Georgien 2008

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Emergenze-Risorgenze, volti




[...]
Lo stesso accadeva con il volto. Tra i luoghi per me più reali, oggetto che si trasformava facilmente in soggetto, il volto mancava ancora di realtà.
Più che i lineamenti era la loro evanescenza a venirmi incontro, come fantasmi prosciugati da un'emozione. Mi volgevo a loro come a delle correnti d'aria, a corsi, fontane, giardini. Così poco chiusi. Un viso è tutto attraversato, diviso, dissolto e dissolvente; o è nell'invisibile che ci s'imbatte. E sempre gli occhi rimangono carichi d'un altro mondo.



*

Tu t'en vas sans moi, ma vie.
Tu roules.
Et moi j'attends encore de faire un pas.
Tu portes ailleurs la bataille.
Tu me désertes ainsi.
Je ne t'ai jamais suivie.
Je ne vois pas clair dans tes offres.
Le petit peu que je veux, jamais tu ne l'apportes.
A cause de ce manque, j'aspire à tant.
A tant de choses, à presque l'infini...
A cause de ce peu qui manque, que jamais tu n'apportes. 



Ma vie, La Nuit Remue, 1935

Viaggio in Gran Garabagna









Senza motivi apparenti, d’un tratto un Emanglone si mette a piangere, sia perché vede una foglia tremare o un po’ di polvere cadere, oppure perché una foglia cade nella sua memoria, sfiorando altri ricordi diversi, lontani, e sia perché il suo destino d’uomo rivelandosi lo fa soffrire.


 Il lavoro non è ben visto dagli Emangloni, e, se prolungato, presso di loro porta spesso dei malanni.Dopo alcuni giorni di fatica sostenuta, succede che un Emanglone non riesca più a dormire.Quell’uomo è esausto. Non ha neanche più la forza di dormire. Poiché dormire è una reazione. Bisogna anche essere capaci di questo sforzo, e ciò in piena fatica. Il povero Emanglone dunque deperisce. Come potrebbe non deperire, insonne, in mezzo a gente che dorme a più non posso? Qualcuno però, se abita in riva al lago, si riposa alla bell’e meglio contemplando le acque e i disegni senza motivo composti dalla luce della luna, e riesce a vivere qualche mese, per quanto mortalmente travolto dalla nostalgia d’un sonno profondo.
Gente così si riconosce facilmente dagli sguardi vaghi e insieme insistenti, sguardi che assorbono il giorno e la notte.
Imprudenti che hanno voluto lavorare! Ormai è troppo tardi.
Nessuno gli chiede spiegazioni. Tutti capiscono, e per simpatia si girano dall’altra parte perché sia a suo agio.
Ma, spesso colti da una specie di sfaldamento collettivo, se la cosa si svolge in un caffè, certi gruppi di Emangloni si mettono a piangere silenziosamente, le lacrime rendono confusi gli sguardi, e la sala e i tavoli spariscono dalla vista. Le conversazioni rimangono sospese, senza più nessuno che le porti a termine. Una specie di disgelo interiore, accompagnato da brividi, li occupa tutti. Ma in pace. Poiché ciò che sentono è uno sgretolamento generale del mondo senza più limiti, non tanto della loro semplice persona o del loro passato: uno sgretolamento contro cui proprio niente, niente si può fare.
Si entra così, fa bene certe volte entrare così nella Grande Corrente, nella Corrente vasta e desolante.
Tali sono gli Emangloni, senza antenne, ma commoventi al fondo.
Poi, quando è passato, riprendono le loro conversazioni anche se fiaccamente, e senza mai alludere all’invasamento avuto.
Le immagini, le forme dei personaggi, vi appaiono grazie a un gioco di specchi (gli attori recitano in un’altra sala), e vi appaiono più reali che se fossero presenti, più concentrati, più purificati, più definitivi, sbarazzati di quell’alone che produce sempre la presenza reale faccia a faccia.
Parole, discese dal soffitto, sono pronunciate a nome loro.
L’impressione di fatalità, senz’ombra di pathos, è straordinaria.

***

A circondare il paese della Magia, dei minuscoli isolotti: sono delle boe. In ogni boa un morto. Questa cintura di boe protegge il paese della Magia, serve da ascolto agli abitanti del paese, segnala loro l’avvicinarsi degli stranieri.
Poi non resta che disorientarli e ricacciarli lontano.
Non ha nessuna utilità, non costituisce un gioco.
È un caso di spontaneità magica.
*
Il bambino, il bambino del capo, il bambino del malato, il bambino del bracciante, il bambino dello stupido, il bambino del Mago, il bambino nasce con ventidue pieghe. Si tratta di spiegarle. Allora la vita dell’uomo è completa, sotto questa forma muore. Non gli resta nessun piega da disfare.
È raro che un uomo muoia senza avere ancora qualche piega da disfare. Ma è accaduto.  
***

A Huina, ai primi segni di vecchiaia, le persone anziane sono rieducate, in quanto divenute inadatte a sentire il Presente.
Se le si lasciasse andare, senza metodo, in breve tempo sarebbero totalmente irrieducabili.
I vecchi tentano, come si può ben immaginare, per orgoglio, di marinare la scuola.
Peggio per loro. E anche se qualcuno esibisce un diploma di rieducato, ottenuto per pietà o per favore, questa protezione non lo coprirà impunemente. Provi soltanto a lasciarsi sfuggire qualche dimostrazione di vecchiaia, ad esempio dichiarando che gli si manca di rispetto, oppure che i giovani sono più superficiali che ai suoi tempi, e subito lo si chiuderà nella camera dell’oblio. Lì finisce ogni discussione.
Molti di loro, di fronte a questa minaccia, diventano alquanto prudenti e, tenendo più alla vita che al rispetto, acconsentono a tutto, ripassando fino a tre volte gli “esami di sensibilità”. Quando sono bocciati è per zelo, per il loro eccesso di volontà, di cui danno prova maldestramente (questa volontà ossuta dei vecchi, fonte di durezza).
E quando il risultato è favorevole? Ebbè, questo ti fa dei vecchi proprio simpatici, accidenti! all’occasione anche soccorrevoli, perché forse si sorvegliano un po’ troppo.






L'espace du dedans





Emportez-moi dans une caravelle,
dans une vieille et douce caravelle,
dans l'étrave, ou si l'on veut, dans l'écume,
et perdez-moi, au loin, au loin.
Dans l'attelage d'un autre âge.
Dans le velours trompeur de la neige.
Dans l'haleine de quelques chiens réunis.
Dans la troupe exténuée des feuilles mortes.
Emportez-moi sans me briser, dans les baisers,
dans les poitrines qui se soulèvent et respirent,
sur les tapis des paumes et leur sourire,
dans les corridors des os longs et des articulations.
Emportez-moi, ou plutôt enfouissez-moi.





Henri Michaux (1899~1984)