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Requiem per i vivi / Requiem fùr die Lebenden
Rasieren, traduzione in tedesco: Uwe Kolbe
KLAK Verlag, Berlin, 2018
Copertina:
Hans Scheib, Siebdruck, "Knockin' on heaven's door. Kaukasisch"
- elaboraz. Jolanta Johnsson
ph: salsel
Facendosi la barba
per la mia propria faccia allo specchio
Non aver paura:
non riconoscerò mai me stesso
in te.
Questa goccia di sangue
che fiorisce sulla schiuma
mai ci congiungerà -
non aver paura.
Non aver paura:
mai incrocerò la superficie del tuo appartamento;
mai ti spiccherò dal vetro;
nemmeno riesco a ricordare le tue fattezze.
Non permetterò mai a me stesso di notare le tue imperfezioni
per paura che tu ti confonda ogni qual volta
tu confronti il tuo sorriso col mio.
Non aver paura:
noi non invecchieremo insieme.
ph: Presentazione di Zviad Ratiani, p.zza Matteotti Genova 2011 - a c. dell'Associazione Il gatto certosino, con Rosellina Giangoia.
https://en.wikipedia.org/wiki/Zviad_Ratiani
*
Un georgiano a genova (presentato da me per Il gatto certosino, in p.zza Matteotti, v. video) Drei auch auf deutsch ùbers.von Uwe Kolbe
ph: 2011, p.zza Matteotti, Genova
Org.: Associazione Il gatto certosino
KLAK Verlag, Berlin, 2018
Copertina:
Hans Scheib, Siebdruck, "Knockin' on heaven's door. Kaukasisch"
- elaboraz. Jolanta Johnsson
ph: salsel
Indice
Ex voto
Mai, neanche una volta
Una casa solitaria
Breve elegia per mio padre
Facendosi la barba
Neve, neve, la vita è bella
Questionario invernale
Alla fine , io, pure, imparerò a sentirmi bene
Ex voto
Scrivi, ciò che nessuno ti crederà,
scrivi, come non fosse successo nulla, scrivi,
sugli spiriti, alla cui esistenza
tu stesso non avresti creduto, eppure.
Scrivi, ciò che nessuno ti perdonerà.
No, non là sotto, sul foglio scrivi,
che sei tu patria a te stesso
e che puro è il tuo cuore.
Scrivi, ciò per cui ti derideranno.
Non aspettare la meraviglia, scrivi senza impedimenti
sulla quotidiana ingiusta decadenza
e sulla tua fede come croce.
Cos’altro? Scrivi anche sull’amore
e dì che ne hai appreso il segreto –
che le poesie si scrivono prima dell’amore
e si leggono dopo.
*
Mai,
neanche una volta,
sono riuscito a
svegliarmi
prima della vita per
neppure un lampo: lei sempre
sentendo il mio
risveglio,
si sistema in modo
che io, già sveglio,
la colga
esattamente come
la lasciai.
*
Una casa solitaria
Che confortevole sarebbe
casa tua
e che piacevole la tua
solitudine
se non fosse per questo
topo:
salta fuori dal buco che
hai riempito tante volte
scivola sul pavimento di
legno
e s’infila sotto la
credenza antica.
Che vuota un’intera casa
in mancanza
del lampo di un breve
improvviso
squittìo femminile.
*
Breve elegia per mio
padre
Guarda, quest’albero è
mio padre.
Ti sorprendi?
Ti aspettavi di vedere
una quercia?
No, questo albero è mio
padre,
un esile tronco
e non ancora troppo
vecchio
che ha sonno leggero in
inverno
ed è svegliato dal primo
segno di calore della primavera.
Non fa ombra alla metà
del cortile,
non toglie luce ad altri
alberi.
La sua ombra è così
gentile e docile
che persino il più
debole sole d’autunno
fa avvolgere il tronco
senza sforzo
ma d’estate quando è
troppo caldo qui,
la sua ombra può
contenere almeno cinque o sei di noi
e questo basta. Non
siamo più che questo.
Non chiedere altro.
*
Facendosi la barba
per la mia propria
faccia allo specchio
Non aver paura:
non riconoscerò mai me
stesso
in te.
Questa goccia di sangue
che fiorisce sulla
schiuma
mai ci congiungerà -
non aver paura.
Non aver paura:
mai incrocerò la
superficie del tuo appartamento;
mai ti spiccherò dal
vetro;
nemmeno riesco a
ricordare le tue fattezze.
Non permetterò mai a me
stesso di notare le tue imperfezioni
per paura che tu ti
confonda ogni qual volta
tu confronti il tuo
sorriso col mio.
Non aver paura:
noi non invecchieremo
insieme.
*
Neve, neve. La vita è
bella
La vita è bella. Mi
svegliai alle sei e qualcosa
e accesi l’albero di
Natale. E’ carino veder
scintillare luci piene
di colore. La vita
è bella. I bambini
dormono. Gli adulti pure. Neve,
per quanto mi ricordo,
la prima di quest’inverno, cade.
La neve cade e il giorno
spunta. Trentaquattro –
dico dapprima nel mio
cuore e non sembro gradirlo. Trentaquattro –
ripeto a voce alta – e
ancora qualcosa non và.
