Georgien 2008

Georgien 2008
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George in italiano l'ho fatto io: Esempio di cosa accade a rendersi appena appena vivi da vivi, cioè conosciuti come autori prima di esser morti, e quindi un pochino meno invidiati.


ph: salsel, Yesterday
da grande farò la giornalista
musica: Who wants yesteday's papers, Beatles



Trovo questo link, in un bel blog di poesia che ha pubblicato
ultimamente (anche) cose scritte e tradotte da me.
E copio l'articolo di Antonio Devicienti per prima cosa. Chi l'avesse già letto, è meritevole, e ancora di più se prosegue, basta tenere premuto un artritico dito (a me).
https://rebstein.wordpress.com/2018/12/08/il-racconto-di-unavventura-del-tradurre/#comment-57007

Tutto è cominciato con una telefonata durante la quale Nanni Cagnone
mi ha proposto di tradurre l’intera opera poetica di Stefan George (si
pronuncia più o meno ghe-or-ghe). Lo confesso: non ho avuto il
coraggio di dirgli di no, ma pensavo che George non fosse del tutto
nelle mie corde – si trattava di un poeta del quale conoscevo un paio
di testi e, dalle storie della letteratura tedesca dalle quali avevo
studiato, risultava essere un artista fortemente estetizzante, centro
di un circolo artistico (il cosiddetto “George-Kreis”) nel quale egli
esercitava anche una sorta di funzione sacerdotale (di “sacerdote”
della Poesia e della Bellezza, cioè); sapevo inoltre che Goebbels gli
aveva offerto la presidenza di un’accademia delle arti che i nazisti
intendevano fondare.
Ma, in realtà, di lui conoscevo poco.
Mi seduceva la difficoltà dell’impresa (l’opera è vasta, i testi
molto ardui) e l’entusiasmo con il quale Nanni mi decantava la
bellezza della poesia gheorgheana e la sua statura di uomo e di
artista.
Intanto il tempo passava e non mi decidevo ad affrontare con
determinazione l’impresa, anche perché fortemente condizionato dagli
impegni professionali e familiari.
In tutto quello che riguarda la
scrittura ho sempre bisogno di giungere al momento in cui so (con
certezza non razionale, ma puramente intuitiva) che la mente va
entrando in sintonia con un testo, un contenuto, un’idea da
sviluppare.
D’accordo con Marco Albertazzi, l’Editore della Finestra
di Lavis che avrebbe pubblicato la traduzione e che, al pari di
Cagnone, nutre un’illimitata ammirazione per Stefan George, si è
deciso di suddividere la pubblicazione in due volumi, il primo dei
quali avrebbe offerto la traduzione integrale dei libri Inni
(1890),Pellegrinaggi (1891), Eliogabalo (1892), I libri delle poesie
pastorali e di lode, delle saghe e dei canti e dei giardini pensili
(1895), L’anno dell’anima (1897), Il tappeto della vita e i canti del
sogno e della morte(1900).
Ecco: è cominciato a nascere in questo
momento il rapporto fondamentale con l’Editore, anche perché ci siamo
accorti di condividere entrambi un’idea, forse ingenua e illusoria, ma
radicale, di servizio da rendere alla poesia, ignorando, nei limiti
del possibile, questioni commerciali o di opportunità editoriale.
Detto in altri termini: a chi sarebbe interessata l’opera poetica
integrale di Stefan George se non a pochissimi? E quale impatto può
avere un’impresa del genere nel mondo culturale italiano attuale?
Procrastino a più tardi le risposte e proseguo il racconto:  sono ora
al centro dell’avventura, alla lettera mi trovo nell’occhio del
ciclone – ché la poesia di George comincia a impadronirsi dei miei
pensieri, diventa una sorta di ossessione e, insieme, il rischio di
clamorose cantonate in sede di traduzione è molto alto.
Traduco per
intero gli Inni, ma a ogni rilettura la resa mi sembra legnosa e
taluni versi mi rimangono francamente oscuri. Si tratta di ostinarsi,
di non scoraggiarsi, di non avere fretta, d’insistere: elaboro
tentativi di traduzione dalle varie raccolte, mi procuro saggi, trovo
presto un formidabile alleato: il Deutsches Wörterbuch dei fratelli
Grimm – perché mi rendo conto che George impiega il lessico
discendendo, per dir così, fino alle radici etimologiche del singolo
vocabolo, trasformandosi in un minatore che scava nel patrimonio
colossale della lingua tedesca.
Uno dei tanti motivi dell’importanza
sia culturale che quale strumento di lavoro del Dizionario dei Grimm
consiste nel fatto che per ogni lemma vengono riportati brani della
letteratura tedesca anche medioevale nei quali tale lemma ricorre e
che, appunto, lo studio etimologico apre ogni voce per poi continuarsi
nell’illustrazione dei vari significati di quella voce medesima.
Lavoro avendo sul tavolo il Dizionario dei Grimm, il Duden
(probabilmente il più completo ed efficace dizionario della lingua
tedesca moderna e contemporanea) e diversi saggi; accade spesso che
