Agamemnon:
nome parlante (aga- "fortemente, saldamente" + mimnein "resistere, attestarsi, stabilirsi, fondarsi") omologo all'indoario Yudisthira (nome del maggiore dei fratelli Pandava nel Mahabharata: Yudisthira da yudi- "fortemente" + tisthami in senso mediale "stabilire, fondare, fermare, rinsaldare", come la radice sta- in Juppiter Sta-tor: Giove statore, che rinsalda, stabilizza, rafforza, ferma in posizione le schiere).
Entrambi i personaggi nei loro quadri mitici di riferimento fanno capo a una forma di regalità eroica, sacerdotale, legata al supremo dio uranico o al dharma (ma il dharma è la formalizzazione del H2artus indoeuropeo a cui presiede il supremo dio uranico).
Non sono tuttavi identificabili, né l'uno né l'altro, con il dio uranico in questione, per ovvie ragioni, trattandosi dell'ipostatizzazione del rapporto intrinseco fra wanax/raja e suprema divinità uranica come fondatrice della regalità.
La figura di Agamennone è poi complicata dal rapporto con Menelao, con il quale Agamennone stesso costituisce una coppia dioscurica, il che nel mito indoario si realizza nella coppia eroica Sahadeva e Nakula, omologhi (e figli dei dioscuri indiani, gli Asvini, per doppia nascita, come Yudhistira rispetto al Dharma).
*
In ogni caso esistono un Logos, infiniti universi e una perenne generale creazione-incarnazione-resurrezione. Lo predicava la teologia di Origene e lo afferma implicitamente la cosmologia quantistica di Wheeler. A dispetto delle tumultuose increspature locali, la Natura è un Buddha eterno felice come una Pasqua.
*
Scherzo (da una discussione amena sul poeta)
Il poeta, sul
momento,
è scontento
perché in mezzo a centomila
di per sé non è che uno,
è un nessuno
e nessuno se lo fila.
è scontento
perché in mezzo a centomila
di per sé non è che uno,
è un nessuno
e nessuno se lo fila.
Sempre ha intorno una marmaglia
che deraglia
col suo vomito del cuore,
trova a impaccio sedicenti
maldicenti
falsi amici di squallore.
che deraglia
col suo vomito del cuore,
trova a impaccio sedicenti
maldicenti
falsi amici di squallore.
Poi ci sono
tutti gli altri
fessi o scaltri
non benevoli colleghi,
e qui e là un'anima pia
cui per via
raro accade si congreghi,
fessi o scaltri
non benevoli colleghi,
e qui e là un'anima pia
cui per via
raro accade si congreghi,
e con che ha
sentito a caso versi
mal dispersi
e composti all'occasione
e non lesina i pareri
dei suoi veri
invidiosi da coglione.
mal dispersi
e composti all'occasione
e non lesina i pareri
dei suoi veri
invidiosi da coglione.
Il poeta a ben
vedere
del mestiere
non ravvisa la misura,
perché i versi sono troppi,
fiacchi e zoppi,
perché troppa è l'impostura.
del mestiere
non ravvisa la misura,
perché i versi sono troppi,
fiacchi e zoppi,
perché troppa è l'impostura.
La nazione di
ignoranti,
naviganti
inchinati, asini e buoi
se ne frega del poeta,
sorda e lieta
bada male ai fatti suoi.
naviganti
inchinati, asini e buoi
se ne frega del poeta,
sorda e lieta
bada male ai fatti suoi.
Non parlarmi di
un Carducci,
che i versucci
se li arrangia e scrive male:
gli dovremmo anche qualcosa,
ma la posa
che ha del vate non gli vale.
che i versucci
se li arrangia e scrive male:
gli dovremmo anche qualcosa,
ma la posa
che ha del vate non gli vale.
E perciò gli
chiabrereggio,
lo dileggio
gli rispondo senza rime.
Giosue scritto senza accento
stia contento
del sue elogio sulle lime,
lo dileggio
gli rispondo senza rime.
Giosue scritto senza accento
stia contento
del sue elogio sulle lime,
che il poeta ha
la colite,
la gastrite
e sul water sfoga i nervi
del caffè degli sconfitti:
gli altri, i guitti,
stanno allegri, ignavi e servi.
la gastrite
e sul water sfoga i nervi
del caffè degli sconfitti:
gli altri, i guitti,
stanno allegri, ignavi e servi.
Il poeta fa il
mestiere,
ma da sfere
alte o basse non raccoglie.
Gli varrebbero le scuole,
ma non vuole
Confindustria, e gliele toglie.
ma da sfere
alte o basse non raccoglie.
Gli varrebbero le scuole,
ma non vuole
Confindustria, e gliele toglie.
Gli varrebbe
l'accademia,
che non premia
se non chi ci è nato dentro.
L'accademia è concorrente
e in un niente
sforna stichi e non mi addentro.
che non premia
se non chi ci è nato dentro.
L'accademia è concorrente
e in un niente
sforna stichi e non mi addentro.
Coi rapsodi
funzionava:
si operava
bene o male in sinergia:
un po' autori, un po' editori,
cantautori,
c'era pubblico e regia.
si operava
bene o male in sinergia:
un po' autori, un po' editori,
cantautori,
c'era pubblico e regia.
Si trovava il
committente
nella gente,
si era tutti un po' cantori
e non c'era velleità,
fatuità
di inventarcisi scrittori.
nella gente,
si era tutti un po' cantori
e non c'era velleità,
fatuità
di inventarcisi scrittori.
Voce a orecchio
era più pratico,
democratico,
niente felci e cartoline.
