Georgien 2008

Georgien 2008
Visualizzazione post con etichetta Tommaso Landolfi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tommaso Landolfi. Mostra tutti i post

La spada, un racconto degli anni '40

















Una notte Renato di Pescogianturco-Longino, rovistando fra il retaggio degli avi… Occorre però dire brevemente in che consistesse questo retaggio. I Pescogianturco-Longino, a prescindere dagli avi crociati, erano stati tutti gente più o meno solida (come suol dirsi), si erano occupati dell’amministrazione dei propri beni, e della prosperità della famiglia in generale; fino ad arrivare al padre di Renato, buon’anima, che rappresentava quasi l’anello di congiunzione fra quell’edificante serie di gentiluomini e suo figlio. Questi, in poche parole, non era mai riuscito a combinare alcunché di buono, era fantastico capriccioso estremamente sensibile, e sopratutto pigro oltremisura: un malinconico scialacquatore. Insomma la sua illustre prosapia pareva destinata a corrompersi pienamente e da ultimo a estinguersi in lui; poiché l’apparire d’uno di questi cotali danna le più antiche famiglie a certa morte. È mirabile inoltre considerare in quanto breve tempo la prosperità di cui dicemmo si tramutasse in istento e poi in neghittosa miseria: nel corso di due sole generazioni. Eppure fu così; e, quanto a Renato, egli poteva benissimo considerare unico, o quasi, retaggio degli avi il vario e preclaro ciarpame sparso per le soffitte del maniero, all’infuori del maniero stesso. Dove, per tagliar corto ai preamboli, ormai s’era ridotto a vivere in penuria di mezzi.
Quella notte, si diceva, da un mucchio di armi e gualdrappe polverose, tutta roba d’altri tempi, estrasse a un dato momento una spada inguainata, che gli pareva di non aver mai vista prima. Alla luce del candeliere osservò dapprima la guaina, e vide ch’era di nobili tessuti, quali velluti e bissi, tenuti insieme da costole di pelli preziose e pinte dei più vivi colori, da borchie e fermagli che parevano d’oro e d’argento, malgrado la brunitura di che il tempo li aveva velati, opere di cesello. Quello sembrava, infine, un prezioso arnese davvero, e ciò specialmente eccitò l’attenzione di Renato: chissà che non se ne potesse cavar qualcosa? Egli decise di portarsi la spada nei suoi appartamenti ed esaminarla con comodo.
Da qualche tempo Renato soffriva di strani turbamenti, di presentimenti che si rivelavano senza oggetto, ma che comunque lo angosciavano non poco. Confusamente si diceva egli che sarebbe stato tempo di far qualcosa e di uscire da quella situazione; pure, a parte un tal vago senso di rimorso, un bizzarro eccitamento lo pervadeva spesso, paragonabile a quello del cercatore di tesori quando si sente, per virtù divinatoria, prossimo a scoprirne uno. Gli pareva appunto d’avere una grande ricchezza a sua disposizione, non sapendo tuttavia precisamente di che genere fosse né come, ad ogni modo, avrebbe potuto servirsene. E adesso, quando fu colla preziosa spada davanti al fuoco del camino, fu ripreso da questo senso più forte che mai.
Appena un po’ spolverata, la guaina si rivelò quale Renato l’aveva intravista nel solaio. Inclita arme davvero era quella, e d’egregio artefice! E non c’era ormai dubbio che le borchie fossero d’oro fino, o che le pietre dell’elsa fosser topazi e smeraldi, sebbene quasi spenti dalla lunga segregazione. Nondimeno Renato non si decideva a trarre la lama; quasi un inesplicabile timore glielo impediva. Infine lo fece con moto brusco.
Le lame che il sole d’autunno allunga di tra le imposte socchiuse in una buia stanza, i dardi acuti che avventa contro gli angoli riposti, le vivide lingue che talvolta il fuoco leva, erano un nulla appetto a quella lama abbagliante! Renato socchiudeva gli occhi attonito perché il suo vivo splendore non li ferisse; eppure in quell’antica sala non c’era molto chiaro! Gli è che la lama sembrava splendere di propria luce. Forbita, intatta dai tempi antichi, si sarebbe detta di foglia d’oro, se poi una qualche cupezza, raggiante, per così dire, dall’interno (ché non ne ombrava neppure un poco la splendente trasparenza) non avesse imparentata la misteriosa materia di che era fatta al topazio stesso o forse a inusitate pietre d’oriente. Poiché era trasparente: Renato vi scorgeva, attraverso, le lingue del fuoco nel camino, solo un poco deformate. E così sottile, era, che pareva non avere spessore alcuno e tanto meno un filo e un dorso, o i due tagli e la nervatura, come tutte le altre spade; così sottile, che si sarebbe dovuta piegare e gualcire se un arcano procedimento di tempra non le avesse attribuita rigidezza e flessibilità quanto a ogni altra lama di buon acciaio.