una dedica o una situazione possano essere comprese soltanto se se ne
conoscono le premesse e le circostanze, trattandosi non raramente di
testi nati all’interno del circolo e rivolti ai membri stessi del
“George-Kreis” che, evidentemente, quelle premesse e circostanze
conoscevano assai bene. Non si trascuri poi il fatto che George amava
alludere a luoghi o a situazioni o a immagini della poesia tedesca a
lui precedente (di secoli o di decenni non importa), ch’egli era un
cultore severissimo della forma e del linguaggio, potrei dire
ossessionato dal raggiungimento della perfezione stilistica: per
Stefan George poesia e vita coincidevano in maniera totale.
Devo dire
che da subito avevo rinunciato a una qualche resa delle rime, delle
assonanze e delle consonanze che costituiscono una parte essenziale
del testo gheorgheano: volevo dare vita a una traduzione al servizio
del poeta, non sciatta né grigiamente letterale, ma fedele al testo e
limpida nel suo approdo in italiano e che evitasse il ridicolo di rime
forzate o ritmi innaturali – mi guidava l’esempio di Stefan George per
primo, letteralmente innamorato della sua lingua e che, con un’opera
così rigorosa dal punto di vista sia etico che artistico e ricca anche
dal punto di vista lessicale, mi proponeva di compiere un tentativo
simile da parte mia per la lingua italiana, un’occasione cioè di
provare a costruire, con modestia e determinazione, un
volume-cittadella nel quale fossero difese e riaffermate la ricchezza
e la bellezza delle due lingue (l’italiana e la tedesca, qui
affratellate) in opposizione alle offese quotidiane perpetrate a loro
danno, specialmente poi in Italia nei confronti dell’Italiano. Inoltre
avevo deciso di non intervenire su di un’altra peculiarità gheorgheana
consistente nella rarefazione estrema dell’interpunzione, spessissimo
ridotta a un segno inventato dal poeta stesso, vale a dire il punto ·
al mezzo del rigo, anche se ricorrono pure i due punti, il punto fermo
e la lineetta, nonché il punto esclamativo e quello interrogativo,
questi ultimi due sempre separati da una spaziatura rispetto
all’ultima parola del periodo – sì, ché il poeta tedesco si era dato
regole rigorose anche nell’aspetto tipografico del testo a stampa le
quali divergevano da quelle in uso; si tratta insomma di una visione
globale e aristocratica dell’opera poetica la quale consiste non solo
di suono, lessico e sintassi, ma anche di bellezza ed eleganza
tipografica (George inventa, tra l’altro, un carattere tipografico suo
peculiare, la cosiddetta Stefan-George-Schrift, ch’egli impiegava
anche nelle bellissime versioni manoscritte che faceva dei suoi testi
per poi donarle agli amici più cari; e non si dimentichi che aveva
eliminato le iniziali maiuscole dei sostantivi, fatta eccezione per
l’inizio di ogni verso, i nomi propri o vocaboli cui intendeva dare un
rilievo particolare, ma anche la virgola in alto o alcuni segni
particolari di consonanti doppie costituiscono aspetti interessanti
della questione).
Con lo scorrere dei giorni mi sembrava che andasse
ad aumentare la mia familiarità col poeta, mi pareva di coglierne la
voce peculiare in ogni libro eppure coerente nel costruire il suo
mondo poetico ed espressivo; avvertivo anche che la disciplina
impostami dal lavoro di traduzione e l’apprendistato concreto e
diretto si riverberassero sul mio stesso lavoro di scrittura anche
quando quest’ultimo non era rivolto alla traduzione.
Avevo inoltre (e
da subito) deciso di stilare una prima versione a mano, servendomi di
normali quaderni di scuola: scrivevo a penna, sfregiavo il testo con
frecce, rimandi, punti esclamativi o interrogativi, mi annotavo più
possibili rese dello stesso vocabolo, approdavo a una risoluzione che
poi, magari, il giorno dopo cassavo; non fidandomi di me stesso
cercavo, quando possibile, le traduzioni di un testo in francese,
inglese, spagnolo, talvolta ho scovato anche traduzioni in portoghese,
accorgendomi che poteva accadere che il medesimo verso fosse stato
tradotto in maniera totalmente diversa in due o tre lingue, oppure
trovavo conferma (o anche smentita) a una mia ipotesi di resa in
italiano.
L’attraversamento dell’universo gheorgheano mi ha preso
molti mesi, ma è diventato stringente e più rapido tra giugno e
settembre, esaltandosi per una comprensione che mi appariva più
profonda e catturante; scoprivo un poeta d’amore, un grande poeta
d’amore, non un languido esteta, ma un fedele d’amore devoto
all’essere amato, alla lingua tedesca, alla poesia e che nei libri che
andavo traducendo dava forma a un ideale di nobiltà spirituale e
artistica che fosse capace di opporsi alla volgarità montante; è vero,
non sempre gradivo l’eccesso di decorativismo e il gusto tipicamente
