grimace caractéristique et se
transforment en véritables hommes du monde.
E’ da una scala in legno
mai tirata a cera da trent’anni, nella polvere delle cicche gettate sulla
porta, nel mezzo di un plotone di piccoli impiegati meschini e selvaggi allo
stesso tempo, in bombetta, la loro valigia da zuppa in mano, che due volte al
giorno inizia la nostra asfissia.
Una luce reticente regna
all’interno di quella scalcinata chiocciola, dove fluttua in sospensione la
raspatura del legno grezzo. Al rumore delle calzature issate faticosamente da
un gradino all’altro, intorno a un sudicio asse, ci avviciniamo ad un’andatura
da chicchi di caffè all’ingranaggio stritolatore.
Ognuno crede di muoversi
allo stato libero, perché un’oppressione estremamente semplice lo obbliga, la
quale non differisce molto dalla gravità: dal fondo dei cieli la mano della
miseria gira il macinino.
L’uscita, per la verità,
non è per la nostra forma poi tanto pericolosa. Questa porta che dobbiamo
attraversare non ha che un solo cardine di carne della grandezza di un uomo, il
sorvegliante che l’ostruisce per metà: piuttosto che di un ingranaggio, si
tratta qui di uno sfintere. Ciascuno ne è subito espulso, vergognosamente sano
e salvo, tuttavia molto depresso, tramite budella lubrificate a cera, con
fly-tox, con la luce elettrica. Improvvisamente separati da lunghi intervalli,
ci si trova allora in un’atmosfera che dà alla testa, da ospedale, a durata
indefinita delle cure, per il dover trattenere le piatte borse, a filare a
tutta velocità attraverso una sorta di monastero-pattinaggio dove i numerosi
canali si tagliano ad angolo retto, - e l’uniforme è la giacca logora.
Subito dopo, in ogni
reparto, con un rumore terribile, gli armadi dalle cerniere di ferro, - da cui
i dossiers, come orribili uccelli-fossili familiari, snidati dai loro strati,
scendono pesantemente a posarsi sui tavoli dove si scuotono. Uno studio macabro
comincia. O analfabetismo commerciale, al rumore delle sacre macchine, ha luogo
ora la lunga sempiterna celebrazione del tuo culto che si deve servire.
Tutto s’inscrive a
misura su stampati in diverse copie, dove la parola riprodotta in color malva
sempre più pallido finirà indubbiamente per dissolversi nel disdegno e la noia
della stessa carta, non fossero gli scadenziari, quelle fortezze di cartone blu
molto solido, bucati al centro da un lucernaio tondo, a evitare che un foglio
inserito possa dissimularsi nell’oblio.
Due o tre volte al
giorno, nel mezzo di tale culto, il corriere multicolore, radioso e bestia come
un uccello delle isole, emesso fresco fresco dalle buste marcate di nero dal
bacio delle poste, se ne viene dritto a posarsi davanti a me.
Ogni foglio estraneo
allora viene adottato, affidato a una piccola colomba di casa nostra, che lo
guida a destinazioni successive fino alla sua classificazione.
Alcuni bijoux servono a
questi attaccamenti momentanei: angoli dorati, fermagli parigini, fibbie,
attendono in ciotole la loro utilizzazione.
A poco a poco intanto,
mentre l’ora avanza, il flusso sale nei cestini della carta. Quando sta per
debordare è mezzogiorno: una stridente suoneria invita a sparire immediatamente
da questo luogo. Riconosciamo che nessuno se lo fa dire due volte. Una perduta
corsa si disputa sulle scale, dove i due sessi autorizzati a confondersi nella
fuga, quando non lo erano all’entrata, si spingono e sgomitano a più non posso.
È a questo punto che i
capiservizio prendono veramente coscienza della loro superiorità: “turba ruit
oppure ruunt”; essi, ad andatura da preti, lasciando passare il galoppo di
monaci e monachelli d’ogni ordine, visitano lentamente il loro dominio,
circondati da privilegi di vetrate smerigliate, in un decoro ove le virtù
imbalsamanti sono la boria il cattivo gusto e la delazione, - e raggiungendo il
loro spogliatoio, dove non è raro si trovino guanti, canna, sciarpe di seta, si
sbarazzano di colpo della loro smorfia caratteristica e si trasformano in veri
uomini di mondo.
Le Restaurant Lemeunier rue
de la Chaussée d'Antin
Rien de plus émouvant que le spectacle que donne, dans cet immense
Restaurant Lemeunier, rue de la Chaussée d'Antin, la foule des employés et des
vendeuses qui y déjeunent à midi. La lumière et la musique y sont dispensées
avec une prodigalité qui fait rêver. Des glaces biseautées, des dorures
partout. L'on y entre à travers des plantes vertes par un passage plus sombre
aux parois duquel quelques dîneurs déjà à l'étroit sont installés, et qui
débouche dans une salle aux proportions énormes, à plusieurs balcons de
pitchpin formant un seul étage en huit, où vous accueillent à la fois des
bouffées d'odeurs tièdes, le tapage des fourchettes et des assiettes choquées,
les appels des serveuses et le bruit des conversations. C'est une grande
composition digne du Véronèse pour l'ambition et le volume, mais qu'il faudrait
peindre tout entière dans l'esprit du fameux Bar de Manet. Les personnages
dominants y sont sans contredit d'abord le groupe des musiciens au nœud du
huit, puis les caissières assises en surélévation derrière leurs banques, d'où
leurs corsages clairs et obligatoirement gonflés tout entiers émergent, enfin
de pitoyables caricatures de maîtres d'hôtel circulant avec une relative
lenteur, mais obligés parfois à mettre la main à la pâte avec la même
précipitation que les serveuses, non par l'impatience des dîneurs (peu habitués
à l'exigence) mais par la fébrilité d'un zèle professionnel aiguillonné par le
sentiment de l'incertitude des situations dans l'état actuel de l'offre et de
la demande sur le marché du travail. O monde des fadeurs et des fadaises, tu
atteins ici à ta perfection! Toute une jeunesse inconsciente y singe
quotidiennement cette frivolité tapageuse que les bourgeois se permettent huit
ou dix fois par an, quand le père banquier ou la mère kleptomane ont réalisé
quelque bénéfice supplémentaire vraiment inattendu, et veulent comme il faut
étonner leurs voisins. Cérémonieusement attifés, comme leurs parents à la
campagne ne se montrent que le dimanche, les jeunes employés et leurs compagnes
s'y plongent avec délices, en toute bonne foi chaque jour. Chacun tient à son
assiette comme le bernard-l'hermite à sa coquille, tandis que le flot copieux
de quelque valse viennoise dont la rumeur domine le cliquetis des valves de
faïence, remue les estomacs et les cœurs. Comme dans une grotte merveilleuse,
je les vois tous parler et rire mais ne les entends pas. Jeune vendeur, c'est
ici, au milieu de la foule de tes semblables, que tu dois parler à ta camarade
et découvrir ton propre cœur. 0 confidence, c'est ici que tu seras échangée!
