Georgien 2008

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MASSIMO SANNELLI, Scuola di poesia e altri libri

Fabio Zinelli:
MASSIMO SANNELLI, Scuola di poesia, Montecassiano (MC), Vydia editore, 2011.


Questo non è propriamente un libro di poesia anche se sarebbe difficile collocare questa breve scheda tra le recensioni dedicate agli Strumenti di ricerca e di lettura. Si tratta di una serie di interventi e riflessioni sulla poesia di oggi in molte delle sue forme (per es. il Teatro di poesia), con efficaci ritorni sul passato recente e sul Me- dioevo, ma diventa un libro di poesia per la sua posizione allinterno dellopera: perché chiude un vuoto, quello del lungo silenzio di uno dei migliori poeti italiani tra la fine dei Novanta e linizio degli anni zero. Daltra parte, il libro sul fare la poesia diventa libro di poesia, non solo perché la riflessione sul fare poesia è laltro capo di uno stesso gesto concettuale ma anche, e molto nettamente, dal punto di vista formale. Landamento aforistico e rapsodico della scrittura crea nessi di una chiarezza impressionante. Ecco alcuni esempi: «un altro buon Nome è Raboni, che poté permettersi di dire accendino e nescafé come se avesse scritto intelletto damore e anima»; «Lumile Italia [e la sua lingua-uccello, musicale] è il pezzetto di un pezzo. Un frammento di Occidente», «citare è un istituto spietato», e, oltre la pertinenza letteraria: «Anoressia e perfezionismo camminano insieme, come figli di un unico Disamore comunitario». Spesso invece la chiarezza ricercata è ambigua: «Infatti la chiarezza non è chiara. La chiarezza è un risultato, non uno stato. Per molti di noi la chiarezza è solo una catena volontaria», e vale dunque per Sannelli quanto è detto qui di Pasolini: «La tendenza stilistica di Pasolini è questa: sintassi e lessico comuni e comprensibili, significato allusivo e oscuro». Chiara non è dunque in sé la piega immediata degli enunciati, ma, si direbbe, lofferta dei medesimi, unesposizione della lingua e della sintassi come qualcosa che deve prima emergere, una chiarezza di sola luce prima, e solo dopo serva da guida propedeutica allapprendimento della referenzialità e della comunicabilità. Ma questo non è nemmeno un libro di poetica propriamente. Ogni nucleo di pensiero critico si sviluppa seguendo il gesto della mano che scrive. Ne esce una collezione di riflessioni certamente anche molto organizzate ma che si direbbe che nascano per essere consegnate alla pres- sione liquida della prosa. È una pressione mobile che determina unalternanza di punti di forza e di zone di una ricercata non resistenza o non violenza dello stile. Vale quasi come una dichiarazione di intenti: «ho scritto abbozzi e appunti per spettacoli che NON VOGLIO né dominare né dirigere». Viene inoltre anche da pensare che la poesia in versi possa essere considerata eccesso di stile, forse anche violenza, e che per questo possa mettersi, momentaneamente, da parte: «la poesia esiste. la poesia può toccare molti. si vanta e si gonfia [a differenza della carità], e spezza il silenzio». Peraltro, non manca nel testo una versalità lineare appena mascherata dallorizzontalità della prosa: «ora guarderò da unaltra parte [posso farlo] o mi allontano [posso farlo], o preparo altre persone [posso farlo] o mi dedico ad altro [voglio farlo], o se dico un addio [devo farlo] a questo pezzo di me. Che amore è». E la prosa è una prosa vocale, che può scandirsi con le pause respirate della poesia: «Ora pensiamo che ci sia un corpo. Immaginiamolo vivo. Poiché è vivo, è attraversato da aria che entra ed esce. Il corpo ha cavità e risuonatori: dunque è uno strumento. La voce è aria intonata, dallinterno il ventre del corpo; esce dalla bocca, che mangia il cibo e prega e bacia e fa godere [è sempre la stessa bocca]». Forse vale per la poesia quello che è detto valere del desiderio: «e anche il sesso è morto. / o meglio: il sesso è diventato informe: è ciò di cui si parla in assenza o per eccesso di desiderio. Intanto il desiderio si spreca». Verrebbe quasi da interpretarsi come affermazione per cui la prosa non possiede il corpo sessuato del testo, è invece lo spazio metrico fecondo di Amelia Rosselli (vero orizzonte tutelare del lavoro di Sannelli), quel terreno fertile in cui le forme poetiche e ritmiche nascono e si sciolgono come in una terra che le nutre, come scriveva Walter Benjamin (Il concetto di critica nel romanticismo tedesco), ad autocommento dellassioma che potrebbe ben figurare anche ad epigrafe di questo libro di Sannelli: «Lidea della poesia è la prosa». E valga anche come auspicio di bentornato.

