Georgien 2008

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Deserti luoghi, Lettera a Rainer Maria Rilke

 





ph: A. Ponso






Scrivere versi è già tradurre, dalla madrelingua in un’altra, - francese o tedesco è lo stesso. Nessuna lingua è madrelingua. Scrivere versi è trascrivere. Per questo non capisco quando si parla di poeti francesi o russi, ecc. Un poeta può scrivere in francese, ma non può essere un poeta francese. È ridicolo. Io non sono un poeta russo, e mi stupisco sempre quando così mi considerano e mi definiscono. Si diventa poeti (se mai lo si può diventare, se non lo si è già da sempre!) proprio per non essere francesi, russi, ecc., per essere – tutto. (…) La nazionalità è separatezza e chiusura. Orfeo fa esplodere ogni nazionalità, oppure la dilata a tal punto che tutti (vissuti e viventi) vi sono inclusi.

6 luglio 1926.

video di Andrea con Abstract mio







https://www.facebook.com/andrea.ponso.9/videos/10222833830743395




Monaco (mònos): chi cerca unificazione delle facoltà personali, superando il dia-bolico duale. corpo, mente e spirito sono come una trinità. 
Singolarità dell’uomo: salvata nell’impossibilità di definirla. 
Il medico di oggi l’ha persa, siamo oggetto e nuda-vita, numero, pura e mera vita biologica. (v. il calcolo rimborsi sulle morti basate dalle assicurazioni sulla mancata produttività nel mercato, sulla prospettiva di numeri mancati di anni da vivere, e statistici).
Capacità di essere in preghiera (esicasmo e al.): stare nel presente; ma in società del rischio, dove opinioni svariate, futuro è catastrofe ecc. 
Esperienza di Dio, non solo indicibile, indefinibile, impensabile. Ma si pratica, attraverso gesti liturgia e altre modalità. Allora era scontato, oggi no. Uno dei farmaci per unificazione e per la salute nell’oggi.
Specie negli ortodossi ma vedi anche S. Paolo: lasciare che in noi si preghi, che lo spirito “ci” preghi. Pratica più alta è l’attenzione. Preparare cassa di risonanza (non è chiedere alcunché). 
Cuore è la visione unitaria, a cui deve tornare la parte nous-razionale, in preghiera.
Qui e ora la divinazione dell’uomo. 
Dio non è possibile metterselo davanti come oggetto, (persino un pericolo vederlo nell’ostia), perché:  è in ogni luogo.
Una pienezza  che non esaurisce il desiderio. qui e ora quanto nell’ eterno.
Per un corpo nuovo si lascia il vecchio a terra. Anche se per ora tutto il creato “era buono” quindi corpo non meno di anima, che non è immortale neanch’essa. Ma cuore invece sì?

Risp.A.Ponso:
intendevo che l'anima, nella tradizione cristiana, non è immortale nel senso platonico, cioè non è da sempre creata prima dei corpi come "essenza" ecc. non c'è anima senza corpo e non c'è corpo senza anima, sono una cosa sola al momento della creazione, durante la vita terrestre e dopo.

















*

Graticcio le braccia / Hard as hurdle arms


ph: pomodoro sul poggiuolo (M. M)








 
43. Harry Ploughman
 
 
Hard as hurdle arms, with a broth of goldish flue
Breathed round; the rack of ribs; the scooped flank; lank
Rope-over thigh; knee-nave; and barrelled shank—
        Head and foot, shoulder and shank—
By a grey eye’s heed steered well, one crew, fall to;        5
Stand at stress. Each limb’s barrowy brawn, his thew
That onewhere curded, onewhere sucked or sank—
            Soared or sank—,
Though as a beechbole firm, finds his, as at a roll-call, rank
And features, in flesh, what deed he each must do—        10
        His sinew-service where do.
 
He leans to it, Harry bends, look. Back, elbow, and liquid waist
In him, all quail to the wallowing o’ the plough: ’s cheek crimsons; curls
Wag or crossbridle, in a wind lifted, windlaced—
        See his wind- lilylocks -laced;        15
Churlsgrace, too, child of Amansstrength, how it hangs or hurls
Them—broad in bluff hide his frowning feet lashed! raced
With, along them, cragiron under and cold furls—
        With-a-fountain’s shining-shot furls.
 






Harry l'aratore



Graticcio le braccia di dure sbarre, schiumosa dorata peluria
intorno a tremare; rastrelliera di costole; scavato il fianco; tesa
corda dei lombi; navata del ginocchio; cilindrico lo stinco -
testa e piede, spalla e stinco -
con cura l'occhio grigio dirige una ciurma al lavoro;
alla pressione resiste. Grumoso muscolo d'ogni arto tenso, fatica
qui incurvata, e là assorbita e affondata -
salita o scesa -
come corteccia di faggi, trova la sua, ecco: chiamata, rango
e funzioni, nella carne, il suo da farsi -
dove deve il rito dei nervi.
Vi s'appoggia, Harry, chinandosi: guarda. Schiena, gomito, si scioglie
il busto, tutto trema nel tentennare dell'aratro: la sua guancia sanguigna; riccioli
s'intrecciano e scalzano, levatosi il vento, li intrica -
vedili al vento come gigli intrecciati;
rozza grazia, figlia di forza d'uomo, come li tiene o li scaglia -
allargati in rozzo cuoio i suoi piedi sferzati, stizziti! Rincorsi con,
in loro, sbalzato ferro sotto e gelide schegge -
di splendore spire come getti di fontana.











