Georgien 2008

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da letture amArgine, inediti





Mi scrive Amina Narimi dopo l’invito che le ho porto di apparire su amArgine:
Ciao Flavio, ho scelto cinque testi fra gli ultimi, inedito ognuno, e la nota bio ecco ho provato a restringerla, ma temo senza risultato … lascio alle tue mani, al tuo cuore ogni estrapolazione. Altrimenti ci riprovo e taglio qua e là. 
Non tagliamo un bel nulla, lasciamo le cose, la vita e la scrittura così come sono venute dalle mani di chi ha scritto e vissuto. Io li ho trovati belli, vivi e veri. Doni nati e vissuti con sincerità. Soprattutto convincenti. Lascio il giudizio a ogni singolo lettore.


LA TUA MANO
Come ferma alla stazione delle immagini
non c’è punto che non veda la tua vita
piena di grazia simile al vapore
di un silenzio formato nella bocca,
quando preme per tornare con il seme
sopra l’albero da cui si vede il mare-
la contrazione, l’estensione del suo grembo,
la morbidezza del disegno, e come muove
le pigne luminose con le dita
nella neve, al fontanile, tra i vestiti,
sopra il masso dell’isola feconda
del ferro della vita: è la tua mano
che si sporge come un semplice bambino
dalla cima dell’ultima parola
portando lungo i lati della labbra
l’acquabuona da ripetere accucciati
con le nostre antiche dita in mezzo ai frutti.



harmonia
________________Spinge rallenta spinge e respira –
________________risucchia il ghiaccio da queste mani
________________una macchia un puledro il sobbalzo celeste
__________________fra le zampe lunghissime tinte di rosa.
__________________Danza il tuo piccolo, trema ubriaco
__________________dalle orecchie ai nodelli così sottili.
Sia lode!…sia l’acqua sia l’acquacalda
di una placenta che scende dall’hara-
________________il tributo il suo lago, meraviglioso,
________________per quanto silenzio riempiva le mani
________________bagnate di rosso profondo granata.
Diastole sistole
inspiro ed espiro-
un piccolo cosmo che dentro si espande,
che si contrae nelle piccole oasi
a raccogliere linfa lungo il cammino.
Così ci uniamo e creiamo distanze
amichevoli e monadi universali
folli e concordi
nello stesso progetto
che ricongiunge ogni cellula nostra.
Oh madremia, sei stata tu?
fatta di abbracci di tempo di cure?
Inizia dall’erba la luce
innamorando lo sguardo interiore
che adorna il suo capo, affidandosi al suono,
muovendosi accanto come una donna
nell’andirivieni al balcone in penombra
scostando le tende come una neve
coi piedi nulli e i polsi leggeri.
Facendo strada sulle ginocchia
è un lungo viaggio fatto di adagio,
con mille foglie dentro le orecchie,
l’interno morbido delle parole,
la commozione dei frutti maturi;
la parola nascosta è una piccola casa
che dondola il legno, ridendo a ogni cosa
anziane cicogne, le sillabe dolci.
Se metti le mani a giumella tra i fili,
se posi il respiro che nasce dal timo,
col ventre raccogli il profondo del verde
il primo sorriso che nasce alla vera
chiarezza del viso che sfiora la luce
segui tua stella è la tua
anche se è tanto più grande di te..
seguila amina, e scrivi per sempre
la parola armonia con l’acca davanti
con lo spirito aspro che muove all’insieme
i tuoi piccoli arti, con le ossa cave.


HALEF 
Tu che sei sola, con i tuoi tre segni-
di ogni lettera trascritta la più piccola,
quasi di chi invita al pentimento-
in questa terra non perfetta
sei tu l’orecchio, forse, nostro piccolo re?
Se per dirti basta fare del silenzio
con le labbra dischiuse alla corona,
inciampando nell’aria della gola,
da lì, hai fatto entrare le sorelle,
tra i sentieri più nascosti di ogni fiume,
quelle parole e l’anima nel petto?
Sopra il capo – nostro Signore, principe, infine sposo-
i nostri capelli sono le tue corna?
Oggi ho immerso il viso nella pancia di una donna,
con dentro un bimbo di appena pochi giorni.
Ho sorriso per tanta commozione,
immaginando di sentire il nucleo rosso
dei globuli nuotare come uccelli.
Scomparirà la noce d’oro già domani,
nel midollo vocato a cancellare
che nelle ossa c’è il ritiro dell’alef,
la clorofilla che si scambia in rossovivo.
– Nel dramma di Caino, quel suo nome
dice un nido, come quello nella mano
di Giacobbe, per guarirne la ferita.
Se nel verde del sinoplo vive il rosso
la muta del respiro è il testimone
che reso tutto il ferro torneremo
alle radici degli alberi che siamo?-
Mi raccolgo intorno al tuo ombelico,
al mozzo della ruota, alla sorgente
di ogni movimento, a una preghiera.
Vorrei, all’emergenza della neve,
fermarmi qui con te ancora un poco,
ma sono troppe le domande che ho rivolto
ad una lettera che vive senza suono.
Ritorno giù in paese con letizia,
a mangiare l’erba bassa e i cereali,
a preparare la Pasqua delle rose.



