REMIGIO
BERTOLINO, Ël vos, con
una nota di Giovanni Tesio, Novara, Interlinea Edizioni 2003
BIANCA
DORATO, Travërsera. 20
Poesie piemontèise. Introduzione di Giovanni Tesio, Ivrea, «La Slòira»
2003
Sono
due autori piemontesi, questa volta, a proporci alcune interessanti novità
sugli ultimi sviluppi della poesia dialettale: Remigio Bertolino e Bianca
Dorato. Bertolino (Montaldo di Mondovì 1948) fa salire «sul palcoscenico
domestico e mentale» (G. Tesio) delle sue liriche gli abitanti di un paese di
montagna incassato in una valle che un tempo era molto povera e dimenticata
dalla storia, e ce lo racconta attraverso le loro ‘voci’ («ël vos»), con una pietas contenuta ma intensa.
Per farlo si affida, come nelle sillogi precedenti, ai segni e ai suoni del
monregalese, un dialetto aspro ai confini tra Piemonte ed Occitania,
correlativo oggettivo linguistico perfetto per esprimere nella ‘sua verità’
l’emarginazione di quanti in quel paese, in quella vallata, sono vissuti.
Uomini dal «viso liso come un asciugamano / fregato da troppi bucati » («ël mor
frust come në sciuaman / fërtà da tròpe ‘lssìe»), vecchi, donne e ragazzi
chiamati a vivere un’orfanezza senza conforto, ci parlano di drammi il cui
denominatore comune è la solitudine, resa impraticabile dalla malattia e dalla
miseria («logésse sla tèra patanùa: / un lënseu d’erba fresca d’istà»:
‘alloggiare sulla terra nuda: / un lenzuolo d’erba fresca d’estate’). Le voci
di queste povere ‘lucciole’ riversano così la loro quieta disperazione in
monologhi di cui il poeta si fa tramite, perché sente di doverle risarcire in
qualche modo di quel ‘niente’ che sono state le loro vite. Se Bertolani, nelle
sue struggenti liriche in serrese ha sottratto al nulla le «gòse», le voci che
ancora sente risuonare nell’aria, di persone amate e perdute, quest’autore ha
strappato al silenzio quanti in quel silenzio sono sempre vissuti: come «l’òm
dij gat» (‘l’uomo dei gatti’), «sospeso nel letto fra lenzuola gialle d’orina,
/ sotto una stenditura di stracci rosicchiati, / scatole di latta / che
spalancano ganasce arrugginite [...] quando le notti d’inverno / sono un verme
/ dentro una mela ruggine / senza fine». Come l’orfano, che non può sognare, pascolianamente,
giardini incantati, perché se ne sta rattrappito dal freddo con la sua coperta
di paglia «come una nespola / a far maturare il sonno», mentre «la neve fa
bianchi finestra e pensieri» («pèi d’un pocio / a fé meoré la sògn.../ La fiòca
a fà bianch / fnestra e pënsé»). O come la «pajanòta» (orfana), che avendo
conosciuto solo le camerate anonime di un istituto e il freddo patito andando a
sgranare rosari ai funerali dei ricchi, confida, forse a se stessa, forse al
poeta, che è il solo a riviverne la sofferenza, di sentirsi sola come «un pom g-rà / sna rama d’ënvern»
(‘una mela ghiacciata / su un ramo d’inverno’). Il bianco della neve e il nero
del suo velo suggeriscono l’idea della morte e del nulla, e si confondono in un
«quadro » che ha la «misura di un Vermeer contadino » (Tesio), ma conosce anche
le cupezze tematiche e atmosferiche degli espressionisti, rivisitati dalla
sensibilità di quest’autore, la cui attenzione a ogni particolare è «precisione
di luogo interiore [...]. È antropologia emotiva» (Tesio), svincolata, però, da
ogni elemento nostalgico. Il poeta, che fa indugiare il suo sguardo «nella
cappella del ricovero» dove «si raccolgono i vecchi», e si affaccia sulla
cucina «bozzolo caldo» di una «casa stretta», dove una volta abitava Pina del
Ghetto, e dove «Feu e temp bërbotant / balo për man / is no van ën fum» (‘Fuoco
e tempo brontolando / ballano per mano / svaniscono in fumo’), riannoda nei
versi le storie mai scritte di tutte le solitudini transitate di lì, le lega
insieme e ne fa una desolata allegoria della vita. La suggestione di Pascoli,
autore molto amato da Bertolino nella prima giovinezza per le umili cose del
suo mondo poetico e per la presenza pervasiva della morte, agisce
«sotterraneamente» (Pasolini 1952) e lambisce appena la vallata di silenzio e
povertà dove i giorni si disfano l’uno nell’altro come le ore e i fagioli
sbucciati adagio da chi se ne sta dietro i vetri ad aspettare il sole per
conservare in una tasca un po’ della sua luce, lo «sbaluch», lo splendore della
neve e della morte, mentre «le notti senza fine» sono «già dietro l’uscio».
