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alle api una parte di mente divina
Chi si sofferma su tali fenomeni e simili esempi,
insita alle api una parte di mente divina proclama,
e ispirazione celeste; e che un dio davvero percorre
tutte le terre, anche i tratti di mare, anche il cielo profondo;
e gli animali, gli armenti, gli umani, ogni specie di fiere,
ogni creatura che nasce, ne assume invisibile vita:
poi nuovamente vi fa ritorno, ogni cosa, dissolta,
vi è ricondotta, né ha luogo la morte, anzi gli esseri vivi
volano al gregge degli astri, accedono all’alto del cielo.
Georgiche, IV, 219-227
su gracile canna il mio canto
ENEIDE I ([a-b], 1-156)
[Io, che in passato intonai su gracile canna il mio canto,
poi, fuoriuscito dai boschi, piegai le vicine campagne,
sì che rendessero pago l’avaro colono, fatica
ai contadini gradita, ora invece, orrori di Marte,]
Canto le armi e l’eroe, che primo dal suolo di Troia
mosso dal fato raggiunse l’Italia e le sponde lavinie
profugo; a molto vagare lo spinsero in terra e sull’onde
forze superne, per l’ira tenace dell’aspra Giunone,
molti dolori anche in guerra patì, per fondare nel Lazio
una città, per condurvi gli dèi: di qui il seme latino
e i nostri padri, gli Albani, e dell’alta Roma le mura.
Musa, le cause ricordane a me: che ferì quella dea,
che lamentò, la regina dei numi –e forzò ad affrontare
tante vicende un eroe per pietà glorioso, a subire
tante sciagure? Sì grande è l’ira nei cuori celesti?
Era un’antica città, la tennero tirii coloni,
contro l’Italia e le foci del Tevere sorta, lontano,
ricca di beni, Cartagine, e fiera alle prove di guerra;
più d’ogni terra Giunone quell’unica, è fama, ebbe cara,
e l’antepose perfino a Samo: eran lì le sue armi,
v’era il suo carro; la dea sin da allora brama ed agogna
che reggitrice di genti divenga, ove piaccia ai destini.
Ma una progenie, ella udì, dal sangue troiano nasceva,
tale, che avrebbe in futuro distrutte le torri dei Tirii;
donde una stirpe dai vasti domini e temibile in guerra
strage di Libia farebbe: le Parche filavan l’evento.
Questo temé, la Saturnia, tenace al ricordo d’antica
guerra che a Troia fra i primi ingaggiò per Argo diletta,
(e non ancora le cause dell’ira e i cocenti dolori
l’eran caduti dal cuore; al fondo dell’animo infitti
stanno il giudizio di Paride, ingiuria a beltà dispregiata,
di Ganimede rapito la stirpe aborrita e gli onori);
più da quegli odi infiammata, ovunque sul mare spingeva
quanti Troiani fuggirono i Danai e Achille crudele,
li ricacciava lontano dal Lazio; e così per molti anni
essi vagarono in tutti i mari, in balia dei destini.
Era di tanto gravame fondare la gente di Roma!
Fuori di vista da poco da terra di Siculi, al largo,
gai veleggiavano e ai rostri frangevano spume di sale,
quando Giunone, che in petto covava un’eterna ferita,
disse fra sé: “Che io vinta desista da quel che intrapresi?
Ch’io dall’Italia non possa sviare il sovrano dei Teucri?
Certo, lo vietano i fati. Ma Pallade ben ha potuto
dare alle fiamme una flotta d’Argivi e sommergerne in mare
gli uomini, colpa e follia d’uno solo, Aiace l’Oilide!
Ella avventò dalle nubi il rapido fuoco di Giove,
quindi disperse le navi e sconvolse il mare coi vènti:
abbandonò al turbinio, su uno scoglio aguzzo confisse
lui, ch’esalava dal petto trafitto un respiro di fiamme;
io che regina dei numi incedo, io sorella e ad un tempo
sposa di Giove, frattanto, una sola gente combatto
già da molti anni. Ed ancora alla dea Giunone qualcuno
leva preghiere o sull’ara le rende, da supplice, onore?”
Questo la dea meditava fra sé, nel suo animo acceso,
e in luoghi fertili d’austri furiosi, alla patria dei nembi
venne, in Eolia. Qui Eolo sovrano, in un’ampia caverna,
sotto il suo regno reprime e in ceppi e prigioni contiene
gli irrefrenabili vènti e le fragorose tempeste.
