Lo conobbi, Guido Zavanone, sul palco di letture alla Biennale di Poesia di Alessandria, allo stesso tavolo a fianco a noi c'era Barberi e così anche a cena, sì a quei tempi offrivano cena e albergo. Poi lo andai a trovare in Procura, fece pubblicare qualche mio testo su Nuovo Contrappunto, e fu il Primo e Unico di cui tradussi un testo - due poesie - dall’italiano.
Qui di seguito alcune sue poesie, comprese le due tradotte da me in tedesco, per ricordarlo. R.I.P.
da Se restaurare la casa degli avi:
LA FELICITA’ a Giovanna
Se esista davvero,
se sulla terra si celi od altrove
in qualche
sconosciuto astro o pianeta
e sia dono o conquista od incontro
improvviso ad un angolo
di una strada desueta…
Ma questo io so
che da tempo
più non la cerco, da quando
m’apparisti nel riquadro d’un giorno
e ancora
tra ingiurie e baci dolcemente infurii
tenacemente
mi vivi accanto.
DAS GLÙCK fùr Giovanna
Ob es wirklich existiert,
ob es sich auf Erden oder anderswo verstecke
auf irgend einem unbekannten Stern oder Planet;
und sei es Gabe, Eroberung oder Begegnung
plòtzlich an einer Ecke einer ungewòhnlichen Strasse…
Ich aber weiss
dass ich es làngst
nicht mehr suche, seitdem
Du mir im Rahmen jenes Tages erschienst,
und Du Dich immer noch,
zwischen Verletzungen und Kùssen, sùss àrgerst,
beharrlich
neben mir lebst.
SERA IN CUCINA
Tu l’ascolti quel ronzio
che s’incide nel silenzio
della stanza ottenebrata
scende e sale
già t’inscrive nel suo cerchio
insistendo, un sibilare
che t’avvolge ti trascina
con sé dentro una spirale
in un gioco un poco tetro
nella stanza di cucina?
Cresce ancora quel ronzio,
orbitando alla finestra
batte stride contro il vetro,
tu ne tremi, cuore mio,
un moscone,
il Tempo,
Dio?
ABEND IN DER KÙCHE
Du hòrst diesem Summen zu
welches sich in der Stille eingraviert
des dunkelgewordenen Zimmers
erniedrigt sich, steigt,
schon schreibt es Dich in seinen Kreis ein,
gibt nicht auf, ein Keuchen,
ein Vibrieren,
das Dich einwickelt, und mitzieht
in einer Spirale
in einem etwas finsternen Spiel,
im Kùchenzimmer?
Es wàchst noch, dieses Summen,
am Fenster kreisend,
es schlàgt, es zischt gegen das Glas,
Du zitterst davon, mein Herz,
eine Fliege,
die Zeit,
Gott?
Di te m’ero quasi liberato,
d’improvviso sei riapparsa svestita
così schiavo di te sono tornato.
Tu sorridi guardandomi beffarda
e quando bene ti sei divertita
m’abbandoni; e la morte mi è tarda
ma poi viene e mi si para avante
ed in questa penombra della vita
di quella ch’amo ravviso il sembiante.
Post scriptum
Giovanni Giudici, un giorno m’hai detto:
“Sono ormai secchi i rami del presente
in poesia si torni al Duecento”.
Ne desti esempio e io qui t’accontento.
Dirò: «sii pietoso» quando qualcuno
vorrà scavare la terra
dove da anni riposo.
«Siamo sette miliardi» sento già che risponde.
Poi «non ti sei ancora dissolto?» domanda scherzoso.
«Che giorno è?» chiedo, come fosse importante,
ma così per sapere se sono ancora nel tempo
ora che devo lasciare
l'ultimo lembo di spazio.
Sento che agita una zappa.
«Non fracassarmi il capo –invoco-
è quello che ancora mi resta d’umano.»
«Quando sarà il mio turno –risponde l’ignoto-
non sarò così vano. E poi –soggiunge-
se hai da fare qualche protesta
rivolgiti al padrone del campo
oggi è domenica, è la sua festa».
I miei versi portano
sull’abito di tutti i giorni
uno strano berretto metafisico,
mostrano tatuaggi fantasiosi
sopra la pelle riarsa,
si sporgono nel vuoto con
trattenuta disperazione.
Recitano le memorie confuse
di un viandante smarrito, di un vecchio
che fruga solitario
tra i ricordi dell’esistenza.
E si scavano dentro
per il dubbio che li tormenta,
brancolando nel buio tastano
le porte segrete della morte.
*