«Capperi!» fece Renato a voce alta; e s’accostò la lama al pollice, come usa per saggiare il taglio. Non l’avesse mai fatto! un crescente d’unghia e un minuscolo spicchio di polpastrello saltarono via prima ancora, gli sembrò, che avesse esercitata la più lieve pressione. O meglio, questo è il punto, parve che la lama fosse passata attraverso l’unghia e il polpastrello come senza tagliare, certo senza suscitare dolore; e solo un istante dopo, a un movimento di Renato, il preciso spicchiolino di dito si distaccò e il bruciore si fece sentire. «Capperi!» disse ancora Renato asciugandosi il po’ di sangue; «ecco davvero un’arma tagliente!»
Riprese la spada e volle provarla su materia più consistente. L’allungò su un ciocco rotondo che, nel camino, ardeva da un estremo, mentre l’altro era sostenuto da un alare; e ve l’aveva appena poggiata, senza neppure premere, che il ciocco si fendé docile secondo un taglio straordinariamente preciso: il solo insensibile peso della spada era bastato a ciò. Balenando di sbieco contro le fiamme essa infulvì, pari a un vivo specchio di rame, e labili parole parvero affiorarne, incise forse o contemprate, parole leggere nel cuore. della lama, non si sapeva dove tracciate, come quelle che la polvere del sole può scrivere su un alito di vento. Renato lesse: «Io Cavaliere Castaldo Di Pescogianturco-Longino temprai questa spada Più tagliente di quella d’Orlando Or tu non avrai più nemico». Parevano versi e i caratteri erano molto antichi.
Qui Renato fu preso da grande concitazione e vibrò la spada contro la testa d’un alare, quasi disfida alle parole del suo remoto avo; e il pomo di rame forbito, opera fina, ruzzolò all’istante tra le fiamme. Dunque la spada tagliava colla stessa agevolezza anche il ferro! Abbandonando il camino e l’alare decapitato, Renato si levò e prese ad aggirarsi per l’antica sala roteando la spada e vibrandola contro qualunque oggetto gli venisse a tiro, e gridava, nel frattempo, parole sconnesse d’esultanza e malinconia, quali: «ohimè, ecco ogni fortuna mi s’apre! me misero ecco il mondo è mio, chi ormai potrà resistermi?» E, contro qualunque oggetto vibrata, quella lama di sole non sembrava conoscere ostacoli e s’apriva la sua via; essa ogni cosa trapassava, quasi spettro di lama. Né l’oggetto colpito rivelava fenditura alcuna, se, mancando l’equilibrio alle due parti e a seconda dell’obliquità del taglio non si scommettesse invece al suolo; ma pure, quando anche non appariva, la spada l’aveva tagliato e si sentiva che sarebbe ormai bastato un soffio, o il menomo movimento, a partirlo del tutto.
Si aggirava dunque Renato per la sala gridando, e sul suo volteggiare rotolava al suolo ogni cosa, ove non tenesse in bilico. Rotolarono così le teste dei due busti di pietra fra le tre porte, illustri antenati, caddero con fracasso le spalliere di alcuni seggioloni e con frastuono di ferraglie dalla vita in su le quattro armature; una marmorea mano di donna si tendeva da una nicchia e fu mozzata; s’afflosciarono a terra le vecchie portiere fendute in un lampo. Attirato dallo schiamazzo comparve stupito su una soglia il vecchione che faceva ormai tutta la servitù del maniero; Renato gli gridò qualcosa e il vecchione si ritirò subito, vedendo che il padrone non cessava di roteare la fiammeggiante spada.
Quella notte Renato dormì colla lama nuda accosto, nell’antico letto col baldacchino. Ecco, pensava, la fortuna che presentivo, ecco il tesoro che cercavo senza saperlo, ecco la mia grande ricchezza e la felicità che attendevo. Questa spada può penetrare fra le intime particole d’ogni corpo, scommettendole segretamente, ogni cosa può penetrare. Con questa spada menerò grandi imprese; quali non so ancora, ma grandi di certo. E voleva addormentarsi, ma a lungo non poté: l’angosciava oscuramente la presenza di quella viva spada, che anche al buio gli splendeva accanto.
Ma passarono giorni su giorni senza che Renato potesse trovare un degno uso per la sua spada portentosa. E come, direte, possibile mai che di un’arme simile non ci sia nulla da fare? Pure, talvolta è così. Inoltre si sa bene che più egregia è un’arme, a più grand’uso ha da servire: quella non era una spada comune, e a comune impresa non avrebbe saputo essere impiegata. In tal modo aspettando d’ora in ora la maggiore impresa, e le minori sdegnando, anche di queste alla fine si perde l’occasione e ci si ritrova da ultimo con un pugno di mosche. Renato poi, dové confessarselo a malincuore, nemici non aveva da distruggere e disperderne la schiatta; mostri non v’erano più da pronare; a che dunque gli sarebbe servita la spada? Strano certo, lo ripeto, apparirà a chiunque; ma provate voi stessi a immaginare un uso acconcio di questa spada e vedrete. Invece, nonché difenderlo dai suoi nemici, essa medesima di Renato era divenuta in alcuna maniera nemica (e ben più lo fu nel seguito!). Difatto, il non potersene, o sapersene, servire non gli toglieva già la responsabilità del possederla; tormentoso sentimento invero! Ecco, si diceva egli, io ho fra le mani un’arma meravigliosa e non so valermene; e questo pensiero lo privò