MASSIMO SANNELLI, O, Quaderni di Cantarena (supplemento al n. 16, dicembre 2001, Scuola Media Statale V. Centurione, Salita inferiore Cataldi, 5, 16154 Genova, vcenturione@tin.it), p. 47, s.i.p.


Si segnala un libro piccolo ai limiti dell’autoproduzione, come testimonia la leggerezza del supporto, ma comunque très livre, come il suo autore, per dirla con le parole di un ‘custode’ della raccolta, Joë Bousquet (1897-1950), è indubbiamente très poète. Piace quella specie di sfasatura tra dato culturale e sensuale ottenuta attraverso il progressivo riempimento di ‘spazi metrici’ (Rosselli) e musicali a mezzo di un movimento intellettuale, che genera prosa dentro alla poesia («e nasce la prosa»), quasi il testo si scrivesse dall’interno della sua stessa interpretazione. La sfasatura tende ad unità per sicurezza del disegno che si fa gesto («ora il gesto è un cerchio aereo e pietà sul seno»), gesto ‘testuale’ largo, ripetizione di stili, in cui la fondamentale imitazione stilnovista («la struttura cinta cita: fresca rosa novella, / piacente Primavera dissolvi»), fa da filtro della vena primitiva/medievale smorzando con effetti in chiave di Poema paradisiaco e di D’Annunzio ‘fiesolano’ le insorgenze di mistica creaturale. La musica ‘stacca’ sulla retorica (la mente musicale) giocando anche sui cambi di ‘tempo’: il largo dei ripetuti avverbi in mente (generati dalla cellula prima del meravigliosamente del Notaro), l’incalzare dei temi impromptu (si pensa senz’altro agli improvvisi di Giuliano Mesa), dove per temi si intendono versi, segmenti di verso variati nei nessi grammaticali o spezzati in anche ben spaziati ritorni lessicali quasi schegge di una sestina in prosa. Ma anche le catene anagrammatiche (oltre il limite del lapsus: «dicendo-/ si bestia, beata»), e naturalmente, per tornare a Bousquet, la ‘traduzione dal silenzio’, dove il silenzio non è pagina bianca ma terminale e riposo di tutte le ‘voci’ (intorno permane la fascinazione del ‘codice’, «una / – la poesia in Italia – e la sua dolcezza / tenera»). Al di là esiste e si può tentare l’inno come lode della sua lode (stilnovo), anti-ditirambico, ma sicuro, affermativo: «l’inno loda pregando: / piace la sua magrezza, ma più il senso magro».



MASSIMO SANNELLI, Due sequenze, Civitella (AR), Zona,;
L’esperienza, Trento, La Finestra 2003; 
Antivedere (2002- 2003), Genova, Quaderni di Cantarena 5, Scuola Media Statale V. Centurione, Salita inferiore Castaldi, 5, 16154 (centurione@tin.it), 2003.

È artificio, dice Artaud in limine al Teatro e il suo doppio, visto che il mondo è soprattutto affamato, dedicare a cultura e civiltà un pensiero che è quotidianamente occupato soprattutto dalla fame. Urgente sarebbe invece estrarre dalla cultura idee la cui forza sia quella stessa della fame. Dal centro misterioso di noi stessi viene il bisogno di credere al qualche cosa che ci fa vivere. In questo senso «la mistica non è Artaud / Artaud è mistico», come si legge in una poesia di Antivedere (ma è già un’autocitazione): il centro del mistero non ha una chiave, ma è l’opera che porta in sé traccia del mistero e di questa fame. Di tale orizzonte aperto all’irrazionalità come esperienza della creazione poetica e, insieme, al bisogno di azione politica (di teatro, ‘con’ Artaud; o anche, con Amelia Rosselli, perché è forzato alla scrittura chi non trovi per destino o per vocazione, sbocco a una attività strettamente politica) che essa sembra qui sottendere, bisogna tenere conto per avvicinare il dolce stil nuovo di Sannelli cancellando da subito il sospetto di un limite soprattutto melodico che farebbe di ogni rivisitazione di questa zona della nostra letteratura una discesa nel ventre molle di un immutato poema paradisiaco. Fragranza e friabilità del lessico sono una delle componenti primarie di tutti questi testi. Così come la dulcedo dell’aggettivazione (soave, dolce, tenero, gaio) è accompagnata dalla continua voce benedicente che della Vita Nova recupera soprattutto lo ‘stile della loda’: «...tutta la sezione scritta / benedice quasi: tutta la parte / benedizione è vera» (Sequenza). Cioè affermazione nell’inno. L’apparente rarefazione dei temi (si tratta in realtà di sovraesposizione) si accompagna naturalmente ad una costante messa a fuoco ‘metalinguistica’: «Bisogna scandire che piace / l’ordinata / selezione, sul tema cortese / dell’amore perfetto» (Sequenza). Ma soprattutto la robustezza del disegno strofico e interversale e del ritmo «più mentale e riposato che realmente sillabico » (come si spiega in L’esperienza, ‘diario pedagogico’ nato a ridosso del progetto didattico finanziato dalla Provincia di Genova secondo la formula ‘una scuola adotta un artista, un artista adotta una scuola’), collocano questa poesia in uno ‘spazio metrico’ dove, secondo le parole più in là citate di Amelia Rosselli, innanzitutto «l’idea era logica». In questo senso, Sequenza, ancora più che cartellino con sapore di cultismo (col rinvio quasi esplicito al canto gregoriano ci troviamo anzi in presenza di una forma fortemente implicata nei primi sviluppi del teatro, come umanità del ‘sacro’) o tecnicismo minimalista, è (secondo la tradizione secolare  evocata) il passo musicale della prosa. Sensuale certo, come il colore grasso del pennello del Merisi (Antivedere), ma logica. Poesia musicale ma discorsiva, nella costruzione di una architettura di ‘temi’ (e qui si sente più forte la lezione di Giuliano Mesa), che gettano un ponte su quell’irrazionale (ancora Artaud, esploratore degli estremi limiti, ma più ‘laicamente’ Pasolini) di cui parlavamo, per tradurre questa fame in un’azione di ‘cultura’: «... la città è / verticale e bella: gli arpeggi della cultura / cercano l’alto».