Essi, furenti di rabbia, con forte boato del monte,
fremono dentro quei chiostri; sta Eolo sull’alto del picco,
stringe lo scettro e ne placa i cuori, e ne modera l’ira.
Che non lo faccia, e con sé mari e terre e cielo profondo
d’impeto travolgeranno, li disperderanno nel vuoto.
Questo temeva e li chiuse in oscure latebre, il padre
onnipotente, e su loro una mole d’alte montagne
fece gravare ed impose un re che con ordine fermo,
ad un suo cenno, sapesse serrare e allentare le briglie.
Supplice a lui si rivolse con queste parole Giunone:
“Eolo (a te il padre dei numi, sovrano degli uomini, ha dato
di racquietare i marosi e di sollevarli nel vento),
naviga il mare Tirreno una gente a me non amica,
verso l’Italia trasporta con Ilio i suoi vinti penati:
sfrena la forza dei vènti, sommergi e travolgi le prore,
per ogni dove disperdili e spargine i corpi sull’onda.
Ho presso me sette ninfe e sette, d’altera bellezza,
d’esse, colei che su tutte risplende in beltà, Deiopea,
unirò a te con sicuro connubio e farò che sia tua,
sì che al tuo fianco, per questi tuoi meriti, tutti i suoi anni
ella trascorra e ti renda parente di splendida prole”.
Eolo di contro le disse: “Tua cura, o regina, è vagliare
quello ch’è il tuo desiderio; mia legge è obbedire al comando.
Sia quel che sia, tu il mio regno mi doni e lo scettro di Giove
rendi benigno; tu dài che io sieda a mensa fra i numi
e delle nubi mi fai e delle tempeste sovrano!”
Come ebbe detto, girò lo scettro e batté la parete
all’incavata montagna; i vènti, a un serrarsi di schiere,
corrono, schiusa la via, di turbini squassan la terra.
Precipitarono al mare e tutto dagli ultimi abissi
l’Euro e al contempo anche il Noto lo smossero e greve di nembi
l’Africo e contro le sponde rivolsero vasti marosi.
Ecco innalzarsi clamore di genti e stridore di funi.
Allontanarono i nembi d’un tratto alla vista dei Teucri
giorno e sereno: calò sul pelago nera la notte.
Tuonano i poli, e frequente di folgori l’etere guizza,
ed ogni cosa minaccia agli uomini prossima morte.
In un momento ad Enea si sciolgono in gelo le membra:
rompe in un gemito, alzando alle stelle entrambe le mani
queste parole egli grida: “O tre, quattro volte beati,
voi, a cui in vista dei padri e dell’alte mura di Troia
sorte toccò di perire! O Tidide, il più valoroso
della semenza dei Danai! Perché non potei nella piana
d’Ilio cadere e gettare così per tua mano la vita,
dove si giace, per l’arma d’Eàcide, Ettore fiero,
dove è Sarpèdone il grande, e tanti rapì Simoenta,
volse nell’onde elmi e scudi e validi corpi d’eroi!”
Mentre così si lamenta, un nembo, un urlio d’aquilone,
coglie di fronte la vela, alle stelle innalza i marosi.
Cedono i remi; la prua, ecco, gira, e all’onde il suo fianco
volge: crollò il monte d’acqua precipite con la sua mole.
Pendono alcuni su creste di flutti, e tra i flutti, sorgendo,
l’onda apre ad altri il fondale, ne bolle la furia alle sabbie.
Noto, rapite tre navi, le avventa su rocce nascoste
(rocce nel mezzo dei flutti, che gli Itali chiamano Altari,
dorso gigante sul pelo dell’acqua), e tre l’Euro dal largo
ai bassi fondi, alle Sirti sospinge –ahi, pietoso a vedersi!–
e tra le secche le getta, le cinge d’un muro di sabbia.
A un’altra nave, che i Lici e il fedele Oronte portava,
sotto la vista d’Enea, un’onda mostruosa dall’alto
coglie la poppa; è sbalzato in avanti e cade il nocchiero,
giù, capofitto; tre volte la fece girare il maroso,
la roteò, l’inghiottì l’impetuoso gorgo nel mare.