“decadente” per marmi, gioielli, colonne, profumi, per l’esotismo
anche, ma imparavo ad ammirare la capacità della lingua e del ritmo
nel suggerire le più difficili variazioni di colore (il come rendere i
toni coloristici di George potrebbe essere argomento di un altro
articolo) e di forma – poi anche in questo caso il cammino mi si era
come illuminato, non saprei dire se gradualmente o di slancio, ma
l’ambientazione di taluni libri (il Medioevo delle Saghe e i Canti, la
Grecia antica nelle Pastorali, la Roma imperiale di Eliogabalo,
l’Oriente nei Giardini pensili e così via) non aveva nulla di
decorativo, rappresentando invece vari stadi nella progressione
spirituale e artistica del Poeta; intercorrevano molti messaggi tra
Marco Albertazzi e me, appena pronta la versione in file gliela
mandavo non nascondendo dubbi e difficoltà, ma raccontandogli anche
degli entusiasmi e dei progressi – penso anch’io che siamo, come mi ha
detto Marco in una telefonata recente, due “pazzi” che (e in tal modo
rispondo alle domande che mi ero posto all’inizio) rivolgono la
propria avventura traduttoria a un pubblico forzatamente ristretto
(forse molto ristretto), ma mi piace l’affermazione che Marco mi ha
ripetuto spesso: egli suole usare l’espressione “quest’autore manca”,
“quest’altro manca” e intende dire che di quell’autore o di
quell’altro manca in Italia un’edizione che possa avvicinare i lettori
di oggi e di domani a quel testo, a quello scrittore o poeta, a quella
temperie culturale – manca, in Italia, la traduzione di tutta l’opera
poetica gheorgheana e stiamo provando a metterla a disposizione del
lettore italiano offrendo il testo originale vergato nella
St.-G.-Schrift e la nostra proposta di traduzione che siamo pronti a
rettificare nel caso ci venissero segnalati errori; inoltre “pazzi” lo
siamo in tre, perché ritorno qui al ruolo fondamentale di Nanni
Cagnone che ha revisionato l’intero mio lavoro di traduzione con una
cura e una passione uniche ed entro tempi rapidissimi, dando ai testi
da me tradotti la bellezza di un ritmo e di una lingua poetica che
solo un vero poeta come lui sa creare, inserendo da parte sua segni
d’interpunzione che regalano una scansione ritmica elegante e viva; so
bene che Nanni non desidera si sappia del suo lavoro di revisione
generale, ma il mio debito di gratitudine nei suoi confronti è
inestinguibile.
E, forse, da quando a metà gennaio 2019 in poi sarà
disponibile questo primo volume quasi nessuno se ne accorgerà o è
anche possibile, mi suggeriva Marco Albertazzi, che qualcuno ci
definirà reazionari o neofascisti, nostalgici o settari – questa
pubblicazione giunge, invece, anche nel tentativo di superare
pregiudizi e preconcetti, esercizio cui mi sono sottoposto per primo
andando a scoprire un uomo che non accettava compromessi, che non si
lasciò sedurre dalle profferte di Goebbels e che, fedele al proprio
magistero spirituale e culturale, lasciò la Germania, che pure lo
avrebbe onorato, per l’esilio in Svizzera, continuando a riconoscersi
cosmopolita: molto belli sono, non a caso, i testi dedicati agli amici
francesi, olandesi, inglesi e non si dimentichi che il cultore
sapiente della lingua tedesca era poliglotta e riconosceva in Dante
uno dei suoi maestri (ne tradusse anche parti della Commedia), faceva
propria la lezione platonica dell’amore socratico, guardava con
disprezzo alla volgarità e alla violenza dei totalitarismi, compreso
il capitalismo dalle magnifiche sorti e progressive. Se è vero che i
fratelli Von Stauffenberg furono suoi discepoli (e c’è chi sostiene
che giunsero a progettare l’attentato contro Hitler anche in forza
degli insegnamenti gheorgheani), è anche vero che il poeta rifiutava
la dottrina razzista del regime e ne disprezzava apertamente la
volgarità e la violenza e che per sottrarsi alle strumentalizzazione
di cui erano oggetto certe sue idee lasciò la Germania (aveva sperato
invece che proprio dalla Germania partisse un movimento di
rinnovazione culturale e umana, idea che il Nazismo cercò di adottare
a proprio uso e consumo) e che dette disposizione che la sua salma
fosse inumata prima dell’arrivo delle autorità naziste.
Crediamo che
ostinarsi a tradurre significhi sempre costruire un nuovo ponte tra le
lingue, il che significa tra due culture e tra due storie.
E m’accingo
ora a tradurre i libri successivi, quelli nei quali alto appare il
magistero goethiano e dove il poeta esprimeva la sua avversione alla
guerra, raffigurandosi un futuro possibile sotto la stella dell’arte e
della cultura – tradurre è allora, in questo caso, anche costruire un
ponte tra due epoche, lontane per un verso e vicine per un altro,
assistendo al saldarsi tra una poesia colta e raffinata e un’esigenza
profonda di umanità.