Si era tutti lì in presenza,
e in prescienza
Muse pepli e crinoline.
democratico,
niente felci e cartoline.
Si era tutti lì in presenza,
e in prescienza
Muse pepli e crinoline.
Resta il critico
mortuario
obituario
che da carte quotidiane
tuona: è morto verso e prosa,
forma e rosa,
né mai lettera dà pane.
obituario
che da carte quotidiane
tuona: è morto verso e prosa,
forma e rosa,
né mai lettera dà pane.
Resta ormai nel
tempo avaro
questo amaro
scherzo sciocco sui poeti.
Il mestiere è andato in fumo:
qui mi fumo
l'arte vuota e i suoi segreti.
questo amaro
scherzo sciocco sui poeti.
Il mestiere è andato in fumo:
qui mi fumo
l'arte vuota e i suoi segreti.
quella
condivide
e deride
la sua barca alla deriva:
poi c'è il critico di vaglia
che ci raglia
la sua scienza un po' corriva.
e deride
la sua barca alla deriva:
poi c'è il critico di vaglia
che ci raglia
la sua scienza un po' corriva.
*
Apollonio Rodio, Argonautiche, III, 1-105
Ora suvvia, Eratò, affiancami, narrami ancora
Giàsone come portò il vello di lì fino a Iolco,
grazie a Medea e al suo amore. E certo il destino di Cipri
tu l’hai per sorte, ai tuoi incanti affascini le indelibate
vergini: solo per questo amabile nome ti segue.
Inosservati così nel mezzo dei fitti canneti
stavano dunque i campioni in agguato. A loro la mente
volsero Hera ed Atena; da Zeus in persona e dagli altri
numi immortali celate, in camera s’erano chiuse
a consigliarsi; in principio a tentare Atena fu Hera:
“Figlia di Zeus, ora tu da' inizio ai consigli per prima.
Che gioverà? Penserai la trappola grazie a cui, preso
l’aureo vello da Eeta, in Ellade lo porteranno,
o con parole di miele magari gli si accosteranno
a persuaderlo? Davvero egli è fieramente superbo.
E tuttavia non conviene sottrarsi a nessun tentativo”.
Disse così: di rimando Atena però le rispose:
“Già da me stessa nel cuore rimedito questi disegni,
Hera, poiché con franchezza mi interroghi. Ma non ancora
scorgo la via di inventare la trappola, che sosterrebbe
la volontà dei campioni: E già soppesai molti piani”.
Disse, e giù al suolo le dee, ai piedi, affisarono gli occhi,
e fra sé e sé nell’angustia dubbiavano: Hera all’istante
escogitò questo piano e prima lo schiuse in parole:
“Dunque da Cipride andiamo: a lei rivolgiamoci entrambe
ed esortiamola a chiedere al figlio, ove mai le obbedisca,
che le sue frecce alla figlia di Eeta, all’esperta in pozioni,
ad incantarla, le scagli per Giàsone. Sì, ben lo credo
che per le astuzie di lei in Ellade recherà il vello”.
Disse così: fu gradito ad Atena il piano sottile,
ed a sua volta perciò le parlò parole di miele:
“Hera, mio padre mi fece immune alle frecce del dio,
e non conosco l’impulso nel fascino del desiderio.
Pure, se tale consiglio a te piace, allora io in persona
lo seguirei: ma a lei tu rivolgiti e fanne parola”
Disse, e levatesi in fretta, raggiunsero l’ampia dimora,
quella di Cipri, che a lei eresse lo sposo Ambidestro,
sin dal principio, da quando in moglie la prese da Zeus.
Oltrepassate le mura, nel portico della sua stanza
giunsero, dove la dea preparava il letto di Efesto.
Alla sua forgia, alle incudini il dio era andato già all’alba,
al vasto speco dell’isola errante, a quel luogo in cui tutti
crea al soffio ardente dedalei prodigi, e la dea tutta sola
stava sul trono istoriato, in casa, di fronte alle porte.
Giù d’ambo i lati i capelli scioglieva alle candide spalle
e li acconciava con l’aureo suo pettine, in boccoli lunghi
incominciava a intrecciarli: poiché se le vide davanti,
smise, chiamò tutt’e due nella stanza, e sorse dal trono
e le invitò su due seggi, e subito quindi anche lei
presso sedé, con le mani annodò le chiome scomposte.
Poi sorridendo parlò così, con maliose parole:
Mie care amiche, che intento o bisogno qui vi conduce,
ambe così venerande? Perché qui giungete? In passato
non ci veniste mai spesso, poiché fra le dee primeggiate;’
Hera con queste parole perciò rispondendole disse:
“Tu ci motteggi: a noi due il cuore è sconvolto da angoscia.
Ecco che al fiume oramai, al Fasi, è approdato su nave
il figlio d'Èsone, e gli altri lo seguono in cerca del vello.
Dunque per loro, per tutti, da che cominciò l’alta impresa,
ma soprattutto per lui, l’Esònide, forte temiamo.
Io quell’eroe, anche all’Ade dovesse piegare la rotta,
fosse per sciogliere a Issíone i saldi serrami di bronzo,
lo salverei, sì, per quanta è nelle mie membra la forza,
sì che non rida e non sfugga alla mala morte quel Pelia,
che per superbia non diede a me parte nei sacrifici.
E per di più già in passato a me Giàsone era assai caro,
già sin da quando alle fonti d’Anauro che esonda violento,
egli, lasciando la caccia, in me si imbatté, che saggiavo
l’umanità delle genti: si ergevano bianche di neve
tutte le cime e le vette altissime, gonfi d’inverno
fiumi da quelle impetuosi scrosciavano precipitando.
