Georgien 2008

Georgien 2008

Il racconto perduto







ph: chad, da ph di Robert Doisneau








Da anni ho preso l’abitudine di svegliarmi la notte . Soffro di dolori reumatici che mi assalgono nei momenti più impensati e quindi anche di notte. Mi alzo, prendo un farmaco per sedare il dolore, e mi metto a leggere o a scrivere. La biblioteca che mi ha lasciato mio padre è immensa e io non l’ho mai riordinata. Ogni notte scopro cose nuove che mi riempiono di contentezza. Edizioni rare, grammatiche di tutte le lingue, migliaia di vocabolari, infiniti libri di storia, di etnologia, di linguistica. 
Un vero paradiso per bibliofili, per studiosi e per dilettanti come me. Scrivo anche qualche paginetta e poi le piego e le metto in un libro. Chissà se qualcuno dei miei pronipoti le troverà un giorno. Io ho deciso di non pubblicare nulla di mio. Per quanto la tentazione di pubblicare sia forte, quella opposta di non pubblicare nulla, benché più rara, è più fascinosa. Che cosa appartiene all’autore del suo libro? Nulla. Il libro se ne va per conto suo. L’autore può essere cambiato da un libro, ma il libro non è più dell’autore, è di tutti. All’autore, se il libro ha successo, rimane la vanità. Perché la poesia è, ne sono convinto, la voce di chi non ha voce, non del poeta. Così, dicevo, molto meglio l’anonimato, anche perché rende più assoluta la nostra morte e più segreta la nostra vita. Non è quindi per pubblicarlo se cerco un racconto che avevo iniziato a scrivere. E’ solo perché il racconto mi stimolava, mi dava la spinta per entrare in una certa atmosfera. Era una sorta di racconto incantato, senza un finale o una conclusione. Un racconto che non finisce se non con la morte, questo era il mio racconto. Ma non mi riesce di trovarlo e non ho né la forza né l’animo di rincominciarlo, anche perché non saprei come. Io quando ho finito di scrivere mi dimentico tutto nella mia scrittura e la scrittura si dimentica di me. 
Solo nell’atto dello scrivere ci incontriamo e andiamo avanti assieme. Non mi piace infatti pensare a quello che scriverò. Perché io credo che la scrittura sia un modo di vivere, non di riflettere la vita. Che cosa fa il cervello infatti nella scrittura? Scrive. E con lui scrive tutto il corpo, così come nei sogni non si ordina, non si pensa prima di andare a letto a quello che si dovrà sognare. Si sogna e basta. Che poi la gente dica è solo un sogno, è un’altra questione. Così come potrebbe dire è solo scrittura. E infatti lo dice: è una favola, un racconto, una fantasia. Come se chi scrive, scrivesse per il dopo, invece scrive per il momento della scrittura che come il sogno è una necessità della mente, nascosta e insidiosa. Io ho bisogno del mio racconto perduto, solo come una traccia, come se continuassi una musica che ho dimenticato. Chissà com’era il mio racconto. Parlava dell’Africa, del mare, di una città sepolta. Era ambientato al tempo degli Ittiti, o dei Faraoni? O era un racconto d’epoca moderna, anche se moderno non significa nulla, fuori dal nome di certi oggetti. 
L’animo infatti non ha tempo. Quel sogno interrotto nell’ultima notte di Pompei frulla nel mio capo. Ulisse è in me con le sue paure e le astuzie e ogni uomo del passato è in me a continuare la rete delle domande. Il mio racconto era forse un fiume che passava per la via del tempo, colorandosi via via di storia, di immagini? Ma dove cominciava? E chi erano i protagonisti? Non saprei proprio dire. 
Il racconto che io scrivo ora lo sto già dimenticando. Tutto quello che scrivo è inghiottito dal buio della mia biblioteca. Se troveranno questi miei pezzi di carta, certamente li getteranno via perché io per fortuna non ho un nome, non sono nessuno. Così come Ulisse posso lanciare le mie pietre contro l’immenso gigante del tempo senza che nessuno se ne avveda. Perché il racconto sono io, la mia vita sconosciuta.










Monologhi e Racconti, Raffaelli Editore












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