chiaraadezati

DICEMBRE 11, 2018 ALLE 4:25 PM
Il tuo commento deve
ancora venire moderato.


Caro Antonio, 
sai che ti stimo molto, per quello che ho letto di tuo, e questo articolo poi mi colpisce perchè
in prima persona mi sento coinvolta. Anche a me Albertazzi aveva anni
fa proposto la traduzione integrale di George, e io l’ho fatta

La spedì poi lui a Cagnone e non ne seppi più nulla. Era anche stata
revisionata da un tedesco di madrelingua, mio cugino da parte del mio
ex marito, Andreas De Jong, e avevamo deciso recentemente di
pubblicarla almeno in Rete. Nel mio blog ve ne sono sparuti esempi.
SPERO SOLO CHE TU NE ABBIA AVUTO LA COPIA DA LORO. 
Ma senza accampare alcun diritto sono disponibilissima a spedirtela io! Lavorare per far dono, è una decisione presa nella mia infanzia, per cui per mantenermi
studiai poi altro e lavorai, ma sempre mantenendo anche la doppia vita
del pazzo poeta traduttore! ci tengo solo a vedere un minimo
riconoscimento del fatto: che è un lavoro, se non pagato, pagato da
me, in salute, tempo e a costo di tante rinunce. Auguri, mille auguri
a chi dona qualcosa (un ritorno poi c’è comunque da me a me – come per
tutti). 
Ti allego invece : qui:https://poesiainrete.com
Interpretazione di Chiara Adezati DUINESER ELEGIEN bilingue che anche
Francesco qui ha pubblicato ma senza il confronto pignolo e la
versione originale dalle mie foto di Insel Verlag, che non sono mai
state pubblicate nemmeno loro in testi di Rilke (con pessime versioni
originali, al più).
Il mio spazio in Rete,
https://chiaraadezati.blogspot.it/ 
come dice anche la mia ultima carta
di presentazione, intervista di Almerighi e Bragagnini:https://neobar.org/2018/11/30/intervista-con-le-domande-a-chiara-adezati-di-flavio-almerighi/#more-15182
GRAZIE A CHI LEGGE, soprattutto, sempre.

dr. Chiara Adezati

RISPONDI

chiaraadezati

DICEMBRE 11, 2018 ALLE 4:50 PM
Il tuo commento deve
ancora venire moderato.


e George, recentemente rivisto è qui, e in
fondo al mio blog, lo trovi cliccando su Etichette, che uso come
ascisse con i nomi degli autori.


