Georgien 2008

Georgien 2008

di Idolina e di bieco, ovvero agli estremi dei suoi statidanimo. Poi: È vana la parola

 



   Ha oggi dieci mesi e sedici giorni. Mi saluta con sorriso quando mi vede comparire. Mi parla e io non la capisco! Dicono che tra un paio di mesi la capirò: ma io vorrei capire quello che dice ora, che non è quello che dirà.
Si può essere tanto grossi e positivi da pensare davvero che i bambini vanno faticosamente approssimando e aggiustando il proprio linguaggio a quello dei grandi?
No, il loro linguaggio è originale e compiuto, il solo possibile per ciò che hanno da dire e che nessuno, nessuno intenderà mai, colla ragione! 
Poi un bel giorno parlano la nostra lingua e dicono allora quello che tutti, sono ormai spregevoli uomini, sono perduti, si sono svelti senza ritorno dalla loro origine, sotto l'incombere della nostra ombra; ché noi, incoscienti, sciagurati, li aiutiamo e stimiamo nostro dovere aiutarli perfino a parlare la nostra lingua. 
Ed io vorrei udire questo loro messaggio celeste, questa voce di un altro mondo, questa di ora; non le trite vociferazioni di domani. 
Incoscienti, noi, sciagurati: soprattutto deboli, che non sappiamo rinunciare a un volgare scambio di insipienze con loro, che amiamo, chiediamo di sentirci da loro chiamare babbi e mamme, ossia confermare in uno stato del quale noi stessi per primi non siamo convinti … 




Rien va



*

   In questa cameretta, a cui è vietato da un riparo l'accesso, si mostra anche una libreria che si vuole appartenuta al poeta, e perfino la poltrona su cui fu colto dalla mortale sincope. «Una poltrona Luigi XV», ricordo che la definiva un amico alludendo alla problematicità di una tale identificazione.
Ma io mi domando che cosa dopo tutto vengano a fare questi spiriti forti nelle case dei poeti, se non riesce loro di portar seco un zinzino di buon volere e di fantasia.
Sempre discorrendo e citando a caso un verso, la gentile guardiana mi menò ora nel piccolo museo petrarchesco al pianterreno, dov'è qualche incunabolo, qualche facsimile e qualche riproduzione. Ma qui l'oggetto di gran lunga più degno di attenzione è una piccola mummia di gatto chiusa in una nicchia ornata di stucchi, a una certa altezza nella parete. Questa povera carcassa pare fosse la gattina cara al Petrarca: graziosi versi latini sotto la nicchia, precisano che il vate etrusco arse di due amori, di cui Laura era solo il minore, e il maggiore essa medesima, la quale sempre protesse dai crudi topi gli alti carmi dall'altra ispirati. 
Riguardo a un tale apparecchio e a una tale bestiola la guardiana non fu però esplicita. Per me, rammento di aver letto da qualche parte che, secondo una tradizione, essa fu fatta uccidere e imbalsamare da qualcuno dopo la morte del poeta, evidentemente per preservarla dalla dispersione ed eternarla nell'aspetto a lui stato caro. 
Ebbene, se un simile atto di barbarie fu veramente compiuto, si capisce che nulla lo ripaga. Questo sì è bieco estetismo, del quale certo fremettero le ossa dell'illustre protettore. Bieco e oltre tutto inutile; poiché, se il tempo spelacchia la fama stessa del Petrarca, come pensare che avrebbe risparmiato il serico vello o gli altri leggiadri attributi della gattina?

La gattina del Petrarca, Se non la realtà

*

È vana la parola e non ci assiste
quando, a colmare il cuor nostro, vorremmo
la liquida vertigine dei tasti,
le matasse degli archi,
le cacce degli ottoni.
Oh misera parola, grave
di definite significazioni,
negata a libertà, d'inferno schiava.
La parola significa. E ben questa
è la sua morte -
scindere dalle corde del destino
la nostra vera dignità celeste
e ritrovare il tuono che declina
la nostra umanità terrestre,
scaricare la soma che ci ingombra
e il terrore dell'ombra,
nulla significare, nulla dire:
tale forse il supremo atto d'amore.


*

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