Gerard Manley Hopkins (1844–89).  Poems.  1918.

*

fallimenti progressivi





Quando, definitivamente, falliremo? Abbiamo fallito da sempre, dal momento della nostra nascita, in ogni gesto, in ogni conquista e in ogni nostro innalzarci, persino in ogni ascesi. Se fossimo davvero abbandonati definitivamente al fallimento, se accettassimo ciò che è, e la nostra finitezza, allora l'armonia e l'amore, la gioia e persino la disperazione sarebbero una grazia continua; e questa parola, "fallimento", che non significa niente se tolta dal dualismo del suo contrario, non nasconderebbe più l'invito ad essere "senza preoccupazioni", la pace del non avere più affanni che non servono a niente: "Merìmnas perì pollà, dice il Signore a Marta: Ti disperdi in troppe ansie, e per questo sei turbata e agitata, mentre una sola cosa è necessaria, ed è precisamente quella che il tuo affanno ti sottrae: la quiete, l'esychìa, la contemplazione.
Hausherr, Solitudine e vita contemplativa secondo l'esicasmo.

Non solo nei corpi scatena il caos l'ossimoro della morte, ma anche nei luoghi familiari, negli oggetti, nelle carte, nella burocrazia di chi rimane. Non c'è silenzio vero se non in chi non c'è più, e gloria, in fondo a quella umanissima miseria, profondamente anche nostra, ma che non vogliamo mai perché crediamo sia negativa e impossibile nella vita. Ma i morti sono, qualsiasi cosa abbiano fatto nella loro esistenza, grandi maestri: padri spirituali anche con la carne e il cuore che non battono più, e non solo con i loro ricordi. Sono padri al presente, padri perché generano ancora e sempre, anche dalla cassa, freddi e con gli occhi chiusi: come la sterile che divenne madre di figli infiniti - se sapremo ora darli alla luce.

cose da non commentare



Regola: l'araldica dei nervi, se
stringono guantati uno stile: come
un roveto, un infrangersi infinito
di vetri; e gridala, fino al secco,
svuotata, l'allegoria; da muri
bassi segui l'ombra dei muli verso
paradisi di fresie e di timo: mi
guidi la gola, l'inguine, il logos.



non so se dormo o veglio


Farai un vers de dreit nien,
non er de mi ni d'autra gen,
non er d'amor ni de joven,
ni de ren au,
qu'enans fo trobatz en durmen
sus un chivau.
No sai en qual hora-m fui natz,
no soi alegres ni iratz,
no soi estranhs ni soi privatz,
ni no-n puesc au,
qu'enaisi fui de nueitz fadatz
sobr'un pueg au
no sai cora-m fui endormitz,
ni cora-m veill, s'om no m'o ditz!
Per pauc no m'es lo cor partitz
d'un dol corau,
e no m'o pretz una fromitz,
per saint Marsau!

Guielmo faria on verso co' drento
gnente, né de mì né d'altra jente, né
d'amor né de zoventù, né de gnent
altro, parché catà ronfando sora
a on muso. Senza saver se nato
son e a che ora, se so' contento o se
me incazo, se so' foresto o nato
quà, e no' poso farghe gnente: che iero
cussì smagà 'na note tra i monti; che
no' so quando che dormo o quando che so'
svejo, se nissun me lo dise; che par
poco i me gà squasi cavà el cuore
e no' me ne ciava on cazo santo Dio!


trad. Andrea Ponso

Salmo 7



1 Lamento di Davide che cantò a YHWH per parole di Cus Beniaminita.
2 YHWH, divino mio, in te mi rifugiai: guardami da ogni persecutore e strappami da loro.
3 Affinché non sbrani come leone vita mia, smembrandola, e niente ricompone.
4 YHWH Signore mio, se feci questo, se c'è macchia in mani mie,
5 se svezzai chi mi diede pienezza con male, e slombai avversario mio senza ragione,
6 insegua nemico vita mia e raggiunga, e calpesti a terra carne mia - e gloria mia in polvere trascini. Selah.
7 Sorgi YHWH, nell'ira tua, sollevati contro straripamenti d'avversari miei, e risvegliati a me giudizio stabilito.
8 Sciame di ferite e covoni stretti - popoli – stringano te, e su essi verso l'alto voltati.
9 YHWH giudica popoli: giudica me, YHWH, secondo giustizia mia e secondo pienezza mia su me.
10 Si colmi malvagità d'empi, e apri il giusto, vagliane cuori e reni, Signore giusto.
11 Scudo mio nel Signore, che si cura dei retti di cuore.
12 Signore giudice giusto, e Signore digrignante ogni giorno.
13 Se non torna spada sua affila, arco suo tende e prepara.
14 E prepara strumenti di morte, frecce sue brucianti passione predispone.
15 Ecco, sgrava colpa e partorisce angoscia e genera inganno.
16 Fossa scavò e sprofondò, e fu aborto in fossa scavata.