Des entremets à plusieurs étages crémeux hardiment superposés, servis dans des
cupules d'un métal mystérieux, hautes de pied mais rapidement lavées et
malheureusement toujours tièdes, permettent aux consommateurs qui choisirent
qu'on les disposât devant eux, de manifester mieux que par d'autres signes les
sentiments profonds qui les animent. Chez l'un, c'est l'enthousiasme que lui
procure la présence à ses " côtés d'une dactylo magnifiquement ondulée,
pour laquelle il n'hésiterait pas à commettre mille autres coûteuses folies du
même genre; chez l'autre, c'est le souci d'étaler une frugalité de bon ton (il
n'a pris auparavant qu'un léger hors-d'œuvre) conjuguée avec un goût prometteur
des friandises; chez quelques-uns c'est ainsi que se montre un dégoût
aristocratique de tout ce qui dans ce monde ne participe pas tant soit peu de
la féerie; d'autres enfin, par la façon dont ils dégustent, révèlent une âme
noble et blasée, et une grande habitude et satiété du luxe. Par milliers
cependant les miettes blondes et de grandes imprégnations roses sont en même
temps apparues sur le linge épars ou tendu. Un peu plus tard, les briquets se
saisissent du premier rôle; selon le dispositif qui actionne la molette ou la
façon dont ils sont maniés. Tandis qu'élevant les bras dans un mouvement qui
découvre à leurs aisselles leur façon personnelle d'arborer les cocardes de la
transpiration, les femmes se recoiffent ou jouent du tube de fard. C'est
l'heure où, dans un brouhaha recrudescent de chaises repoussées, de torchons
claquants, de croûtons écrasés, va s'accomplir le dernier rite de la singulière
cérémonie. Successivement, de chacun de leurs hôtes, les serveuses, dont un
carnet habite la poche et les cheveux un petit crayon, rapprochent leurs
ventres serrés d'une façon si touchante par les cordons du tablier : elles se
livrent de mémoire à une rapide estimation. C'est alors que la vanité est punie
et la modestie récompensée. Pièces et billets bleus s'échangent sur les tables
: il semble que chacun retire son épingle du jeu. Fomenté cependant par les
filles de salle au cours des derniers services du repas du soir, peu à peu se
propage et à huis clos s'achève un soulèvement général du mobilier, à la faveur
duquel les besognes humides du nettoyage sont aussitôt entreprises et sans
embarras terminées. C'est alors seulement que les travailleuses, une à une
soupesant quelques sous qui tintent au fond de leur poche, avec la pensée qui
regonfle dans leur cœur de quelque enfant en nourrice à la campagne ou en garde
chez des voisins, abandonnent avec indifférence ces lieux éteints, tandis que
du trottoir d'en face l'homme qui les attend n'aperçoit plus qu'une vaste
ménagerie de chaises et de tables, l'oreille haute, les unes pardessus les
autres dressées à contempler avec hébétude et passion la rue déserte.
Végétation
La pluie ne forme pas les seuls traits d'union entre le sol et les cieux :
il en existe d'une autre sorte, moins intermittents et beaucoup mieux tramés,
dont le vent si fort qu'il l'agite n'emporte pas le tissu. S'il réussit parfois
dans une certaine saison à en détacher peu de choses, qu'il s'efforce alors de
réduire dans son tourbillon, l'on s'aperçoit à la fin du compte qu'il n'a rien
dissipé du tout. A y regarder de plus près, l'on se trouve alors à l'une des
mille portes d'un immense laboratoire, hérissé d'appareils hydrauliques
multiformes, tous beaucoup plus compliqués que les simples colonnes de la pluie
et doués d'une originale perfection : tous à la fois cornues, filtres, siphons,
alambics. Ce sont ces appareils que la pluie rencontre justement d'abord, avant
d'atteindre le sol. Ils la reçoivent dans une quantité de petits bols, disposés
en foule à tous les niveaux d'une plus ou moins grande profondeur, et qui se
déversent les uns dans les autres jusqu'à ceux du degré le plus bas, par qui la
terre enfin est directement ramoitie. Ainsi ralentissent-ils l'ondée à leur
façon, et en gardent-ils longtemps l'humeur et le bénéfice au sol après la
disparition du météore. A eux seuls appartient le pouvoir de faire briller au
soleil les formes de la pluie, autrement dit d'exposer sous le point de vue de
la joie les raisons aussi religieusement admises, qu'elles furent par la tristesse
précipitamment formulées. Curieuse occupation, énigmatiques caractères. Ils
grandissent en stature à mesure que la pluie tombe; mais avec plus de
régularité, plus de discrétion; et, par une sorte de force acquise, même alors
qu'elle ne tombe plus. Enfin, l'on retrouve encore de l'eau dans certaines
ampoules qu'ils forment et qu'ils portent avec une rougissante affectation, que
l'on appelle leurs fruits. Telle est, semble-t-il, la fonction physique de
cette espèce de tapisserie à trois dimensions à laquelle on a donné le nom de
végétation pour d'autres caractères qu'elle présente et en particulier pour la
sorte de vie qui l'anime... Mais j'ai voulu d'abord insister sur ce point :
bien que la faculté de réaliser leur propre synthèse et de se produire sans qu'on
les en prie (voire entre les pavés de la Sorbonne), apparente les appareils
végétatifs aux animaux, c'est-à-dire à toutes sortes de vagabonds, néanmoins en
beaucoup d'endroits à demeure ils forment un tissu, et ce tissu appartient au
monde comme l'une de ses assises.
