Georgien 2008

Georgien 2008
Visualizzazione post con etichetta Nino Pedretti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nino Pedretti. Mostra tutti i post

La cuseina / La cucina, e altre malinconie dolci

 




ph: R. Nespola, Laghetti dell'EUR




La cuseina



Tla mi cuseina u i è cumè dagl'ombri

ch'a n li veggh bèla piò

ch'a n vén piò fura.

Dalvolti e' parrébb ch'a s fasséss véivi

cumè par déim

che, dop tott, u n'è gnént

s'l'è pas zinquant'an.

L'è ombri

ch'al stévva ti cartozz

tal scatli d'utoun par i didèl,

tal zèsti pini ad zvolli.

No, u n gnént da fè,

ènca s'a m volt ad scat

a n li ciap mai.

Sultènt sa smorz la luce

a li vèggh totti insén

dréinta i mi occ.




Nella mia cucina ci sono come delle ombre

che non vedo ormai più,

non vengono più fuori.

A volte parrebbe che si facessero vive

come per dirmi

che, dopotutto, non è nulla

se sono passati cinquant'anni.

Sono ombre 

che stanno nei cartocci,

nelle scatole d'ottone per i ditali,

nelle ceste piene di cipolle.

No, non c'è nulla da fare,

anche se mi volto di scatto

non le prendo mai.

Solo se spengo la luce

le vedo tutte assieme

dentro i miei occhi.



La chèsa de témp


*


E stunèd



Me sin da burdèll
“sta zétt, t’ci stunèd
t’a n’è l’urècia”
E lou intènt i cantéva,
i cantéva tott cumé calandri.
Adès ch’a m so fat vèc,
ch’u n m’arimporta
a chènt e a chènt
zo par la strèda.
“Sa chèntal che pataca ch’u ’n sa fé?”
E i n’e’ sa che dréinta a so un viuléin.


Al vousi



Lo stonato



Da quando ero bambino

“Sta zitto, sei stonato

non hai orecchio”.

E intanto essi cantavano,

cantavano come calandre.

Adesso che son vecchio

che non m’importa

io canto e canto

giù per la strada.

“Ché canta quel fesso che non sa farlo?”

E non sanno che dentro son violino.



La cioza



La cantéva d’amour
ma la finestra
la cantéva longh, a goula vérta
e l’era una voia ad mas-ci
avnéuda chi lo sa,
da sota tèra
so par al gambi, t’i occ
te fiour dla pènza.
La cantéva d’amour:
una zurnèda chéurta.
Adèss l’è cmè una cioza
la puléss i burdéll
e la sta zétta.



La chioccia



Cantava d’ amore

alla finestra

un canto lungo a gola aperta

e era una voglia di maschio

venuta chi lo sa,

da sotto terra

su per le gambe, agli occhi

al fiore della pancia.

Cantava d’ amore: 

una giornata corta.

Adesso è come una chioccia

pulisce i bambini

e sta zitta.



Al vousi














*



il pudore è poetico















Ad chèsa un po’ a m vargogn
ad dèi ch’a fazz i vérs
ch’a sò un poeta.
Mo dòp se te cafè
un opereri u m déis
- bravo, t’a l’e détt
propi cume mè
sa putéss scréiv -,
alòura a n m’ u n vargògn
ch’a sò invece cuntént de mi lavòur.





A casa un po’ mi vergogno
a dire che faccio i versi
che sono un poeta.
Ma poi se al caffé
un operaio mi dice
- bravo, l’hai detto 
proprio come me
se sapessi scrivere - ,
allora non mi vergogno
che son invece contento del mio lavoro.


vers. chad

E stunèd / Lo stonato (da Al vousi)
















Image: Astro.labium









Me sin da burdèll
“sta zétt, t’ci stunèd
t’a n’è l’urècia”
E lou intènt i cantéva,
i cantéva tott cumé calandri.
Adès ch’a m so fat vèc,
ch’u n m’arimporta
a chènt e a chènt
zo par la strèda.
“Sa chèntal che pataca ch’u ’n sa fé?”
E i n’e’ sa che dréinta a so un viuléin.





