Georgien 2008

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Pan d'emìa

 

TroveRete







Vorrei l’A.P.E. (sigla e ronzante e a motore)

id est Aprirsi a Provare Emozioni. 

Non occorre rifiutarsi le brutte se sai che non soccombi. 

C’é sempre l’altra faccia della medaglia.



*



Guardo la nube e passa.

La soglia invoglia,

si è accesa un’altra stella.



*



Dallo specchio di un tornante qualunque,

gioiello dei bei tempi andati, Genova.



*



Son qua - che guardo con trepidazione

alla prossima mia erculea fatica

da nonna che di bisnonna ha l’età.



*



Sperate, se no mordete il freno,

continua la vita fino alla fine.

Se fede occorre, l’inizio redime.

Ma canta la carità quanto tremo.


Guardate gli uccelli del cielo ed i gigli

di mare bianchi, le spume di onde.

Chi sente sete e assapora le ombre,

sa di esser vivo e di chi siamo figli.



*



Fra due cipressi e una rosa ha tessuto

il ragno l’enorme esile tela.

E’ fragile quel che abbiamo vissuto

eppure un vento gonfia la vela.


*


Tante cose ho messo a posto ma dove

sono troppe per poterlo sapere.



*



Un virus ci cambia o toglie la vita.

Il fato necessità naturale?

I morti selezionati? banale;

ma l’anima non si sente atterrita.



*



Di maschere ce ne sono peggiori;

pesanti antigas in guerre irrorate,

leggere pirandelliane, le facce

le vede chi dal naso fiuta odori.



*



Saperi di chi coltiva trasmessi

in pratica - con le mani le messi.

Reciproco accordo salva la terra

prolifica generosa favella.



*



Ma l’uomo che ti sorride di cuore,

violenta alimenta la rabbia nel retro.

Non si vede dalla parte del vetro

la gioia che vive insieme al furore.


Riflessi abbaglianti celano agli occhi

le immagini che vedrebbe fumose

un bocciolo non avezzo alle cose

nei prati all’umidità e ai ranocchi.











*

doppio disastro, una cura per l'amore







In this particular wash-day hiatus, a young lad has been hiding under the wooden lid of the copper. He emerges as the heat spreads into his hidey-hole, only for him to be deluged with water spouting from the pump. On the left the young woman is startled by his sudden appearance, and stops filling her jug with beer, which continues to flow from the barrel onto the floor. A cat pursues a mouse, and the washing is in a small pile in a tub, above a wicker basket and yoke.

Ekklesia, la Eterna








Ekklesia, la Eterna
o le vicende di un’icona ibrida

a Macedonio Fernandez



La riunione invisibile ai partecipanti si svolse a loro insaputa sotto domestiche insegne. Nel borgo ebbe luogo, fra il mare e i monti, al crocevia triviale di sentieri dei Pellegrini. Mura di luoghi di culto sorgevano un tempo, di pietra locale, che sono oggi in completa rovina. Circondati dai rovi e ostruiti i sentieri, percorribili offrono copiosi frutti selvatici come le more e i corbezzoli mentre vi ritroverete scorticate le gambe e tutti sgarbellati – orribili. Non significa che non ne sia valsa la pena se i vostri polpacci e gli stinchi concorrono a volervene ricordare. Credete loro, siete stati in loci santi. Se ne avete avvertito la Presenza nel silenzio non vi siete allontanati dall’alone leggendario attribuito a questa riviera.

Chi salì era solo, perché: avete mai sentito che la Poesia visitasse chi non lo era? femmine o maschi, è creatura gelosa. La creatura che salì, invece prettamente umana e Dio sa cosa si volle intendere con tali parole, l’humus di terriccio che salì lassù al tempo antico sì remoto, era dotata di forme quali qualsiasi omuncolo possiede, ancor oggi, ma altresì di una luminosa aura attorno al capo e per questo non sapeva bene chi l’avesse vista definirne il sesso. Riportano le cronache che si facesse chiamare La Reùnion, l’anagrafe non era affidabile, certo era sola quando salì. Le gambe erano svelte, l’ascesa veloce e perciò vi posso dire non dimostrava più di quattordici anni, l’adolescente nel fiore delle forze. Di certo dico dovette appartenere alle schiere dei Dimentichi del Dovere, come coloro che fanno tutto per Piacere, solo per piacere, proprio e altrui. Saliva infatti sorridente, e fiduciosa, fidandosi di non essere vista fra quelle lande desertiche ed arse ma anche in cuor suo non disdegnando l’intima certezza che il suo nome e appellativo, come karma le assegnava, un giorno sarebbe stata vista.