NOTE
7, 1: L'ebraico shiggayon, qui tradotto con "lamento", parrebbe indicare una particolare forma ritmica, fatta di rapidi cambi prosodici; sembra derivare dalla radice shagah che indica la duplicità (un doppio fardello) e l'errore, l'andare fuori strada e il mancare il bersaglio (come nella concezione del peccato) - uno smarrirsi, un errare insomma, che l'andamento ritmico irregolare può mimare.
7, 3: La particella pen, da noi tradotta con "affinché" contiene in realtà quasi sempre un senso di allarme e il gesto di voltarsi deprecando o evitando qualcosa di negativo: deriva infatti dalla radice che può anche significare "faccia" - ed è quindi un voltare il viso dall'altra parte. Taraph significa "sbranare", "fare a pezzi", ma è significativo che possa anche avere il senso di "lacrime" - quasi che anche le lacrime e il dolore lacerassero l'unità dell'uomo, rendendolo facile preda. L'ebraico natsal ha principalmente il significato di "liberare" o "porre in salvo", ma anche quello di "consegnare" o "consegnarsi", di essere raccolti e "ricomposti", spesso con un gesto anche violento di strappare via, di saccheggio da parte del liberatore, il Signore in questo caso. È il rischio di fronte al pericolo e la disperazione che, in questo versetto, risuonano in ogni sua parola.
7, 5: L'ebraico gamal indica qualcosa di più della normale "ricompensa": si tratta di una cura che colma e porta alla pienezza qualcosa o qualcuno, così da poterlo "svezzare" e lasciare libero di crescere e dare frutto - tanto più che l'azione nel termine successivo è proprio quella del dare pienezza: shalam. Il termine chalats indica lo "spogliare", lo snudare e togliere tutto quello che può essere forza e vita (ad esempio le armi ad un soldato) ma, più in profondità, esso significa togliere dai lombi la pienezza della capacità di generare: per questo ho forzato l'italiano usando "slombare".
7, 8: Ho voluto sottolineare l'origine della parola "popoli", che deriva dalla pratica di tenere insieme le ferite oppure i covoni, o i greggi, perché non si disperdano come "sciami".
7, 11: Ho preferito usare, al posto di "salvare" il "prendersi cura" perché in origine il termine ebraico yasha ha proprio questo significato, legato all'amorevole attenzione del pastore per ogni capo del proprio gregge nel proteggerlo dai predatori. I "retti" di cuore, che l'ebraico dice con il termine yashar sono quelli che riescono a mantenere il legame tra l'azione e la parola: questo legame rimanda alle corde che tengono unite due o più parti, ma anche al cordone ombelicale tra la madre che genera e il figlio: essere retti, quindi, è rimanere fedeli al proprio nascere e in relazione con la vita.
7, 15: Interessante notare che l'ebraico chabal ha in se stesso qualcosa che richiama al partorire, allo sgravare e, nello stesso tempo, il senso del tenere legato e della distruzione, della rovina e della corruzione. In questo senso è l'esatto opposto della relazione che teneva uniti i "giusti" alla vita tramite quel simbolico "cordone ombelicale".
7, 16: L'ebraico naphal non ha solo il senso di cadere o sprofondare ma anche, soprattutto nell'ebraico antico, quello di cadere giù come un aborto dal grembo materno. Ho quindi preferito questa immagine, anche perché in accordo con il gioco metaforico dei versi precedenti.

SALMO 1


foto Wolfgang Korall


1 Beato l'uomo che non va nel consiglio degli empi, e nel centro mancato dagli arceri non resta, e in seduta di stolti non siede.
2 Che in Legge di YHWH desiderio suo, e in Legge sua risuona di giorno e notte.
3 E sarà come albero piantato su canali d'acque, che frutto suo darà nel tempo suo, e foglia sua non cadrà, e tutto ciò che offrirà l'oltrepasserà.
4 Non così gli empi, ma come la pula che disperde vento.
5 Per questo non resteranno in piedi empi nel giudizio, e peccatori nell'assemblea di giusti.
6 Poiché conosce YHWH via dei giusti, e via degli empi perderà.
Note
1, 1 Interessante notare che già nella prima parola ebraica risuona quasi tutto il senso profondo del salmo: la radice ashar, infatti, richiama il senso di un passo, di un camminare nella giusta direzione; nel "beato" iniziale, quindi, è già presente questo movimento che caratterizza l'intero salmo. Da notare anche la bella assonanza tra quel "beato" e l'uomo, che prosegue anche con la terza parola che incontriamo e che introduce i consigli per questa beatitudine, gioia e rettitudine insieme: 'asre hais 'aser. Alla classica traduzione con "peccato" ho preferito riportare l'azione concreta che viene usata come metafora per dire tale concetto: il rimanere nella traiettoria sbagliata per centrare con la freccia.
1, 2 Il termine ebraico che di solito viene tradotto con "compiacersi" ha in realtà una radice più profonda, che riporta al desiderio e al piacere, all'inclinazione gioiosa della volontà e al suo soddisfacimento. Mentre quello che di solito viene tradotto con "meditare" porta in se stesso il senso dell'emissione di un suono fisico, di un mormorio o grido o sospiro che "risuona": si tratta di un ruminare di piacere e nel piacere; esso può anche richiamare un fragore (in questo caso trattenuto come l'esplosione di un orgasmo) - il tutto, è sicuramente da notare, può essere usato, a partire dalla stessa radice, come indicazione del "pensare": questo ci mostra l'unità della concezione antropologica ebraica, fondamentalmente non dualistica.
1, 3 L'ebraico asah oltre al generico "fare" o "dare" può avere anche il senso dell'offerta, dell'offrire gratuitamente il proprio lavoro e la stessa vita; mentre il termine successivo, tsalach, ha primariamente il senso di un'azione in crescita che va oltre se stessa, superandosi e prosperando verso il compimento, al di là delle proprie stesse forze e aspettative. Da notare pure, nell'originale, l'assonanza tra il "dare" e il "tempo", quasi a dire che entrambi, se presi nel desiderio che "risuona" nella Legge, si possono accordare armonicamente e consuonare: il tempo diventa quindi buono nell'accordo e propizio in questo dare che è un lasciar nascere nel ventre musicale della Legge, nella sua cassa armonica.
1, 4 Interessante sottolineare che la parola qui tradotta con "vento" può significare anche "spirito", o "respiro", o anche "pensiero": la metafora, quindi, ci porta a vedere gli empi come esposti alla dissoluzione e allo smembramento della loro unità non dualistica attraverso i loro pensieri che si contrappongono inutilmente alla forza vitale dello spirito.
1, 6 Il perdersi della via degli empi davanti a YHWH non è un castigo ma la conseguenza del loro non entrare nella risonanza vitale della Legge: si tratta quasi esattamente del contrario del v. 3, dove al donarsi all'armonia della Legge, che sembra una dispersione, la conseguenza è un andare oltre se stessi e le proprie possibilità; mentre in questo caso l'andare oltre la Legge è solamente perdita e dimenticanza, mancanza di frutti e di memoria vivente.