Lo stonato


Da quando ero bambino
“Sta zitto, sei stonato
non hai orecchio”.
E intanto essi cantavano,
cantavano come calandre.
Adesso che son vecchio
che non m’importa
io canto e canto
giù per la strada.
“Ché canta quel fesso che non sa farlo?”

E non sanno che dentro son violino.












*

Il racconto perduto







ph: chad, da ph di Robert Doisneau








Da anni ho preso l’abitudine di svegliarmi la notte . Soffro di dolori reumatici che mi assalgono nei momenti più impensati e quindi anche di notte. Mi alzo, prendo un farmaco per sedare il dolore, e mi metto a leggere o a scrivere. La biblioteca che mi ha lasciato mio padre è immensa e io non l’ho mai riordinata. Ogni notte scopro cose nuove che mi riempiono di contentezza. Edizioni rare, grammatiche di tutte le lingue, migliaia di vocabolari, infiniti libri di storia, di etnologia, di linguistica. 
Un vero paradiso per bibliofili, per studiosi e per dilettanti come me. Scrivo anche qualche paginetta e poi le piego e le metto in un libro. Chissà se qualcuno dei miei pronipoti le troverà un giorno. Io ho deciso di non pubblicare nulla di mio. Per quanto la tentazione di pubblicare sia forte, quella opposta di non pubblicare nulla, benché più rara, è più fascinosa. Che cosa appartiene all’autore del suo libro? Nulla. Il libro se ne va per conto suo. L’autore può essere cambiato da un libro, ma il libro non è più dell’autore, è di tutti. All’autore, se il libro ha successo, rimane la vanità. Perché la poesia è, ne sono convinto, la voce di chi non ha voce, non del poeta. Così, dicevo, molto meglio l’anonimato, anche perché rende più assoluta la nostra morte e più segreta la nostra vita. Non è quindi per pubblicarlo se cerco un racconto che avevo iniziato a scrivere. E’ solo perché il racconto mi stimolava, mi dava la spinta per entrare in una certa atmosfera. Era una sorta di racconto incantato, senza un finale o una conclusione. Un racconto che non finisce se non con la morte, questo era il mio racconto. Ma non mi riesce di trovarlo e non ho né la forza né l’animo di rincominciarlo, anche perché non saprei come. Io quando ho finito di scrivere mi dimentico tutto nella mia scrittura e la scrittura si dimentica di me. 
Solo nell’atto dello scrivere ci incontriamo e andiamo avanti assieme. Non mi piace infatti pensare a quello che scriverò. Perché io credo che la scrittura sia un modo di vivere, non di riflettere la vita. Che cosa fa il cervello infatti nella scrittura? Scrive. E con lui scrive tutto il corpo, così come nei sogni non si ordina, non si pensa prima di andare a letto a quello che si dovrà sognare. Si sogna e basta. Che poi la gente dica è solo un sogno, è un’altra questione. Così come potrebbe dire è solo scrittura. E infatti lo dice: è una favola, un racconto, una fantasia. Come se chi scrive, scrivesse per il dopo, invece scrive per il momento della scrittura che come il sogno è una necessità della mente, nascosta e insidiosa. Io ho bisogno del mio racconto perduto, solo come una traccia, come se continuassi una musica che ho dimenticato. Chissà com’era il mio racconto. Parlava dell’Africa, del mare, di una città sepolta. Era ambientato al tempo degli Ittiti, o dei Faraoni? O era un racconto d’epoca moderna, anche se moderno non significa nulla, fuori dal nome di certi oggetti. 
L’animo infatti non ha tempo. Quel sogno interrotto nell’ultima notte di Pompei frulla nel mio capo. Ulisse è in me con le sue paure e le astuzie e ogni uomo del passato è in me a continuare la rete delle domande. Il mio racconto era forse un fiume che passava per la via del tempo, colorandosi via via di storia, di immagini? Ma dove cominciava? E chi erano i protagonisti? Non saprei proprio dire. 
Il racconto che io scrivo ora lo sto già dimenticando. Tutto quello che scrivo è inghiottito dal buio della mia biblioteca. Se troveranno questi miei pezzi di carta, certamente li getteranno via perché io per fortuna non ho un nome, non sono nessuno. Così come Ulisse posso lanciare le mie pietre contro l’immenso gigante del tempo senza che nessuno se ne avveda. Perché il racconto sono io, la mia vita sconosciuta.










