Georgien 2008

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con un gesto lento







Un’altra sosta



Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.






Chiuse
tante vite.
E tu sei nuovo,
al sole, sulla terra
smossa –
come un seme che forse
non si vuole che germogli –
ma così basta
a nutrire un uccello.
Uccello lieve
il mio cuore
ed ogni tuo sguardo
un suo volo profondo
in un remoto tempo
azzurro –
solo la mia
gioia
e rinascere in te.


Rinascere


*


Se le parole sapessero di neve
stasera, che canti -
e le stelle 
che non potrò mai dire...
Volti immoti s'intrecciano fra i rami
nel mio turchino nero: 
osano ancora,
morti ai lumi di case lontane,
l'indistrutto sorriso dei miei anni.



*


Tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
- altre cose intendendo -
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.


*


Afferrami alla vita,
uomo. Passa la nebbia
e lambe e sperde l'incubo mio folle.
Fra poco la vedremo dipanare
sopra le valli: e noi saremo in vetta.
Afferrami alla vita. Oh, come dolci
i tuoi occhi esitanti,
i tuoi occhi di puro vetro azzurro !

Vertigine


*

Turbini di neve
che il vento strappa dai tetti
ed altra neve
più quieta
che un’altra mano
arcana
strappa dal cielo -
Turbini di neve fredda sull’anima
e tu non vuoi capire,
tu vuoi sognare
triste anima
povera anima
ancora
finché una mano
arcana
strapperà anche il tuo sogno
come un cielo bianco invernale
e in pochi fiocchi nevosi
lo perderà
col vento.

Neve

*

Nevai


Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un'immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m'avvampava nel sangue –



*


Ieri, in campagna, ero rimasta sola,
in un prato, a snidare le violette.
Il cielo si era chiuso indifferente
in un suo pastranello grigio chiaro,
spolverato da sbuffi freddolini:
ma la terra, in compenso, mi alitava
sulle mani il suo fiato umido e caldo
e a districare piano i ciuffi d'erba
mi sembrava d'insinuar le dita
fra i capelli d'una persona viva.
Pensavo intensamente al mio fratello
e una lenta tristezza m'invadeva,
diffusa come uno stupore bianco.
Mi dicevo che forse nella vita
non potrò dargli mai neppure un fiore:
un fiore ch'io abbia colto in questi prati
dove, bambina, camminavo scalza
per un'ebbra ed inconscia frenesia
di contatti selvaggi con la terra.
Ieri, s'egli mi fosse stato accanto,
non gli avrei regalato delle viole:
odoravano troppo sottilmente
e, a toccarle, sembravano aggricciarsi
già col presentimento d'avvizzire.
Avrei preso due o tre margheritine,
i più dimessi fiori, i più sereni,
che si lasciano coglier senza brividi,
che non odoran tanto sono puri.
Con pure mani gliele avrei offerte,
gettata tutta la mia vita inquieta
in uno stordimento blando e chiaro,
che mi riconduceva lievemente
la mia rinata fanciullezza intatta.


*

Poi fu la notte
e mi toccò esser fuori
nella bufera:
il lume del mio riso
morì.
Mi trovò l'alba
come una lampada spenta:
stupirono le cose
scoprendo
in mezzo a loro
il mio volto freddato.
Mi vollero donare
un volto nuovo.
Come davanti a un quadro di chiesa
che è stato mutato
nessuna vecchia più vuole
inginocchiarsi a pregare
perché non ravvisa le care
sembianze della Madonna
e questa le pare
quasi una donna
perduta –
così oggi il mio cuore
davanti alla mia maschera
sconosciuta.

*

Rinascere – non sai:
una sera
che tutte le lampade sembrano
infrante
e le mani sono un lungo peso
– il senso delle cose toccate
nessuno ti cancellerà più
dalle dita –
una sera
viene il vento,
con la veste piena di stelle,
di foglie rubate all'autunno,
di uccelli salvati –
e te li libera sul viso,
dice:
– Vola via,
tu sei nuova,
io ti porto –
«Tu sei nuova»: ti accendi nella notte
come dall'ansito di antiche vigilie,
come all'origine dei giorni,
sull'informe sonno
un albore –
Rinascere – non sai:
come la prima carezza vergine
della luce
sul volto di una terra cieca –
e nelle grotte il destarsi dei pastori,
il dolce moto
del gregge che si svincola dall'ombra,
ch'esce –
con i suoi agnelli nati
nell'ultima notte,
con i suoi campani
lavati all'ansa
del fiume –



*


E all'improvviso,
come una fonte che si scioglie
nella steppa,
una ferita nel sonno
si riapre,
perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte.
Creatura di fiaba, per le mute
stanze, dove si struggono le lampade
dimenticate,
lieve trascorre una parola bianca:
si levano colombe sull'altana
come alla vista del mare.
Bontà, tu mi ritorni:
si stempera l'inverno dello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.



*


Chiuse
tante vite.
E tu sei nuovo,
al sole, sulla terra
smossa –
come un seme che forse
non si vuole che germogli –
ma così basta
a nutrire un uccello.
Uccello lieve
il mio cuore
ed ogni tuo sguardo
un suo volo profondo
in un remoto tempo
azzurro –
solo la mia
gioia
e rinascere in te.


*


Lascia ch'io sola pianga, se qualcuno
suona, in un canto, qualche nenia triste.
La musica: una cosa fonda e trepida
come una notte rorida di stelle,
come l'anima sua. Lascia ch'io pianga.
Perch'io non potrò mai avere – intendi? –
né le stelle,
né lui.