Esegesi dall'ebraico, Salmo 20: "Ti risponda YHWH nel giorno dell'angoscia"



Ciò che dal basso, dall'uomo nell'angoscia viene invocato - vale a dire il Nome di YHWH - è qualcosa che innalza: il termine ebraico per questa azione, che troviamo nel salmo, significa infatti non un generico "salvare", ma, appunto, anche un innalzare per preservare in luogo sicuro. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che proprio il "Luogo" è uno dei nomi del Signore.
Ma, in effetti, l'uomo che invoca il Signore, non viene sradicato dal mondo e dalla sua vita per essere messo in qualche luogo appartato e lontano da tutto. In questo salmo in particolare, infatti, si tratta invece proprio di una invocazione nel mezzo dell'angoscia di uno scontro, di una battaglia: niente di più tremendamente terreno e umano. 
Ma, allora, qual'è il vero movimento che il salmo ci mostra? È quello di YHWH stesso che, scendendo e partecipando realmente all'angoscia e alla paura dell'uomo che lo invoca, proprio in questa partecipazione e condivisione fianco a fianco, lo salva. E tale salvezza, lo ripetiamo, non è quella di un distacco immunitario dalla vita e dalle sue tragiche contraddizioni, quanto, piuttosto, la creazione di una relazione. Ed è questa la salvezza: il fatto che il luogo della nostra vita diventi il Luogo in cui il Signore ci viene incontro e ci accompagna; è questo che salva ogni frammento del nostro esistere e della nostra storia, anche quelli negativi, anche quelli apparentemente insignificanti.
In questo modo, il Signore "ricorda" la sua creazione. E la creazione "ricorda" la relazione con il suo Creatore. Ma, paradossalmente, questo verbo non è un verbo concluso, non è un verbo del passato! Esso è al presente, un presente che si rinnova incessantemente nell'azione di YHWH e dell'uomo. Infatti, questo "ricordare", in ebraico è anche un termine tecnico rituale della preghiera e della liturgia del Tempio, che indica precisamente l'offerta dell'incenso.
In questo "ricordare" vi è un presente sempre nuovo e rischioso, di lode e di invocazione, di risposta e di relazione. E, per questo e in questo, vi è anche una Presenza: una Presenza che non cancella la presenza dell'uomo e della creazione.

Non a caso, mi pare, una interpretazione del versetto "Ti risponda YHWH nel giorno dell'angoscia", fornitaci da Rabbi Judan, ci viene offerta come una parabola di doglie e di nascita presente: madre e figlia avevano litigato, ma la figlia ora è preda delle doglie del parto; quest'ultima abita al piano di sotto, mentre la madre a quello superiore; ora, la madre, udendo le urla di dolore del parto della figlia al piano inferiore, si mette anch'essa a gridare con la figlia e per la figlia - non potendo non partecipare visceralmente (e, quindi, misericordiosamente e nonostante la lite precedente e ancora in atto) alla realtà angosciosa ma anche portatrice di nuova vita della figlia: "mia figlia è nelle doglie, come potrei ignorare le sue grida?". Lo stesso Rabbi Judan ci ricorda che, dopo l'intestazione, questo salmo è fatto di nove versetti: i mesi della gestazione.

Andrea Ponso, riflessione

[…]
che non si vuole guardare e che non vuole e non può farsi guardare, che non penetra fino in fondo nell’utero e nelle viscere della nostra vita (è questo l’etimo della tanto bistrattata e semplificata parola “misericordia”, in ebraico e in greco).

Forse siamo in trappola, forse anche tutte queste parole altro non sono che un modo elaborato per non fare niente, per rimanere nell’inermità come nella più facile neutralità  -  cosa che l’uomo vestito di nero, nella sua eleganza, nemmeno ha pensato di fare: ha agito, sicuramente, e un po’ di bene lo ha fatto, concretamente. Come si fa a giudicare? Come si fa a non giudicare e a non porsi questi problemi? Non è possibile una risposta, e anche il dolore non basta. E allora, cosa fare?

© Andrea Ponso


mezzo sciopero dei mezzi, manifestazione di comitatodiquartiere per la riattivazione di una linea di trasporto urbano e altre forme desuete del lottare, però anche la parola stessa, che è forse evolvere work in progress…ci bisogna inventare qualcosa.



