Georgien 2008

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cadendo si impara et alia similia




ph salsel, Palazzi dei Rolli







Tutti i governi hanno l’obbligo di essere ottimisti, e questo sarebbe già un buon argomento in favore dell’anarchia; le giovani dittature poi debbono rotolarsi in preda ad un parossismo di letizia, di gioia, di innocente bagordo.



Chi ha rubato le Filippine - in "Cina e altri orienti"


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Nella vita si fanno molti errori, tra i quali alcuni includono la nascita e tutto quello che accade da quel momento in poi.

[...]

Un po’ si va adagio, un po’ si sbaglia e si ricomincia da capo. Signori, questa è la vita.


Improvvisi per macchina da scrivere


Chi viene dall’Italia non può non notare quanto singolare sia il traffico sulle strade tedesche. Il tedesco ha dell’automobile un’idea per noi difficilmente comprensibile. Pensate che la considera un mezzo di trasporto. Naturalmente, in Italia è anche un mezzo di trasporto; ma è molte altre cose. Ad esempio, è un supporto indispensabile per l’io; è un veicolo per lo scatenamento dell’aggressività; è un passaporto per il turpiloquio; è un oggetto altamente sportivo, da usare con impetuosa, fresca litigiosità. Considerare l’automobile come un puro mezzo di trasporto è mortificante. È eccessivamente realistico. Un po’ come essere in un museo, e vedere un leone imbalsamato, o il pensieroso scheletro di un tirannosauro. Il tedesco che guida non cerca di sorpassare se non quando non può farne a meno; il tedesco sorpassato non avverte in ciò, come sarebbe ovvio, un oltraggio da lavare con un immediato risorpasso, accompagnato da gesti inequivoci, e parole che condensano una severa quanto elaborata opinione sui costumi sessuali del precedente sorpassatore e delle sue parenti o conviventi. Macché. Ho visto macchine farsi da parte per agevolare il sorpasso. Incredibile. Occasioni di litigi sprecate in modo insensato. I cartelli stradali non sono dei buffi e benevoli suggerimenti di cui tener conto come dei moniti del nonno, ma sono applicazioni stradali dei dieci comandamenti. Se non li rispettate, può capitare che vi diano la multa: i classici quaranta marchi. Non serve dire: «Siamo italiani». Incredibile, ma i vigili non si metterebbero a singhiozzare, balbettando «O sole mio», confusi e infondati accenni alla torre di Pisa e al Palazzo dei Dogi. Niente. Pagherete la multa, vi daranno la ricevuta, e in compenso non vi faranno sentire la vostra inferiorità morale. I tedeschi non usano il clacson. In tutto il viaggio, incluse alcune ore di punta ad Amburgo e Lubecca, avrò sentito quattro colpi di clacson. Forse esagero. Saranno stati tre. Mi domando, a che serve avere a disposizione un pulsante fragoroso per poi astenersene totalmente. In Italia, dal suono del clacson siamo in grado di capire quale insulto venga trasmesso; impazienza, disprezzo, irrisione, fastidio, disapprovazione, tutto serve a dare al clacson il valore di uno strumento musicale. I tedeschi, che pure sono giustamente noti per la loro vocazione musicale, non ne fanno nulla; patologico, non vi pare?



L'isola pianeta e altri settentrioni






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Fotografo la folla al campo santo




Difficile incontrare ciò che è morto e vive la propria morte, che sogna ed è custodito dal proprio sogno.
Amore

Il fantasma non è il morto, ma la persistenza in negativo del vivere.

Angosce di stile


valore nella vita





I valori della vita non so assolutamente cosa siano ma so che non c'è nessun valore nella vita che non cominci dalla morte.

Il vescovo e il ciarlatano

Hilarotragoedia






Dunque, tutto l’universo si ama e si abbandona, si perde e possiede, e tra le due condizioni, o gesti, o moti, o sentimenti, o tensioni, o rivelazioni, o infine abbagliamenti o illuminazioni, non vedrai in conclusione differenza di sorta.


neonato sui generis






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[...] non v'era altro modo per comunicarvi il significato se non come enigma, e il giorno se non come notte.
(addenda alle note sulla notte sostanziale)
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ancòra rumore sottile




[...] Edoardo Sanguineti cita con felice pertinenza una affermazione di Valéry, secondo cui chiarezza è niente più che abituale frequentazione di nozioni oscure. Credo che sia terribilmente ben detto, perché, mi pare, questo oscurissimo problema della chiarezza è viziato ab origine dall’essere, codesta chiarezza, affidata al linguaggio, il quale chiaro non è, né vuole essere; per cui questa fatica dell’esser chiaro a me pare un agire a contraggenio del linguaggio, e propriamente consiste nel tentare di tarpare la volatile vitalità delle parole, delle frasi. ‘Spiegare’ vuol dire «piegare il linguaggio a dire poche cose, magari una sola»; ma il linguaggio è serpentesca forma, animale lubrico.



