Georgien 2008

Georgien 2008
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Non la poesia d’occaso















ph salsel, Yesterday











Non la poesia d’occaso che plasmi quando pensi ad alta                                                                                                  voce,
con il suo tiglio in inchiostro di china
e i fili del telegrafo sopra la rosea nube;

né l’interno tuo specchio, con le fragili
spalle nude di lei che ancora vi balenano;
non il lirico clic di una rima tascabile,
il motivetto che ti dice l’ora;

e non le monetine e i pesi sui giornali
della sera impilati nella pioggia;
non i cacodemoni del tormento carnale;
non la cosa che puoi dire assai meglio in prosa…

ma la poesia che piomba da altezze sconosciute
quando attendi gli spruzzi dalla pietra
laggiù lontano, e corri alla penna come un cieco,
e dopo giunge il brivido e poi ancora…

nel viluppo dei suoni, leopardi di parole,
insetti come foglie, ocellati uccelli
si fondono formando una silenziosa, intensa
trama mimetica del perfetto senso.








traduzione Massimo Bocchiola



*


distruggere per purificare o anche solo ricostruire




ph salvia selvatica, Angelo di calderina




*

Distruggere e dimenticare? Deleuze non ha praticamente mai parlato di Nabokov, e ancor meno di Ada o Ardore, il suo capolavoro assoluto, che racconta gli amori proibiti e perfettamente consumati dell’irresistibile, meravigliosa, sensuale, leggera, «supererudita», pigra, languida, campionessa di Scarabeo e di farfalle, eternamente fedele, sempiternamente infedele Ada, e di suo cugino e fratellastro Van, quasi altrettanto seducente e volteggiante benché in qualche caso più oppresso dai vecchi valori dello spirito di serietà (onore, virilità, gelosia). È un fatto strano, la cui stranezza resiste a ogni giustificazione empirica volgare (Deleuze ne avrebbe ignorato l’esistenza, o non l’avrebbe letto, o l’avrebbe letto troppo in fretta ecc.). E questa stranezza dipende dal profondo richiamo alla filosofia di Deleuze della parola d’ordine di Ada, detta a nessuno in particolare da una ragazzina di dodici anni, a piedi nudi, mentre sfoglia un vecchio erbario della madre ritrovato per caso in un vecchio baule, e che dà una delle chiavi essenziali dell’opera: «distruggere e dimenticare». Bisogna distruggere perché bisogna che la bellezza e gli amori muoiano, per rinascere altrove, più tardi e a volte addirittura, quando la vita è ben fatta, nelle stesse condizioni. E bisogna dimenticare perché non c’è vita nella memoria che si ripeta sempre uguale, perché bisogna andare di continuo al di là, attraversare, passare oltre per vivere ancora.
Tuttavia, il genio di Nabokov sta nel precisare la sua parola d’ordine in questo modo. A Van che le propone di sotterrare o di bruciare il più presto possibile quell’erbario feticcio del passato – «immediatamente» dice lui – Ada risponde: «D’accordo. Distruggere e dimenticare. Ma abbiamo ancora un’ora prima del tè». Non lo si potrebbe dire meglio; ecco lo splendore delle esperienze passate: in nome della vita presente, bisogna distruggerle e dimenticarle, ma prendendosi il proprio tempo e cogliendo in modo chiaro il carattere irrisorio delle esigenze di oblio del presente.
La vita vera è in questa sospensione del tempo, non nella sua abolizione né, al contrario, nell’esaurimento del suo senso estatico o profetico. E le vie che autorizzano tale sospensione sono qui meravigliosamente esplicitate: sono quelle dell’umorismo, della leggerezza, dell’impertinenza e dei discorsi senza capo né coda. Non ne esistono altre...

(Le Libéralisme est-il une sauvagerie? Bayard, Montrouge 2007 forse? o da qualche parte)
via Dal Bon

*


ri-posto; Nabòkov de'preferi; ringraz. e rimembro me a 10 anni richiesta dai genitori impegnati a fare ordine, che facciamo dei tuoi disegni di quando "eri piccola" (sic, sigh) ? - Al fuoco i ricordi! Invece tenni religiosamente e segreti quelli della mia bambina.

*

un mistero, questo ramificarsi della vita

Tutto sguscia via, tutto dipende dal caso. C'è un gusto stuzzichevole nel chiedersi, guardando al passato: «Che cosa sarebbe successo se…» sostituendo un avvenimento fortuito a un altro, osservando come, da un attimo grigio e sterile del proprio trantran quotidiano, germogli un evento meravigliosamente roseo, che nella realtà non era riuscito a sbocciare. È un mistero, questo ramificarsi della vita: avvertiamo, a ogni istante trascorso, strade che si dividono, un «quindi» e un «altrimenti», con innumerevoli, vertiginosi zigzag che si biforcano e si triforcano sul fondo oscuro del passato.


Lezioni di letteratura


*
Lui non credeva in un Dio autocratico. 
Credeva, confusamente, in una democrazia di fantasmi. 
Le anime dei morti, forse, costituivano dei comitati, 
e questi, in seduta perpetua, presiedevano ai destini dei vivi.

Pnin

*

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.


*

Come per il resto, non sono più colpevole, nell’imitare la “vita reale”, di quanto la “vita reale” sia responsabile nel plagiarmi. 





Vladimir Nabòkov


Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.
She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-lii-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Lii. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo, al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.


Vladimir Nabokov, ipertesto

Pale fire, 1962




The title, from Shakespeare's Timon of Athens  (Act IV, scene 3), a line often taken as a metaphor about creativity and inspiration: 

The moon's an arrant thief,
and her pale fire she snatches from the sun

La luna è un ladro completo,
e il suo pallido fuoco lo agguanta dal sole


Canto I, v.1-2

I was the shadow of the waxwing slain                                     
by the false azure in the window pane

ero l’ombra del beccofrusone ucciso
dal falso azzurro nel vetro della finestra


Canto IV
[…]
Gently the day has passed in a sustained
low hum of harmony. The brain is drained
and a brown ament, and the noun I meant
to use but did not, dry on the cement.
Maybe my sensual love for the consonne
d'appui, Echo's fey child, is based upon
a feeling of fantastically planned,
richly rhymed life.
                       I feel I understand
existence, or at least a minute part
of my existence, only through my art,
in terms of combinatorial delight;
and if my private universe scans right,
so does the verse of galaxies divine
which I suspect is an iambic line.
[…]


In modo gentile il giorno è trescorso in un sostenuto
mormorìo di armonia. Il cervello è drenato
e una sostanza bruna, il nome che intendevo
usare ma non ho usato, secco sul cemento.
Forse il mio amore sensuale per la consonne
d’appui, magico bimbo di Eco, è basato su
un’impressione di immaginario pianificato,
vita rimata con ricchezza.
Sento di capire
l’esistenza, o almeno una parte minuta
della mia esistenza, solo attraverso la mia arte,
in termini di piacere combinatorio;
e se il mio universo scandisce bene,
altrettanto fa il verso di galassie divine
che sospetto sia un metro giambico.