Le galet
Le galet n'est pas une chose facile à bien définir. Si l'on se contente
d'une simple description l'on peut dire d'abord que c'est une forme ou un état
de la pierre entre le rocher et le caillou. Mais ce propos déjà implique de la
pierre une notion qui doit être justifiée. Qu'on ne me reproche pas en cette
matière de remonter plus loin même que le déluge. Tous les rocs sont issus par
scissiparité d'un même aïeul énorme. De ce corps fabuleux l'on ne peut dire
qu'une chose, savoir que hors des limbes il n'a point tenu debout. La raison ne
l'atteint qu'amorphe et répandu parmi les bonds pâteux de l'agonie. Elle
s'éveille pour le baptême d'un héros de la grandeur du monde, et découvre le
pétrin affreux d'un lit de mort. Que le lecteur ici ne passe pas trop vite,
mais qu'il admire plutôt, au lieu d'expressions si épaisses et si funèbres, la
grandeur et la gloire d'une vérité qui a pu tant soi peu se les rendre
transparentes et n'en paraître pas tout à fait obscurcie. Ainsi, sur une
planète déjà terne et froide, brille à présent le soleil. Aucun satellite de
flammes à son égard ne trompe plus. Toute la gloire et toute l'existence, tout
ce qui fait voir et tout ce qui fait vivre, la source de toute apparence objective
s'est retirée à lui. Les héros issus de lui qui gravitaient dans son entourage
se sont volontairement éclipsés. Mais pour que la vérité dont ils abdiquent la
gloire — au profit de sa source même — conserve un public et des objets, morts
ou sur le point de l'être, ils n'en continuent pas moins autour d'elle leur
ronde, leur service de spectateurs. L'on conçoit qu'un pareil sacrifice,
l'expulsion de la vie hors de natures autrefois si glorieuses et si ardentes,
ne soit pas allé sans de dramatiques bouleversements intérieurs. Voilà
l'origine du gris chaos de la Terre, notre humble et magnifique séjour. Ainsi,
après une période de torsions et de plis pareils à ceux d'un corps qui s'agite
en dormant sous les couvertures, notre héros, maté (par sa conscience) comme
par une monstrueuse camisole de force, n'a plus connu que des explosions
intimes, de plus en plus rares, d'un effet brisant sur une enveloppe de plus en
plus lourde et froide. Lui mort et elle chaotique sont aujourd'hui confondus. De
ce corps une fois pour toutes ayant perdu avec la faculté de s'émouvoir celle
de se refondre en une personne entière, l'histoire depuis la lente catastrophe
du refroidissement ne sera plus que celle d'une perpétuelle désagrégation. Mais
c'est à ce moment qu'il advient d'autres choses : la grandeur morte, la vie
fait voir aussitôt qu'elle n'a rien de commun avec elle. Aussitôt, à mille
ressources. Telle est aujourd'hui l'apparence du globe. Le cadavre en tronçons
de l'être de la grandeur du monde ne fait plus que servir de décor à la vie de
millions d'êtres infiniment plus petits et plus éphémères que lui. Leur foule
est par endroits si dense qu'elle dissimule entièrement l'ossature sacrée qui
leur servit naguère d'unique support. Et ce n'est qu'une infinité de leurs
cadavres qui réussissant depuis lors à imiter la consistance de la pierre, par
ce qu'on appelle la terre végétale, leur permet depuis quelques jours de se
reproduire sans rien devoir au roc. Par ailleurs l'élément liquide, d'une
origine peut-être aussi ancienne que celui dont je traite ici, s'étant assemblé
sur de plus ou moins grandes étendues, le recouvre, s'y frotte, et par des
coups répétés active son érosion. Je décrirai donc quelques-unes des formes que
la pierre actuellement éparse et humiliée par le monde montre à nos yeux. Les
plus gros fragments, dalles à peu près invisibles sous les végétations
entrelacées qui s'y agrippent autant par religion que pour d'autres motifs,
constituent l'ossature du globe. Ce sont là de véritables temples : non point
des constructions élevées arbitrairement au-dessus du sol mais les restes
impassibles de l'antique héros qui fut naguère véritablement au monde. Engagé à
l'imagination de grandes choses parmi l'ombre et le parfum des forêts qui
recouvrent parfois ces blocs mystérieux, l'homme par l'esprit seul suppose
là-dessous leur continuité. Dans les mêmes endroits, de nombreux blocs plus
petits attirent son attention. Parsemées sous bois par le Temps, d'inégales
boules de mie de pierre, pétries par les doigts sales de ce dieu. Depuis
l'explosion de leur énorme aïeul, et de leur trajectoire aux cieux abattus sans
ressort, les rochers se sont tus. Envahis et fracturés par la germination,
comme un homme qui ne se rase plus, creusés et comblés par la terre meuble,
aucun d'eux devenus incapables d'aucune réaction ne pipe plus mot. Leurs
figures, leurs corps se fendillent. Dans les rides de l'expérience la naïveté
s'approche et s'installe. Les roses s'assoient sur leurs genoux gris, et elles
font contre eux leur naïve diatribe. Eux les admettent. Eux, dont jadis la
grêle désastreuse éclaircit les forêts, et dont la durée est éternelle dans la
stupeur et la résignation. Ils rient de voir autour d'eux suscitées et
condamnées tant de générations de fleurs, d'une carnation d'ailleurs quoi qu'on
dise à peine plus vivante que la leur, et d'un rose aussi pâle et aussi fané
que leur gris. Ils pensent (comme des statues sans se donner la peine de le
dire) que ces teintes sont empruntées aux lueurs des cieux au soleil couchant,
lueurs elles-mêmes par les cieux essayées tous les soirs en mémoire d'un
incendie bien plus éclatant, lors de ce fameux cataclysme à l'occasion duquel
projetés violemment dans les airs, ils connurent une heure de liberté
magnifique terminée par ce formidable atterrement. Non loin de là, la mer aux
genoux rocheux des géants spectateurs sur ses bords des efforts écumants de
leurs femmes abattues, sans cesse arrache des blocs qu'elle garde, étreint,
balance, dorlote, ressasse, malaxe, flatte et polit dans ses bras contre son corps
ou abandonne dans un coin de sa bouche comme une dragée, puis ressort de sa
bouche, et dépose sur un bord hospitalier en pente douce parmi un troupeau déjà
nombreux à sa portée, en vue de l'y reprendre bientôt pour s'en occuper plus
affectueusement, passionnément encore. Cependant le vent souffle. Il fait voler
le sable. Et si l'une de ces particules, forme dernière et la plus infime de
l'objet qui nous occupe, arrive à s'introduire réellement dans nos yeux, c'est
ainsi que la pierre, par la façon d'éblouir qui lui est particulière, punit et
termine notre contemplation. La nature nous ferme ainsi les yeux quand le
moment vient d'interroger vers l'intérieur de la mémoire si les renseignements
qu'une longue contemplation y a accumulés ne l'auraient pas déjà fournie de
quelques principes. A l'esprit en mal de notions qui s'est d'abord nourri de
telles apparences, à propos de la pierre la nature apparaîtra enfin, sous un
jour peut-être trop simple, comme mie montre dont le principe est fait de roues
qui tournent à de très inégales vitesses, quoiqu'elles soient agies par un
unique moteur. Les végétaux, les animaux, les vapeurs et les liquides, à mourir
et à renaître tournent d'une façon plus ou moins rapide. La grande roue de la
pierre nous paraît pratiquement immobile, et, même théoriquement, nous ne
pouvons concevoir qu'une partie de la phase de sa très lente désagrégation. Si
bien que contrairement à l'opinion commune qui fait d'elle aux yeux des hommes
un symbole de la durée et de l'impassibilité, l'on peut dire qu'en fait la
pierre ne se reformant pas dans la nature, elle est en réalité la seule chose
qui y meure constamment. En sorte que lorsque la vie, par la bouche des êtres
qui en reçoivent successivement et pour une assez courte période le dépôt,
laisse croire qu'elle envie la solidité indestructible du décor qu'elle habite,
en réalité elle assiste à la désagrégation continue de ce décor. Et voici
l'unité d'action qui lui paraît dramatique : elle pense confusément que son
support peut un jour lui faillir, alors qu'elle-même se sent éternellement
res-suscitable. Dans un décor qui a renoncé à s'émouvoir, et songe seulement à
tomber en ruines, la vie s'inquiète et s'agite de ne savoir que ressusciter. Il
est vrai que la pierre elle-même se montre parfois agitée. C'est dans ses
derniers états, alors que galets, graviers, sable, poussière, elle n'est plus
capable de jouer son rôle de contenant ou de support des choses animées.