Uomini sparsi si scorgono a nuoto nel vortice vasto,
armi d’eroi e relitti e gemme troiane fra l’onde.
Già sulle solide navi d’Iliòneo e del valido Acate,
già sulle prore che Abante portavano e Alete longevo
ebbe la meglio quel nembo: dal franto fasciame dei fianchi
tutte ricevono l’acqua nemica e son piene di falle.
Ma percepì, nel frattempo, Nettuno, a quel forte boato,
l’onda sconvolta e sfrenato il nembo e negli ultimi abissi
smossi i più quieti fondali, e assai fu turbato; dal largo
sporse, guardando, a fior d’acqua il volto, a portare la pace.
Vide la flotta d’Enea per l’intero mare dispersa,
vinti dai flutti i Troiani e dalla rovina del cielo.
Né di Giunone sfuggì rabbia e dolo, al dio suo fratello.
L’Euro e lo Zefiro a sé richiama, e così dice loro:
“Tanta superbia allignava in voi della vostra progenie?
Vènti, già avete l’ardire di smuovere il cielo e la terra
senza il mio cenno e destare marosi di simile altezza?
Io vi… ma prima conviene acquietare i flutti agitati;
poi pagherete con pena inaudita i vostri misfatti.
Allontanatevi in fuga, a quel vostro re riferite
ch’egli non ebbe il dominio del mare e l’immane tridente,
io dalla sorte l’ottenni. Su rocce scoscese egli impera,
Euro, sui vostri ripari; di quella sua reggia s’esalti
Eolo, governi da re nel carcere chiuso dei vènti”.
Dice, ed in men che non dica, pacifica i gonfi marosi,
fuga le nubi ammassate e riporta il sole di nuovo.
Via dall’aguzza scogliera con forza Cimòtoe e Tritone
tolsero insieme le navi, il dio le innalzò col tridente,
quindi dischiuse le sirti immani e placò la distesa,
poi con le ruote leggere volò sulle creste dell’onde.
Come sovente in un popolo immenso, al momento in cui scoppia
la ribellione e s’accendono i cuori all’anonima torma,
subito volano torce e pietre e follia porge l’armi;
se d’improvviso, a quel punto, han veduto un uomo onorato
per pietà e meriti, tacciono e aspettano, tese le orecchie:
con la parola egli domina i cuori e pacifica i petti:
cadde così tutto il rombo del mare, allorché il genitore,
sulla distesa guardando, passò nell’aperto sereno,
resse i cavalli e diè in volo di briglie al suo docile carro.
poi, fuoriuscito dai boschi, piegai le vicine campagne,
sì che rendessero pago l’avaro colono, fatica
ai contadini gradita, ora invece, orrori di Marte,]
Canto le armi e l’eroe, che primo dal suolo di Troia
mosso dal fato raggiunse l’Italia e le sponde lavinie
profugo; a molto vagare lo spinsero in terra e sull’onde
forze superne, per l’ira tenace dell’aspra Giunone,
molti dolori anche in guerra patì, per fondare nel Lazio
una città, per condurvi gli dèi: di qui il seme latino
e i nostri padri, gli Albani, e dell’alta Roma le mura.
Musa, le cause ricordane a me: che ferì quella dea,
che lamentò, la regina dei numi –e forzò ad affrontare
tante vicende un eroe per pietà glorioso, a subire
tante sciagure? Sì grande è l’ira nei cuori celesti?
Era un’antica città, la tennero tirii coloni,
contro l’Italia e le foci del Tevere sorta, lontano,
ricca di beni, Cartagine, e fiera alle prove di guerra;
più d’ogni terra Giunone quell’unica, è fama, ebbe cara,
e l’antepose perfino a Samo: eran lì le sue armi,
v’era il suo carro; la dea sin da allora brama ed agogna
che reggitrice di genti divenga, ove piaccia ai destini.
Ma una progenie, ella udì, dal sangue troiano nasceva,
tale, che avrebbe in futuro distrutte le torri dei Tirii;
donde una stirpe dai vasti domini e temibile in guerra
strage di Libia farebbe: le Parche filavan l’evento.