Lagrime


*


Ti vorrei dare questa stella alpina.
Guardala: è grande e morbida. Sul foglio,
pare un'esangue mano abbandonata.
Sbucata dalle crepe di una roccia,
o sui ghiaioni, o al ciglio di una gola,
là si sbiancava alla più pura luce.
Prendila: è monda e intatta. Questo dono
non può farti del male, perché il cuore
oggi ha il colore delle genzianelle.

ad Antonio Maria Cervi

*


Le stelle – le nubi esiliate
di là dal vento
chissà per quali
spazi ignoti camminano.
Ieri correvan ombre
sulle nevi del colle –
come dita leggere.
Occhi non miei
che la nebbia invade –


*


Tanti di noi come quel mucchio d'erba,
accovacciato a farsi bruciacchiare.
Lì sotto, un focherello pauroso
che rode e sugge, senza crepitio.
Di sopra, un'incolore fumatina
a svignarsela lenta.
Poi, due braccia robuste ad adagiare
sulla cenere un altro fascio verde:
Un'altra vita messa a consumare
sulla nostra ch'è spenta.

Da capo


*


Le case dove ogni gesto
dice un'attesa
che non si compie mai.
Il fuoco acceso nel camino
per sciogliere la nube del respiro
e in ogni cuore l'alba
di domani – col sole.

Ora sospesa




Che un giorno io avessi
un riso
di primavera – è certo;
e non soltanto lo vedevi tu, lo specchiavi
nella tua gioia:
anch'io, senza vederlo, sentivo
quel riso mio
come un lume caldo
sul volto.

Il volto nuovo


*

Vieni, mio dolce amico: sulla bianca
e soda strada noi seguiteremo
finché tutta la valle s'inazzurri.
Vieni: è tanto soave camminare
a te d'accanto, anche se tu non m'ami.
C'è tanto verde, intorno, tanto odore
di timo c'è, e sono così ariose,
nell'indorato cielo, le montagne:
è quasi come se anche tu mi amassi.
Arriveremo giù, fino a quel ponte
sorretto dallo scroscio del torrente:
là tu continuerai pel tuo cammino.
Io resterò sul greto, fra i cespugli,
dove l'acqua non giunge, fra le pietre
chiare, rotonde, immote, come dorsi
di una gregge accosciata.Col mio pianto
vitreo, pari a lente che non pecca,
io specchierò e raddoppierò le stelle.


Canto rassegnato
dedicata ad Antonio Maria Cervi




*


Sorelle, a voi non dispiace
ch'io segua anche stasera
la vostra via?
Così dolce è passare
senza parole
per le buie strade del mondo –
per le bianche strade dei vostri pensieri –
così dolce è sentirsi
una piccola ombra
in riva alla luce –
così dolce serrarsi
contro il cuore il silenzio
come la vita più fonda
solo ascoltando le vostre anime andare –
solo rubando
con gli occhi fissi
l'anima delle cose ..


*


La roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l'umidore ed un remoto
lamento s'ode, ch'è come il singhiozzo
rattenuto, incessante, della terra.


Dolomiti


*

E poi – se accadrà ch’io me ne vada –
resterà qualchecosa
di me
nel mio mondo –
resterà un’esile scìa di silenzio
in mezzo alle voci –
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro




Via – negli occhi raccolta
la gioia dura d'essere
creatura in sé conchiusa,
unica nel freddo cielo
invernale –
diritta ai piedi
d'invisibili antenne,
sulla nave che ha vele di nubi
e fari di stelle,
a prora un volto
d'attesa.

Evasione



*

Il cielo è cieco e stupito
come una tazza vuota.
Ed io guardo all'azzurro irraggiungibile,
per non guardare a quello che ho compiuto,
e mi allontano da te
come un pezzo di carne insensibile,
senza piangere, senza gridare

Vuoto


*

Cade il folle vento: si perde
dietro le nebbie grigie il sereno.
L'anima sembra morire
senza più sogni.
E il cielo è ormai tutto di perla
e chiama, chiama,
nel vuoto enorme,
un sorriso di stelle.

L' orma del vento


*


I

Mentre tu dormi
le stagioni passano
sulla montagna.

La neve in alto
struggendosi dà vita
al vento:
dietro la casa il prato parla,
la luce
beve orme di pioggia sui sentieri.

Mentre tu dormi
anni di sole passano
fra le cime dei làrici
e le nubi.



II

Io posso cogliere i mughetti
mentre tu dormi
perché so dove crescono.
E la mia vera casa
con le sue porte e le sue pietre
sia lontana,
né io più la ritrovi,
ma vada errando
pei boschi
eternamente –
mentre tu dormi
ed i mughetti crescono
senza tregua

Tempo

*

Da lontani orizzonti viene il vento
e scrive parole segrete
sull'erba:
le rimormorano i fiori
tremando nelle lievi
corolle.


*


Come
chi avanti l’alba
da un rifugio montano esca
nell’ombra fredda – e si metta per l’erta
cullando col passo il penoso
sonno – fin che in cima alle ghiaie
la guida sciolga
dalla spalla la corda ed additi
sulla roccia – l’attacco –
gioia e sgomento
allora – ed il sole che sorge
lo colgono insieme –
così
quando sul tuo
cammino s’apra
una siepe – ed al cuore s’affacci
la strada nuova.



*

Forse la vita è davvero quale la scopri nei giorni giovani: un soffio eterno che cerca, di cielo in cielo, chissà che altezza.




*