F. Stella:
PIETRO ABELARDO, Planctus, a cura di Massimo Sannelli, Trento, La Finestra 2002

Edizione tradotta e commentata dei sei planctus biblici del grande Abelardo, che rappresentano una delle manifestazioni più mature della poesia mediolatina nella forma derivata dalla sequenza, anche se forse più folgoranti per intuizioni di pensiero e di strategia testuale che per disposizione della materia lirica. Il testo è ripreso da diverse edizioni presistenti (Dronke, von den Steinen, Vecchi, Laurenzi),   cui dunque questa versione costituisce una sorta di revisione critica. La traduzione, nonostante la celebrata perizia poetica del curatore, sceglie la forma in prosa, «più o meno ritmata, se non ritmica », in base alla convinzione che vede nella versione ametrica un recupero della dimensione orale della poesia di Abelardo – scritta come è noto per una esecuzione musicata. Nonostante questa scelta, la traduzione è estremamente libera, con le rinunce e le integrazioni, ossia le compensazioni, tipiche di una versione  poetica, cui manca solo la cantabilità del verso: un esempio può essere la strofa 5 del plantucs di Giacobbe:


Duorum solacia
perditorum maxima
gerebas in te, fili.
Pari pulchritudine
representans utrosque
reddebas sic me mihi.

Nunc tecum hos perdidi:
et plus iusto tenui
hanc animam, fili mi.
Etate, tu, parvulus,
in dolore maximus
sicut matri sic patri.


«Tu mi offrivi il  conforto, in cambio dei morti. La tua bellezza li rappresentava: l’uno e l’altra. Oggi, con te, li perdo ancora, e tengo la vita più del giusto. Eri anche piccolo, ma quanto dolore, alla madre e a tuo padre...»

La breve introduzione «collega una serie  di appunti su alcuni temi dei Planctus », presentandosi come «solo un esercizio di lettura poetologica e teologica, oltre che un accessus alla sententia» (p. 7). Il commento, liricamente dedicato a Cristina Campo, si pone come un’esplorazione ragionata di quelli esistenti, «una storia delle interpretazioni» (p. 12), ancora molto sensibile al fascino delle teorie biografiche che cercano nei testi biblici un’eco della indimenticabile vicenda amorosa con Eloisa. In realtà si offre come uno strumento ricco e mobile, ispirato da una sensibilità vivissima per i valori psicologici e gli intertesti poetici: più biblici e classici – anche meno probabili come Properzio, apparentemente sconosciuto ai medievali fino a Petrarca – che specificamente mediolatini (i quali per la storia di Giuseppe, ad esempio, rischiavano di essere fin troppi, dal ritmo di Paolino d’Aquileia in poi: si pensi al percorso di Derpmann, Josephsgeschichte). In questo risente della sua natura di commento dei commenti, che è un procedimento tipico dell’italianistica, piuttosto che di esplorazione ex novo. Ma proprio questa competenza romanistica e questa spiccata attitudine critico-teorica consentono allargamenti imprevisti, come le riflessioni filosofiche sull’episodio della figlia di Iefte, che gettano nuove luci moltiplicando comparativamente i punti di vista dell’oggetto osservato, spaziando dal Roman de la Rose a Brecht, dall’innografia di Venanzio Fortunato alla teologia di Ladislaus Boros). Una summa della felice eterogenità di queste sollecitazioni si condensa nella breve ma succosa Appendice, opportunamente seguita da una riproduzione delle trascrizioni musicali di Vecchi, pur superate, nella lucida coscienza che i testi abelardiani non erano composti per la lettura ma per il canto. Un ideale complemento sarebbero le esecuzioni audio di Hillier, che ascolteremo come integrazione perfetta a questo prezioso atto d’amore per la poesia mediolatina.