*
Nota:

La mia traduzione è stata condotta sull’edizione Helmut Kupper Vormals Georg Bondi, München, 1958.

https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/12/lanno-dellanima-das-jahr-der-seele-es.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/search/label/Stefan%20George
https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/11/cosi-domandai-in-contemplazione.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/sempre-lui-sempre-loro-per-tema-senza.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/die-blume-die-ich-mir-am-fenster-hege.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/die-blume-die-ich-mir-am-fenster-hege.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/blaue-stunde-ora-azzurra.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/dopo-il-raccolto.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2018/10/dem-bist-du-kind-dem-freund-bambino-per.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2015/01/blog-post.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/11/cio-e-molto-bello-e-distruttivo-cit.html
Dalla prefazione, cisono tutte anche loro.
https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/10/teppich-des-leben-cuori-ridenti.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/09/titoli-e-dediche.html
Lieder wie ich gerne ..
https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/09/la-tua-magia-si-ruppe.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2014/09/destino-aspro-invenzione-invernale.html
https://chiaraadezati.blogspot.com/2012/10/lanno-dellanima-danze-tristi-das-lied.html
Perfetto, così ho un indice da spedire agli amici, anche io.

Grazie anche a Francesco di voler pubblicare i miei “sobri” commenti,
accorata e scorata… ciao.

*


altri miei brevi commenti sono stati IMMEDIATAMENTE accolti!? 
vedere per credere, per La dimora è tutta ottima pubblicità.
Ciao a tutti!


*

per George, i suoi lettori vivi e morti, per chi mi conosce: #sapevatelo!


*

Ascoltare le piante, ascoltare le pietre






Questo è un luogo dove gli alberi sono filosofi, dove l’energia converge e si concentra come un cervello cosmico che fissa nella memoria tutto quello che si guarda e tutto quello che si dice, un luogo che aspira a ricondurre la mente verso quella cosa che sembra quasi smarrita dentro di noi e che si chiama anima magica. - pag. 49

L'anima mundi bruniana sembra affiorare in queste parole. 
Tutte le cose, pietre, alberi, stelle, hanno occhi e voce umana. - pagina 225

Ascoltare le piante, ascoltare le pietre, ascoltare i metalli, gli esseri viventi dentro di noi, riaccenderli, ricordarli. - pagina 227

Un albero cresce nella mente di un uomo. Le radici scendono fino dentro il suo cuore. - pag. 157

È contemporaneo tutto quello che per noi è urgente ora e vivo in noi ora. La mente non sogna in termini temporali, l’arte ancora meno. Beato Angelico, Caspar David Friedrich sono per me artisti contemporanei. - pag. 73

Tre mesi di lavoro. Risultato: una macchia d'inchiostro su una pagina bianca. Nerissima e tragica come un fucilato di Goya. - pag. 127

C’erano tracce di colori bellissimi lungo le pareti della navata, scie luminose, iridescenti, come se un angelo volando all'interno della cattedrale, cercando di uscire in alto attraverso il rosone, con le piume inzuppate nei colori delle vetrate, avesse sbandato, strisciando contro il muro la sua ala dipinta. - pag. 137

Questo lavoro non significa niente ma questo niente significa tutto. - pag. 163

(...) Il sentimento del tragico nel cuore di ogni opera. La bellezza commisurata all'intensità del suo dolore. Pensare una forma estetica. Pensare una forma etica. Resistere nel buio, sospesi a un simbolo, come una goccia di rugiada a un filo d'erba. - pag. 253

Vedi, ci sono ire, rancori, ma c'è qualcosa di più radicato e profondo che agisce, che guida e che unisce. Essere simili, e simili siamo, noi, simili e soli. - pag. 282

Penso la luce e l'ombra come una mente, una duplice mente solare e lunare con una sola anima, come il simbolo permanente di tutto il mio lavoro. La sua presenza è come un dubbio suggerito all'occhio di chi guarda, il senso di tensione, di immanenza, di tragedia latente essenziale nel lavoro. All'ombra è legato il senso della nascita e della morte. L'ombra è il luogo occulto in cui immagini e idee prendono forma; la prima immagine speculare dell'uomo, che significa all'uomo il suo stato di tutto e di nulla. L'ombra è il sangue della luce, la metafora della fine, il nulla, e il nulla è l'unica stella. - pag. 297

Questa difficoltà di trascendere. Il limite è voler prendere a soggetto la realtà. Non poter essere altro che fotografia dello squallore quotidiano. - pag. 330

(...) Passato, presente e futuro vivono dentro un'opera in una sola dimensione dove il tempo non esiste. Il senso del lavoro è rivolto a un'idea di realtà che ha le sue radici nell'ignoto. Il 29 pensiero stesso appartiene a una dimensione che ci è sconosciuta e nel pensiero il tempo è sconfitto. - pag. 332

Chi sono io? Io sono una ferita vivente. - pag. 277




Una fede in niente ma totale (Le Lettere, Firenze, 2010)

Excerpta da:

Quaderni delle Officine