Monologhi e Racconti, Raffaelli Editore












*

Al vousi, E’ veglioun




















E’ veglioun


Mò fis-cia lòu, al sò
I va e veglioun.
Mè s’i m déss da capè
Andrebb a lètt.
E s’i m déss da capè
Una sgonda volta
Andrébb a lètt d’arnov.
Mè l’è vint’ann
Ch’a fazz la nòta
Tla pòrbia de “Fabrécch”
Èlt che pugnèti.



Il veglione


Fischia, loro, lo so
vanno al veglione.
Io, se potessi scegliere
andrei a letto.
E se mi facessero scegliere
una seconda volta
andrei ancora a letto.
Sono vent’anni
che faccio il turno di notte
nella polvere della “Fabbrica”
altro che storie.












*

Dicono che sono matto



Oskar Kokotschka, detail







Dicono che sono matto, che dovevo sposarmi e badare di più ai miei interesse. Gli interessi…e quali ? -
Disse il notaio rivolgendosi al suo gatto che stava come al solito ritto sulle zampe davanti e in silenzio vicino al fuoco. - Eh, amico mio, anzi maestro mio, infatti è così che dovrei chiamarti - proseguì il notaio - perché tu mi hai insegnato il silenzio che manca alla gente che ha la parola. Gli interessi!..... quattro, sei, otto vigne una fabbrica di scarpe ora che le vigne rendono poco. Già, ma il silenzio, il grande supremo silenzio che degnamente accoglie ora questo splendore di neve?
Mentre il notaio si faceva alla finestra il gatto rimase immobile, come ipnotizzato dall’intenso baglior del fuoco.
Il notaio spalancò i vetri e assaporò l’aria, come si fa con una rosa, intanto che stringeva gli occhi e li alzava verso la linea più lontana dell’orizzonte. Dopo di che chiuse la finestra e si mise a recitare Virgilio in latino, ma non sembrava che declamasse, in quanto diceva le parole in modo speciale, come chi vede delle immagini e le riconosce dando loro un nome:
umbrae, noctes, muscosus……..
Le immagini, amico mio, sono le cose dei poeti. E il suono è l’eco della loro presenza. Pensa, o Simonide – disse rivolgendosi al gatto – che queste parole fatte di nulla hanno più consistenza, non dico di noi, che siamo fragili mortali, ma di tutte quelle solide vigne che dovrei possedere e delle stesse fabbriche e di tutta questa valle così ampia e ben disposta fra i monti.
Gli occhi di Simonide non si mossero, solo la coda sembrò porre un interrogativo.
Certo - disse il notaio imbarazzato - qualsiasi parola è inferiore al silenzio, ma se è ben detta se spesa in onore del silenzio, al quale non possiamo arrivare se non per mezzo delle parole, mentre tu Simonide, maestro mio, ci sei assai più vicino.
Il gatto, che si sentiva il pelo arrostito per il lungo stare vicino al fuoco, s’era messo intanto a camminare per la stanza per farsi un po’ di fresco, ma il notaio che seguiva il filo delle sue idee interpretò quei passi in maniera del tutto particolare.
Vedo - disse - che hai il senso della scansione. Il ritmo, come tu sai, dà un carattere vitale alle rappresentazioni. A me piace un ritmo parallelo a quello del cuore, di un cuore un po’ vecchio e quindi lento, ma non eccessivamente, così come i tuoi passi, Simonide.
Il gatto camminava per la stanza con mollezza trattenuta e piena di forza dei felini e, ad un tratto, si era fermato per stirarsi le membra.
Vedo che cosa vuoi significare - disse il notaio. C’è nelle opere, così come nei corpi vivi, un ordine per cui se anche togliessi una virgola da questi versi, l’ordine naturale imporrebbe una pausa e se il caso o l’imprudenza dello stampatore avessero immesso una parola con qualche senso, ma di troppo, io subito la vedrei e la espungerei con la matita, per cui i verbi si ricomporrebbero, così come le tue membra che per gioco tu stremi e dilunghi, amabile felino.
Simonide era abituato a quegli scoppi di eloquenza, così come era abituato agli sbuffi del fuoco o ai suoni della pentola, e tutto ciò in armonia, secondo l’ordine del suo universo che comprendeva il notaio, il fuoco, le crepe del muro e il tubare dei colombi. In quell’universo egli si sentiva al centro e, quando la sera gli veniva sonno, con lui tutto il mondo s’addormentava.
Simonide - proseguì il notaio, che si era rischiarato la gola con un vino santo serbato per le buone occasioni - le tue virtù traspaiono con le tue belle forme, che tu ora disponi sul tappeto con la delicatezza di un hidalgo quando ripone la sua spada.
E come il gatto aveva chiuso gli occhi, il notaio accese la lampada e si sprofondò nelle prime letture della sera e intanto sentiva nel silenzio della campagna, che avvolgeva il cuore della casa, il trascorrere del tempo precipitoso che avrebbe un giorno ingoiato ogni cosa.
In quel pensiero il notaio si teneva aggrappato alla poltrona, come su una piccola barca che aveva per nocchiero il suo poeta e l’ombra di Simonide, il gatto silenzioso.