Presi l’aspetto di vecchia: lui mi compatì, mi sostenne
sulle sue spalle e mi trasse al di là dell’onda profusa.
Ecco perché io da sempre lo onoro: e però quel suo oltraggio
Pelia non lo espierà, se all’eroe non doni il ritorno”.
Ella parlò: lo sgomento a Cipride tolse la voce.
tanto stupiva al vedersi lì Hera che la supplicava,
dunque alla fine così le rispose blande parole:
“Dea venerata, per te di Cipride nulla sia mai
più disprezzabile, quando del tuo supplicare io non curi
o con parola o con atto cui valgano queste mie braccia
deboli: come compenso, da te non mi venga favore.’
Sì, così disse: Hera quindi con saggio argomento rispose:
“Non bisognose di forza veniamo, oh, non certo di braccia.
No, con dolcezza così tu devi incitare tuo figlio,
che con l’amore d’Esònide incanti la figlia di Eeta.
Sì, senza dubbio se lei benevola lo consigliasse,
del vello d’oro, lo credo, si impadronirà facilmente,
per ritornarsene a Iolco, a tal punto è esperta di inganni”.
Sì, così ella diceva: ma Cipride a entrambe rispose:
“Hera ed Atena, a voi due potrebbe obbedire piuttosto
che non a me. Sì, di voi, per quanto non abbia ritegno,
qualche pudore agli sguardi l’avrebbe: è di me che davvero
non si preoccupa, e troppo mi stuzzica sempre e mi punge.
Addirittura ho pensato, afflitta da tanta malizia,
di fracassargli i suoi dardi ignobili insieme con l’arco
là al suo cospetto. A tal punto mi fece minaccia, adirato,
e se lontane da lui, finché conteneva il furore,
non le tenevo le mani, avrei poi dovuto pentirmi”.
Disse: sorrisero allora le dee, si scambiarono sguardi
l’una con l’altra. Al che lei, afflitta com’era, riprese:
“Destano risa negli altri i miei mali: no, non dovrei
farne parola con tutti: a me sola basta saperli.
Ora, poiché veramente la cosa è gradita ed entrambe,
mi proverò, non sarà restio, farò sì da addolcirlo”.
*
Argonautiche III, 119-166 - Afrodite interrompe la partita a dadi di Amore e Ganimede
E nel frattempo di già sotto il petto tutta ricolma
avido Amore celava la stretta del pugno sinistro,
s’era levato ben ritto: intorno alle guance un rossore
dolce fioriva al carnato. Sedeva vicino, conserto,
tacito e muto, il suo amico: aveva gettato due dadi
l’un dopo l’altro per nulla, e s’indispettiva al suo ghigno.
subito quelli li aveva sprecati nei primi suoi tiri,
e se ne andò a mani vuote, in ambasce, no, non si accorse
della venuta di Cipri. Ella stette innanzi a suo figlio,
e lo toccò sotto il mento e così gli disse all’istante:
“Tristo furfante, perché sorridi? A tal punto tu l’hai
tratto in inganno e l’hai vinto a torto, ed è solo un bambino?
su, di buon animo esegui l’incarico che ti confido:
anche ti regalerei lo splendido gioco di Zeus
quello che fece per lui la cara nutrice Adrastea
nella caverna dell’Ida, allorché da infante giocava,
quel rotolante pallone, di cui altro gioco più bello
tu non potresti ottenere sia pur dalle mani di Efesto.
Sono forgiati nell’oro i suoi cerchi: intorno a ciascuno
reduplicati gli intrecci si vanno volgendo in spirali:
ha cuciture nascoste: un’elica sopra vi corre,
cerula. Se la volessi lanciare con queste tue mani,
traccia nell’aria una scia fiammeggiante, come una stella.
Quella io a te donerò: tu però la figlia di Eeta
cogli di freccia e per Giàsone incantala: che non ci sia
più dilazione. O davvero sarebbe un favore minore”.
Disse così: la parola al suo orecchio giunse gradita.
Tutti i trastulli gettò, con ambe le mani al chitone
della deità si abbracciò, si stringeva forte ai due lati.
subito, già la pregava di dargliela: lei con soavi
voci però gli si volse e lo pizzicò sulle guance,
poi lo baciò, se lo strinse e con un sorriso rispose:
“Questo tuo capo diletto adesso lo sappia e il mio stesso,
certo che te lo farò, quel dono, io non posso ingannarti,
se sulla figlia di Eeta tu saetterai la tua freccia.’
Disse: il fanciullo raccolse gli astragali, quindi ne fece
bene la conta e a sua madre li pose nel fulgido seno.
Assicurò la faretra con l’aureo cinghiolo all’istante
(era poggiata ad un tronco) e prese il suo arco ricurvo.
Poi del palazzo di Zeus varcò la fruttifera vite.
Subito quindi attraverso le eteree porte d’Olimpo
anche passò: per di là precipite il corso celeste
scivola: duplici poli si levano sopra le cime
delle scoscese giogaie, e cime del mondo, a cui pende
sole, allorché con i primi suoi raggi rosseggia e rifulge.
Terra feconda e città degli uomini, giù, da una parte
si palesavano e sacre correnti di fiumi, e dall’altra
vette e d’intorno anche il mare, al dio che vasto etere corse.
