Georgien 2008

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nel santuario di Asclepio














L'orazione
Discorso sacro di Elio Aristide, oratore.

28 gennaio 149
Sono arrivato nel santuario di Asclepio, a Pergamo, con uno scopo preciso: guarire. Riconquistare la voce che è mia e che un'oscura malattia mi impedisce di usare. Il mondo aspetta con ansia i miei discorsi e io non lo deluderò: ma mi occorre tempo. Da quando sono malato la voce è un sospiro fioco, che mi esce a malapena dalla bocca. In un sogno di otto mesi fa, quando nasceva la prima luna d'autunno, mi è apparso Apollo: al dio chiedevo come comportarmi, e lui mi disse che, per guarire, avrei dovuto trascrivere tutti i miei sogni.
Così sono giunto a Pergamo, per adempiere a quel comando. Trascrivo ogni notte delle scene bizzarre: scale che si affollano di nani, corde che oscillano su macerie, pozzi da cui nascono fiori. Distinguo un sogno dall'altro con chiarezza, senza capire nulla. Ricordo bene quello di ieri notte: un nugolo di cavallette sta per disperdere la folla radunata nella piazza quando io sollevo il braccio per parlare. Sono cosciente che, nel momento in cui avessi iniziato a pronunciare il mio discorso, tutti mi avrebbero udito, stregati dalla mia voce, e le cavallette si sarebbero disperse. Ma la voce non mi esce dalla bocca. Agito il braccio invano.
Questa notte è diverso: questa notte sognerò il sogno che mi guarirà. Sono a Focea e il Dio è con me. Sollevo il braccio, parlo con voce chiara, intono il discorso. La voce mi esce fluente dalle labbra. Ma a pochi metri da me, rannicchiato sopra un sasso, un vecchissimo saggio mi sussurra che non è più necessario. «L'uomo ha smesso di esistere» bisbiglia «e quanto rimane di lui sono dei sassi incisi dalla sua mano, quelli dove vedi dipinte delle bocche spalancate. Non ti affannare più per convincerli».







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