Dino Campana


La chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido
viso m'apparve, o sorriso
di lontananze ignote
fosti, la china eburnea
fronte fulgente o giovine
suora de la Gioconda:
o delle primavere
spente, per i tuoi mitici pallori
o Regina o Regina adolescente:
ma per il tuo ignoto poema
di voluttà e di dolore
musica fanciulla esangue
segnato di linea di sangue
nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina della melodia:
ma per il vergine capo
reclino, io poeta notturno
vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo
io per il tuo dolce mistero
io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
fu dei capelli il vivente
segno del suo pallore
non so se fu un dolce vapore,
dolce sul mio dolore,
sorriso di un volto notturno:
guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
e l'immobilità dei firmamenti
e i gonfi rivi che vanno piangenti
e l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
e ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
e ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.













Dino Campana oltre la materia: analisi e commento della poesia 'La chimera'
 

In una prima lettura ci colpisce subito la scarsità di verbi, l'azione tutta proiettata e concentrata nel finale; e inoltre ci colpisce il contrasto fra alcuni elementi molto concreti (roccie, stelle, viso, capo, capelli, labbra, lavoro umano) e altri molto vaghi, indefiniti, pallidi, come sospesi, come indizi di ignoto (già in apertura 'non so se' e poi ripetuto; 'apparve, segnato, pelaghi, vapore').
Poeta di colori, Dino Campana in questa che è forse la più nota e una delle sue prime pubblicazioni, è parsimonioso: un segno rosso, una fiamma pallida come un riflesso, e molto bianco.
Il primo verbo, al modo indicativo, è 'vegliai', che però indica uno stato più che un'azione, è contemplativo. Ma indica una certezza, come contrapposizione dei 'ma' ai 'non so': c'è un dato di fatto, come sottolineato dal mettersi in gioco personalmente e con ben tre 'io'.
Il secondo verbo in tutta la trama, esigua, lo troviamo all'inizio della chiusa: 'guardo'. L'unica azione; e vana, sconsolata, almeno rispetto allo scopo di vedere. Lo sguardo s'allarga, s'allarga sempre di più ad ogni verso seguente (mute fonti, rivi piangenti).
Con il terzo verbo l'azione si compie. Nell'ultimo verso, nel miracolo di perfezione dell'ultimo verso, il guardare trova compimento in 'ti chiamo, ti chiamo'.
Ripetizione addirittura ravvicinata, stavolta, accostata. Eppure la stessa parola ha due significati diversi, variazione di senso dovuta alla parola seguente, l'ultima dell'ultimo verso: chimera. La quale rimanda al titolo, quasi una struttura ad anello dei lirici greci. L'affascinante gioco musicale è che le tante ripetizioni non sono mai gratuite o estetizzanti, sono sempre caricate, dense di un piccolo spostamento, uno shift, di significato, attraverso cui il poeta ci porta un passo avanti. Parole usate come note, che suonano diverse secondo il contesto. Mai un ritornello, tale e quale, bensì un preciso intento dietro la parola ricorrente; un disegno filosofico per rendere a poco a poco un'emozione. Senza preoccupazioni metriche, Dino Campana nel suo modo di procedere, nel tessere il suo discorso, si appoggia di tassello in tassello come in un domino.
Dunque da un passato remoto statico 'vegliai' si balza a un tratto ma solo molto più tardi, a un presente lento, 'guardo', per completarsi in un crescendo assoluto in un finale 'chiamare'.
Uno sguardo sull'universo, che resta impassibile, assunto classico e molto leopardiano; una musica seguita da un silenzio, 'divenir taciturno'; un mistero, se pur dolce. Resta muto ciò che già ha avuto sonorità, diviene perché fu, musica.
Ultimo verbo nell'ultimo verso, 'ti chiamo', è conseguenza dell'abbaglio di tutto quel bianco propagato per tutta la poesia, conseguenza di chiarore offuscante, quindi banalmente del non vedere; ma conseguenza anche di un affidarsi alla sensazione: un sorriso o poema, un che di labile ma certo accaduto. Forse un qualcosa di non dovuto ai cinque sensi, ma al sesto sì. Accaduto forse illusorio, forse solo 'interno' a lui stesso, ma : una percezione, innegabile.