Perché era bella, d’aspetto, e se l’aspettava. La Reùnion dunque era una ragazza come un’altra, era vergine, e, se aveva qualcosa di speciale che la distinguesse non l’aveva capito ancora nemmeno lei. Ne deduciamo che era modesta e ben allevata; e ciò non è poco. Va a suo merito e va a far sì che ce ne interessiamo. Era mattino, mattino presto; man mano che il sole saliva le inondava dolcemente le spalle, e oltrepassati ormai gli ultimi alberi la sua figura così lucente si stagliava sul terreno brullo come una lama, una scheggia del mare che brillava in fondo alla valle. Suonarono campane, risuonarono diversi colpi mentre avanzava verso il borgo a cui era diretta, dove però non si vedeva anima viva. Poco popolato, l’entroterra si offriva con alcune case sparse, fienili e muri a secco fra i campi.

Il primo essere che La Reùnion incrociò fu un giovane che camminava lento, sotto un fardello di fieno nella iuta di cui teneva strette le cocche sulla testa rozza; tutto timido ancorché bello come le parve scorgendone appena il volto. Non la degnò di uno sguardo e già si era allontanato. Lei avrebbe chiesto volentieri, se non altro perché da molte ore non scambiava parola, di un casolare che si ricordava di aver veduto da piccola, ma si rendeva pur conto di non avere elementi per ritrovarlo, se non forse come un dejà – vu, di persona.
Un poco di rammarico però le rimase, nello stupore di quell’incontro mancato. Nel tratto seguente considerò ancora, con un certo distacco, quanto le era parso bello nella figura tutto intento al suo carico e al suo incarico; ma in breve non ci pensò più. All’ingresso del paese dove le prime due case si affacciavano una sull’altra, una panca in pietra affiancava l’uscio aperto e lei si sedette.

Dalla finestra al primo piano si affacciò una donna scostando una tenda senza apparire scostante né affabile si ritirò subito. La Reùnion non se ne stupì, non che avesse ancora molto viaggiato, non che avesse dimorato nella città, ma afferrò in un lampo che tutto il mondo è paese e se ne stette, ferma. Poco dopo sgattaiolò sulla strada senza parere e senza colpo ferire quello che lei reputò un oste; fingendo di non guardarla, prima, e poi tornando sui suoi passi per rientrare, facendole un breve cenno piuttosto insignificante. Dotato di due non insipidi occhi era bello in carne, di colorito gradevole, senza che data l’ora si potesse dedurre quanto beveva, aveva l’aria di chi ci sa fare nel suo commercio ovvero le ispirò una qualche fiducia. Si affrettò quindi a seguirlo anzi che scomparisse per potergli rivolgere una richiesta qualsiasi. Ma costui fu pronto, com’è d’uopo, a parlarle per primo e nel parlare le aveva già messo una mano grassa sulla spalla esile. Lei era entrata nella tana ma fece dietrofront senza esitare. Vagamente irritata proseguì con l’idea ingenua di sbucare in una piazza principale. Infatti così accadde ed era splendidamente principesca la grande piazza della chiesa, del comune, del mercato e delle case dei ricchi. Ora si sedette sul sagrato perché era molto bello, tutto sassolini bianchi e neri a forma di una grande M, per Maria, com’era facile indovinare. Imponente, qualunque cosa qui, era affascinata. E abbacinata dalla luce, mentre dal portale aperto filtrava oltre il buio profondo la fiamma di qualche candelina d’altare. La Reùnion entrò, si segnò, prese posto su una delle panche centrali e per alcuni minuti pregò. Però non si vide nessuno, né da questo né dall’altro lato della balaustra. Non mancavano fiori, freschi.