*
Argonautiche IV 1-65 (traduzione in esametri)
Ora l’affanno tu, dea, le passioni della fanciulla
colchide, Musa, racconta, tu figlia di Zeus: la mia mente
dentro si volge per muta incertezza, nel soppesare
se canterò che fu il peso terribile d’una follia
o viltà ignobile il male per cui lasciò il seme dei Colchi.
Con i più nobili tutti fra gli uomini della sua gente,
contro gli eroi tutta notte tramava un inganno abissale
dentro la propria dimora, per l’orrida prova in cuor suo
d’ira inflessibile Eeta ardeva e intuiva che il caso
s’era compiuto non senza il soccorso delle sue figlie.
Hera alla giovane in cuore stillò dolentissima angoscia:
ella tremò come lieve cerbiatta in cui desti spavento
uno schiamazzo di cani fra intrichi di selva profonda.
Subito venne in fondato sospetto che non si celava
il suo sostegno e che presto avrebbe colmato ogni male;
anche temeva le ancelle sue complici. Gli occhi di fuoco
erano pieni, le orecchie le davano fiero ronzio.
Spesso portava le mani alla gola, spesso strappava
ciocche dei propri capelli, levando un luttuoso lamento.
Morta quel giorno sarebbe la giovane, contro il destino,
con l’ingoiare veleni, sventava i propositi d’Hera,
se con i figli di Frisso la dea non l’avesse incitata
a dileguarsi in angoscia. Un animo alato nel petto
le rifiorì, ritornata in sé, tutti quanti i veleni
se li nascose nel seno, prendendoli dal cofanetto,
baci stampò sul suo letto e da entrambi i lati ai battenti
duplici, poi carezzò le mura e strappatasi un solo
ricciolo con le sue mani, alla madre lo lasciò, pegno
della sua verginità, poi ruppe in un greve singulto:
“Io vado via e ti lascio, per me, questo ricciolo lungo,
madre: sta’ lieta, anche se me ne vado troppo lontano,
lieta anche tu sii, Calcíope: addio, casa. Il mare t’avesse
preso, straniero, ben prima di giungere in terra di Colchi!”
Sì, così disse e dal ciglio effondeva lacrime a fiotti.
E come quando è rapita alla sua lussuosa dimora
giovane preda di guerra che il fato ora tolse alla patria,
di dolorosa fatica ancora non ha l’esperienza,
anzi è tuttora inavvezza ai mali e ai lavori servili
e con terrore finisce in mano a una dura padrona:
sì, dalle case così fuggì l’amorosa fanciulla,
Le si dischiusero innanzi da soli i battenti e le porte
e si ritrassero indietro per facili voci d’incanto.
Ella coi nudi suoi piedi correva per tramiti angusti
e con la mano sinistra levava sugli occhi e sul volto
e sulle guance graziose il peplo, e però con la destra
si sollevava ben alto un estremo lembo di veste.
Rapidamente per vie occulte al di là delle mura
della spaziosa città passò con paura e nessuno
la ravvisò fra le guardie, a loro sfuggì di soppiatto.
Quindi pensò a dileguarsi fra i campi: e non era inesperta,
no, delle vie, spesso un tempo vagava a cercare dei corpi
morti e radici nel suolo, venefiche, come ogni donna
conscia di farmachi. Il cuore balzava per trepida angoscia.
E la Titànide appena levatasi sull’orizzonte,
lei, la dea Luna, gioì con malizia, quando la vide
allontanarsi, e si disse nell’animo queste parole:
“Ecco che no, non io sola nell’antro di Latmo mi celo
e non da sola mi infiammo per Endimïone gentile.
Spesso, del resto mi mossi ai tuoi ingannevoli incanti,
memore della passione, perché per il buio notturno
calma mescessi i veleni, che opere sono a te care.
Ora tu stessa però hai sorte di pari follia,
Giàsone te lo donò un dio del dolore, a che fosse
tua immedicabile pena. Va’ dunque, e frattanto sopporta,
tu, che pur sèi così scaltra, l’avere piangevole affanno”.
colchide, Musa, racconta, tu figlia di Zeus: la mia mente
dentro si volge per muta incertezza, nel soppesare
se canterò che fu il peso terribile d’una follia
o viltà ignobile il male per cui lasciò il seme dei Colchi.
Con i più nobili tutti fra gli uomini della sua gente,
contro gli eroi tutta notte tramava un inganno abissale
dentro la propria dimora, per l’orrida prova in cuor suo
d’ira inflessibile Eeta ardeva e intuiva che il caso
s’era compiuto non senza il soccorso delle sue figlie.
Hera alla giovane in cuore stillò dolentissima angoscia:
ella tremò come lieve cerbiatta in cui desti spavento
uno schiamazzo di cani fra intrichi di selva profonda.
Subito venne in fondato sospetto che non si celava
il suo sostegno e che presto avrebbe colmato ogni male;
anche temeva le ancelle sue complici. Gli occhi di fuoco
erano pieni, le orecchie le davano fiero ronzio.
Spesso portava le mani alla gola, spesso strappava
ciocche dei propri capelli, levando un luttuoso lamento.
Morta quel giorno sarebbe la giovane, contro il destino,
con l’ingoiare veleni, sventava i propositi d’Hera,
se con i figli di Frisso la dea non l’avesse incitata
a dileguarsi in angoscia. Un animo alato nel petto
le rifiorì, ritornata in sé, tutti quanti i veleni
se li nascose nel seno, prendendoli dal cofanetto,
baci stampò sul suo letto e da entrambi i lati ai battenti
duplici, poi carezzò le mura e strappatasi un solo
ricciolo con le sue mani, alla madre lo lasciò, pegno
della sua verginità, poi ruppe in un greve singulto:
“Io vado via e ti lascio, per me, questo ricciolo lungo,
madre: sta’ lieta, anche se me ne vado troppo lontano,
lieta anche tu sii, Calcíope: addio, casa. Il mare t’avesse
preso, straniero, ben prima di giungere in terra di Colchi!”