Désemparée du bloc fondamental elle roule, elle vole, elle réclame une place à
la surface, et toute vie alors recule loin des mornes étendues où tour à tour
la disperse et la rassemble la frénésie du désespoir. Je noterai enfin, comme
un principe très important, que toutes les formes de la pierre, qui
représentent toutes quelque état de son évolution, existent simultanément au
monde. Ici point de générations, point de races disparue». Les Temples, les
Demi-Dieux, les Merveilles, les Mammouths, les Héros, les Aïeux voisinent
chaque jour avec les petits-fils. Chaque homme peut toucher en chair et en os
tous les possibles de ce monde dans son jardin. Point de conception : tout
existe; ou plutôt, comme au paradis, toute la conception existe. Si maintenant
je veux avec plus d'attention examiner l'un des types particuliers de la
pierre, la perfection de sa forme, le fait que je peux le saisir et le
retourner dans ma main, me font choisir le galet. Aussi bien, le galet est-il
exactement la pierre à l'époque où commence pour elle l'âge de la personne, de
l'individu, c'est-à-dire de la parole. Comparé au banc rocheux d'où il dérive
directement, il est la pierre déjà fragmentée et polie en un très grand nombre
d'individus presque semblables. Comparé au plus petit gravier, l'on peut dire
que par l'endroit où on le trouve, parce que l'homme aussi n'a pas coutume d'en
faire un usage pratique, il est la pierre encore sauvage, ou du moins pas
domestique. Encore quelques jours sans signification dans aucun ordre pratique
du monde, profitons de ses vertus. Apporté un jour par l'une des innombrables
charrettes du flot, qui depuis lors, semble-t-il, ne déchargent plus que pour
les oreilles leur vaine cargaison, chaque galet repose sur l'amoncellement des
formes de son antique état, et des formes de son futur. Non loin des lieux où
une couche de terre végétale recouvre encore ses énormes aïeux, au bas du banc
rocheux où s'opère l'acte d'amour de ses parents immédiats, il a son siège au
sol formé du grain des mêmes, où le flot terrassier le recherche et le perd.
Mais ces lieux où la mer ordinairement le relègue sont les plus impropres à
toute homologation. Ses populations y gisent au su de la seule étendue. Chacun
s'y croit perdu parce qu'il n'a pas de nombre, et qu'il ne voit que des forces
aveugles pour tenir compte de lui. Et en effet, partout où de tels troupeaux
reposent, ils couvrent pratiquement tout le sol, et leur dos forme un parterre
incommode à la pose du pied comme à celle de l'esprit. Pas d'oiseaux. Des brins
d'herbe parfois sortent entre eux. Des lézards les parcourent, les contournent
sans façon. Des sauterelles par bonds s'y mesurent plutôt entre elles qu'elles
ne les mesurent. Des hommes parfois jettent distraitement au loin l'un des
leurs. Mais ces objets du dernier peu, perdus sans ordre au milieu d'une
solitude violée par les herbes sèches, les varechs, les vieux bouchons et
toutes sortes de débris des provisions humaines, — imperturbables parmi les
remous les plus forts de l'atmosphère, — assistent muets au spectacle de ces
forces qui courent en aveugles à leur essoufflement par la chasse de tout hors
de toute raison. Pourtant attachés nulle part, ils restent à leur place
quelconque sur l'étendue. Le vent le plus fort pour déraciner un arbre ou
démolir un édifice, ne peut déplacer un galet. Mais comme il fait voler la
poussière alentour, c'est ainsi que parfois les furets de l'ouragan déterrent
quelqu'une de ces bornes du hasard à leurs places quelconques depuis des
siècles sous la couche opaque et temporelle du sable. Mais au contraire l'eau,
qui rend glissant et communique sa qualité de fluide à tout ce qu'elle peut
entièrement enrober, arrive parfois à séduire ces formes et à les entraîner.
Car le galet se souvient qu'il naquit par l'effort de ce monstre informe sur le
monstre également informe de la pierre. Et comme sa personne encore ne peut être
achevée qu'à plusieurs reprises par l'application du liquide, elle lui reste à
jamais par définition docile.Terne au sol, comme le jour est terne par rapport
à la nuit, à l'instant même où l'onde le reprend elle lui donne à luire. Et
quoiqu'elle n'agisse pas en profondeur, et ne pénètre qu'à peine le très fin et
très serré agglomérat, la très mince quoique très active adhérence du liquide
provoque à sa surface une modification sensible. Il semble qu'elle la
repolisse, et panse ainsi elle-même les blessures faites par leurs précédentes
amours. Alors, pour un moment, l'extérieur du galet ressemble à son intérieur:
il a sur tout le corps l'œil de la jeunesse. Cependant sa forme à la perfection
supporte les deux milieux. Elle reste imperturbable dans le désordre des mers. Il
en sort seulement plus petit, mais entier, et, si l'on veut aussi grand,
puisque ses proportions ne dépendent aucunement de son volume. Sorti du liquide
il sèche aussitôt. C'est-à-dire que malgré les monstrueux efforts auxquels il a
été soumis, la trace liquide ne peut demeurer à sa surface : il la dissipe sans
aucun effort. Enfin, de jour en jour plus petit mais toujours sûr de sa forme,
aveugle, solide et sec dans sa profondeur, son caractère est donc de ne pas se
laisser confondre mais plutôt réduire par les eaux. Aussi, lorsque vaincu il
est enfin du sable, l'eau n'y pénètre pas exactement comme à la poussière.
Gardant alors toutes les traces, sauf justement celles du liquide, qui se borne
à pouvoir effacer sur lui celles qu'y font les autres, il laisse à travers lui
passer toute la mer, qui se perd en sa profondeur sans pouvoir en aucune façon
faire avec lui de la boue. Je n'en dirai
pas plus, car cette idée d'une disparition de signes me donne à réfléchir sur
les défauts d'un style qui appuie trop sur les mots. Trop heureux seulement
d'avoir pour ces débuts su choisir le galet : car un homme d'esprit ne pourra
que sourire, mais sans doute il sera touché, quand mes critiques diront : «
Ayant entrepris d'écrire une description de la pierre, il s'empêtra. »
*
Les arbres se defont à l’intérieur d’une sphère
de brouillard
Dans le
brouillard qui entoure les arbres, les feuilles leur sont
dérobées; qui
déjà, décontenancées par une lente oxydation,
et mortifiées
par le retrait de la sève au profit
des fleurs e
fruits, depuis les grosses chaleurs d’août
tenaient moins à
eux.
Dans l’écorce
des rigoles verticales se creusent par
où l’humidité
jusqu’au sol est conduite à se désintéresser des
parties vives du
tronc.
Les fleurs sont
dispersées, le fruits sont déposés. Depuis
la plus jeune âge, la résignation de
leurs qualités vives e de partie de leur
corps est
devenue pour les arbres un exercise familier.
GLI ALBERI SI
DISFANNO ALL’INTERNO DI UNA SFERA DI NEBBIA
Nella nebbia che circonda gli alberi, le
foglie sono
loro sottratte e queste, sconcertate da
una lenta ossidazione,
e mortificate dal ritirarsi della linfa
a vantaggio
di fiori e frutti, fin dalle grandi
calure di agosto già
erano meno attaccate ad essi.
Nella scorza si scavano canaletti
verticali attraverso cui
l’umidità del suolo è portata a
disinteressarsi delle
parti vive del tronco.
I fiori sono dispersi, i frutti vengono
deposti. Dalla
più tenera età, rassegnare qualità vive
e parte dei loro
corpi è diventato per gli alberi un
esercizio familiare.
Jacqueline Risset
*
da LA FIGUE, tre morsi
La figue est une
pauvre gourde à l’intérieur de laquelle (au cœur de laquelle, la remplissant
toute) luit un autel scintillant.
La
figue est molle et rare
(?). Phrase donnée automatiquement.
Dans
l’intérieur de la figue, qui est une molle gourde, comme une pauvre gourde,
comme une église de campagne, luit comme un autel scintillant.