Uscì quasi di corsa, di fretta come decisa ad adempiere non sapeva che cosa e si diede a girare in esplorazione le viuzze del centro. Qualcuno qui c’era ma faceva i fatti suoi e di nuovo nessuno le badò finchè in piedi in un angolo, a fianco di un pilastro scrostato del porticato ma con occhi fissi su di lei, immobile e senza disagio stette, o si trovava là o vi si trovava da sempre, una figura, lei lo vide e tutto era già confuso. Figuratevi cosa possa dirvi io. Chi passò poco più tardi dice di averli visti abbracciati. Una nelle braccia dell’altro. Ma chi può dirlo, se loro non lo dissero. La Reùnion, lei nessuno l’aveva mai vista, a quel punto. Chi credeva di averla vista ora non lo poteva più affermare. Chi non l’aveva conosciuta finallora, la denigrava. Chi ne udiva parlare solo dopo gli ultimi fatti, non sapeva cosa pensarne. Onesto che fosse non se la sentiva di rilasciare dichiarazioni ammesso che gliele chiedessero. Ma credete che La Reùnion alla sua giovane età se ne preoccupasse? Non se ne dava pensiero affatto, nata era – già imparata: le icone ibride parlano da sé, dicevano ridendo lei e lui, e: questa storia avrà un seguito. Fine.


*

Un sedicesimo di luna e un quarto di secolo


bizzebizzarre






Conversazioni con PiA

             a mio padre, a Malina



Un sedicesimo di luna e un quarto di secolo


Il suo parlare è pane
mi nutre bocca a bocca.
La lingua è rose e fiori
che profuma la mente.

Solo il sorriso chiede
ma mi rapisce tutta.
Molti baci concede
ma io rimango muta.


Non è accidia. Se non fossi in arretrato col lavoro – come si è solitamente! Ho questa comoda/incomoda presenza dentro, detta presenzassenza e cioè pia nell’abbreviazione nata da p punto a, punto bella invero, che appunto non c’entra nulla con la tanto amata pubblica amministrazione dove lavoro, anche se, suvvia sì i grattacapi sono quantitativamente comparabili.
Diciamola univocamente PiA , per capirsi. Nasce in presenza, di persona, di una persona importante. A cui pensi in assenza senza perda importanza. Non è la prima volta, e rendo grazie; ci fu il maestro e Mr. Inc. detto Inconscio di Inchiostro o volgarmente Mister(o).
Questa volta non è solo uno che insegna. Grazie, grazie tante. Non saprò mai a cosa debbo la loro degnazione. La mia infima levatura mentale non sa capire però porge loro sempre ammirazione sconfinata. Ma non è solo questo. L’amato bene, dotato ai miei occhi di una particolare pervasività, si imprime in sua assenza. Gli antri più ampi nella mia mente come le cavità cardiache, se ne appropria proprio e li abita. Che mi sia fisicamente vicino o meno, non fa differenza. Non mi toglie il silenzio, come non mi toglie il respiro, anzi fu lui per primo a riconoscermi muta, priva della parola, attitudine che da sempre mi portavo appresso parlando per finta: e mi onora la qualifica. Madame Muette si avvicina alla soglia se chiamata, non intende prendere iniziative, ma se un dialogo c’è, quando c’è, esso è infervorato.

Aldilà di qualche slancio debitamente rivolto all’elevazione, cosa alquanto comune nei nati di donna, tamponato subito, beninteso, a scanso di superbia e purtroppo a scapito di ogni più santa ambizione, non c’è sforzo. Anzi in quest’ occasione l’insediamento avvenne indolore, imprevisto e in pratica me ne accorsi a cose fatte. Tanto fatte che non potevo già più farci niente. Non ci fu l’onere del raziocinio, o resistenze da rimuovere, non ebbi scelta. La persona scelta come amato è fatta così, scusate se dico delle banalità, una volta scelta… è fatta. Nel mio caso ci sarebbe pure una decisiva attenuante in aggiunta: infatti ero ormai avanti con gli anni al punto da non aspettarmi più assolutamente nulla nel campo. Ulteriore condizione di inferiorità, come la goccia che fa traboccare il vaso, sulla mia inferiorità di fatto, essa pesava quanto l’esser presa di sorpresa, messa all’angolo, di fatto legata mani e piedi: tutto quel che mi arrivava era benedetto, era un extra, grasso che cola era, e oro, che mi tolse dalla posizione di poter contrattare. Per fortuna ne valeva la pena!