Sì, così disse e dal ciglio effondeva lacrime a fiotti.
E come quando è rapita alla sua lussuosa dimora
giovane preda di guerra che il fato ora tolse alla patria,
di dolorosa fatica ancora non ha l’esperienza,
anzi è tuttora inavvezza ai mali e ai lavori servili
e con terrore finisce in mano a una dura padrona:
sì, dalle case così fuggì l’amorosa fanciulla,
Le si dischiusero innanzi da soli i battenti e le porte
e si ritrassero indietro per facili voci d’incanto.
Ella coi nudi suoi piedi correva per tramiti angusti
e con la mano sinistra levava sugli occhi e sul volto
e sulle guance graziose il peplo, e però con la destra
si sollevava ben alto un estremo lembo di veste.
Rapidamente per vie occulte al di là delle mura
della spaziosa città passò con paura e nessuno
la ravvisò fra le guardie, a loro sfuggì di soppiatto.
Quindi pensò a dileguarsi fra i campi: e non era inesperta,
no, delle vie, spesso un tempo vagava a cercare dei corpi
morti e radici nel suolo, venefiche, come ogni donna
conscia di farmachi. Il cuore balzava per trepida angoscia.
E la Titànide appena levatasi sull’orizzonte,
lei, la dea Luna, gioì con malizia, quando la vide
allontanarsi, e si disse nell’animo queste parole:
“Ecco che no, non io sola nell’antro di Latmo mi celo
e non da sola mi infiammo per Endimïone gentile.
Spesso, del resto mi mossi ai tuoi ingannevoli incanti,
memore della passione, perché per il buio notturno
calma mescessi i veleni, che opere sono a te care.
Ora tu stessa però hai sorte di pari follia,
Giàsone te lo donò un dio del dolore, a che fosse
tua immedicabile pena. Va’ dunque, e frattanto sopporta,
tu, che pur sèi così scaltra, l’avere piangevole affanno”.
Alcesti, terzo stasimo
CORO
O dimora d’uomo ospitale nonché generoso
sempre,
da te anche il Pitico Apollo armonia-di-lira
si degnò abitare,
e nei tuoi pascoli anche soffrì
d’essere pastore,
fra colline in declivio
sul flauto levando al tuo gregge
pastorali imenei.
da te anche il Pitico Apollo armonia-di-lira
si degnò abitare,
e nei tuoi pascoli anche soffrì
d’essere pastore,
fra colline in declivio
sul flauto levando al tuo gregge
pastorali imenei.
Là in virtù di canti pascevano insieme macchiate
linci,
e venne, e le balze dell’Otri lasciò, la fulva
schiera dei leoni:
Radioso, alla tua cetra danzò
la cerbiatta varia
con le svelte caviglie
passando oltre abeti alte chiome,
lieta al canto gentile.
e venne, e le balze dell’Otri lasciò, la fulva
schiera dei leoni:
Radioso, alla tua cetra danzò
la cerbiatta varia
con le svelte caviglie
passando oltre abeti alte chiome,
lieta al canto gentile.
Di greggi il più ricco è perciò
quel palazzo in cui ha dimora il mio re
presso il chiaro stagno di Boibe. E poi ha
termine alle vastità
di pianori e di campi che arò, la stalla
notturna del sole, ai molossii
picchi, sul limite, ed è
suo il dominio fino all’Egeo
la riva del Pelio, senza porti.
quel palazzo in cui ha dimora il mio re
presso il chiaro stagno di Boibe. E poi ha
termine alle vastità
di pianori e di campi che arò, la stalla
notturna del sole, ai molossii
picchi, sul limite, ed è
suo il dominio fino all’Egeo
la riva del Pelio, senza porti.
Con umido ciglio accettò
l’ospite, ora, a lui le sue case le aprì:
per la cara sposa che or ora finì
pianto a una spoglia versò.
Nobiltà di sentire al pudore tende.
Nei buoni ogni bene si celebra:
lodo perciò la virtù.
E certezza all’animo sorge:
a quest’uomo pio verrà fortuna.
l’ospite, ora, a lui le sue case le aprì:
per la cara sposa che or ora finì
pianto a una spoglia versò.
Nobiltà di sentire al pudore tende.
Nei buoni ogni bene si celebra:
lodo perciò la virtù.
E certezza all’animo sorge:
a quest’uomo pio verrà fortuna.
*
Euripide, prove tecniche
di Medea (mia trad. del monologo protatico della nutrice):
NUTRICE
No, non doveva mai volare in Colchide
lo scafo di Argo fra le buie Simplegadi,
mai i pini tronchi per vallee del Pelio
dovevano cadere, o il remo spingerlo
a braccia i grandi eroi che a Pelia offrirono
il vello d’oro! Non poteva giungere
Medea alle torri di Iolco, in cuore accesasi,
lei, mia padrona, di follia per Giàsone;
non induceva le Peliadi a uccidere
il padre loro, non veniva a starsene
con sposo e figli qui in Corinto. E al popolo
al cui paese giunse nell’esilio
piaceva e in tutto era concorde a Giàsone:
è questa certo la difesa massima,
che mai a lite donna e uomo vengano.
Tutto ora è odio e i primi affetti soffrono.
