Georgien 2008

Georgien 2008

fallimenti progressivi





Quando, definitivamente, falliremo? Abbiamo fallito da sempre, dal momento della nostra nascita, in ogni gesto, in ogni conquista e in ogni nostro innalzarci, persino in ogni ascesi. Se fossimo davvero abbandonati definitivamente al fallimento, se accettassimo ciò che è, e la nostra finitezza, allora l'armonia e l'amore, la gioia e persino la disperazione sarebbero una grazia continua; e questa parola, "fallimento", che non significa niente se tolta dal dualismo del suo contrario, non nasconderebbe più l'invito ad essere "senza preoccupazioni", la pace del non avere più affanni che non servono a niente: "Merìmnas perì pollà, dice il Signore a Marta: Ti disperdi in troppe ansie, e per questo sei turbata e agitata, mentre una sola cosa è necessaria, ed è precisamente quella che il tuo affanno ti sottrae: la quiete, l'esychìa, la contemplazione.
Hausherr, Solitudine e vita contemplativa secondo l'esicasmo.

Non solo nei corpi scatena il caos l'ossimoro della morte, ma anche nei luoghi familiari, negli oggetti, nelle carte, nella burocrazia di chi rimane. Non c'è silenzio vero se non in chi non c'è più, e gloria, in fondo a quella umanissima miseria, profondamente anche nostra, ma che non vogliamo mai perché crediamo sia negativa e impossibile nella vita. Ma i morti sono, qualsiasi cosa abbiano fatto nella loro esistenza, grandi maestri: padri spirituali anche con la carne e il cuore che non battono più, e non solo con i loro ricordi. Sono padri al presente, padri perché generano ancora e sempre, anche dalla cassa, freddi e con gli occhi chiusi: come la sterile che divenne madre di figli infiniti - se sapremo ora darli alla luce.

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