Magrelli sulla traduzione


Da ASCOLTO PLURALE

L’idea di poter tenere fede alla parola del testo, però, è profondamente ingenua. Infatti, la sua promessa non si rivolge a una semplice parola, bensì a un sistema di relazioni composto da parole. Per quanto possa sembrare ovvio, chiunque si ostini a parlare di fedeltà ad un testo, opera un’evidente ipostatizzazione, riducendo indebitamente la varietà a unità. Se l’idea di fedeltà comporta inestricabilmente quella di singolarità, come pensare d’essere fedeli a qualcosa che si definisce appunto sulla base della propria pluralità costitutiva, ossia di una molteplicità fondante e statutaria? Un testo letterario (tanto più se portato al suo massimo grado di codificazione, come nel caso della poesia) non è un oggetto statico, ma un processo dinamico, un concorso di spinte contrapposte, un insieme di forze in equilibrio. Questa, e nient’altro, è la dantesca "cosa per legame musaico armonizzata".

Ogni poesia si presenta come un nodo di informazioni sintattiche, lessicali, metriche, rimiche, retoriche, e così via. Anzi, per meglio dire, corrisponde a quel nodo e non ai vari capi che lo formano, nella stessa maniera in cui una treccia non preesiste al gesto che la serra, ma in quel gesto consiste. Di conseguenza, il traduttore potrà tutt’al più cercare d’essere "fedele" (posto che questo termine venga poi definito in modo più adeguato) a qualche singolo elemento, non certo al loro insieme. Se il sistema dei versi verrà correttamente considerato come un fascio di funzioni coordinate, nel passaggio da una lingua all’altra sarà già molto riuscire a riprodurne alcune. Qualora cercassi di mantenere l’impianto prosodico, per esempio, dovrei rinunciare a una perfetta aderenza rispetto all’apparato terminologico, e così via, dato che l’unico modo di mantenere immutate tutte le istanze presenti nell’originale consisterebbe nella tautologia ipotizzata da Borges nel suo Pierre Menard: tradurre un’opera nella sua stessa lingua.

A questo punto, la questione si ribalta: scegliere a cosa essere fedele significa, al contempo, decidere a cosa non esserlo. Dal che potremmo forse trarre la regola generale che recita: in ogni traduzione, la fedeltà ad un criterio compositivo implica sempre almeno un’infedeltà verso un altro. Ovvero, tradurre vuol dire riorganizzare il testo in base ad un ristretto numero di priorità.

Alla fine di questo percorso, la generica idea di fedeltà da cui avevamo preso le mosse si ripresenta piuttosto alterata. Nello sterminato campo gravitazionale del testo di partenza, il traduttore potrà infatti scegliere unicamente poche linee di forza cui attenersi. Il problema preliminare,quindi, non sarà tanto come tradurre, ma che cosa.

A mo’ di conclusione, vale forse la pena ricordare un brillante motto dell’abate Galiani. Il noto letterato tentò a lungo di tradurre il linguaggio dei gatti. La nostra citazione, tuttavia, non viene dalle testimonianze che egli ci lasciò a tale riguardo, bensì da una lettera contenente alcune osservazioni di natura politica. Siamo nell’orbita di quei Moralisti classici indagata da Giovanni Macchia, ed è appunto sulla scia di un pensiero votato alla dissimulazione e all’arte del buon governo di sé, che Galiani inserisce questa breve considerazione: "Nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si voltano sempre le spalle a qualche altro".

Ecco a che cosa portano le nostre "belle infedeli". Partiti da un’errata nozione totalizzante, approdiamo a una concezione del testo multipla e diversificata, centrata sulla necessità di precisare la sfera di adeguazione da privilegiare. L’immagine iniziale si è infranta definitivamente, il quadro metaforico è cambiato. La maliziosa ma rassicurante cornice di bienséances tracciata da Ménage, ha ormai lasciato il passo all’oculato controllo dei poteri raccomandato da Torquato Accetto o Baltasar Gracian. Di fronte alla brulicante ricchezza della pagina, il traduttore-cortigiano non potrà più illudersi di poter praticare una vaga, sommaria professione di fedeltà. Al contrario, nello scegliere a cosa porgere i propri omaggi, egli dovrà decidere, in maniera altrettanto irrevocabile, che cos’altro ignorare, offendere, ferire.

