Georgien 2008

Georgien 2008
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Bella lettera (in Zibaldoni E Altre Meraviglie)

















ph TroveRete, Sulcis




da: https://www.zibaldoni.it/2006/07/18/irriconoscibile/?fbclid=IwAR2rnIFOpkkAsW3YJeJvfGyK0xAhq_K5c4X7HAoO6-FglwKiT0Q34JodJn8

 

Caro Enrico,

vorrei scusarmi per il mio silenzio: mi spiacerebbe se tu credessi che abbia dimenticato le domande che mi avevi posto qualche mese fa. Ho provato più volte in questi mesi a rispondervi, senza mai riuscire a tracciare poco più di una riga. E questo non perché le tue domande fossero fuori luogo: al contrario, esse mi hanno spinto a ricerche, a nuove letture, domande impensate, ad altre scritture. Ma ogni riferimento al libro invece mi era impossibile. Credo di non essere capace, almeno non ancora, di pormi seriamente dinanzi ai miei vissuti – agli stessi pensieri che mi hanno attraversato – in termini di vero e proprio soggetto conoscente. E ciò perché in realtà non sono stato mai io a pensare in essi: mi sono trovato sempre gettato in essi, e ho dovuto a fatica provare ad esistere nel medio del loro stesso spessore, a ritrovare una possibilità di esistenza, un mondo possibile in quelle luci così estranee al luogo in cui ricordavo di provenire. Ogni lettura, ogni atto linguistico è in fondo una forma di inatteso e subitaneo esilio. (O forse tutto ciò che vive è in esilio: in esilio da sé innanzitutto e dal proprio luogo. Vivere significa sempre essere fuori luogo). Si è improvvisamente gettati in un mondo ed in un’esistenza diversa da quella che ritenevamo essere la nostra. Comprendere in questi casi serve a poco; così come del tutto inutile è riuscire a capire di quale luogo si tratti. Trovatisi in questo non-luogo, ciò che permette di sopravvivere è l’istinto a percorrere il paese, schizzare mappe e soprattutto lo sforzo di iniziare a vivere in esso. Fare quasi lo sforzo inverso a quello dell’etnologo: ricostruire il modo che la vita umana assume in questo paese, non per descriverlo, ma per aderirvi il più possibile. La scrittura del libro è stato tutto questo: qualcosa a metà strada tra una mappa di questo paese di idee, pensieri e visioni (mi verrebbe da scrivere colori, linee, spessori, perché in fondo tutto in questi paesi non ha altra consistenza che quella di immagini), un diario di viaggio e assieme un congedo definitivo. Ora sono altrove e tutto ciò che posso apprendere di quel luogo deriva da quelle pagine. Perché chi ha scritto quel libro è interamente scomparso, sprofondato in esso come in un Atlantide. Di quell’io che ha vissuto e pensato in quel luogo – posso dare solo vaghe testimonianze. Non ne so più nulla. Certo, vi sono ancora immagini e scorie che rivivono in me, ma lo fanno allo stesso modo in cui secondo Warburg, nel gesto di una golfista può rivivere lo spirito Salomé degli antichi, o nel modo in cui nel nostro gesto distratto di toccarci la testa nei momenti di distrazione rivive quel medesimo gesto con cui i romani invocavano il proprio Genius. Nessuno dei due ne sa nulla e se v’è un qualche rapporto, è qualcosa più vicino ad una sublime ignoranza, ad un uso senza conoscenza. Non so cosa sia davvero rimasto. Meglio, rimasto è solo l’irriconoscibile: ciò che rende quel libro irriconoscibile e ciò che rende me irriconoscibile a me stesso. Se qualcosa vive lo è proprio per questo elemento irriconoscibile e quanto chiamiamo ego non è soltanto il meccanismo atono attraverso cui ciascuno arriva a coincidere con se stesso e la propria immagine, ma la custodia e la cura di un irriconoscibile. Per questo l’Io è sempre il luogo di un problema, di un corpo a corpo con se stessi che non può mai essere risolto attraverso la sola conoscenza. L’irriconoscibile è anzi quel punto cieco in cui non riusciamo più a distinguerci da tutto ciò che non siamo, il luogo in cui viviamo, le persone che incontriamo. Un libro non è un modo per ritrovarsi ma la decisione di perdersi in qualcosa che non ci appartiene né potrà mai appartenerci. E la scrittura è sempre il tentativo di produrre un rapporto a questo irriconoscibile – ciò che resta di ciò che abbiamo vissuto e ciò che ci trascina senza arresto verso ciò che non siamo ancora e verso ciò che non abbiamo vissuto.

Scusa per questa lettera così lunga, ma volevo testimoniarti la gratitudine per quello che hai scritto e per le tue domande, che mi hanno portato nello studio dove non sarei arrivato da solo. Mi spiace solo di non essere stato capace di darti risposte che fossero all’altezza delle tue domande. Spero però di avere la possibilità di conoscerti personalmente, e di poter continuare a scriverci, anche se con questi tempi lunghi e queste piccole sfasature tra la domanda e la risposta.

A presto, tuo

Emanuele Coccia