Grammatiche - Monologhi e racconti inediti






*

La cioza / La chioccia, e L'emigrante




Donna alla finestra - Caspar David Friedrich-1822



















La cioza


La cantéva d’amour
ma la finestra
la cantéva longh, a goula vérta
e l’era una voia ad mas-ci
avnéuda chi lo sa,
da sota tèra
so par al gambi, t’i occ
te fiour dla pènza.
La cantéva d’amour:
una zurnèda chéurta.
Adèss l’è cmè una cioza
la puléss i burdéll
e la sta zétta.




La chioccia


Cantava d’ amore
alla finestra
un canto lungo a gola aperta
e era una voglia di maschio
venuta chi lo sa,
da sotto terra
su per le gambe, agli occhi
al fiore della pancia.
Cantava d’ amore: 
una giornata corta.
Adesso è come una chioccia
pulisce i bambini
e sta zitta.





Al vousi







*

Io sono uno che ha poche probabilità di esistenza. Infatti sono un emigrante. Sono tornato a casa dopo cinquant’anni. Per cinquant’anni ho abitato in un paese che non era il mio, con una lingua che non era la mia. In tutto questo tempo ho vissuto la mia vita per metà. L’altra metà l’ho lasciata qui al mio paese ed è inutile che ora la cerchi perché è scomparsa. Se mi aggrappo ai ricordi la mia memoria è piena di falle. Quando il luogo dove venni alla luce ero un ragazzetto. Mi ricordo il giorno che emigrai; era mattina e c’era una nuvola in cielo che faceva un grande buco nero sulla facciata della chiesa. Mi ricordo un albero immenso e scortecciato, pieno di vento. Mi ricordo la notte, senza lume, il freddo che occupava tutta la casa all’infuori della cucina. Queste cose non ci sono più e, buone o cattive erano le cose alle quali era attaccata la mia vita. Adesso nella mia piccola città natale tutto è diverso: il centro urbano si è trasformato, molte case sono scomparse, la campagna è fuggita sopra i monti e al suo posto sono cresciute fabbriche e capannoni. Se guardo oltre le mura non vedo nulla su cui possa posare lo sguardo con piacere. Del resto non mi allontano mai verso la periferia. Cammino nel centro e frequento i vecchi caffè sotto il loggiato. Tutto mi appare vagamente riconoscibile e al tempo stesso diverso, come sono le cose famigliari attraverso il sogno o i racconti. La fatica che faccio a riconoscere i luoghi è la stessa che ho con le persone. Un giorno un amico mi ha toccato sulla spalla, mi sono voltato e ci siamo entrambi guardati con paura come in uno specchio: tra grinze e peli bianchi abbiamo visto due occhi da bambini stravolti dal tempo. Un luogo che ancora mi piace è la piazza. Quando ero negli Stati Uniti, la città dove sono cresciuto in Italia, nella memoria, mi sembrava diventasse un orecchio di pietra che aveva per centro la piazza dove si raccoglievano e suonavano le voci della gente. In America era tutto diverso. Negli stati dove ero io, è tutta una pianura, una pianura senza fine.