«Sbaluch»
è parola chiave anche nella poesia di Bianca Dorato (Torino 1935), dove però
assume una valenza metafisica, diventando simbolo di quella luce che sola
riempie di significato il percorso esistenziale dell’io tra vette e ghiacciai,
itinerario della mente e del desiderio di tutte le raccolte pubblicate finora
dalla Dorato, da Tzantelèina (1984) a questa plaquette,
essa pure cifrata da un alto lirismo e dalla fedeltà di quest’autrice, estranea
a tendenze e correnti, ai suoi paesaggi di gelo e di neve. In essi il contrasto
tra la fatica dell’andare e lo splendore della vetta riflette le contraddizioni
di una vita ostinatamente protesa verso l’alto, continuamente risospinta verso
il basso. Se nel poeta monregalese prevalgono i toni cupi e il nero della
notte, mentre «il vento straccia / foglie e rimpianti », l’io lirico nella
Dorato tende, con ostinata fede, verso la luce. Lo stesso Bertolino,
nell’introduzione a uno dei libri più intensi di quest’autrice, Drere ’d lus (Sentieri di luce,1990),
paragonava la sua poesia di paesaggio a quella di Marin: «luce e mare» il mondo
mariniano, isola di «pietra e oro» (Pasolini); «luce e neve» i paesaggi della
Dorato, che «da sempre risale valli e, lungo sentieri impervi, anela la meta.
[...] La sua è una poesia monocorde: scava sempre nella rete fittissima di
immagini montane per farle assurgere a simboli, a mistiche visioni». Quelle
immagini sono tutte presenti nelle venti liriche di Travërsera (Sentiero di valico): in
apertura e in chiusura un animale araldico misterioso e un po’ magico, il lupo,
sta ad indicare il percorso, perché «Chiel a sa ’nté ch’i von» (‘Lui sa dove io
vado’). L’io attraversa con disperato coraggio solitudini notturne e petrose,
trafitto dal nero gelo («gel nèir»), con la sensazione di camminare
inutilmente, perché «tut a l’é neuit / a l’anviron / neuit topa ’nté i
strambijo / e surtija a j’é pa» (‘tutto è notte / all’intorno / notte buia dove
barcollo / e scampo non c’è’). Cerca «una stampella / per l’anima sciancata»
(«na cròssa / për l’ànima dërnà). E la trova nei getti novelli del rododendro,
«promëssa ’d gòj / a travërsé l’invern» (‘promessa di gioia / ad attraversare
l’inverno’). La trama delle corrispondenze, l’attesa della bella stagione, che
evoca, per consonanza di sensibilità, di tratto e di suoni, gli incanti della
poesia provenzale, tutto si fa segno in questo viaggio dell’io attraverso
l’inverno, la notte, lo sconforto delle baite abbandonate: «Mach na masera e ’n
tèit / – lòn ch’a-i resta ’d n’alpagi – [...] Tan curta a l’é la pòsa / ma për
sempe la gòj / – samblà’nt un’ora cita / tut ël temp e l’amor» (‘Soltanto un
muro a secco ed un tetto / – ciò che resta di un alpeggio – [...] Così breve è
la sosta / ma è per sempre la gioia /– addensati in un attimo tutto il tempo e l’amore’).
Ogni cosa intorno, la vita stessa, può franarci addosso, «e minca ’n pass,
n’arzigh / arlongh la travërsera » (‘ed ogni passo, è un rischio / lungo il
sentiero di valico’). Ma la luce inaspettata di un umile cardo sa rivelare
quello che il cuore cercava da sempre: «Ciàir as dreub ël cardon / an sle tëppe
là amont / quanda curte a degolo / j’ore bele dël sol // Parèj ël cheur a
treuva / soa mira al bo dl’otonn / dësbandì a cheuj la lus / e a sà pì nen
dolor» (‘Chiaro si apre il cardo / sulle stoppie lassù / quando brevi declinano
/ le ore belle del sole // Così il cuore trova / la sua meta all’estremo
dell’autunno / sbocciato coglie la luce / e più non conosce dolore’).
Anna
De Simone