Un segno dell'ignoto, affidandosi al quale sorge una sorta di paradosso: chiamare chi non può venire; chiamare una presenza mentre le si dà nome di inesistente, di chimera; chiamare chi a tratti, solo a tratti sembra esistere, e mai viene a comando. Vero, nel mondo dei cinque sensi, la chimera non esiste, è un essere cosiddetto immaginario, ma ecco la straordinaria forza affermativa di questa poesia e di questo poeta notturno: ancora ti chiamo, la forza è tutta nell'ancora. Vuol dire 'anche', 'nonostante'…nonostante io non possa razionalmente capire, nonostante la delusione.
Come dire: non di solo pane vive l'uomo, c'è anche la Poesia con la P maiuscola, anche se non si vede; c'è al mondo anche ciò che non si vede, a cui solo si anela e di cui si ha bisogno; infine c'è anche, nella vita, una parte  di ignoto e di mistero. E ancora ti chiamo, ti chiamo chimera. Non c'è invece volontarismo, solo constatazione, e scarna, 'divina semplicità delle forme'. Quasi solo il semplice riconoscere un proprio grido, invocazione, ricerca dell'ignoto poema. Senza nemmeno sapere se e che cosa sia possibile, si propende anzi per ritenere che sia impossibile; per forza, appartiene più alla sfera dell'impossibile chiamare l'ignoto. Ma è notevole che si riconosce umano questo anelito, inevitabile. Pur sapendo l'esito vano, che non verrà nessuno, che il mistero si dà a noi, come dono e quando meno ce l'aspettiamo. E poi scompare dinuovo.
La nota più tragica della pagina: 'primavere spente'. Da parte dell'uomo occorre solo essere aperto, recettivo. E non dipende neanche tanto da lui mantenersi tale, acquisire sensibilità, affinare il sesto senso.
Il paradosso è un paradosso fino a un certo punto, come al solito. Il mistero, o l'ignoto poema, per Dino Campana non sono affatto un'ipotesi teorica, una supposizione a priori - nella sua poetica non c'è traccia di ideologia - e nemmeno sono un'invenzione poetica! Sono una presenza. Molto sentita, ma intermittente.
L'invisibile non si potrà vedere, ma è come tangibile, in alcuni momenti. E' pallido, ma è una certezza, un fatto indiscusso. Un contatto; e una sofferenza esserne separati, dover rimanerne lontani. Se il mistero c'è, e ne siamo sicuri come del nostro sesto senso, se abbiamo sperimentato una volta sulla pelle un'ombra di mistero manifesta e non potremo mai negarlo, allora non è utopia, tantomeno follia, allora non è altro che umano il desiderio di sfiorare l'ignoto, ancora. Ecco la valenza universale. Niente di paradossale per l'uomo che sa che esiste l'ignoto poema, diventa un bisogno vitale, da invocare, un fuggevole contatto agognato.
In questo senso Dino Campana non è affatto un sognatore, un visionario, un idealista, anzi rivela la sua origine contadina, fa un netto distinguo fra ciò che è vago e ciò che è descrivibile fisicamente, dice 'non so se' e lo ripete tre volte. E se non sempre la sua vita, sempre la sua poesia è quella di un sano di mente, di un pensatore, di un osservatore che si attiene ai fatti. Ritiene fatti anche le sue sensazioni, che lo stupiscono e sono forti: questo è un presupposto. Gli preme affermare l'esistenza dello Spirito, di fatti meno noti, più legati all'ignoto, ma altrettanto presenti. La 'musica fanciulla esangue' si può vegliare, non afferrare (è anche 'vergine'); il sorriso di un volto notturno è un mistero; la melodia si ascolta quando è dato, e se no si chiama, si chiama.
Dice pane al pane Dino Campana: c'è mistero e lo si può sentire. L'affermazione positiva , vigorosa, riguarda una presa di posizione ben precisa: come esiste il visibile perché lo vedo; la melodia perché l'ascolto; la roccia perché la tocco; esiste la sensazione interiore, anche se non so con quale organo di senso la si apprezza: so di sentire. Forse si tratta di un sesto senso, ma comunque non di un senso puramente corporeo. Tanto quanto il corpo, esiste, da qualche parte e anche nel corpo, qualcosa diciamo magari di spirituale, la mente, e il mistero che l'avvolge.
Quando poi il mistero, il poema, non dà segno di vita, l'invisibile resta del tutto nascosto, quando non scorgiamo nemmeno quel poco rosso di 'segnato di linea di sangue', quando 'ciechi, sordi, irritati' (altre parole nell'uso poetico di Dino Campana) quando insomma non c'è nutrimento spirituale, l'uomo chiama, ancora.
Se abbiamo visto e ci sia nata una nostalgia o viceversa se un vuoto interiore ci abbia illuso a una visione, se sia nato prima l'uovo o la gallina, poco importa al nostro, ben lontano dal chiederselo.
I fatti sono questi, che a tratti ci sembra di vedere, ascoltare, o ci raffiguriamo un che di 'vago-ma-soridente' e poi tutto svanisce. Ci lascia a bocca asciutta, assetati, delusi magari…e ancora chiamiamo. Per quanto il poeta sappia che sono insieme 'voluttà e dolore' inscindibili; che sia per chissà quali cause, un destino capriccioso; che sentirne la mancanza induca a qualificarlo illusorio; per quanto si sappia e non si sappia, è la chimera. E' un'esperienza appagante, ed è dolorosa la perdita. E' bello perdersi in quest'incantesimo, 'le reve', come in francese ha suo nome proprio il sogno ad occhi aperti. Dove perdersi diventa trovarsi.
I contrasti che in questa poesia notavamo fin dall'inizio, adempiono allo scopo di evidenziare la doppia connotazione fra segno e ignoto, presenza e assenza.
In definitiva i fatti sono due: si afferma l'esistenza del mistero, e si afferma un impulso a chiamare, quasi ci sfugga a volte un grido.
Come un'istanza antimaterialista, con forza come con forza si è presentata al poeta, egli sente il bisogno di testimoniare che nell'uomo c'è qualcosa che va al di là  e oltre. Un'anima? Una mente? Scopre la persona, e scopre che è un mistero. Al di là di quanto possa verificare la scienza. E' l'intuizione dell'inconscio, quindi finalmente la persona nella sua interezza. Dolore e voluttà nell'alterno esistenziale: che è condizione umana, se tutto ha una fine.
Straordinario pensiero precursore; e questo in pieno contrasto con l'ideologia dell'epoca, il trionfo della scienza di inizio secolo, con certo tronfio senso di onnipotenza e il diffondersi della retorica di regime. Decisamente Dino Campana non era allineato. E pagherà. Eppure, quanti oggi senza dirsi materialisti non la pensano proprio così? E fra chi si dice religioso quanti possono contare su una tale fede? Infine quanti oggi a distanza di un secolo da Dino Campana come da Freud, sono disposti a giurare su una componente di mistero nella persona?
Atei e non, quanti continuano a volere dogmi e dettami di comportamento per la comodità di avere un pensiero preconfezionato senza dover scegliere valori? O non dover mettere continuamente in discussione la morale? Dolore e fatica, tenere la morale in evoluzione è l'unico modo per tenerla viva. L'abbiamo fossilizzata in regole fisse, in quest'epoca di decadenza, e l'abbiamo persa.
Sono alcuni degli effetti attuali del riscontro sociale che avrebbe la rilettura di un poeta che la società ha internato. Messo a tacere perché scomodo, turba la coscienza. Ma oggi possiamo rivalutarlo, finalmente? Oggi che dalla cultura comune è estromesso persino il dubbio che possa esistere qualcosa oltre la materia. La Chiesa non difende chi dà valore alla sua dottrina restandone fuori. Dino Campana  non è religioso, soprattutto è lontanissimo da qualsiasi istituzione, accetta a malapena i vincoli che derivano nella vita quotidiana, è giovane (ha meno di trent'anni), è insofferente, vuole tenersi lontano da tutto ciò che lo distrae dalla Poesia. E' piuttosto assolutista in questo; basta sentire ancora una volta lui stesso: 'piangendo: giurando noi fede all'azzurro.'
Nota: per chi fosse interessato alla biografia rimando caldamente a 'La notte della cometa' di S.Vassalli.