del poco di pace che ancora gli rimaneva. Oggi, si diceva talvolta levandosi un limpido mattino, oggi farò una cosa… una cosa bellissima! Ma il mattino cedeva al meriggio e poi alla sera in questo inane proposito. Egli portava bensì seco la spada nelle sue passeggiate per i campi e decapitava a ogni passo i puri gigli selvatici che si dondolavano alla brezza del crepuscolo (fedele immagine della posteriore tragedia!); aveva bensì, per novella prova, fendute a mezzo il corpo due mucche che gli appartenevano; e non v’era più, al maniero, una testa un braccio una spalla di statua o un morione d’armatura che tenessero. Ma oltre a ciò non gli riusciva d’immaginare altro. Sì, la spada era quasi divenuta il suo nemico; e quasi avrebbe preferito non averla sortita in retaggio.
E venne, una sera, la fanciulla bianca. Bionda era, d’inclita bellezza, flessuosa come un giunco e schietta come un argenteo pioppo. Vestita fino ai piedi di seta bianca e spessa, un’alta cintura ne stringeva l’esile vita. Guardava timida e dolce.
– Che vuoi? – s’accigliò Renato quando la vide comparire. – So bene – rispose ella timorosa – che non vuoi vedermi; ma pure vivere senza di te ormai non saprei, l’ho sentito certo, in questi giorni. E ho pensato che avrei meglio affrontato mille morti». Renato, che non si separava quasi mai dalla vivente spada, la prese senza riflettere dalla gran tavola di quercia ove giaceva; e fra lui e la fanciulla si levò la lama fiammeggiante. – Vattene – replicò egli – va’ via, lasciami. M’odi? – Non andrò – disse ancora la fanciulla senza arretrare, solo un poco abbacinata dal fulgore della lama. Traverso cui Renato poteva scorgere la sua immagine lievemente appannata e torta, come in un’acqua appena turbata. – Non andrò per nulla al mondo, ormai. – Ma io non voglio! non voglio essere amato, – riprese Renato pestando i piedi e roteando la spada. E, in una, pensava: non sarebbe forse questa la grande impresa? – Odi – proseguì poi più dolcemente, – odimi, fanciulla: non veste il sole i campi dei suoi raggi d’oro, non cantano gli uccelli dei boschi, non mormorano foglie e ruscelli, non si discioglie libero il vento fra i gioghi dei monti? Che hai tu da fare con me e con questo nido di gufi? – Il sole – rispose la fanciulla – è fuliggine, i campi cenere, e tutta la natura è lugubre e muta, non te n’avvedi Renato? se tu sei lontano. – Bada a te, fanciulla! – gridò Renato e, in preda a una strana ebbrezza, pensava: questa è la grande impresa. – Io nulla ho da temere – disse ancora la fanciulla dolcemente.
E furono le sue ultime parole: levando l’arme all’improvviso, Renato appoggiò sulla fanciulla un gran fendente. La lama attraversò per lungo l’esile corpo senza incontrare resistenza; pure la fanciulla non cadde e, immobile, guardava fissamente il suo assassino coi dolci occhi, sorridendo tuttavia a fior di labbra. Splendeva la bianca fronte come un’alba contro una buia vetrata e lontane stelle della notte le erano sopra; né dell’orrenda ferita si scorgeva traccia. Ma la spada che Renato ancora reggeva sembrava aver abbandonato in quel corpo di giglio ogni fulgore: l’arme egregia s’era fatta di botto smorta come cenere, cupa come un tizzo spento, una malinconica e trista arme in verità! E Renato medesimo, caduta d’un subito l’ebbrezza, contemplava allibito la fanciulla immobile e non osava credere a se stesso. Gettando lontano l’arme infeconda, – Dio! – gridò – che cosa ho fatto!
Allora la fanciulla, sebbene trapassata nelle sue viscere, volle sorridere all’amato e rassicurarlo. E bastò questo. Il suo volto accennò a fendersi e lentamente prese a scomporsi. Una tenue, dapprima quasi invisibile riga rossa apparve, su dai capelli d’oro fino al collo, e giù giù per il seno e per la bianca seta; e questa fenditura ad allargarsi e il sangue a pullularne, gorgogliando appena specie tra i capelli. Il sorriso era ormai un’orribile smorfia, un ghigno ambiguo e spaventoso; la crepa del fragile corpo rapidamente s’apriva; la fanciulla crollava, partita dall’implacabile spada. Traverso la fessura già ridevano le lontane stelle della notte; in men che non si dica la fragile fanciulla, inusitata vista, si scommise al suolo sotto gli occhi del suo uccisore. E quelle sparse membra soltanto il placido sangue riuniva.
Fu così che l’arme inclita e portentosa, che Renato avrebbe potuto impugnare in difesa del bene o almeno per la sua felicità, gli servì invece a distruggere quello che aveva di più caro sulla terra.
Essa poi, così spenta, e sebbene tagliente come prima chi più l’avrebbe voluta? L’uomo che la raccolse, buttandola nella più profonda voragine della terra volle salvare il mondo dal suo funesto potere. Ma altri uomini o dei, ne la trassero, ad altri senza loro colpa fu data in sorte. E questi se la trascinarono dietro pel loro cammino terrestre come una croce, e così ancora sarà per la disgrazia di tutti.
