[…] non dobbiamo dimenticare che, come osservò magistralmente I. A. Richards, la traduzione "may very probably be the most complex type of event yet produced in the evolution of the cosmos".





Da VITTIME O TRADITORI?
Vecchie e nuove metafore del tradurre e del traduttore
di Loredana Polezzi
[…] Michel Serres in un bellissimo passo, «communiquer, c’est voyager, traduire, échanger: passer au site de l’Autre», ed Ermes è il dio dei messaggeri, dei mercanti, dei ladri, dei viaggiatori e dei traduttori (Hermès I: La communication; Parigi, Éditions de Minuit 1968). Nel corso dei secoli, il traduttore è stato spesso visto come esploratore, come scopritore e contrabbandiere di ricchezze lontane. Il traduttore come viaggiatore; il viaggiatore come traduttore. Entrambi sono ambigui, infidi, temuti ed invidiati per la loro natura ibrida, la loro posizione di intermediari sospesi tra diversi gruppi, diverse identità, diverse possibili alleanze. 



il gatto certosino



Sabato 17 novembre ore 17
Museo di Sant’Agostino
Spazio Margherita
In collaborazione con G.A.G

La nuit des poètes

(Recital di testi poetici di autori italiani e stranieri, nonché di nostri soci, su Genova)
PREMIAZIONE dei VINCITORI
                                                        del concorso di poesia 

vecchi video di jazz, i martedì in musica al museo


MUSEO DEL JAZZ G.DAGNINO
Via Tommaso Reggio, 34 - Palazzo Ducale - GENOVA

COMUNICATO STAMPA

Martedì 

Museo del Jazz, ore 18

Vittorio Castelli in collaborazione con Gigi De Leo
presenta

“Jazz in bianco e nero”
Ingresso libero.



JAZZ IN BIANCO & NERO 



1. JOE VENUTI & EDDIE LANG - (da “King of Jazz”)

2.ROOSEVELT SYKES - The Honeydripper

3. MEADE LUX LEWIS & JOE TURNER - Roll ’Em

4. RED NICHOLS - Three Blind Mice

5.MAMIE SMITH - Jailhouse blues

6.ARTIE SHAW - Begin the Beguine

7.DJANGO REINHARDT & QHCF - Tornerai

8.LIL HARDIN - The Pearls

9.LIL HARDIN/ RED ALLEN/ BUSTER BAILEY…. - Heebie Jeebies

10. ADRIAN ROLLINI TRIO - titolo scon.

11.ADRIAN ROLLINI TRIO - Minuet in Jazz (?)

12.COLEMAN HAWKINS / CHARLIE PARKER  - Ballade

13.CHARLIE PARKER - Celerity      ( Celebrity)







Beppe Fenoglio: Il partigiano Johnny, (un must irrinunciabile)





“Scrivo per un'infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un'infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo with a deep distrust and a deeper faith.”

“Quanto a me, debbo dire che quella miscela di sangue di langa e di pianura mi faceva già da allora battaglia nelle vene, e se rispettavo altamente i miei parenti materni, i paterni li amavo con passione, e quando a scuola ci avvicinavamo a parole come “atavismo” e “ancestrale”, il cuore e la mente mi volavano immediatamente e invariabilmente ai cimiteri sulle langhe”


Ogni buon autore ha una lingua tutta sua. Questa, blended com’è con termini e parti di frasi in inglese impressiona particolarmente come volentieri la riesumiamo per parlare con stranieri italofoni (che siamo).

Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d'impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita... Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.

*

et al.


Una questione privata 

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.
Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo.
Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.
"Quando la rivedrò? Prima della fine della guerra è impossibile. Non è nemmeno augurabile. Ma il giorno stesso che la guerra finisce correrò a Torino a cercarla. È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria".

La paga del sabato 

Sulla tavola della cucina c'era una bottiglietta di linimento che suo padre si dava ogni sera tornando su dalla bottega, un piatto sporco d'olio, la scodella del sale... Ettore passò a guardare sua madre.
Stava a cucinare al gas, lui le guardò i fianchi sformati, i piedi piatti, quando si chinava la sottana le si sollevava dietro mostrando i grossi elastici subito sopra il ginocchio.

Primavera di bellezza 

Insensibile al freddo mordace, Johnny fissava vacuamente lo scarico della latrina. Si riscosse all'arrivo di un compagno, ciabattante, malsano, terrone. Lo scansò a testa bassa e filò via rasente il muro sgocciolante, orientandosi sull'alone funereo della lampada della sua camerata.