Voilà déjà qui fait assez espagnol (rouge et or).
Cette pauvre gourde est comme une petite église de la campagne espagnole.
Il mordait à pleines dents dans une bourse molle, pleine d’une confiture
épaisse dilapidant son grain.
Grosse perle de caoutchouc, petit poire baroque, nous l’aimons comme notre tétine.
Ma
chère amie, pourquoi ne nous donnez-vous pas plus souvent à manger des figues
sèches? 1) Figue fraîche. 2) Figue parfaite. 3) Figue sèche. C’est si
bon! Ces sortes de bourses molles, ces gros tétins couleur de pierre sèche,
comportant cette sorte de pâte ou de confiture trop cuite, fort sucrée,
réduite, sablée de pépins (de pépites?), F.P.
Il faut parler de l’arbre (figuier), d’un style aussi pur que celui du gui, des
belles formes du tronc et des branches, et des splendides feuilles, parmi les
plus parfaites qui soient, d’un style si pur, et rare.
Ficus. Palmes arrondies (arp). Pas très loin des plantes grasses. Figuiers de
berbérie.
LA FIGUE
et de cette sorte de rudiment dans
notre bouche, de ce petit bouton de sevrage, irréductible, qui en résulte.
Tel soit mon poème.
Beaucoup moins qu’une figue on le voit
Posé
en maugréant sur le bord de l’assiette ou maintes fois relu comme les meilleurs
textes (absolument compris, c’est égal).
Telle soit ma prière:
Peut-être n’est-ce pas rien: beaucoup moins qu’une figue on le voit, du moins à son
honneur peut-on le ressasser (restera-t-il peut-être).
Sans doute n’est-ce pas grande chose. Ce n’est pas rien (non plus rien).
14 septembre 1958
Ainsi de l’élasticité à l’esprit des
paroles, et de la poésie comme je l’entends.
*
Pour finir, je parlerai encore de
cette façon – particulière au figuier – de sevrer son fruit de sa branche
(comme il faut faire aussi notre esprit de la lettre) et du petit bouton de
sevrage, irréductible, qui en résulte.
(tel
soit poème
petit
texte.
Beaucoup
moins qu’une figue, on le voit, du moins à son honneur restera-t-il peut-être.
Posé
en maugréant sur le bord de l’assiette, ou maintes fois relu comme les meilleurs
textes, absolument compris, c’est égal.
Sans doute n’est-ce pas grand-chose,
Peut-être ce n’est pas rien.
LA FIGUE
ou
de
la poésie à peu près comme d’une figue
J’avoue ne trop savoir ce qu’est la
poésie, interrogez-moi plutôt sur la figue.
Pas
grand-chose évidemment qu’une figue, seulement voilà une de ces façons d’être –
j’ose le dire – ayant fait leurs preuves qui les font encore quotidiennement et
s’offrent à l’esprit sans lui demander rien en échange qu’un minimum de
considération.
Mais
nous plaçons ailleurs notre devoir.
*
Symmaque selon Larousse grand païen de
Rome se moquait de l’empire devenu chrétien: «Il est impossible, disait-il,
qu’un seul chemin mène à un mystère aussi sublime.»
Il
n’eut pas de postérité spirituelle, mais devint beau-père de Boèce auteur de la
Consolation philosophique. Puis tous deux furent mis à mort par l’empereur
barbare Théodoric, en 525.
Barbare
et chrétien je suppose.
Cela fait il fallut attendre plusieurs
siècles pour que l’on rebaisse les yeux et regarde à nouveau par terre.
C’est
alors qu’un beau jour enfin selon Du Cange: «Icelluy du Rut trouva un petit
sachet où il y avait mitraille, qui est appelée billon.»
La belle affaire.
Eh
bien moi ces jours-ci j’ai trouvé une figue, qui sera l’un des éléments de ma
Consolation matérialiste.
*
Ce n’est pas qu’entre-temps plusieurs
tentatives n’aient été faites – ou approximations (en sens inverse) tentées –
dont les souvenirs ou vestiges restent touchants.
Ainsi avez-vous pu comme moi
rencontrer dans la campagne, au creux d’une région bocagère, quelque église ou
chapelle romane, comme un fruit tombé.
Bâtie
sans beaucoup de façons, le temps, l’herbe, l’oubli l’ont rendue extérieurement
presque informe.
Mais
parfois le portail ouvert luit au fond un autel scintillant.
La moindre figue sèche, la pauvre gourde,
à la fois rustique et baroque, certes rassemble fort à cela.
À
cela près pourtant qu’elle me semble beaucoup plus sainte encore.
Ou si l’on veut, dans le même genre, bien que d’une
modestie inégalable, une petite bombe dans notre sensibilité d’une réussite
à tous égards plus certaine. Plus ancienne et plus
actuelle à la fois.
Si je désespère bien sûr d’en tout
dire, si mon esprit avec joie la restitue à mon corps.
Ce
ne soit donc pas sans lui avoir rendu au passage le petit culte à ma façon qui
lui revient.
Ni
plus ni moins intéressé qu’il ne faut.
*
Voilà l’un des rares fruits, qu’on le
constate, dont nous puissions à peu de chose près manger tout:
IL
FICO
Il fico è una povera
fiasca all’interno della quale (al cuore della quale, tutta riempiendola) risplende
un altare scintillante.
Il
fico è morbido e raro
(?). Frase data automaticamente.
All’interno
del fico, che è una fiasca morbida, come una povera fiasca, come una chiesa di
campagna, risplende come un altare scintillante.
Ecco che dà già abbastanza sullo spagnolo (rosso e oro).
Questa povera fiasca è come una piccola chiesa della campagna spagnola.
Affondava profondamente i denti dentro a una morbida borsa, riempita d’una
confettura densa che dilapidava i propri chicchi.
Grossa perla di caucciù, piccola pera barocca, noi l’amiamo come la nostra
tettina.
Mia
cara amica, perché non ci date da mangiare più spesso dei fichi secchi?
1) Fico fresco. 2) Fico perfetto. 3) Fico secco. È così
buono! Queste specie di morbide borse, queste grosse tettarelle del colore
della pietra secca, che implicano questa specie di pasta o di confettura troppo
cotta, zuccheratissima, concentrata, cosparsa di semi (di pepite?) F.P.
Bisogna parlare dell’albero (fico), di uno stile puro come quello del vischio,
delle belle forme del tronco e dei rami, e delle splendide foglie, tra le più
perfette che ci siano, di uno stile altrettanto puro, e raro.
Ficus. Palme arrotondate (arp). Non molto distante dalle piante grasse. Fichi
di Berberia.
IL
FICO
e
di quella specie di rudimento in bocca nostra, di quel peduncolo da
svezzamento, irriducibile, che ne risulta.
Così sia questa poesia.
Molto meno di un fico lo si vede bene
Posato
borbottando sul bordo del piatto oppure riletto più volte come si fa con i
testi migliori (assolutamente compreso, è uguale).
Così sia la mia preghiera:
Forse non è una cosa da niente: molto meno di un fico lo si vede bene, se non altro a suo
onore lo si può rimuginare (forse resterà).
Senza dubbio non è un granché. Non è una cosa da niente (e neppure niente).
14 settembre 1958
Altrettanto
dell’elasticità allo spirito delle parole, e della poesia come io la intendo.