*

l’effetto di un malagma






ph: TroveRete









[...]
Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fodina.
[...]






La passeggiata



ascolta anche:

A. Cortellessa et al. su T. Landolfi















*

una legge balenga, un senso purchessia








[…]

(Di', ti rammenti, amico,
Quando la poesia
Era l'arcana via
Che riportava, lacero e mendico
Ma felice, alla patria il viandante? ...
“Ma, presa l'aria, egli mesceva andante” -
Così mesciamo versi
Ora: se tempo ce ne avanza,
Se, venendoci meno ogni baldanza,
Non cadiamo riversi.
Guarda, in cinque minuti non ancora passati,
Quanti n'ho snocciolati.
Divina poesia,
O galassie grondanti,
Gioia, malinconia,
Desideri anelanti,
Pensose calme, ribellioni e sfagli,
Ora voi siete buone pei ritagli
D'un tempo che non ha più suono,
Che in un morto abbandono
Ci mena là dove non è più giorno
E non più notte ...

[…]



*

«Non so che dir, però scrivo lo stesso»:
Tale sonava il verso
Che in altro tempo perso
Ebbe a vergare questo fesso.
Mirabile sentenza tuttavia!
Scommetto non si dia
Chi penna in mano tenga
Che non lo sottoscriverebbe.
Andaron gli anni, il desiderio crebbe,
Ma una legge balenga
Regna sovrana al mondo,
E noi restiamo sempre in fondo.
Che dire, in verità, me lo sai dire?
T'è avvenuto capire
Qualcosa d'essa o d'esso
A te? A me no, te lo confesso.





