Georgien 2008

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quello che è stato è quello che sarà


- Gino, vammi a vedere se le bestie son chiuse.
Il 10 giugno del 40 era passato da alcuni mesi, quasi un anno. Le bestie erano chiuse e riempivano l'aria degli ultimi rumori prima di concedersi anche loro al sonno. La provincia ferrarese non so dirvelo, ma a casa sua erano un po' troppo comunisti per andare in guerra. Fuori dalla porta un po' di terra, qualche bestia per il sostentamento di una famiglia comprensiva di padre, madre, due figlie e -appunto- Gino. Nome ormai desueto ma all'epoca ancora in auge.
Gino viveva in casa da carcerato non per colpa dei genitori ma perchè, più banalmente, non era partito di leva. A lui di far la guerra, sparare, ammazzare qualcuno proprio non gli andava, così avevano deciso in casa di tenerselo lì. Mansardato, come nei migliori film americani con i fuggitivi.
Aveva due grandi passioni il 18enne ferrarese: i maltagliati, un tipo di pasta all'uovo che faceva sua madre e le motociclette. Passione mutuata da suo cugino Aldo. Il Galletto della Guzzi era una motocicletta bellissima, e come tutte le Guzzi oltre ad avere dei pregi estetici di grande rileanza era un piccolo capolavoro di tecnica. Il Galletto era la moto di quelli giusti e Gino, nel suo piccolo, si difendeva.
Da mansardato non poteva fare molto, gli anni passarono rapidamente e tutto andò fortuntamente per i meglio. Scoprì però che disobbidire alla patria non era la sola forma di disobbedienza che poteva mettere in atto, ma cercare di fregare i fascisti sarebbe stato ancora più divertente. Aldo, il cugino delle motociclette gli aveva fatto recapitare una lettera di quelle che ti cambiano la vita in peggio se sei normale e in meglio se sei un po' scemo. Gli diceva che si era unito ad una compagnia di Partigiani che aveva base in un casolare qualche chilometro più a ovest, erano un reparto tipo la genio ma al contrario, bambini cresciuti appassionati di botti -i petardi- e treni che avevano deciso di far saltare in aria mezza provincia ferrarese con precisione chirurgica. Tagliando i rifornimenti lungo il Po.
Cosa centro io? Si chiede Gino e la risposta la capite da soli. No, niente impresa da Rambo, ma gli animali e la terra producevano cibo e i partigiani cominciavano ad avere importanti problemi di fame.
Il galletto con un paio di saldature si trasformò in un'antesignano apecar capace di portare latte, frutta, carne, verdure e persino i maltagliati di mamma Laura. Si racconta ancora oggi a Sant'Agostino che il Gino sapesse controllare il mezzo a pieno carico con una spensieratezza innaturale. Capirai, dopo tre anni in mansarda gli sembrava di essere il Barone Rosso.
E basta, la storia non ha mai presentato particolari spunti di tensione. Gino caricava la motocicletta, l'accendeva con il volano -perchè si accendeva ancora così- e si faceva le proprie sfide da centauro. Ma senza cronometri. L'unico cronometro era il cuore della mamma quando lo vedeva andare via e lontano i bombardamenti o i rumori dei blindati. Ma quelli lì, i ifasci e i nazi mica le conoscevano tutte le strade dell'oltre Po ferrarese. E lui andava e tornava e se la spassava.
Almeno così mi ha sempre raccontato, mica mi ha mai detto se se la faceva addosso.
Gino poi è cresciuto, si è sposato con Maria e ha messo al mondo Eriano e Ferruccio. Il primo poi è diventato padre a sua volta di Andrea e del sottoscritto che di Gino Guidetti sono il nipote.
Il nonno è morto nell'ottobre del 2011, da anziano e con l'halzeimer. Non si ricordava molto, però del galletto te lo raccontava sempre, anche prima di smettere di resistere all'età, diceva che la memoria non deve mai morire.
Aveva ragione. Viva il 25 aprile.
Alberto (Bebo) Guidetti