*
Per
concludere, parlerò ancora del modo – caratteristico dell’albero di fico – di
svezzare il proprio frutto dal ramo (come bisogna anche il nostro spirito
faccia dalla lettera) e del piccolo rudimento, in bocca nostra, e di quel
peduncolo da svezzamento, irriducibile, che ne risulta.
(così
sia questa poesia
questo
piccolo testo.
Molto
meno di un fico, lo si vede bene, se non altro a suo onore forse resterà.
Posato
borbottando sul bordo del piatto, oppure riletto più volte come si fa con i
testi migliori, assolutamente compreso, è uguale.
Senza dubbio non è granché,
Forse
non è una cosa da niente
IL
FICO
ovvero
della
poesia all’incirca come di un fico
Confesso
di non sapere troppo bene che cos’è la poesia, fatemi piuttosto delle domande
sul fico.
Ovviamente
non è un granché, il fico, solo ecco uno di quei modi d’essere – e oso dirlo
–che hanno dato buona prova di sé che ancora quotidianamente la danno e si
offrono allo spirito senza domandare nulla in cambio se non un minimo di
considerazione.
Ma
noi poniamo altrove il nostro dovere.
*
Secondo
Larousse Simmaco grande pagano di Roma una volta diventato cristiano si
prendeva gioco dell’impero: «È impossibile, diceva, che un solo cammino conduca
ad un mistero così sublime.»
Non
ebbe una posterità spirituale, ma diventò suocero di Boezio autore della
Consolazione filosofica. Poi furono entrambi messi a morte dall’imperatore
barbaro Teodorico, nel 525.
Barbaro
e cristiano suppongo.
Dopo
di che dovettero passare parecchi secoli perché si riabbassassero gli occhi e
si tornasse di nuovo a guardare per terra.
Ed
è allora che un bel giorno finalmente secondo Du Cange: «Quello istesso Du Rut
trovò picciola sacca in quale haveasi moneta mitraglia, che è chiamata billone.»
Bell’affare.
Ebbene
io in questi giorni ho trovato un fico, che sarà uno degli elementi della mia
Consolazione materialista.
*
Non
è che nel frattempo non siano stati fatti parecchi tentativi – o (in senso
inverso) tentate approssimazioni – di cui restano ricordi o vestigia commoventi.
Quindi,
sarà capitato anche a voi, come è capitato a me, di incontrare in mezzo alla
campagna, nel profondo di una regione boschiva, una chiesa o cappella romanica,
come un frutto caduto.
Costruita senza troppe pretese, il tempo,
l’erba, l’oblio l’hanno resa esteriormente pressoché informe.
A volte, però, dal portale aperto, risplende
in fondo un altare scintillante.
Il
fico secco più misero, la povera fiasca, allo stesso tempo rustica e barocca,
gli assomiglia certo molto.
Con la differenza, però, che a me sembra
anche più santa.
Oppure, se vogliamo, dello stesso genere,
per quanto di una modestia ineguagliabile, una piccola bomba nella nostra
sensibilità di una riuscita sotto tutti i punti di vista più certa.
Più antica e più attuale allo stesso tempo.
Ma
sicuramente, se dispero di dirne tutto, se il mio spirito la restituisce con
gioia al mio corpo.
Non
sia certo senza averle reso di passaggio a modo mio il piccolo culto che gli
spetta.
Né
più né meno interessato di quanto non sia necessario.
*
Ecco
uno dei rari frutti, e constatiamolo, di cui noi possiamo mangiare praticamente
quasi tutto:
*
Justification nihiliste de l'art
Voici ce que Sénèque m'a dit aujourd'hui : Je suppose que le but soit
l'anéantissement total du monde, de la demeure humaine, des villes et des
champs, des montagnes et de la mer. L'on pense d'abord au feu, et l'on traite
les conservateurs de pompiers. On leur reproche d'éteindre le feu sacré de la
destruction. Alors, pour tenter d'annihiler leurs efforts, comme on a l'esprit
absolu l'on s'en prend à leur « moyen » : on tente de mettre le feu à l'eau, à
la mer. Il faut être plus traître que cela. Il faut savoir trahir même ses
propres moyens. Abandonner le feu qui n'est qu'un instrument brillant, mais
contre l'eau inefficace. Entrer benoîtement aux pompiers. Et, sous prétexte de
les aider à éteindre quelque feu destructeur, tout détruire sous une catastrophe
des eaux. Tout inonder. Le but d'anéantissement sera atteint, et les pompiers
noyés par eux-mêmes. Ainsi ridiculisons les paroles par la catastrophe — l'abus
simple des paroles.
Le sérieux défait
« Mesdames et messieurs, l'éclairage est oblique. Si quelqu'un fait des
gestes derrière moi qu'on m'avertisse. Je ne suis pas un bouffon. Mesdames et
messieurs : la face des mouches est sérieuse. Cet animal marche et vole à son
affaire avec précipitation. Mais il change brusquement ses buts, la suite de
son manège est imprévue : on dit que cet insecte est dupe du hasard. 11 ne se
laisse pas approcher : mais au contraire il vient, et vous touche souvent où il
veut; ou bien, de moins près, il vous pose la face seule qu'il veut. Chasssé,
il fuit, mais revient mille instants par mille voies se reposer au chasseur. On
rit à l'aise. On dit que c'est comique. En réfléchissant, on peut dire encore
que les hommes regardent voler les mouches. Ah! mesdames et messieurs, mon
haleine n'incom-mode-t-elle pas ceux du premier rang? Était-ce bien ce soir que
je devais parler? Assez, n'est-ce pas? vous n'en supporteriez pas davantage.
Le patient ouvrier
Des camions grossiers ébranlent la vitre sale du petit jour. Mal assis,
Fabre, à l'estaminet, bouge sous la table des souliers crottés la veille.
L'acier de son couteau, attaqué par la pomme de terre bouillie, il le frotte
avec un morceau de pain, qu'il mange ensuite. Il boit un vin dont la saveur
affreuse hérisse les papilles de la bouche, puis le paye au patron qui a
trinqué. A sept heures ce quartier a l'air d'une cour de service. Il pleut.
Fabre pense à son wagonnet qui a passé la nuit dehors, renversé près d'un tas
de sable, et qu'il relèvera brutalement, grinçant, décoloré, dans le
brouillard, pour d'autres charges. Lui est encore là, à l'abri, avec, dans une
poche de sa vareuse, un carnet, un gros crayon, et le papier de la caisse des
retraites.
Le Parnasse
Je me représente plutôt les poètes dans un lieu qu'à travers le temps. Je
ne considère pas que Malherbe, Boileau ou Mallarmé me précèdent, avec leur
leçon. Mais plutôt je leur reconnais à l'intérieur de moi une place. Et
moi-même je n'ai pas d'autre place que dans ce lieu. Il me semble qu'il suffit
que je m'ajoute à eux pour que la littérature soit complète. Ou plutôt : la
difficulté est pour moi de m'ajouter à eux de telle façon que la littérature
soit complète. ... Mais il suffit de n'être rien autre que moi-même.