Des mois (1967)



*



È il tempo a caricare di un senso purchessia le cose, ed è il solo capace di farlo; parlo di un senso senso, non di un significato. Non si tratta di interpretare le cose, il che è sempre alla men peggio possibile; ovvero, non dall'interpretazione delle cose deriva la nostra conoscenza e il nostro godimento di esse, ma da qual cos'altro che è la nostra consonanza con esse, il nostro adattamento, la nostra accettazione senza contrasti. Né sto punto sottintendendo che la sola vera realtà sia quella dello spirito, il che lascerebbe aperta la questione di una seconda realtà: ma no, si dà non una sola vera, ma una sola realtà, chiamiamola pure materiale, che è nello spirito, o meglio nella presa da parte di esso dei suoi oggetti. - A parte la noia che ormai mi soverchia, i dubbi che mi assalgono e il solito pentimento per essermi brigato di tutto ciò, certo farei meglio a parlare di vita piuttosto che di realtà; e in definitiva tanti discorsi per dire che la vita è riconoscibile solo nel passato.
[…]
Visione estetistica, da impotenti? Quasi non fossero gli esteti e gli impotenti a patire le più alte febbri, o quasi davvero fossero possibili le evasioni di cui si ciarla. Evasione per es. il rifugiarsi nel passato? timor di vita? Non sembra davvero: ricerca cosciente, al contrario, di vita e di morte, ricerca di palpiti furiosi.




Rien va


*

Spengersi del tutto, impossibile





Difatto non ho mai saputo veramente né vivere, né morire, e neppure non morire, e a rigore, che sarebbe magari il peggio, neppure non vivere. Si può dare logicamente una simile posizione? Logicamente no, ma di fatto si, in natura, o fuori della natura se si preferisce, in me insomma. «Costui non seppe né vivere né morire» immagina L. che diranno di lui: ma no, qui ci sarebbe voluto un «Costui non seppe né non vivere né non morire». Il vivere o (aut) morire sono il meno, sono una bazzecola appetto a queste due altre eventuali esigenze. Pare un gioco, ma si potrebbe documentare il rigore di questi termini. Vivere o morire sono in verità la vita o la sua cessazione, il suo rifiuto, quello che si vuole, ma infine si parte da uno stato vitale, dall'essere; non vivere o non morire, qui invece si parte da uno stato crepuscolare, da una mezza vita, da una mezza morte, da qualcosa anzi che non è vita e non è morte, e qui sono maggiori i guai. Spengersi del tutto, impossibile («Qui giaccio e tu maligna febbre ancora...»); accendersi, impossibile per definizione. - Epitafio: «Qui giace (senza, a quanto è dato supporre, riposare in pace) T. L., morto di crepuscolo.

Rien va



nondimeno uno smarrimento






Si danno ore, e perfino interi giorni, che sono, lo dico senza ambagi, come strappi nel tessuto approssimativo e plausibile della nostra esistenza. Il potere che presiede a tali cose accumula allora contro di noi, quasi accuse sporte a un oscuro tribunale, fatti a sfavore e, insomma, sembra applicarsi a rendere vivo e presente il senso della morte, che è, secondo il parere d'una nostra giovane scrittrice, supporto e fondamento a ogni opera d'arte degna di questo nome. Simili giorni sono infatti piccoli capolavori, e pieni di buongusto in sovrapiù; in quanto non si tratta già di cose gravi o irreparabili, morti malattie rovesci finanziari o che so io, nulla del genere, ma piuttosto d'un certo numero, o catena, di minute circostanze avverse o inesplicabili, le quali non vi ledono profondamente, e neppure in fin dei conti superficialmente, e tuttavia un profondo sgomento ve ne assale. Vi ritrovate, la sera d'un tal giorno, né peggio né meglio in fondo di prima, non siete stato neppure tradito dalla vostra amica, siete press'a poco in egual misura soddisfatto di voi stesso e delle vostre intraprese; e nondimeno uno smarrimento ve ne rimane, il senso quasi d'un monito che in maniera particolare vi si riferisca. È, in una parola, come se v'avessero costretto a buttare un'occhiata sull'oscuro rovescio delle cose, là dove tutto è gelo e orrore. Ossia come se aveste dato di volta alla luna. Per intendere il quale ultimo paragone occorre richiamarsi alla mente l'avviso di quell'antico astronomo che stimava essere la faccia celata della luna al tutto cava (egli anzi ne inferiva che ciò sarebbe servito un giorno alle potenze celesti per incenerirci, rivolgendosi l'astro su se stesso e ardendo a mo' di specchio ustorio l'intero nostro globo). Immaginate dunque se giraste la faccia piena e splendente della luna, paragonabile agli avvenimenti e alle azioni della nostra vita giornaliera, e vi ritrovaste sull'orlo del baratro buio e freddo!
Ma, fedele anche in ciò al suo buongusto, e pari all'autore di teatro che voglia lasciare il pubblico colla bocca dolce, il potere che ha provveduto a inscenare il dimesso drammucolo ai nostri danni porge esso medesimo al male l'impiastro; una fausta fase sopravviene tosto a sostituire l’infausta, una qualunque soddisfacente soluzione ci rasserena. Niente in definitiva è successo, e la nostra esistenza riprende almeno come prima.