*


Beppe Fenoglio (1922-1963)


1952      I ventitré giorni della città di Alba
1954      La malora
1959      Primavera di bellezza 
1963     Un giorno di fuoco                (nota1)
 Una questione privata
1968      Il partigiano Johnny
1969      La paga del sabato
1973      Un Fenoglio alla prima guerra mondiale
  L'imboscata     
1978      L'affare dell'anima e altri racconti
1994      Appunti partigiani : '44-'45
 Una crociera agli antipodi e altri racconti fantastici
  Quaderno di traduzioni
  Lettere : 1940-1962
  Epigrammi
  18 racconti a cura di Dante Isella
  Bretton oaks (teatro, v.o. in inglese)


nota1:
prima pubblicazione postuma: comprendeva Una questione privata e gli originali sei "Racconti del parentado": Un giorno di fuoco, La sposa bambina, Ma il mio amore è Paco, Superino, Pioggia e la sposa, La novella dell'apprendista esattore.

55 titoli:

RACCONTI DELLA GUERRA CIVILE

- I ventritre giorni della città di Alba
- L'andata
- Il trucco
- Gli inizi del partigiano Raoul
- Vecchio Blister
- Un altro muro
- Nella valle di San Benedetto
- Il padrone paga male
- Lo scambio dei prigionieri
- Golia
- War can't be put into a book
- La profezia di Pablo
- L'ora della messa grande
- La prigionia di Sceriffo
- Qualcosa ci hai perso
- Novembre sulla collina di Treiso
- L'erba brilla al sole
RACCONTI DEL PARENTADO E DEL PAESE

- Un giorno di fuoco
- La sposa bambina
- Ma il mio amore è Paco
- Superino
- Pioggia e la sposa
- La novella dell'apprendista esattore
- Quell'antica ragazza
- L'acqua verde
- L'addio
- Il gorgo
- L'esattore
- Ferragosto
- Il paese
- I.
- III.
- XI.
- Il signor Podestà
- L'affare dell'anima
- L'affare Abrigo Capra
- Dopo pioggia
- I discorsi sulle donne
- Nessuno mai lo saprà
- La licenza
- Il mortorio Boeri

RACCONTI DEL DOPOGUERRA

- Ettore va al lavoro
- Nove lune
- L'odore della morte
- Un matrimonio
- Placido Taricco, il giovane progressista
- Ciao, old lion
- Figlia, figlia mia
- La grande pioggia

RACCONTI FANTASTICI

- Una crociera agli antipodi
- Storia di Aloysius Butor
- Il letterato Franz Laszlo Melas
- La veridica storia della Grande Armada

APPENDICE

- Diario 1954
- L'incontro



Tutti incipit: http://www.parcoletterario.it/it/autori/fenoglio_incipit.htm





Mahmoud Darwish, da un'intervista



And then there's Mahmoud Darwish who, as the top pupil in his class as a kid, was selected to write and recite a poem in celebration of Israeli independence day. When he instead wrote a poem about the insult of being asked to celebrate an event that traumatized him and his village and ruined his childhood, Mahmoud Darwish, all of 12 years old, got called to the office of the military governor and read the riot act for essentially being honest. Ironically, Darwish would later say of that governor
"in a sense he was my first literary critic who taught me to take poetry seriously....the incident made me wonder: The strong and mighty state of Israel gets upset by a poem I wrote! This must mean that poetry is serious business. My deliberate act of writing the truth, as I deeply and honestly experienced it, was a dangerous activity."

E poi c’è Mahmud Darwish, il quale primo della classe da bambino fu scelto per scrivere e recitare una poesia di celebrazione del giorno dell’indipendenza di Israele. Quando invece scrisse una poesia sull’insulto di essere richiesto a celebrare un evento che aveva traumatizzato lui e il suo paese e aveva rovinato la sua infanzia, Mahmud Darwish, di ben 12 anni, fu convocato nell’ufficio del governatore militare e gli venne letto il decreto contro i ribelli per essere atato essenziale e onesto. Ironicamente, Darwish avrebbe poi detto di tale governatore
“ in un certo senso egli fu il mio primo critico letterario, mi insegnò a prendere la poesia seriamente…l’accaduto mi fece stupire: il forte e potente stato di Israele va in subbuglio per una poesia che ho scritto io! Deve significare che la poesia è un affare serio. La mia azione deliberata di scrivere la verità come la sperimentavo profonda e onesta, era un’attività pericolosa.” 

