La poesia si fa con tutto il corpo e
non solo coi sentimenti. Voglio dire che il corpo e tutto quello che lo muove
diventa poroso, filtra, lascia passare odori di cose. Gli occhi, le mani, il
ventre, l’arcata del petto sono investiti da questo vento che ci scuote, che ci
fa partorire i sogni.
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Dopo Al
vòusi pensavo di non
scrivere più in santarcangiolese, ma poi mi tentò l’idea di scavare tra i sassi
della memoria alla ricerca di un’aria perduta. Non pensavo alla meraviglia
dell’infanzia, ma ad un’epoca biologicamente diversa, al ‘prima della rovina
ecologica’. Gli immensi prati, gli alberi, le aperte marine erano cresciuti
dentro di me e la loro miseria di oggi si misurava con lo splendore antico, con
ciò che avevano significato nella mia mente. Erano quelli tempi di cruda ed
aspra povertà di pane e folgorante bellezza naturale. Al vòusi ricordavano la miseria del pane,
questo libro ha l’occhio verso quella bellezza perduta…
*
Raffaello Baldini puntualizza alcuni
passaggi che aiutano a comprendere anche l’affettuoso legame umano che lo univa
a Nino Pedretti:
Nino ha scritto in dialetto, ma anche in italiano.
Contemporaneamente. In pratica, quel che succedeva in
dialetto Nino lo scriveva in dialetto, quel che succedeva in italiano lo
scriveva in italiano. Per Nino dialetto e italiano avevano la stessa dignità.
In lui dialetto e italiano convivevano pacificamente, serenamente, anzi
felicemente.
Giuseppina Di Leo, Poliscritture