Il pino solitario
Il pino solitario.
Un sentiero di uccelli.
La pazienza di coprirsi con la neve
respirando dai talloni tutto il peso
dei nidi, a centinaia, sulla schiena-
ascoltando il corpolungo fra le ossa
mangiando il lupo universale con le stelle.
Dalla shin di Cassiopea al peccato originale
in quale plaga della notte- mi domandi-
e chi sarebbero gli apostoli del sole
senza luna? I glifi e la tua lingua
per le favole e il destino?
Hai mai visto un’asterisma
per un essere terreno?
Le migrazioni degli uccelli
costeggiano la striscia che fa latte,
se a uno chiudi gli occhi perde il filo
del firmamento, in volo, dentro al cuore.
Se nello scricciolo fatato c’è una mappa,
nei tuoi occhi primitivi è quella stella
per parlare con il mondo, e dirsi: accanto.
Ancora prima di ogni verbo
sapevamo del telaio, delle case,
che la luna percorre, le sue stelle,
in una notte, e un mese, per la rivoluzione,
col filo lungo del silenzio,
che tende luminosa nelle notti,
come le sorgenti ai grandi fiumi,
inavvertibili.


TU SEI IL QI DELL’ULTIMO VERSO
Sei tu la corona alle ginocchia
un’ala, nell’ala, che chiude il nido.
Sei i bambini che mi scortano al mare
lo zefiro e le impronte dei cinque uccelli
sei la casa vuota e la sua lampada
l’inverno che cura la mia montagna
il villaggio vicino, con gli anelli di fumo
sei l’eremita e chi torna al mercato.
Sei la fatica di passare la ciotola
sotto la neve. Sei tutte le fiabe
dentro il coraggio di questa rayuela
sei l’abse la piena la primavera trascorsa
con chi non distingue la pioggia dal fiume
un pesce dall’acqua, se vola nel cielo.
Sei chi magenta il viso alla sposa
tu, sei il qi, dell’ultimo verso
il benedetto ringraziamento.
Claudia Sogno

Concepita all’Isola d’Elba, ho trascorso i primi anni dell’infanzia nella pianura bolognese, una casa modesta circondata da piramidi di alberi uccisi per la grande falegnameria dietro casa.
Ogni pomeriggio andavo da loro, dai tronchi distesi senza vita apparente, da quelli più vecchi e nodosi ai giovanissimi lisci e brillanti, gli ultimi in cima, dove salivo con mio fratello
per farli ruzzolare fino a terra insieme a noi. Una relazione con gli alberi_distesi che è continuata andando presto a vivere definitivamente- dall’età di sette anni- sulle “ montagne” dell’Appennino bolognese, dove i tronchi stavano in piedi, avevano le gambe per terra i capelli in aria e finalmente camminavano .
Nella mia ogni nuovo albero aveva per gemello in cielo uno degli alberi distesi.
Sono cresciuta con questo minuscolo pensiero che si è fatto grande senza mai più abbandonare il bosco e grande si è fatto l’amore per i cavalli fino ad avere un luogo tutto mio per vivere con loro
Poi sono giunte le prime letture importanti, gli studi classici , la passione per la storia delle religioni, la lingua ebraica , Rilke ,la letteratura russa, e poi l’incontro con Simone Weil e Cristina Campo, con Elemire Zolla e Renè Char, Maurice Blanchot, Pannikar Florenskij andando via via formandosi la visione di un punto profondissimo in comune a tutte le fedi , di un Unico Dio che noi siamo, che non siamo mai nati che non siamo immortali ma eterni.
Ultimavo gli studi classici intraprendendo l’università ad indirizzo giuridico, cercando di unire la legge alla libertà. A ventiquattro anni la mia pancia si è fatta fiorente in attesa di Luca, ma il cielo me lo ha lasciato soltanto il tempo di pochi respiri.
Lunghi esercizi, e tanta obbedienza, ascoltando i fruscii – come tanti anni prima avevo appreso da un mio Maestro di cavalli, cieco dalla nascita, a governare i cavalli, a riconoscere un loro “problema” sfiorandoli appena, cercando con le orecchie ogni zoppia- : l’allenamento l’ attenzione quella stessa obbedienza mi hanno fatto salva la vita, permettendomi di strappare al buio la luce, l’invisibile dello splendore.
Nel maggio del 2012 mia madre in un improvviso si è ammalata gravemente e a Luglio si è resa invisibile.
Il duro esercizio imparato con Luca si è trasformato in una gioia inalienabile, una gioia che abita nel luogo più profondo del mio posto nascosto, una gioia che ha trasformato ogni gesto ogni passo ogni pensiero ogni lacrima in preghiera.
“Amina Narimi”è l’anagramma di anima rimani, dedicato a mia madre, il mio meraviglioso sagittario dal sangue sardo..anima che ho lasciato volare nuovamente libera soltanto un anno fa, quando il mio babbo ( originario, per metà, delle terre più a Nord del mondo ha raggiunto la sua sposa per il loro ultimo matrimonio, in cielo.
Mia nonna, sarda, raccontava che i vecchi seppellivano la placenta ai piedi degli alberi aspettando nuovi fiori. Così lungo le vie dei canti … così faccio con ogni preghiera, mi affido, posando a terra la gola come fanno gli animali quando ti amano
Poso a terra i talloni come fossero orecchie, nel vuoto aperto un’anima, e prima degli occhi, un albero nell’albero, una parola dopo l’altra, un ederlezi che ha la grazia che io immagino degli angeli quando spostano tra i fiori un buio d’aria.
Ho aperto un piccolo blog su wordpress, scrivo sul sito letterario Larecherche, mi hanno ospitato nel Giardino dei poeti, su Cartesensibili di Fernanda Ferraresso, sulla rivista di Napoli di cui mi sfugge il nome, mi hanno ospitato su Word Social Forum e in altri siti letterari sono presente con altri autori in alcune collana
Ho pubblicato il mio primo libricino con Terra d’ulivi su invito di Elio Scarciglia.. per il quale mi hanno donato recensioni amorevoli ed ora sono qui commossa che ti scrivo..