Il rumore sottile della prosa

Pinocchio: un libro parallelo




Oggi non so leggere, - aveva saggiamente dichiarato Pinocchio, e non era lepidezza, giacché il leggere è cosa che si può indossare e togliersi di dosso, come affatto accessoria; e poi, non aveva progettato Pinocchio di imparare a leggere domani? Forse che oggi è domani?



poet: four letter word


Scrivere un sonetto con quattro rime d'una guisa, e quattro d'un'altra, e poi tre e tre, oppure due e due e due, deve esser cosa da uscir matto; ma se qualcuno vi dice che la rima toglie spontaneità, smorza l'espressione del sentimento e fiacca lo slancio, guardatelo con severità tacita, giacché costui crede che sentimento e così fatte cose abbiano a che fare con lo scriver poesia; mentre le rime furono istituite da non so che nume per impedire appunto che uno adoperasse il sonetto per dire cose che poteva benissimo dire in prosa pacata e non vincolata da quello squisito supplizio della rima.
 Parole sbriciolate

mettiamola così, Bosco, Barocco e Otto

Il bosco è il deposito totale dei suoni, rumori, rintocchi, frusci, schiocchi, rumore di passi, respiri, fiati, venti, sospiri, gemiti, languori, sussurrii; a tutti codesti suoni nulla corrisponde, né moti di animali, né amori umani, né procedere di corpi; e tuttavia da quell’ipotesi escono ininterrottamente tutti i suoni che sarebbero presupposti dall’esistenza di un mondo.

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[...] il barocco è il sistema dei contrasti, ma non risolti; senza dialettica: è proprio il coesistere del sí e del no, una ‘follia ragionevole’; non può dunque tendere ad una soluzione, e gli è estraneo l’ottimismo romantico; ma neppure è pessimista: è piuttosto tragico, e vitale: troppo attento alla robustezza dei suoi contrasti, per accordarsi tregua.

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Aver ragione" è la naturale vocazione della follia.
La letteratura come menzogna

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Ecco, le parole... è molto difficile riuscire ad adoperare le parole... cioè, è come orchestrare."
La penombra mentale


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Tutto gli è estraneo in quella casa, eccetto l’assenza. L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza.

Otto

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Come accade ai testimoni, lo scrittore «non sa» : ma il suo è un modo altamente specifico di non sapere. Ignora totalmente il senso del linguaggio in cui è coinvolto, donde la sua potenza, la sua capacità di viverlo come magma, coacervo di impossibili, falsi, menzogne, illusionismi, giochi e cerimonie. E tuttavia è anche un uomo che duramente opera su una materia ostile ed ostinata. Con il linguaggio, definitivo ed illusorio, instabile ed aggressivo, deve costruire un oggetto la cui compatta, dura perfezione chiuda una dinamica ambiguità.
La letteratura come menzogna


«La città conosce il sonno? »
«Conosce i sogni; dovunque, anche tra i sassi, i ruderi, le fogne, vedi divincolarsi membra smozzicate di sogni. Dai culmini di antichi, disabitati palazzi pesantemente cadono viluppi di piumosi e rostrati incubi. Morbidi fantasmi oscillano ai limiti di strade abbandonate.»
«Vi sono sogni amorosi?»
«Qui non si danno genitali, non v’è copula, concepimento o parto; ma solo un indefinito decadere, che pare non abbia mai termine.»
«V’è sete e dissetanza? Fame e cibo?»
«Non v’è acqua, solo palude; e, per cibo, cenere.»
«E della morte?»
«Come presto vedrai, la morte agisce; ma non conta granché, giacché la città non è meno mortale che immortale. Anche deserta affatto d’ogni vita, essa sarà sempre la città.»

Dall'inferno

come tutti

Intendo dire che tutto è di carne, nient’altro, e che ha la furbizia, la malizia, il tedio di sé, la malattia intrinseca, la voglia di non essere, la brama di assenza, la corruzione, la smania di sognare, infine la speranza di disincarnarsi che è di tutta la carne. 

Le interviste impossibili