Questo temé, la Saturnia, tenace al ricordo d’antica
guerra che a Troia fra i primi ingaggiò per Argo diletta,
(e non ancora le cause dell’ira e i cocenti dolori
l’eran caduti dal cuore; al fondo dell’animo infitti
stanno il giudizio di Paride, ingiuria a beltà dispregiata,
di Ganimede rapito la stirpe aborrita e gli onori);
più da quegli odi infiammata, ovunque sul mare spingeva
quanti Troiani fuggirono i Danai e Achille crudele,
li ricacciava lontano dal Lazio; e così per molti anni
essi vagarono in tutti i mari, in balia dei destini.
Era di tanto gravame fondare la gente di Roma!
Fuori di vista da poco da terra di Siculi, al largo,
gai veleggiavano e ai rostri frangevano spume di sale,
quando Giunone, che in petto covava un’eterna ferita,
disse fra sé: “Che io vinta desista da quel che intrapresi?
Ch’io dall’Italia non possa sviare il sovrano dei Teucri?
Certo, lo vietano i fati. Ma Pallade ben ha potuto
dare alle fiamme una flotta d’Argivi e sommergerne in mare
gli uomini, colpa e follia d’uno solo, Aiace l’Oilide!
Ella avventò dalle nubi il rapido fuoco di Giove,
quindi disperse le navi e sconvolse il mare coi vènti:
abbandonò al turbinio, su uno scoglio aguzzo confisse
lui, ch’esalava dal petto trafitto un respiro di fiamme;
io che regina dei numi incedo, io sorella e ad un tempo
sposa di Giove, frattanto, una sola gente combatto
già da molti anni. Ed ancora alla dea Giunone qualcuno
leva preghiere o sull’ara le rende, da supplice, onore?”
Questo la dea meditava fra sé, nel suo animo acceso,
e in luoghi fertili d’austri furiosi, alla patria dei nembi
venne, in Eolia. Qui Eolo sovrano, in un’ampia caverna,
sotto il suo regno reprime e in ceppi e prigioni contiene
gli irrefrenabili vènti e le fragorose tempeste.
Essi, furenti di rabbia, con forte boato del monte,
fremono dentro quei chiostri; sta Eolo sull’alto del picco,
stringe lo scettro e ne placa i cuori, e ne modera l’ira.
Che non lo faccia, e con sé mari e terre e cielo profondo
d’impeto travolgeranno, li disperderanno nel vuoto.
Questo temeva e li chiuse in oscure latebre, il padre
onnipotente, e su loro una mole d’alte montagne
fece gravare ed impose un re che con ordine fermo,
ad un suo cenno, sapesse serrare e allentare le briglie.
Supplice a lui si rivolse con queste parole Giunone:
“Eolo (a te il padre dei numi, sovrano degli uomini, ha dato
di racquietare i marosi e di sollevarli nel vento),
naviga il mare Tirreno una gente a me non amica,
verso l’Italia trasporta con Ilio i suoi vinti penati:
sfrena la forza dei vènti, sommergi e travolgi le prore,
per ogni dove disperdili e spargine i corpi sull’onda.
Ho presso me sette ninfe e sette, d’altera bellezza,
d’esse, colei che su tutte risplende in beltà, Deiopea,
unirò a te con sicuro connubio e farò che sia tua,
sì che al tuo fianco, per questi tuoi meriti, tutti i suoi anni
ella trascorra e ti renda parente di splendida prole”.
Eolo di contro le disse: “Tua cura, o regina, è vagliare
quello ch’è il tuo desiderio; mia legge è obbedire al comando.
Sia quel che sia, tu il mio regno mi doni e lo scettro di Giove
rendi benigno; tu dài che io sieda a mensa fra i numi
e delle nubi mi fai e delle tempeste sovrano!”
Come ebbe detto, girò lo scettro e batté la parete
all’incavata montagna; i vènti, a un serrarsi di schiere,
corrono, schiusa la via, di turbini squassan la terra.
Precipitarono al mare e tutto dagli ultimi abissi
l’Euro e al contempo anche il Noto lo smossero e greve di nembi
l’Africo e contro le sponde rivolsero vasti marosi.
Ecco innalzarsi clamore di genti e stridore di funi.
Allontanarono i nembi d’un tratto alla vista dei Teucri
giorno e sereno: calò sul pelago nera la notte.
Tuonano i poli, e frequente di folgori l’etere guizza,
ed ogni cosa minaccia agli uomini prossima morte.