Voltaluna, La Spada

c'est la meme chose, secondo la moglie



Talvolta, lo sapete, il silenzio ronza, o meglio risucchia, come una valvola aperta sull'ignoto; e, per cominciare, desta i dormenti. Inoltre è bigio; non so bene donde ciò si cavi, ma bigio è. Del resto poco importa.
[...]
Dormire! come si può dormire tranquilli con tali creature abominose che scendono su noi dalle loro tane tra i monti? L'ho fatto notare a mia moglie; e lei, sapete che m'ha risposto? Ha risposto candidamente:
«Ma no, ma no, le loro tane non sono tra i monti: sono dentro di noi».
Come se, alla fine, non fosse la stessa cosa.


Visite antelucane (incipit ed explicit), Un paniere di chiocciole

Trenini, Se non la realtà



[...] Ma ai colpi d'occhio sugli immediati dintorni ebbi presto dato fondo, e ripiegai sulla stazione per rimanervi in lunga attesa. Seduti su una panca presso l'uscita erano alcuni giovani del luogo, in gambali e cacciatora, che con gran rinforzo di bestemmie parlavano di motociclette; sulla strada che poco in là attraversava la ferrovia passavano di tratto in tratto qualche ciuchino o qualche brigatella di porci. Per fuggire il sole mi ridussi da ultimo dentro la sala d'aspetto dove, seduto a mia volta anzi ripiegato su una panca di legno, imparai a memoria un foglio murale relativo alle realizzazioni dell'attuale regime in Sicilia. Qui però ricevetti alcune visite.
Fu prima un circospetto piccione che, non avendomi lì per lì veduto, quando a metà del suo giro mi vide uscì affrettando il passo, tubando d'orrore e trafiggendo precipitosamente l'aria col becco; poi
una grassa e benevola gallina che mi venne ai piedi dicendomi qualcosa nella sua lingua (non più oscura che quella delle lavandaie), come si aspettasse conforto materiale o morale, e che delusa si ritirò anch'essa; infine un cane nero e lucente che si fermò presso la soglia, rizzò gli orecchi alla mia voce, ma non volle accostarsi. Costui aveva in fondo allo sguardo un tale tedio, che mi fece pensare a quelle incarnazioni del Diavolo di cui ci intrattengono certi occultisti o demonologi del passato secolo: il Diavolo in aspetto di giovane bellissimo vestito d'impeccabile marsina, bellissimo, ma con una tale tristezza negli occhi da far disperare e per conseguenza dannare chi lo fissi.
Il tempo passava, o piuttosto non passava; i giovani bestemmiavano bonariamente, un pulcino pigolava da qualche parte, il sole aveva fatto un altro bel pezzo di strada, e il mio trenino non arrivava ancora.
Ripassò il cane nero, e ora fece alcuni passi avanti. Dovette leggermi in volto, poiché mi guardò fraternamente, come a dire: E io che sto qui per tutta la vita? D'un tratto echeggiò per la campagna un alto clangore di sgomento, di protesta, di liberazione: era un ciuchino che, paziente quanto si vuole, per una volta dava fiato alle sue trombe (o sonava le sue campane).
Arrivò da ultimo, il trenino, con allegro rumore di ferraglia. Era il più familiare, il più spensierato certo di tutti i trenini d'Italia; composto di una locomotiva a vapore con alto fumaiolo e di una sola vettura letteralmente vuota. Si mise a correre come ruzzando verso Priverno (ché avevo poi deciso di pernottare a Terracina), per liberi luoghi, all' aria ormai marina.