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"…la tua analisi contiene spunti interessanti, e fa chiarezza su alcuni
passaggi con importanti considerazioni, per esempio le percezioni
sensoriali, il sesto senso, l'invocazione vana ma necessaria, ecc. Posso
dirti un'altra impressione generale, che è di un'analisi molto al femminile
con tante sensazioni e coinvolgimento." Giampiero Costa


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Inoltre Carmelo Bene dice bene:





DINO CAMPANA E LA DEFLAGRAZIONE  ( MANCATA) DELLE LETTERE ITALIANE

di Andrea Ponso


Spesso, il compito al quale il critico é chiamato é quello di redigere una storia, di inserire un indeterminato fenomeno artistico o culturale in uno schema, in una progressione, in una impalcatura che alla fine, appunto, determini l’accadere estetico ( che quindi scivolerà inesorabilmente nella accaduto ) e che in tale determinazione diventi anche l’ossatura che ridà il credito di una esistenza al suo stesso ruolo,  riconoscendolo nel suo lavoro di operaio altamente qualificato.
Esistono tuttavia, nelle innumerevoli storie delle arti, dei punti fosforici ad alto livello di fusione, dei luoghi dove un ipotetico terrorista, dopo accorti studi, potrebbe piazzare la carica esplosiva: sono luoghi di solito molto pericolosi ( il rischio, si sa, è quello di saltare, bruciare della propria stessa miccia ) oppure debitamente nascosti, o ancora resi sicuri da continui lavori di recupero e arginamento.
Il periodo ermetico é forse stato in Italia, per certi aspetti, uno sbarramento tanto aureo quanto poco permeabile: la luce francese in particolare e quella delle altre letterature, tornavano attutite, ovattate; le grandi esperienze del limite e delle avanguardie venivano appunto filtrate: si tendeva cioè a salvare più che altro l’insegnamento sul piano strettamente artistico e stilistico, evitando di inglobare il corpo stesso di tali esperienze … insomma, la bella copertina più che il sangue del poeta pugnalato. .. non é un caso che certi esiti del futurismo siano più importanti dal punto di vista programmatico che da quello dei risultati: una distanza protettiva é stata frapposta.
Il caso particolare di Dino Campana, può insegnarci molto a riguardo. La sua controversa collocazione critica, i giudizi non certo unanimi, ci mostrano molto da vicino il funzionamento di tale meccanismo.
Del resto, come ricordava Sanguineti nell’introduzione alla sua antologia della poesia italiana del novecento, “ non si deve cessare di riflettere sopra questo punto: che la consacrazione é toccata ai poeti della bella biografia1 ( Saba, Ungaretti, ecc. ). Infatti,  chi in qualche modo cancella la grafia, chi non predispone immagini (e per immagini qui intendo rappresentabilità, appigli, luoghi del blocco ) ma solo le infrange, e in qualche modo le supera e se ne libera, non é utile alla storia. Del resto, sempre citando Sanguineti “ la poesia tende a un’esistenza funzionale, come esorcismo davanti all’evento, come cerimonia protettiva “.
Non a caso, quando si parla del caso-Campana, si tende sempre a dare più credito all’immagine, sia essa biografica o più o meno romanzata, del maledetto … ma comunque sia sempre ad una immagine, cioè ad una sorta di rappresentazione … una poesia come quella di Campana, sarebbe certo insostenibile altrimenti: il pericolo di esposizione sarebbe troppo alto … e così quello che invece le é più proprio, vale a dire la voce, passa in secondo piano, poiché ciò che non ha immagine assomiglia troppo da vicino ad un buco, addirittura senza contorni, una falla che rischia di risucchiare nel suo vortice concentrico tutto quello che gli sta vicino, tutta la storia della letteratura, tutta l’impalcatura storico-critica che la sostiene.
Del resto, ormai, appare chiaro che non sappiamo più rapportarci all’evento, ad un qualsiasi evento, se non in modo storiografico e cioè protettivo; ma una tale impresa, non fa altro che <<produrre il passato in quanto “passato”, cioè distanziato e proiettato in una sua posticcia realtà passata, che non ha più, col presente, alcuna relazione vivente. Il passato é così neutralizzato>> come ricorda Sini 1 in un suo libro.