Riguardo alle cose


L’arte di dettagliare
o dello stile con cui operare il taglio di un’opera


Immaginiamo di ritagliare prima tutto intorno in giro ai fatti di cui si scriva o si parli o che si vivano. In tal modo da lasciar vedere più immediata l’evidenza. Non una regola, non una forma semplice: se sarà necessario si può scegliere una fronda, come sarebbe un antefatto, piuttosto che un cerchietto: se al nostro centro porti concisione.
Sembra, alla luce delle letture, che nel Medioevo i sentimenti fossero ben chiari ai più, senza sbavature, senza doverli indagare più di tanto, come riferimenti; pensiamo anche alla innovativa pittura di Giotto. E ci si potesse appellare ad essi in modo abbastanza univoco. Alludere alla maternità voleva dire richiamare una gioia e qualche dolore, parte di comuni esperienze; si toccava quel certo tasto.
Oggi un sentimento anche legato a semplice vissuto, a fatti di base, appare più indefinito nella lacerazione del comune sentire; esiste, ma navighiamo nell’imprecisione; forse sperimentiamo una tensione verso una maggior definizione, lo sapremo solo in seguito. Comunque sia, la coesione o il semplice accordo generale sul modo di recepire un accenno, non è scontato.
Individuata la cosa da dire, si tratta di scendere nel dettaglio per pulire la sensazione sollevata: anche se essa per sua natura rimarrà un misto anche di contraddizioni, la cosa dettagliata può far leva con più vigore su una purezza di sentimento, sulla sua immagine inequivocabile che ci portiamo dentro. Un’emozione di bellezza che corrisponde a un bisogno. La ricerca dell’essenza.
Un minimo dettaglio è già una cosa. Già ogni cosa ci rimanda a molte altre. Per vedere questa rete occorre che siano a fuoco i suoi nodi. Un nodo ben evidenziato, circostanziato nei dettagli, lascia che la rete si intraveda da sé, ad opera del lettore, di chi ascolta, o di chi guarda il mondo con curiosità.
Per questo è di fondamentale importanza sgranare i pensieri. Definire una scelta di nodi, di cose su cui concentrare i discorsi. Intorno a questi punti poi possiamo supporre che il resto si svolga quasi da sé, almeno senza particolare necessità della nostra presenza.
Il lavoro consiste nello sfoltimento artigianale, in sostanza. Ed è tutto quel che ci è dato di fare, peraltro. In conseguenza di un’ispirazione, quando ci visiti lo spirito, che ci dispone ad osservare. Chi compie qualcosa è lo spirito, al cui sevizio noi possiamo sintonizzarci.
Una distanza, sapersi tenere un passo indietro, non farà che lasciare più spazio alla cosa. Se abbiamo saputo scendere nei dettagli, non dobbiamo inventare nulla, possiamo esimerci dal costruire di più. Solo recepire, e seguire l’impulso a condividere.
I dettagli portano a un elogio del quotidiano. Più che sufficiente, basterà attingere un frammento per sentirsi parte di un flusso della grande memoria.
Raggiungere un ‘unità con il tutto è proprio il fine, non solo della letteratura, ma di ogni vita: risvegliare il nostro senso poetico. Allora dettagliare diventa un metodo, non solo per un modo di scrivere, ma per un modo di progredire, un fatto di coscienza.

Disegnare la pioggia, di Matteo Giampieri


Siamo in un paese dal nome abbastanza italiano, ma potremmo trovarci tranquillamente sia verso la metà del secolo scorso che in tempi più recenti.
Libro poetico, che non esiterei a consigliare a ragazzi, comunque adatto a tutte le età.
Tratta problemi attuali e anche quelli di sempre; uno in particolare, che è meglio scoprire leggendo, per cui non ve lo dirò. Li tratta però con una mano particolarmente leggera e sensata, con una serietà che stupisce perché tutto è visto dagli occhi di un bambino. E il libro ci stupisce perché viene da un autore esordiente che iniziò a scriverlo ventenne.
Che bambino è? Ha in comune con molti altri il destino di un carattere riflessivo, che rispetto ai coetanei si trova isolato ma non per colpa sua. Pensa con la sua testa e trovandosi solo vive in un suo mondo. Lo incontriamo in compagnia dei suoi nonni perché dal paese in cui abita la famiglia sta per trasferirsi in città. Alla vigilia di un passaggio.
Le diverse caratteristiche negative che ha osservato nella società lo portano ad essere critico e a costruire la sua morale. Un bambino sensibile che ragiona con fierezza.
E necessariamente il suo procedere mantiene intatta la forza dei sogni.
Quindi è un romanzo di formazione e del passaggio alla prima adolescenza.
All’inizio il sogno riguarda la condizione infantile e la mitica atmosfera di un’età dell’oro.
Attraverso la scoperta del femminile, quasi un innamoramento ma tutto immerso nei toni dell’amicizia, al crescere della confidenza si svela un doloroso segreto ma lentamente, senza alcuna forzatura. Quando bisogna passare ad agire anche allora sono sempre i sogni, quelli fatti dormendo, a condurre la narrazione dal culmine alla risoluzione e scioglimento, senza che si debba abbandonare il tono lieve.
Fra i problemi c’è naturalmente la cattiveria, il male dei filosofi; l’autore sa che non si può prescinderne e non è questo un romanzo edulcorato: il bambino che sta ancora studiando il modo di affrontarlo, usa tutta la sua intelligenza per cavarsela.
Se da adulti non si può più credere in qualcosa, non vale la pena diventare grandi. Se non si vive più così, con gli occhi del bambino, si perde qualcosa. Chi molto chi poco. Ma vivere mantenendo i propri ideali si può. La storia raccontata qui sembra volercene ricordare. Che almeno proviamo a non demordere, a non ripiegare sulle rinunce nemmeno quando invecchiando le forze vengono meno e ci si può sentire sfiduciati, spinti alla resa.
La vicenda rimane aperta, per quanto riguarda il seguito, la città, il viaggio. Ma il libro si chiude con speranza e con la soddisfazione di aver letto un bel libro.
Merito soprattutto della delicatezza di una visione poetica che lo pervade dall’inizio alla fine.