E le strade sono immense e vanno chissà dove.
Non c’è un centro dove le strade vanno a congiungersi, non c’è una piazza, tutto corre in avanti all’infinito. Io lavoravo ai ponti. Stavo sospeso alle funi e vedevo la grande pianura. Dal basso si vedeva un grande cielo e tutto era stagliato contro di esso di profilo: cartelloni, garage, arcate di ponti. Poi, poco a poco, lo spazio entrò dentro di me. Prima, in Italia, ero un uomo di sassi e in America sono diventato un uomo di spazio. I miei occhi guardano sempre lontano. E anche la gente si teneva lontana. Così mi sono abituato alle distanze che prima dell’aeroplano erano immense. Il mio paese, l’Italia, era sparito. La nuova lingua cominciò a piovermi dentro e la mia vecchia lingua si nascose nel fondo della mente. 
E quando qualche mese fa sono tornato, dopo cinquant’anni, quella lingua che credevo sepolta è venuta fuori chiara e pulita e mi ha riempito di meraviglia. Se non fosse per la lingua sarei completamente tagliato fuori da qui dove tutti mi chiamano l’Americano per il mio modo di vestire e per i miei occhiali d’oro. Benché ora tutto sia ritornato più piccolo e vicino, io non mi sento in prossimità delle cose e delle persone. Io mi sento emigrato una seconda volta. La prima volta ero emigrato nello spazio, questa volta sono emigrato nel tempo ed è ancora più doloroso. Le ragazzette che cantavano il Maggio negli anni prima della mia partenza sono diventate nonne o sono morte. Di loro mi è rimasta l’eco dei loro canti. Non c’è nulla su cui possa sfogare tutta la nostalgia che ho accumulato quando ero lontano e mi sento come derubato. La mia casa non c’è più. Mi sono comprato due stanze nella parte vecchia della città e sto in casa. Ho mobili solidi e poveri di legno pieno che mi ricordano quelli che avevo quando ero ragazzo. Viene a fare le pulizie una donna e una volta al giorno mi fa da mangiare. Mi piace stare in casa. Ieri scendendo le scale mi sono accorto di essermi fermato come faceva mia madre, che aveva sempre paura dell’ultimo scalino. Cosa faccio? Sto vicino alla finestra e raccolgo il tempo, dove si è perduta la mia vita.

Monologhi e racconti








*

adorabile: Véc / vecchio (santarcangelo)

ph: della serie CornaMuse








Véc


Nu dmandém, t’è fat gnént
du t’ci stè,
t’è incuntrè qualcadéun
par la strèda.
A so véc:
ò pers i mi cumpagn
a vagh avènti pianin
cmè una luméga.
Se touna a m mètt un brètt
a vagh tl’ort,
sla teraza
a ciocc una melarènza.
Ma la mi moi
a i ò las i sold soura la tèvla,
l’è fadèiga a campè, burdéll
e a muréi adès
ch’a o i ucèl nov, u m’agrèsta.