In un momento ad Enea si sciolgono in gelo le membra:
rompe in un gemito, alzando alle stelle entrambe le mani
queste parole egli grida: “O tre, quattro volte beati,
voi, a cui in vista dei padri e dell’alte mura di Troia
sorte toccò di perire! O Tidide, il più valoroso
della semenza dei Danai! Perché non potei nella piana
d’Ilio cadere e gettare così per tua mano la vita,
dove si giace, per l’arma d’Eàcide, Ettore fiero,
dove è Sarpèdone il grande, e tanti rapì Simoenta,
volse nell’onde elmi e scudi e validi corpi d’eroi!”
Mentre così si lamenta, un nembo, un urlio d’aquilone,
coglie di fronte la vela, alle stelle innalza i marosi.
Cedono i remi; la prua, ecco, gira, e all’onde il suo fianco
volge: crollò il monte d’acqua precipite con la sua mole.
Pendono alcuni su creste di flutti, e tra i flutti, sorgendo,
l’onda apre ad altri il fondale, ne bolle la furia alle sabbie.
Noto, rapite tre navi, le avventa su rocce nascoste
(rocce nel mezzo dei flutti, che gli Itali chiamano Altari,
dorso gigante sul pelo dell’acqua), e tre l’Euro dal largo
ai bassi fondi, alle Sirti sospinge –ahi, pietoso a vedersi!–
e tra le secche le getta, le cinge d’un muro di sabbia.
A un’altra nave, che i Lici e il fedele Oronte portava,
sotto la vista d’Enea, un’onda mostruosa dall’alto
coglie la poppa; è sbalzato in avanti e cade il nocchiero,
giù, capofitto; tre volte la fece girare il maroso,
la roteò, l’inghiottì l’impetuoso gorgo nel mare.
Uomini sparsi si scorgono a nuoto nel vortice vasto,
armi d’eroi e relitti e gemme troiane fra l’onde.
Già sulle solide navi d’Iliòneo e del valido Acate,
già sulle prore che Abante portavano e Alete longevo
ebbe la meglio quel nembo: dal franto fasciame dei fianchi
tutte ricevono l’acqua nemica e son piene di falle.
Ma percepì, nel frattempo, Nettuno, a quel forte boato,
l’onda sconvolta e sfrenato il nembo e negli ultimi abissi
smossi i più quieti fondali, e assai fu turbato; dal largo
sporse, guardando, a fior d’acqua il volto, a portare la pace.
Vide la flotta d’Enea per l’intero mare dispersa,
vinti dai flutti i Troiani e dalla rovina del cielo.
Né di Giunone sfuggì rabbia e dolo, al dio suo fratello.
L’Euro e lo Zefiro a sé richiama, e così dice loro:
“Tanta superbia allignava in voi della vostra progenie?
Vènti, già avete l’ardire di smuovere il cielo e la terra
senza il mio cenno e destare marosi di simile altezza?
Io vi… ma prima conviene acquietare i flutti agitati;
poi pagherete con pena inaudita i vostri misfatti.
Allontanatevi in fuga, a quel vostro re riferite
ch’egli non ebbe il dominio del mare e l’immane tridente,
io dalla sorte l’ottenni. Su rocce scoscese egli impera,
Euro, sui vostri ripari; di quella sua reggia s’esalti
Eolo, governi da re nel carcere chiuso dei vènti”.
Dice, ed in men che non dica, pacifica i gonfi marosi,
fuga le nubi ammassate e riporta il sole di nuovo.
Via dall’aguzza scogliera con forza Cimòtoe e Tritone
tolsero insieme le navi, il dio le innalzò col tridente,
quindi dischiuse le sirti immani e placò la distesa,
poi con le ruote leggere volò sulle creste dell’onde.
Come sovente in un popolo immenso, al momento in cui scoppia
la ribellione e s’accendono i cuori all’anonima torma,
subito volano torce e pietre e follia porge l’armi;
se d’improvviso, a quel punto, han veduto un uomo onorato
per pietà e meriti, tacciono e aspettano, tese le orecchie:
con la parola egli domina i cuori e pacifica i petti:
cadde così tutto il rombo del mare, allorché il genitore,
sulla distesa guardando, passò nell’aperto sereno,
resse i cavalli e diè in volo di briglie al suo docile carro.
trad. isometra di Daniele Ventre
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