Le monologue de l'employé
Sans aucun souci du lendemain, dans un bureau clair et moderne, je passe
mes jours. Je gagne la vie de mon enfant qui grandit et grossit d'une façon
convenable, non loin de Paris, avec quelques autres jolis bébés, dans une villa
qu'on voit du chemin de fer. La mère ayant repris son travail un mois après
l'événement, la fatalité s'en est mise : malade encore, aspirant au repos, elle
est partie avec cet Américain dont la concierge faisait peu de cas. Que faire à
cela? Hélas! Je gagne la vie de mon enfant, et je gagne ma vie, paisiblement.
Je peux aller, vers le milieu de la journée ensoleillée, manger; et manger
encore le soir quand l'activité de la ville, après une période d'intensité
considérable, décroît et meurt avec la lumière. Je peux aussi me coucher, je
peux rentrer me coucher dans une chambre modeste, il est vrai, mais située au
bon air, dans la plus grande rue d'un quartier populaire, que j'aime, où vivent
quelques amis. Je gagne ma vie paisiblement, sans peine, en faisant un travail
régulier et facile pour lequel je ne risque pas du tout d'être ennuyé
gravement. Tout a été soigneusement nettoyé et mis en place lorsque j'arrive;
quand je ferme la porte et m'en vais, saluant mes chefs, aucun souci ne sort
avec moi. Ainsi je gagne ma vie qui s'écoule avec assez de lenteur et
d'aisance, et que je goûte beaucoup, à sa valeur. Cependant le soir, libre de mon temps, je
prends conscience d'être un homme pensant : je lis et je réfléchis, réservant
une demi-heure à cet effet avant de dormir. Dans ce moment, une amertume
coutumière m'envahit et je me prends à songer que vraiment je suis un être
humain supérieur à sa fonction sociale. Mais je dis alors une sorte de prière
où je remercie la Providence de m'avoir fait petit et irresponsable dans un si
mauvais ordre de choses. Si la colère m'anime je me calme aussitôt, songeant à
cette fortune d'être placé, par mes intérêts comme par mes sentiments, dans la
classe qui possède la servitude et l'innocence. Esclave, je me sens plus libre
qu'un maître chargé de soins et de mauvaise conscience. Je rêve quelquefois au
monde meilleur que mon enthousiasme refroidi me représente plus rarement depuis
quelques années. Mais bientôt je sens que je vais dormir. Et je tourne encore
mon esprit vers mon enfant qui me lie à l'ordre social, et dont l'existence
aggrave ma condition de serf. Je pense aussi à cette femme... Alors ma
respiration devient tout à fait régulière car la tranquillité m'apparaît comme
le seul bien souhaitable, dans un monde trop méchant encore pour être capable
de se libérer, d'après ce que disent les journaux.
Introduction au galet
Comme après tout si je consens à l'existence c'est à condition de
l'accepter pleinement, en tant qu'elle remet tout en question; quels d'ailleurs
et si faibles que soient mes moyens comme ils sont évidemment plutôt d'ordre
littéraire et rhétorique; je ne vois pas pourquoi je ne commencerais pas,
arbitrairement, par montrer qu'à propos des choses les plus simples il est
possible de faire des discours infinis entièrement composés de déclarations
inédites, enfin qu'à propos de n'importe quoi non seulement tout n'est pas dit,
mais à peu près tout reste à dire. Il est tout de même à plusieurs points de
vue insupportable de penser dans quel infime manège depuis des siècles tournent
les paroles, l'esprit, enfin la réalité de l'homme. Il suffit pour s'en rendre
compte de fixer son attention sur le premier objet venu : on s'apercevra
aussitôt que personne ne l'a jamais observé, et qu'à son propos les choses les
plus élémentaires restent à dire. Et j'entends bien que sans doute pour l'homme
il ne s'agit pas essentiellement d'observer et de décrire des objets, mais
enfin cela est un signe, et des plus nets. A quoi donc s'occupe-t-on? Certes à
tout, sauf à changer d'atmosphère intellectuelle, à sortir des poussiéreux
salons où s'ennuie à mourir tout ce qu'il y a de vivant dans l'esprit, à
progresser — enfin ! — non seulement par les pensées, mais par les facultés,
les sentiments, les sensations, et somme toute à accroître la quantité de ses
qualités. Car des millions de sentiments, par exemple, aussi différents du
petit catalogue de ceux qu'éprouvent actuellement les hommes les plus
sensibles, sont à connaître, sont à éprouver. Mais non! L'homme se contentera
longtemps encore d'être a fier » ou « humble », « sincère » ou « hypocrite », «
gai » ou « triste », « malade » ou « bien portant », « bon » ou « méchant », «
propre » ou « sale », « durable » ou « éphémère », etc., avec toutes les
combinaisons possibles de ces pitoyables qualités. Eh bien! Je tiens à dire
quant à moi que je suis bien autre chose, et par exemple qu'en dehors de toutes
les qualités que je possède- en commun avec le rat, le lion et le filet, je
prétends à celles du diamant, et je me solidarise d'ailleurs entièrement aussi
bien avec la mer qu'avec la falaise qu'elle attaque et avec le galet qui s'en
trouve par la suite créé, et dont l'on trouvera à titre d'exemple ci-dessous la
description essayée, sans préjuger de toutes les qualités dont je compte bien
que la contemplation et la nomination d'objets extrêmement différents me feront
prendre conscience et jouissance effective par la suite. A tout désir
d'évasion, opposer la contemplation et ses ressources. Inutile de partir : se
transférer aux choses, qui vous comblent d'impressions nouvelles, vous
proposent un million de qualités inédites. Personnellement ce sont les
distractions qui me gênent, c'est en prison ou en cellule, seul à la campagne
que je m'ennuierais le moins. Partout ailleurs, et quoi que je fasse, j'ai
l'impression de perdre mon temps. Même, la richesse de propositions contenues
dans le moindre objet est si grande, que je ne conçois pas encore la
possibilité de rendre compte d'aucune autre chose que des plus simples : une
pierre, une herbe, le feu, un morceau de bois, un morceau de viande. Les
spectacles qui paraîtraient à d'autres les moins compliqués, comme par exemple
simplement le visage d'un homme sur le point de parler, ou d'un homme qui dort,
ou n'importe quelle manifestation d'activité chez un être vivant, me semblent
encore de beaucoup trop difficiles et chargés de significations inédites (à
découvrir, puis à relier dialectiquement) pour que je puisse songer à m'y
atteler de longtemps. Dès lors, comment pourrais-je décrire une scène, faire la
critique d'un spectacle ou d'une œuvre d'art? Je n'ai là-dessus aucune opinion,
n'en pouvant même conquérir la moindre impression un peu juste, ou complète.
Tout le secret du bonheur du contemplateur est dans son refus de considérer
comme un mal l'envahissement de sa personnalité par les choses. Pour éviter que
cela tourne au mysticisme, il faut : i° se rendre compte précisément,
c'est-à-dire expressément, de chacune des choses dont on a fait l'objet de sa
contemplation; ii° changer assez souvent d'objet de contemplation, et en somme
garder une certaine mesure. Mais le plus important pour la santé du
contemplateur est la nomination, au fur et à mesure, de toutes les qualités
qu'il découvre; il ne faut pas que ces qualités, qui le transportent, le
transportent plus loin que leur expression mesurée et exacte. Je propose à chacun l'ouverture de trappes
intérieures, un voyage dans l'épaisseur des choses, une invasion de qualités,
une révolution ou une subversion comparable à celle qu'opère la charrue ou la
pelle, lorsque, tout à coup et pour la première fois, sont mises au jour des
millions de parcelles, de paillettes, de racines, de vers et de petites bêtes
jusqu'alors enfouies. O ressources infinies de l'épaisseur des choses, rendues
par les ressources infinies de l'épaisseur sémantique des mots! La
contemplation d'objets précis est aussi un repos, mais c'est un repos
privilégié, comme ce repos perpétuel des plantes adultes, qui porte des fruits.