La chèsa de témp





Vecchio



Non chiedetemi, hai fatto nulla,
dove sei stato,
hai incontrato qualcuno
per strada.
Sono vecchio:
Ho perso i miei compagni
vado avanti pianino
come una lumaca.
Se tuona mi metto un berretto,
vado nell’orto,
sulla terrazza,
mi succhio un’arancia.
A mia moglie
ho lasciato i soldi sulla tavola,
è fatica a campare, ragazzi
e morire adesso
che ho gli occhiali nuovi, mi rincresce.















*

bianco rosato : La zirca / I pizeun



ph: TroveRete, Peonie biancorosate












La zirca


Mè ch’a so nèd te soul
adès a l zirch
te tévdi d’un madoun.
Mè ch’a so nèd se mèr
adès a l zirch
tal piazi dal zità
che piò al fa brilè l’aria.
Mè ch’a so nèd t’un mònd
ch’l’éra piò grand
adès a l zirch
dréint’ad mè
dòu ch’u m s’afaza.



La cerca


Io che sono nato al sole
adesso lo cerco
nel tiepido mattone.
Io che sono nato al mare
adesso lo cerco
in piazze di città
che fan brillare l’aria.
Io che sono nato a un mondo
che era più grande
adesso lo cerco
all'interno di me
dove mi si affaccia. 




*



I pizeun

I pizeun i éra biènch
sal gambi rossi
e i stévva soura i copp.
I stévva a lè dagl’ouri
ferum, t’una landa ad soul,
e pu, da sècch, cumè chi advéss ‘na strèda
i s’alzévva te vòul. 
L’éra e’ mèr
l’era la calce de meur
l’éra l’instèda
tla su tènda ad saida,
o l’éra invece i pizéun 
se vent sòtta agli èli
a fè tòtt che zil,
totta cla luce?

I piccioni eran bianchi
con le zampe rosse
e stavano sui coppi.
Stavano lì le ore
fermi, in una striscia di sole
e poi, di colp', come a veder 'na via
si alzavano in volo.
Era il mare,
era la calce del muro,
era l’estate
nella sua tenda in seta,
o eran invece i piccioni
col vento sotto l' ali
a fare tutto il cielo,
tutta quella luce?