Poiché i suoi figli e la padrona Giàsone
li lascia e fa un regale matrimonio,
sposò la figlia di Creonte, il principe
di questa terra. E lei, l’offesa e misera
Medea, richiama i patti, e pegno altissimo,
le mani strette invoca, e dèi che attestino
qual è il compenso avutone da Giàsone.
Digiuna giace, corpo offerto a spasimi,
e tutto il tempo lo consuma in lacrime,
da che s’è vista del suo uomo vittima,
senza alzare occhio né dal suolo svellere
il volto. Come pietra o come vortice
marino ascolta i suoi, se la consigliano,
e solo a volte piega il collo candido,
fra sé e sé piange il padre suo, la patria
e la sua casa, che lasciò, tradendoli,
per lui, che ora ne ha fatto vilipendio.
Dalla disgrazia intende, miserabile,
che valga non lasciarla mai la patria.
E i figli li odia, non ne ha gioia vedendoli.
Io temo pensi a un’unaudito crimine:
è un cuore duro, non sopporta d’essere
offesa, io la conosco e per lei trepido,
non cacci aguzza lama nel suo fegato,
[entrando zitta in casa, dove è il talamo,]
oh, non uccida lui, lo sposo, e i principi,
non debba poi in maggiori danni incorrere!
È fiera: a chi la affronti non è facile
che a lei nemica strappi la vittoria.
Ma ecco i figli. I loro giochi smettono,
tornando. Della madre non comprendono
le angosce: un cuore bimbo ai mali è estraneo.
No, non doveva mai volare in Colchide
lo scafo di Argo fra le buie Simplegadi,
mai i pini tronchi per vallee del Pelio
dovevano cadere, o il remo spingerlo
a braccia i grandi eroi che a Pelia offrirono
il vello d’oro! Non poteva giungere
Medea alle torri di Iolco, in cuore accesasi,
lei, mia padrona, di follia per Giàsone;
non induceva le Peliadi a uccidere
il padre loro, non veniva a starsene
con sposo e figli qui in Corinto. E al popolo
al cui paese giunse nell’esilio
piaceva e in tutto era concorde a Giàsone:
è questa certo la difesa massima,
che mai a lite donna e uomo vengano.
Tutto ora è odio e i primi affetti soffrono.
Poiché i suoi figli e la padrona Giàsone
li lascia e fa un regale matrimonio,
sposò la figlia di Creonte, il principe
di questa terra. E lei, l’offesa e misera
Medea, richiama i patti, e pegno altissimo,
le mani strette invoca, e dèi che attestino
qual è il compenso avutone da Giàsone.
Digiuna giace, corpo offerto a spasimi,
e tutto il tempo lo consuma in lacrime,
da che s’è vista del suo uomo vittima,
senza alzare occhio né dal suolo svellere
il volto. Come pietra o come vortice
marino ascolta i suoi, se la consigliano,
e solo a volte piega il collo candido,
fra sé e sé piange il padre suo, la patria
e la sua casa, che lasciò, tradendoli,
per lui, che ora ne ha fatto vilipendio.
Dalla disgrazia intende, miserabile,
che valga non lasciarla mai la patria.
E i figli li odia, non ne ha gioia vedendoli.
Io temo pensi a un’unaudito crimine:
è un cuore duro, non sopporta d’essere
offesa, io la conosco e per lei trepido,
non cacci aguzza lama nel suo fegato,
[entrando zitta in casa, dove è il talamo,]
oh, non uccida lui, lo sposo, e i principi,
non debba poi in maggiori danni incorrere!
È fiera: a chi la affronti non è facile
che a lei nemica strappi la vittoria.
Ma ecco i figli. I loro giochi smettono,
tornando. Della madre non comprendono
le angosce: un cuore bimbo ai mali è estraneo.
*
Euripide, Medea, I stasimo, vv- 410-445
(traduzione isometra)
(traduzione isometra)
Coro
Decorrono indietro le fonti ai sacri fiumi,
e giustizia e tutto a rivolgersi va.
Gli uomini han piani mendaci, e non è più
salda la fede dei numi·
ma la fama muta e proclama che gloria ha la mia vita:
viene onore al seme delle femmine:
taccia infamante mai più ricoprirà le donne.
e giustizia e tutto a rivolgersi va.
Gli uomini han piani mendaci, e non è più
salda la fede dei numi·
ma la fama muta e proclama che gloria ha la mia vita:
viene onore al seme delle femmine:
taccia infamante mai più ricoprirà le donne.
Le muse d'antichi cantori smetteranno
di intrecciare gli inni alla mia infedeltà.
già, ché nell'animo nostro non stillò
nota divina di lira
il Radioso, guida di canti: o direbbe un inno opposto
alla stirpe maschia. Può rispondere
molto, sul fato dell'uomo e nostro, il tempo eterno.
di intrecciare gli inni alla mia infedeltà.
già, ché nell'animo nostro non stillò
nota divina di lira
il Radioso, guida di canti: o direbbe un inno opposto
alla stirpe maschia. Può rispondere
molto, sul fato dell'uomo e nostro, il tempo eterno.
Tu navighi via da paterne mura
con il tuo cuore impazzito, attraversi le doppie rocce
del pelago e abiti
su suolo straniero, hai perso
riposo d'un letto vuoto,
afflitta, e in esilio, offesa,
la terra mia lasci.
con il tuo cuore impazzito, attraversi le doppie rocce
del pelago e abiti
su suolo straniero, hai perso
riposo d'un letto vuoto,
afflitta, e in esilio, offesa,
la terra mia lasci.
