ph: Boschi Vivi a Martina d'Urbe
È stato possibile dimostrare che la pianta è perfettamente consapevole di ciò che accade intorno e dentro di essa, e che è dotata di una memoria e di un’intelligenza che, se non hanno bisogno di un sistema nervoso e di un cervello, non sono meno acute di quelle degli animali.
La biologia ha profondamente rivisto la vulgata darwiniana che aveva fatto della guerra, della competizione e della lotta di tutti contro tutti la forma trascendentale del rapporto dei vivi.
Si è scoperto che una delle invenzioni e dei progressi più grandi della vita sul pianeta, la costruzione della cellula eucariotica non è spiegabile attraverso la competizione e la selezione, ma solo attraverso un processo di simbiosi, di collaborazione, di ibridazione tra due organismi autonomi che si fondono per costituirne un terzo. Non sono l’ostilità e la guerra che permettono alla vita di migliorarsi e di cambiar forma ma la solidarietà.
L’idea di Wohlleben era più o meno questa: per capire come convivere basta rivolgersi a una foresta, perché è il modello di coabitazione in cui il tasso di ostilità è di gran lunga inferiore a quello di qualsiasi comunità animale.
Le piante ci mostrano che i viventi costruiscono e iniziano una vita che alimenterà e vivificherà altri viventi che se stessi, che renderà vivi altri soggetti.
Per dirla in maniera un po’ più radicale, ogni vivente costruisce una vita che saranno altri a vivere, costruisce un corpo che diventerà il pasto di altri, il teatro della vita altrui.
Si potrebbe dire che è sempre osservando il nonumano che l’uomo ha capito se stesso. Ed è vero anche e soprattutto il contrario: è applicando i concetti che descrivono la nostra vita che abbiamo capito la vita di specie e forme di vita diverse dalle nostre.
Quello che è successo è che abbiamo cambiato improvvisamente i nostri viventi guida: non più i grandi predatori, ma le piante.
Ora la botanica ha scoperto che in realtà l’albero è il contrario di quello che immaginavamo. Un albero è una rete orizzontale e policentrica capace persino di mutare la propria identità genetica. L’esatto contrario di quello che abbiamo immaginato o proiettato su di lui per secoli. Quello che resta da fare è enorme. Il fatto stesso che parliamo di alberi e non di faggi, abeti, querce, lecci dimostra che siamo ancora a distanze siderali: è come se invece di parlare di cani gatti o delfini parlassimo di eterotrofi o di quadrupedi. È necessario restituire alla loro presenza una evidenza sensibile, per cui ciascuno di essi sia visibile per quello che è e non attraverso una categoria così astratta come quella di albero. Dovremmo smettere di usare questa parola e cominciare a usare solo nomi comuni delle specie e soprattutto nomi propri. Ogni albero è l’equivalente del nostro cane o del nostro gatto. Perché diamo nomi pieni di affetto a loro e non agli alberi?
Bisognerebbe poi smettere di considerare il legno come realtà puramente meccanica: dovremo in fondo imparare a vedere in tutto ciò che è di legno la traccia della vita da cui proviene: in fondo i nostri armadi, i nostri tavoli sono l’equivalente di scheletri di animali domestici. Dovremo capire che viviamo sempre tra cadaveri di altri viventi – e non in senso macabro. Siamo sempre dentro al corpo di altri viventi, sono sempre altri viventi ad ospitarci. Non esiste l’ambiente: anche questa parola andrebbe radiata. Esistono solo viventi e rapporti di inclusione reciproca tra viventi.
Ora se c’è un’evidenza chiara della storia geologica e biologica del pianeta è che la Terra non è nata per ospitare vita, non è abitabile per natura, lo è diventato grazie all’azione d’ingegneria planetaria dei viventi, che hanno cesellato per milioni di anni litosfera, atmosfera e idrosfera. Da questo punto di vista per esempio, il fatto che l’uomo modifichi la faccia della terra non è in nessun modo un problema o una tragedia.
Non esiste uno spazio naturale, originario, sulla terra, perché tutto è stato modificato da una quantità infinita di individui e specie viventi. Per questo il compito più urgente per l’ecologia e per la politica è abbandonare il romanticismo che già il suo nome veicola: no, la Terra non è una casa, è una foresta multispecifica che ha un equilibrio precario in cui ogni vivente vive sul e nel corpo dell’altro. Questa foresta è esposta costantemente all’artificio di milioni di specie e ha dunque lo stesso statuto di una immensa installazione.
L’ecologia può diventare politica solo quando accetterà che nella natura tutto è artificiale e di un’artificialità infinitamente più intensa di quella umana, tutto è effimero e nulla, ma veramente nulla, è ‘naturale’.
Excerpta assemblate da intervista a E. Coccia:
*