di Idolina e di bieco, ovvero agli estremi dei suoi statidanimo. Poi: È vana la parola

 



   Ha oggi dieci mesi e sedici giorni. Mi saluta con sorriso quando mi vede comparire. Mi parla e io non la capisco! Dicono che tra un paio di mesi la capirò: ma io vorrei capire quello che dice ora, che non è quello che dirà.
Si può essere tanto grossi e positivi da pensare davvero che i bambini vanno faticosamente approssimando e aggiustando il proprio linguaggio a quello dei grandi?
No, il loro linguaggio è originale e compiuto, il solo possibile per ciò che hanno da dire e che nessuno, nessuno intenderà mai, colla ragione! 
Poi un bel giorno parlano la nostra lingua e dicono allora quello che tutti, sono ormai spregevoli uomini, sono perduti, si sono svelti senza ritorno dalla loro origine, sotto l'incombere della nostra ombra; ché noi, incoscienti, sciagurati, li aiutiamo e stimiamo nostro dovere aiutarli perfino a parlare la nostra lingua. 
Ed io vorrei udire questo loro messaggio celeste, questa voce di un altro mondo, questa di ora; non le trite vociferazioni di domani. 
Incoscienti, noi, sciagurati: soprattutto deboli, che non sappiamo rinunciare a un volgare scambio di insipienze con loro, che amiamo, chiediamo di sentirci da loro chiamare babbi e mamme, ossia confermare in uno stato del quale noi stessi per primi non siamo convinti … 




Rien va



*

   In questa cameretta, a cui è vietato da un riparo l'accesso, si mostra anche una libreria che si vuole appartenuta al poeta, e perfino la poltrona su cui fu colto dalla mortale sincope. «Una poltrona Luigi XV», ricordo che la definiva un amico alludendo alla problematicità di una tale identificazione.
Ma io mi domando che cosa dopo tutto vengano a fare questi spiriti forti nelle case dei poeti, se non riesce loro di portar seco un zinzino di buon volere e di fantasia.
Sempre discorrendo e citando a caso un verso, la gentile guardiana mi menò ora nel piccolo museo petrarchesco al pianterreno, dov'è qualche incunabolo, qualche facsimile e qualche riproduzione. Ma qui l'oggetto di gran lunga più degno di attenzione è una piccola mummia di gatto chiusa in una nicchia ornata di stucchi, a una certa altezza nella parete. Questa povera carcassa pare fosse la gattina cara al Petrarca: graziosi versi latini sotto la nicchia, precisano che il vate etrusco arse di due amori, di cui Laura era solo il minore, e il maggiore essa medesima, la quale sempre protesse dai crudi topi gli alti carmi dall'altra ispirati. 
Riguardo a un tale apparecchio e a una tale bestiola la guardiana non fu però esplicita. Per me, rammento di aver letto da qualche parte che, secondo una tradizione, essa fu fatta uccidere e imbalsamare da qualcuno dopo la morte del poeta, evidentemente per preservarla dalla dispersione ed eternarla nell'aspetto a lui stato caro. 
Ebbene, se un simile atto di barbarie fu veramente compiuto, si capisce che nulla lo ripaga. Questo sì è bieco estetismo, del quale certo fremettero le ossa dell'illustre protettore. Bieco e oltre tutto inutile; poiché, se il tempo spelacchia la fama stessa del Petrarca, come pensare che avrebbe risparmiato il serico vello o gli altri leggiadri attributi della gattina?

La gattina del Petrarca, Se non la realtà

*

È vana la parola e non ci assiste
quando, a colmare il cuor nostro, vorremmo
la liquida vertigine dei tasti,
le matasse degli archi,
le cacce degli ottoni.
Oh misera parola, grave
di definite significazioni,
negata a libertà, d'inferno schiava.
La parola significa. E ben questa
è la sua morte -
scindere dalle corde del destino
la nostra vera dignità celeste
e ritrovare il tuono che declina
la nostra umanità terrestre,
scaricare la soma che ci ingombra
e il terrore dell'ombra,
nulla significare, nulla dire:
tale forse il supremo atto d'amore.


*