La grazia dei patti finì, vergogna
l'Ellade grande non ne ha, se n'è andata nell'aria in volo,
del padre tu, misera,
il tetto non l'hai, riparo
da angosce, comanda in casa
di te più potente un'altra
signora del letto.
l'Ellade grande non ne ha, se n'è andata nell'aria in volo,
del padre tu, misera,
il tetto non l'hai, riparo
da angosce, comanda in casa
di te più potente un'altra
signora del letto.
*
Molte forme di eventi divini ce n’è,
molto compiono i numi che mai si sperò
e non si compì quel che già si credé
e la via all’imprevisto un dio la trovò:
sì, così terminò la vicenda.
molto compiono i numi che mai si sperò
e non si compì quel che già si credé
e la via all’imprevisto un dio la trovò:
sì, così terminò la vicenda.
πολλαὶ μορφαὶ τῶν δαιμονίων,
πολλὰ δ᾽ ἀέλπτως κραίνουσι θεοί:
καὶ τὰ δοκηθέντ᾽ οὐκ ἐτελέσθη,
τῶν δ᾽ ἀδοκήτων πόρον ηὗρε θεός.
τοιόνδ᾽ ἀπέβη τόδε πρᾶγμα.
πολλὰ δ᾽ ἀέλπτως κραίνουσι θεοί:
καὶ τὰ δοκηθέντ᾽ οὐκ ἐτελέσθη,
τῶν δ᾽ ἀδοκήτων πόρον ηὗρε θεός.
τοιόνδ᾽ ἀπέβη τόδε πρᾶγμα.
*
Penelope
Certo
si attende che questo tramare una nuda materia,
fibre nel vento, dal tenue decorrere dentro le mura
per la finestra dischiusa insieme al rumore del giorno,
sappia carpire un vibrare di corde a uno stelo oscillato
(forse una voce raccolta nel torpido gorgo dei suoni)
o l’intenzione d’un segno. O se a volte batte la pioggia,
o di lontano un tornare di tuoni e la schiuma dell’onda,
qui fra la terra e la nube il fulmine stringe il suo cerchio
e ridischiude il silenzio. O più spesso appena si sfrena
la fantasia degli errori puerili alle danze del fango
dentro le torbide gore che lasciano piogge al mattino
a colorare la nube, se il vento ha sapore di terra
umida. Preso lo sguardo interroga l’onda del vuoto
ad aspettarne risposta (l’emergere noto di un volto),
a frastagliarne l’uguale oscillare in linee di costa,
che se ne imbeva la ghiaia del mare infinito e ci parli
fra le memorie confuse e smentite all’ultima traccia.
Ma la memoria non ha che un grigiore cieco all’attesa,
a risognare una guerra che è stata e gli incendi lontani
e le città lacerate e gli stupri all’incubo acceso
per la ricchezza e l’incendio. Cantavano l’ira e l’inganno:
certo perfino gli dèi sentiranno il peso degli echi
e del vapore dolciastro dei canti. Ogni tanto ne ascolto:
storie per glorie mal poste di vittime, che i cantastorie
cantano per il banchetto di pochi alla festa di troppi.
Sperano forse che il canto risusciti, parlino i morti
persi in un sogno di vuote parole e di troppe rinunce,
fra ninne-nanne usurate che non ci risvegliano all’alba
né ci ridanno i sommersi all’isola bassa sul mare
dove non resta parola e il cielo è lo stesso di sempre
con il suo azzurro feroce, che abbaglia e però non è luce.
E nel banchetto anche ieri alle orecchie mute ha cantato
il cantastorie –e ripete d’aver ascoltato una dea:
gli ha raccontato (diceva) di viaggi infiniti e prodigi
e del ritorno dei re. Lo ascoltava un figlio, in silenzio,
e i pretendenti, anche loro sentivano: dicono sempre
che le disgrazie degli altri è bello ascoltarsele a cena.
e crederesti davvero che abbia ispirato anche loro
non si sa più quale dio strangolato al vino e alle risa.
E nel frattempo le guerre continuano: navi sul mare
partono, volti sommersi non tornano nelle memorie:
sull’orizzonte lontano si scorgono piano cadere.
Altri rimangono qui: coltivano l’ira e l’inganno:
certo perfino la terra ha sentito il peso dei passi
di pretendenti che sempre la usurpano: dicono sempre
che la rovina degli altri è bello inventarsela a cena.
Solo una volta per me è arrivato un sogno, una voce:
non soffocava l’attesa nel torpido gorgo dei suoni,
ma mi tesseva racconti –ancora ascoltandola al chiuso
seguo il suo ordito nel mio tramare una nuda materia,
seguo il sussurro nel mio disfare il mio nastro riavvolto,
lungo la scia del ritorno e le sue avventure infinite
e la canzone dell’onda fra il tuono e le via delle navi.
E da quel giorno così ne ritesso eterna la trama,
a ricordare il mio tempo e trovare ancora la forza.