Fruits spéciaux, empruntés autant à l'air ou au milieu ambiant, au moins pour
la forme à laquelle ils sont limités et les couleurs que par opposition ils en
prennent, qu'à la personne qui en fournit la substance; et c'est ainsi qu'ils
se différencient des fruits d'un autre repos, le sommeil, qui sont nommés les
rêves, uniquement formés par la personne, et, par conséquence, indéfinis,
informes, et sans utilité : c'est pourquoi ils ne sont pas véritablement des
fruits. Ainsi donc, si ridiculement prétentieux qu'il puisse paraître, voici
quel est à peu près mon dessein : je voudrais écrire une sorte de De natura
rerum. On voit bien la différence avec les poètes contemporains : ce ne sont
pas des poèmes que je veux composer, mais une seule cosmogonie. Mais comment
rendre ce dessein possible? Je considère l'état actuel des sciences : des
bibliothèques entières sur chaque partie de chacune d'elles... Faudrait-il donc
que je commence par les lire, et les apprendre? Plusieurs vies n'y suffiraient
pas. Au milieu de l'énorme étendue et quantité des connaissances acquises par
chaque science, du nombre accru des sciences, nous sommes perdus. Le meilleur
parti à prendre est donc de considérer toutes choses comme inconnues, et de se
promener ou de s'étendre sous bois ou sur l'herbe, et de reprendre tout du
début. Exemple du peu d'épaisseur des choses dans l'esprit des hommes jusqu'à
moi : du galet, ou de la pierre, voici ce que j'ai trouvé qu'on pense, ou qu'on
a pensé de plus original : Un cœur de pierre (Diderot) ; Uniforme et plat galet
(Diderot) ; Je méprise cette poussière qui me compose et qui vous parle (Saint-Just)
; Si j'ai du goût ce n'est guère Que pour la terre et les pierres (Rimbaud). Eh
bien! Pierre, galet, poussière, occasion de sentiments si communs quoique si
contradictoires, je ne te juge pas si rapidement, car je désire te juger à ta
valeur : et tu me serviras, et tu serviras dès lors aux hommes à bien d'autres
expressions, tu leur fourniras pour leurs discussions entre eux ou avec
eux-mêmes bien d'autres arguments; même, si j'ai assez de talent, tu les
armeras de quelques nouveaux proverbes ou lieux communs : voilà toute mon
ambition.
Fragments de masque
A quel calme dans le désespoir je
suis parvenu sous l'écorce la plus commune, nul ne peut le croire; nul ne s'y
retrouve, car je ne lui en fournis pas le décor, ni aucune
réplique : je parle seul.
Nul ne peut croire non plus à
l'absolu creux de chaque rôle que je joue.
Plus d'intérêt aucun, plus
d'importance aucune : tout me semble fragment de masque, fragment d'habitude,
fragment du commun, nullement capital, des pelures d'aulx.
Drame de l'expression
Mes pensées les plus chères sont étrangères au monde, si peu que je les
exprime lui paraissent étranges. Mais si je les exprimais tout à fait, elles
pourraient lui devenir communes. Hélas! Le puis-je? Elles me paraissent
étranges à moi-même. J'ai bien dit : les plus chères - Une suite (bizarre) de
références aux idées, puis aux paroles, puis aux paroles, puis aux idées.
Temoignage
Un corps a été mis au monde et maintenu pendant trente-cinq années dont
j'ignore à peu près tout, présent sans cesse à désirer une pensée que mon
devoir serait de conduire au jour. Ainsi, à l'épaisseur des choses ne s'oppose
qu'une exigence d'esprit, qui chaque jour rend les paroles plus coûteuses et
plus urgent leur besoin. N'importe. L'activité qui en résulte est la seule où
soient mises en jeu toutes les qualités de cette construction prodigieuse, la
personne, à partir de quoi tout a été remis en question et qui semble avoir
tant de mal à accepter franchement son existence.
Rhétorique
Je suppose qu'il s'agit de sauver quelques jeunes hommes du suicide et
quelques autres de l'entrée aux flics ou aux pompiers. Je pense à ceux qui se
suicident par dégoût, parce qu'ils, trouvent que « les autres » ont trop de
part en eux-mêmes. On peut leur dire : donnez tout au moins la parole à la
minorité de vous-mêmes. Soyez poètes. Ils répondront : mais c'est là surtout,
c'est là encore que je sens les autres en moi-même, lorsque je cherche à
m'exprimer je n'y parviens pas. Les paroles sont toutes faites et s'expriment :
elles ne m'expriment point. Là encore j'étouffe. C'est alors qu'enseigner l'art
de résister aux paroles devient utile, l'art de ne dire que ce que l'on veut
dire, l'art de les violenter et de les soumettre. Somme toute fonder une
rhétorique, ou plutôt apprendre à chacun l'art de fonder sa propre rhétorique,
est une œuvre de salut public. Cela sauve les seules, les rares personnes qu'il
importe de sauver : celles qui ont la conscience et le souci et le dégoût des
autres en eux-mêmes. Celles qui peuvent faire avancer l'esprit, et à proprement
parler changer la face des choses.
Ressources naïves
L'esprit, dont on peut dire qu'il s'abîme d'abord aux choses (qui ne sont
que riens) dans leur contemplation, renaît, par la nomination de leurs
qualités, telles que lorsqu'au lieu de lui ce sont elles qui les proposent.
Hors de ma fausse personne c'est aux objets, aux choses du temps que je
rapporte mon bonheur lorsque l'attention que je leur porte les forme dans mon
esprit comme des compos de qualités, de façons-de-se-compor-ter propres à
chacun d'eux, fort inattendus, sans aucun rapport avec nos propres façons de
nous comporter jusqu'à eux. Alors, ô vertus, ô modèles possibles-tout-à-coup,
que je vais découvrir, où l'esprit tout nouvellement s'exerce et s'adore.
*
Je doute que le véritable amour comporte du désir; de la ferveur, de la
passion. Je ne doute pas qu'il ne puisse : naître que d'une disposition à
approuver quoi que ce soit, puis d'un abandon amical au hasard, ou aux usages
du monde, pour vous conduire à telles ou telles rencontres; vivre que d'une
application extrême dans chacune de ces rencontres à ne pas gêner l'objet de
vos regards et à le laisser vivre comme s'il ne vous avait jamais rencontré; se
satisfaire que d'une approbation aussi secrète qu'absolue, d'une adaptation si
totale et si détaillée que vos paroles à jamais traitent tout le monde comme le
traite cet objet par la place qu'il occupe, ses ressemblances, ses différences,
toutes ses qualités; mourir enfin que par l'effet prolongé de cet effacement,
de cette disparition complète à ses yeux — et par l'effet aussi de l'abandon
confiant au hasard dont je parlais d'abord, qu'il vous conduise à telles ou
telles rencontres ou vous en sépare aussi bien.