C’è qualcosa che non mi
piace in quel numero. Ho appena compiuto trentaquattro anni
oggi. Dispongo di almeno
un’ora e mezza per sedermi e scrivere. No,
non posso. Un cane ha
cominciato ad abbaiare così forte
che pare avrà molto da
abbaiare in proposito,
ma smette di colpo. La
vita è
bella. Il giorno spunta
veloce
e già sono pigro per
attraversare questo
giorno. Non è vero per
la vita però. La vita è
bella. Mi sento ozioso per
questo solo giorno –
camminare nel nevischio,
ricevere auguri o
non-auguri, ricambiare milioni di volte,
e far mimica di
importanza. Il giorno spunta veloce,
l’albero di Natale
scintillante non sembra più così carino alla luce del giorno. La vita
è bella. Mia figlia
corre alla finestra
gridando: neve, neve, la
sua voce riempie tutta la casa,
e mio figlio, anche se
molto piccolo, ancora incapace di capire bene, sta saltando
felice sul letto. Potevo
prevedere
un tale inizio di
giornata
quando m’alzai alle sei
e qualcosa,
e guardai per prima cosa
fuori dalla finestra. Bambini,
questa non è neve buona
–
in un’ora sarà fango,
è tanto sciocca quanto
il numero trenta quattro,
o le luci dell’albero di
Natale di giorno,
o vostro papà allo
scrittoio,
ma, queste parole,
bambini, sono peggio,
mentre questa neve è
buona,
e così vostro padre, fra
l’altro. Prima che egli esca,
prima che le auto
trasformino la bianca neve in sporco,
dì solo una volta,
bisbiglia solo: trentaquattro,
e il vostro papà
diventerà bello,
attraverserà con
scioltezza il nevischio,
per una volta forse
senza neppure ricordare
come è diventata dura la
vita,
e semplice il sogno. La
vita
è bella.
*
Questionario invernale
Lascia che venga
l’inverno, sono pronto.
Sono già vestito di
nero,
con questi vestiti in
mezzo a tanti stracci
a coprire non solo pelle
ma anche anima:
pantaloni neri, maglia
nera
e un cappotto nero, una
volta indossato dal nonno.
La mia tipica pelle
scura
è già scolorita
e sempre più sono troppo
pigro per rasarmi.
Lascia che venga
l’inverno.
Lascia che venga
l’inverno, sono già freddo
e sono venuto qui
dentro, in questo supermercato,
solo per un po’ di
calore, dove sto in piedi statuario
su una scala mobile fra
i piani gelati
o cammino nella
confusione fra le casse e gli scaffali
dove tutto ammicca:
pellicce, lampadari e
tazze da gabinetto
gelosi guardano
attraverso la gente che cammina qua e là
cercando di scegliere
nella folla di compratori
il vero unico
proprietario.
Ma io non sarò scelto,
indossando i miei vestiti neri,
gli unici vestiti in
mezzo a tanti stracci,
io che vago di sezione
in sezione senz’altro scopo
che scaldarmi, sento già
sulla nuca
geloso gelato lo sguardo
delle schede di
sicurezza che intimoriscono.
Lascia che venga
l’inverno.
Manichini,
sono vostro fratello e
vostro gemello,
e molto più artificiale
di voi
qua nelle corsie del
supermercato
dove la gente cade a
pezzi nell’abbaglio delle cose,
diventa solo occhi per i
lampadari,
solo spalle per le
pellicce,
solo sederi per le tazze
da gabinetto.
E più artificiale di me
il calore del
supermercato
che non si può portar
fuori gratis:
ogni volta che esci,
svanisce.
E nei miei vestiti neri,
negli unici vestiti in mezzo
a tanti stracci,
i pantaloni neri, la
maglia nera, e il cappotto nero di mio nonno
(senza il cappello nero
che portavo prima di perderlo)
manichini,
sono vostro fratello e
vostro gemello,
belli, terribili
manichini,
e molto più privo della
vista di voi
qui, nelle ampie corsie
del supermercato
dove le cose cercano
pazientemente solo il loro destino, il loro proprietario,
dove la gente senza
volerlo si trasforma in oggetto del desiderio,
dove l’inverno è l’unica
stagione.
Lascia che venga
l’inverno.
*
Alla fine , io, pure,
imparerò a sentirmi bene
e salvo quel che tu vedi
in me, non sarò nulla
o persino sarò appena
quel che vedi.
Io pure, imparerò a
scrivere di altri
e a parlare di me.
Questo è il modo in cui
attuerò la mia vendetta sulla poesia.
Non fu un cattivo Dio.
Oltre alla mancanza di
fede, essa non chiese altro
e non era solita
proibire alcunché salvo in quanto a scrivere.
Che risultai un
perdente. Nelle mie poesie non riuscii mai
neanche inane a
camuffare la mia innata codardia.
Neanche ora ho
abbastanza baldanza da scrivere l’ultima poesia
e non mi rimane altro
che imparare a sentirmi bene,
ad esser contento delle
penultime poesie.
E ogni qualvolta
qualcuno mi chiami a una vita razionale
o una vita vissuta
dall’interno, altri chiederanno nuove poesie, e io distoglierò la mia faccia
e mostrerò ad ognuno la
mia vera maschera.
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