La Voras edizioni nasce dall’esigenza di dare spazio e voce a tutti coloro che hanno belle storie da raccontare e, soprattutto, che sappiano come farlo. Siamo interessati alla narrativa mainstream, a quella di genere e ai comics, nonché curiosi di esplorare ogni ibrido e le nuove idee che ci verranno proposte. Al momento non prendiamo in considerazione la poesia e la saggistica. Non siamo una casa editrice a pagamento: non possiamo promettervi di … [...]http://vorasedizioni.blogspot.com"La Voras edizioni nasce dall’esigenza di dare spazio e voce a tutti coloro che hanno belle storie da raccontare e, soprattutto, che sappiano come farlo.
Siamo interessati alla narrativa mainstream, a quella di genere e ai comics, nonché curiosi di esplorare ogni ibrido e le nuove idee che ci verranno proposte.
Al momento non prendiamo in considerazione la poesia e la saggistica.
Non siamo una casa editrice a pagamento: non possiamo promettervi di farvi arricchire, ma in compenso vi assicuriamo che non dovrete farvi carico di alcuna spesa.
Le uniche cose che richiediamo sono buoni testi, volontà di migliorare e impegno nel promuovere il vostro lavoro."
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Chan Sin Wai, Forma e spirito nella traduzione di poesia



Per molti teorici della traduzione, la traduzione è sia una scienza che un’arte.
Come arte ha i suoi valori estetici. Come scienza ha i suoi principi scientifici.
Nella storia della traduzione in Cina, la traduzione è stata vista più o meno come una branca dell’arte che deriva 
una grande quantità di concetti dalla pittura, e un esempio di questo sono le idee di forma e spirito.

(dall'Introduzione)

Pietro Lombardo: un domenicano del XII sec.




Desiderando depositare con la poverella qualcosa della nostra povertà e piccolezza nel tesoro del Signore, abbiamo avuto la presunzione di compiere un lavoro superiore alle nostre forze.

(Prologo a Sententiarum libri quattruor)

due testi cult, proprio ad hoc


"Money can't buy me love"


"L'amore con l'amore si paga"



(ma c'è chi non li ha mai sentiti?)

un caldo consiglio di lettura


Appunti di poesia
R. E. Giangoia, Fara ed. 2011


 Rosa Elisa Giangoia è insegnante, scrittrice e saggista. Ha pubblicato manuali scolastici, tre romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1998; Il miraggio di Paganini, 2005), un prosimetron (Agiografie floreali, 2004), un saggio di gastronomia letteraria (A convito con Dante, 2006), un’edizione delle Bucoliche di Virgilio con annotazioni in latino (Accademia Vivarium Novum, 2008) e la raccolta poetica Sequenza di dolore (Fara, 2010) con la prefazione di Antonio Spadaro. Per l’Assessorato alla Cultura della Regione Liguria ha realizzato con Laura Guglielmi la collana (10 voll.) Liguria terra di poesia (1996-2001) e per la Provincia di Genova, con Margherita Faustini, i volumi Sguardi su Genova (2005) e Notte di Natale (2005). Fa parte della redazione della rivista “SATURA” e collabora a numerose riviste letterarie e di didattica, anche on-line. Ha ideato e cura dal 2001 la newsletter Lettera in Versi, nell’ambito di “BombaCarta. Fa parte di diverse giurie di Premi letterari. Sue poesie sono presenti in numerose antologie. Ha vinto vari premi letterari. È impegnata nella diffusione del Latino con il “metodo-natura” del linguista danese H.H. Ørberg.