La chèsa de témp
vers. chad
dei preferiti













*

Riflessioni sul tempo di un sessantenne





ph: TroveRete Museo del Cairo Dancing dwarves XII Dinastia







Io sono uno qualunque. Sono uno che ha passato i cinquanta ed è sui sessanta. Già, sessanta. Non mi sento vecchio, no, ma la giovinezza è lontana. Tuttavia non è della mia vita che mi importa perché ciò di cui voglio parlare non ha a che fare con l’età, anche se ha a che fare con il tempo, voglio dire il tempo della vita. Dove va a finire il nostro tempo? Nei figli? Nelle opere? Nei soldi? Viene da sorridere. I figli sono cose naturali. Non c’è gran merito nel metterli al mondo. Le cose sono nostre. Gli antichi le volevano con loro nelle tombe e con ragione. Perché le cose ci accompagnano, forse più delle opere che vanno via.
Se uno è un artista e scrive, che so, una grande poesia. Di chi è? E’ di tutti. Sì, c’è accollato il nome, il tuo nome, ma tu chi eri, eri quella poesia, o eri un’altra cosa? Tu eri tutti in quel momento. Fare dell’arte per quanto ne capisca io, vuol dire perdersi nella comune umanità di tutti, Invece le cose, le piccole cose, hanno la tua stessa miseria. Anche se il più fragile coccio forse ti sopravanza nella durata, finisce che tutto si consuma e si disperde. E la vita è proprio là dove trema, dove il tempo la squaglia, nel suo insignificante, nel suo tragico nulla. Come appunto le tue cose, la giacca che metti sulle spalle, i vasi dei fiori sul balcone…. Se si spezza la nostra vita anche le cose vanno via. La nostra sedia a un figlio…. Le giacche a qualche vecchio dell’ospizio. I vasi, chissà, li rompono, li buttano via……. Ricompongono la tua stanza, conservano i libri, la penna stilografica, la macchina da scrivere. Che poi stanno lì le cose, come in un museo, stranite, con un’aria di falsa intimità…… Perché dico questo? Perché il tempo lo lasciamo andare via in fondo ai corridoi, per le strade dentro scatole di latta. Ed è lo stesso tempo che passa poi così rapido nell’amore, quando c’è qualcosa che ti chiama, nella vampata di un volto, è lo stesso tempo bruciante del dolore, quando la gente piange e si sgrazia il viso, si invecchia e si scompone negli abiti, dimenticandosi. O il tempo del silenzio che riempie i luoghi romiti in modo che se tossisci, o anche se gridi, nessuno ti sente o ti risponde.
Ma il tempo di tutti i giorni, quello non lo vediamo, passa attraverso di noi come un vento o un nulla, e sembra non ci ferisca. Eppure gli antichi lo sapevano, il tempo è la forza che scroscia e tira verso l’inevitabile. Anche quello più modesto fatto di sere di paese, di gerani sugli usci; quello più ambizioso delle città dove le cose si sono accumulate e la gente s’è intessuta più stretta, più densa di fatti, di scritti, di lavori. Ma chi vede le statue, chi vede le facciate di una chiesa, un cavallo dipinto sopra un confessionale, nell’ombra, che anche lo scaccino lo ha dimenticato? Quel cavallo, al buio, stupendo, galoppa per te, perché tu lo ritrovi. Ma dov’è allora il tempo? Fora sulle dita o va via dolce come una musica sulle acque. Bisogna imparare a soffrire il tempo o a goderlo come un profumo senza sorgente, come una luce morbida, come un sonno lucido, un respiro, un ricordo che è già nel futuro. Come ogni altra cosa, il tempo per sentirlo bisogna sprecarlo. E’ lo spreco che ci fa raccogliere le briciole del vano, i minuti della giovinezza buttati come coriandoli sulle piazza in luoghi fumosi e di grida, in passeggiate nel nulla. E’ lo spreco che ci fa sentire l’eco di quel grande vento. Ma anche quando ne prendiamo coscienza, non ci diventa motivo di dialogo, di comune sentimento della vita, ora che non abbiamo più qualcosa che ci raccoglie in comune come la religione. Voglio dire che ognuno sente il vuoto al di là della sua porta, ma non sa come parlarne. Per questa ragione forse i genitori invecchiano, aspettano i nipoti. L’attesa dei nipoti è uno strano richiamo, potente, come per i pescatori il richiamo del mare. Un mare di piccole fessure e anfratti di vita, dove il latte gorgoglia e il corpo si sveglia e vagisce. I genitori se ne vanno via a ballare e i nonni stanno coi bambini. Separati per tutto l’arco della vita non si incontreranno mai se non nel sogno, nel ricordo della voce, chissà, nell’attimo della morte. I nonni che hanno così pochi motivi per vivere e i piccoli bambini che non sanno ancora di essere nella vita. In questo modo il tempo dell’esistenza si ricongiunge e si ignora, come se per stare assieme, per intendersi, occorresse traghettare il grande mare della solitudine.



Monologhi e racconti










*

a ‘n fazz piò gnént



S’ a’n pòss finéi che méur
zért ch’ u m dispìs.
Sa péns ch’ a pòss muréi
avènti ch’ u ‘ s faza bèl e’ zris,
- os-ciamadona a dégh -
a ‘n fazz piò gnént.
Mò dòp se la matéina
l’è na zurnèda ad sòul
sal pórti tóti vérti
e la zénta vaièun
ligra cmè agli évi,
aloura a dègh – e và
e và stè mònd, e và
vaca magròuna.


Se non posso finire quel muro/certo che mi dispiace./
Se penso che posso morire/prima che si faccia bello il ciliegio/
-os-ciamadonna_ dico/ non faccio più niente./
Ma dopo se la mattina/ è una giornata di sole/
con le porte tutte aperte/ e la gente va lesta e operosa/
allegra come le api/ allora dico: -va,/
va questo mondo, si va/ vaccamagrona.