Allora, il movimento più tipico di questa poesia, è quello di un inesorabile, e non controllabile, progressivo scardinamento di ogni forma e di ogni modo ( per usare una espressione cara alla mistica di S. Giovanni Della Croce ): ed é questa una dinamica che il poeta non può scegliere e che non può gestire in proprio.
Nella foga ( del disastro, dell’ispirazione, del presente in atto … ) per orrore e con orrore Campana si aggrappa a quello che può, a brandelli, a pezze, a croste del cadavere delle lettere italiane: la poesia é un abito sbrindellato, un ricovero di fortuna … o casomai un residuo, qualcosa che si stacca dal flusso energetico: una sorta di ricaduta; insomma, non c’è proprio il tempo di sistemarsi il cravattino.
In questa macchina di pure intensità, Campana fa veramente piazza pulita di tutto: del sublime, dell’opera come chiusura in produzione, della poesia stessa e della letteratura, e lo fa come pochi altri; persino i futuristi, nella loro opera di distruzione non riescono a non lasciare come contropartita una poetica e un contro-sublime ( il sublime industriale, ecc. ), persino l’avanguardia inesorabilmente diventa storica.
Campana no, non si lascia com-prendere, non si piega al racconto e in questo continuo sbalzo energetico, in questo continuo spogliarsi e rivestirsi si dimentica persino il profilo ( anche la memoria, in fondo è un abito, non è altro che un abito o una catena ) e confonde il suo a mille altri: gli echi letterari che convulsamente ritornano nei suoi versi non sono altro che residui, medicazioni, punti di sutura con il materiale che era a sua disposizione. L’imitazione non esiste e non può esistere, poiché non c’è ( più ) nemmeno l’autore … insomma, D’Annunzio e Carducci, sono per Campana due brave crocerossine. Forse, in più, dal più giovane dei due ha imparato una sorta di ascetismo dello spreco, una nudità per sovraesposizione e autocombustione, un lusso del vano spinto all’estremo.

Campana come forzato incendiario, quindi, come fiamma che cerca appigli  -  sia per alimentare se stessa, sia per frenare la completa combustione. Non é certo un impresario della poesia o, peggio, un pompiere : é casomai costretto a diventarlo nei momenti più fosforici, di più alta vanità, per salvare l’ultima pagina, quella della sua stessa pelle; non dimentichiamo che anche il suo libro, il suo oggetto-prodotto, é andato smarrito: anche questo appiglio, questa boa é stata persa. E il desiderio di riprenderlo, dalle profonde maree della memoria provoca lo stesso movimento in intensità della poesia, che cerca (senza mai trovare veramente) e finisce contemporaneamente i suoi brandelli: non c’é, a ben vedere, sostanziale differenza.
 E non c’é in realtà un fine in tutto questo, se non quello di godere di sé : del resto, come ricordava Marx, “anche soffrire é godere di sé”; e non c’é un fine perché non c’é un autore, vale a dire una autorità che decida e rappresenti una via, un percorso da seguire. Si pensa alla propria pelle, letteralmente, alla propria voce che brucia, alle proprie gambe che inciampano.
Campana non può correre in soccorso alla poesia, non vuole darle un nuovo abito, tra il canto spiegato dell’ Ottocento e il grado zero di Ungaretti ( parafrasando una considerazione di Bo all’introduzione dell’oscar Mondadori ): il suo movimento incessante scopre piuttosto la carne viva, smaschera le valvole di sicurezza di una critica e di un mondo aggirandole una per una ed evitando in particolare quella dell’indicibile. E, in questo senso, occorre fare una ulteriore precisazione: la sua ricerca, non é la rampa di lancio verso un qualche sublime. Il suo spreco non é uno spreco in favore di un silenzio originario e più o meno carico di significati metafisici o anche solo nichilistici di annientamento: l’unico volo vero é quello che si fa cadendo, incespicando, aderendo alle cose, alla terra e al suo presente non mai trovato abbastanza. Si é intensità, differenziale, differenza pura, non riferibile a nessun assoluto, ma tra la propria immagine, nella propria lingua, perché solo così si brucia veramente e perché solo in questo modo si evita l’incasellamento e l’accomodamento da parte di una critica come insopprimibile bisogno di riterritorializzazione: solo rimanendo all’interno del codice ( della rappresentazione, della lingua ) l’energia trova materiale dal quale sprigionarsi e nello stesso tempo uno spazio ristretto per mantenere alto il livello di calore e di fusione.

Campana vive così la sua totale insofferenza ( biologica direi, come lo può essere una tara ) ad ogni codice, dall’interno del codice, anche perché  “fuori” l’increato ( ? ) nemmeno si accorge di sé ( figuriamoci di noi ) quindi non c’é  “fuori” e non c’é neppure un “oltre il codice”.
Fatto significativo é che Campana giudicherà insufficiente il suo lavoro solo in rarissimi momenti e durante gli anni di non attività ( e di internamento ): cioè solo dopo. Ed é la debolezza stessa del dopo, mentre nel presente della creazione poetica in atto, negli anni della produzione, non ha mai sentito il bisogno di tali giudizi, aderendo completamente al fare della voce, senza distanze e senza riserve. Questo perché forse proprio le “croste”, le parti meno “riuscite”, quelle più posticce, sono, secondo le leggi interne dell’opera quelle più vicine alla poesia: quelle cioè in cui il fuoco del fare poetico é più vivo, quelle dove la voce più si é ingrossata.
E allora Campana, lo ribadiamo, centra poco o nulla con l’ineffabile :  e la cosa che più ci sconvolge, e che più sconvolge la critica, la cosa più irritante e illeggibile é che Dino Campana ha detto ( dice ) tutto.