Ma i pretendenti, cortesi, sorridono: queste non sono
notti da intrecci di trame, non più. Giurerei che non hanno
meno menzogne di quei cantastorie: inganni più vili,
senza più sogni e con false parole e fin troppa certezza:
quella che nell’ignoranza si cumula –l’incubo acceso
per la ricchezza e l’incendio. Coltivano l’ira e l’inganno,
e nel frattempo le guerre continuano –ci continuasse
anche la vita –e continua il banchetto e i canti di sempre,
rochi di grigio per lutto non smettono. L’onda del vuoto
non ci rimanda risposta (l’emergere fioco di un volto),
ma ci ritorna al silenzio monotona. Restano appena
le fantasie degli errori puerili alle danze del fango
e l’intenzione d’un segno, o che a volte batta la pioggia,
o che lontano un tornare di tuoni e la schiuma dell’onda,
segnino un tronco di quercia e un fulmine. Navi sul mare
partono, intanto, e i sommersi non tornano, dall’orizzonte
dove fantasmi e promesse rincorrono linee di costa
fra le memorie confuse e smentite all’ultima traccia.
fibre nel vento, dal tenue decorrere dentro le mura
per la finestra dischiusa insieme al rumore del giorno,
sappia carpire un vibrare di corde a uno stelo oscillato
(forse una voce raccolta nel torpido gorgo dei suoni)
o l’intenzione d’un segno. O se a volte batte la pioggia,
o di lontano un tornare di tuoni e la schiuma dell’onda,
qui fra la terra e la nube il fulmine stringe il suo cerchio
e ridischiude il silenzio. O più spesso appena si sfrena
la fantasia degli errori puerili alle danze del fango
dentro le torbide gore che lasciano piogge al mattino
a colorare la nube, se il vento ha sapore di terra
umida. Preso lo sguardo interroga l’onda del vuoto
ad aspettarne risposta (l’emergere noto di un volto),
a frastagliarne l’uguale oscillare in linee di costa,
che se ne imbeva la ghiaia del mare infinito e ci parli
fra le memorie confuse e smentite all’ultima traccia.
Ma la memoria non ha che un grigiore cieco all’attesa,
a risognare una guerra che è stata e gli incendi lontani
e le città lacerate e gli stupri all’incubo acceso
per la ricchezza e l’incendio. Cantavano l’ira e l’inganno:
certo perfino gli dèi sentiranno il peso degli echi
e del vapore dolciastro dei canti. Ogni tanto ne ascolto:
storie per glorie mal poste di vittime, che i cantastorie
cantano per il banchetto di pochi alla festa di troppi.
Sperano forse che il canto risusciti, parlino i morti
persi in un sogno di vuote parole e di troppe rinunce,
fra ninne-nanne usurate che non ci risvegliano all’alba
né ci ridanno i sommersi all’isola bassa sul mare
dove non resta parola e il cielo è lo stesso di sempre
con il suo azzurro feroce, che abbaglia e però non è luce.
E nel banchetto anche ieri alle orecchie mute ha cantato
il cantastorie –e ripete d’aver ascoltato una dea:
gli ha raccontato (diceva) di viaggi infiniti e prodigi
e del ritorno dei re. Lo ascoltava un figlio, in silenzio,
e i pretendenti, anche loro sentivano: dicono sempre
che le disgrazie degli altri è bello ascoltarsele a cena.
e crederesti davvero che abbia ispirato anche loro
non si sa più quale dio strangolato al vino e alle risa.
E nel frattempo le guerre continuano: navi sul mare
partono, volti sommersi non tornano nelle memorie:
sull’orizzonte lontano si scorgono piano cadere.
Altri rimangono qui: coltivano l’ira e l’inganno:
certo perfino la terra ha sentito il peso dei passi
di pretendenti che sempre la usurpano: dicono sempre
che la rovina degli altri è bello inventarsela a cena.
Solo una volta per me è arrivato un sogno, una voce:
non soffocava l’attesa nel torpido gorgo dei suoni,
ma mi tesseva racconti –ancora ascoltandola al chiuso
seguo il suo ordito nel mio tramare una nuda materia,
seguo il sussurro nel mio disfare il mio nastro riavvolto,
lungo la scia del ritorno e le sue avventure infinite
e la canzone dell’onda fra il tuono e le via delle navi.
E da quel giorno così ne ritesso eterna la trama,
a ricordare il mio tempo e trovare ancora la forza.
Ma i pretendenti, cortesi, sorridono: queste non sono
notti da intrecci di trame, non più. Giurerei che non hanno
meno menzogne di quei cantastorie: inganni più vili,
senza più sogni e con false parole e fin troppa certezza:
quella che nell’ignoranza si cumula –l’incubo acceso
per la ricchezza e l’incendio. Coltivano l’ira e l’inganno,
e nel frattempo le guerre continuano –ci continuasse
anche la vita –e continua il banchetto e i canti di sempre,
rochi di grigio per lutto non smettono. L’onda del vuoto
non ci rimanda risposta (l’emergere fioco di un volto),
ma ci ritorna al silenzio monotona. Restano appena
le fantasie degli errori puerili alle danze del fango
e l’intenzione d’un segno, o che a volte batta la pioggia,
o che lontano un tornare di tuoni e la schiuma dell’onda,
segnino un tronco di quercia e un fulmine. Navi sul mare
partono, intanto, e i sommersi non tornano, dall’orizzonte
dove fantasmi e promesse rincorrono linee di costa
fra le memorie confuse e smentite all’ultima traccia.
*
Resta soltanto il confine in linea a scolpire il silenzio
lungo lo sfondo in risalto e l'improbabilità.
Ne percolava il segnale al rumore bianco soffuso
nel paradosso notturno al paradosso che no,
non si sentiva nessuno al di là del chiaro di luna
per cicisbei degradati in canzonette e cliché.
Forse dovresti lasciare una traccia a capo del filo
e ritornare sul solco e ridistogliertene
e cominciare da capo, riavvolgere nastro con voce
nelle ghirlande brillanti irte dei fiori di Bach,
che dai ricordi sgranati a memoria d'acqua hanno perso
ogni virtù di silenzio e se ne macerano.
*