Nino Pedretti



La poesia si fa con tutto il corpo e non solo coi sentimenti. Voglio dire che il corpo e tutto quello che lo muove diventa poroso, filtra, lascia passare odori di cose. Gli occhi, le mani, il ventre, l’arcata del petto sono investiti da questo vento che ci scuote, che ci fa partorire i sogni.
*
Dopo Al vòusi pensavo di non scrivere più in santarcangiolese, ma poi mi tentò l’idea di scavare tra i sassi della memoria alla ricerca di un’aria perduta. Non pensavo alla meraviglia dell’infanzia, ma ad un’epoca biologicamente diversa, al ‘prima della rovina ecologica’. Gli immensi prati, gli alberi, le aperte marine erano cresciuti dentro di me e la loro miseria di oggi si misurava con lo splendore antico, con ciò che avevano significato nella mia mente. Erano quelli tempi di cruda ed aspra povertà di pane e folgorante bellezza naturale. Al vòusi ricordavano la miseria del pane, questo libro ha l’occhio verso quella bellezza perduta…
*
Raffaello Baldini puntualizza alcuni passaggi che aiutano a comprendere anche l’affettuoso legame umano che lo univa a Nino Pedretti:
Nino ha scritto in dialetto, ma anche in italiano.
Contemporaneamente. In pratica, quel che succedeva in dialetto Nino lo scriveva in dialetto, quel che succedeva in italiano lo scriveva in italiano. Per Nino dialetto e italiano avevano la stessa dignità. In lui dialetto e italiano convivevano pacificamente, serenamente, anzi felicemente. 




Giuseppina Di Leo, Poliscritture

Nino Pedretti, Sòtta i pórtich



Nino Pedretti, da: La chèsa de témp, 1981



Sòtta i pórtich

Un témp, la dmènga
e’ sòul
sòtta i pórtich
e’ févva léuṣ e’ silénzi.





Sotto i portici

Un tempo, la domenica
il sole
sotto i portici
faceva rilucere il silenzio




Unter Säulengängen

Eines Sonntags
unter Säulengängen
brachte die Sonne
die Stille zum Klingen.



(übertragen von Theresia Prammer)


La poesia si fa con tutto il corpo e non solo coi sentimenti. Voglio dire che il corpo e tutto quello che lo muove diventa poroso, filtra, lascia passare odori di cose. Gli occhi, le mani, il ventre, l’arcata del petto sono investiti da questo vento che ci scuote, che ci fa partorire i sogni.
*
Dopo Al vòusi pensavo di non scrivere più in santarcangiolese, ma poi mi tentò l’idea di scavare tra i sassi della memoria alla ricerca di un’aria perduta. Non pensavo alla meraviglia dell’infanzia, ma ad un’epoca biologicamente diversa, al ‘prima della rovina ecologica’. Gli immensi prati, gli alberi, le aperte marine erano cresciuti dentro di me e la loro miseria di oggi si misurava con lo splendore antico, con ciò che avevano significato nella mia mente. Erano quelli tempi di cruda ed aspra povertà di pane e folgorante bellezza naturale. Al vòusi ricordavano la miseria del pane, questo libro ha l’occhio verso quella bellezza perduta…
*
Raffaello Baldini puntualizza alcuni passaggi che aiutano a comprendere anche l’affettuoso legame umano che lo univa a Nino Pedretti:
Nino ha scritto in dialetto, ma anche in italiano.
Contemporaneamente. In pratica, quel che succedeva in dialetto Nino lo scriveva in dialetto, quel che succedeva in italiano lo scriveva in italiano. Per Nino dialetto e italiano avevano la stessa dignità. In lui dialetto e italiano convivevano pacificamente, serenamente, anzi felicemente. 




Giuseppina Di Leo, Poliscritture