Quando vale la pena contrattare? Quando lo si faccia a tempo perso, per pochi spiccioli, tanto per fare una tenue conoscenza, forse; quando il grosso del capitale è in gioco non è certo il caso! I numeri non contano, anche se sarebbero fatti apposta. L’esperienza insegna che non è così.
Allora una delle prime mattine che se ne esce di casa questo amato è di buon mattino, quasi si deve ancora schiarire l’aria. Ho il vizio di guardare chi si allontana. Dalla finestra: l’ho preso da mia nonna che immancabilmente protendeva la testa molto in basso per l’altezza di persiane dagli sportelli sempre abbassati. Mi ritiro subito mi accingo alle mie faccende usitate ma non riesco ancora a capacitarmi di essere sola, mi sembra di non esserlo affatto, c’è come la presenza fisica dove, qui vicino, stava fino a poco prima. Quasi un’allucinazione visiva, prepotente al punto da farmi scattare il campanello delle emergenze, dirmi veloce e stravolta che sì, qualche minuto fa, era sottocasa, nella mattonata, scendeva con una giacca blu, di quel certo blu.

L’amato bene è uscito, ma è ancora qui. Sono quasi contenta, di questo, ma non voglio essere invasa dalla gioia. Sembrerebbe prioritario un problema filosofico. Mentre mi adatto a continuare a sentire questa presenza, inizio a indagarla per conoscerla meglio: non mi pare si tratti di uno sdoppiamento, per diversi motivi; piuttosto un’ubiquità. Ha da fare, lavora, è là; ma è anche qua. A mia volta ho da fare, presto uscirò dalle stesse porte, vediamo cosa succede. Sento bene che è indipendente dalle mie volontà. Opto per fare come niente fosse, però come ho già detto e ripetuto, sento che mi cammina dietro, o mi si para davanti, in effetti mi affianca come una persona normale, no, come lui farebbe se ci fosse, che normale non è. Mi viene da ridere e me la godo, ora che vedo che non mi intralcia, non mi darà fastidio. È proprio lui, tale e quale, io sto bene con lui. Inoltre è a dire il vero un tantino meno ingombrante. Mi possiede, evidentemente, ma non costringe i miei occhi, non fa più domande di quante risposte stiano già in aria. Me lo porterò dietro, senza intenzione alcuna, di incontrarlo o coltivarlo o che.

Uno ha tale intensità e io rispondo con la mia. Cerco di rispondere a tono. Mica a lui. Il tono lo richiede. E così è. È passato del tempo, la vicenda si è perfezionata, nemmeno priva di alcune discontinuità. La PiA ha una sua personalità, non mi assilla… è come il mio amore una presenza discreta. Ovvio, segreta!


Musica: tu non t’irritare tanto lei ti ha messo un dito lì (Roberto Ballerini, Le adenoidi di Adelaide le ho di là)





IN MISERO TONO SEMISERIO, bizzebizzarre






Invito personale, trasmissibile o meno a Vs. scelta

S.P.V.R.




Riflessioni sullo stato dell'arte

Il luogo della trascendenza non è di qua nè di là ma è un confine.
Karl Jaspers, Phlosophie (1932-1955), III: Metaphysik





Conferenze della Confraternita del confine, tre serate:


 Labile equilibrio labile

Linnamoramento è un cannocchiale, lamore un caleidoscopio

Il sigillo del sogno        

           


[cambio pag]

Conferenza della Confraternita del confine

Serata n°1:



Labile equilibrio labile 

Pregi degli equilibri precari






Canovaccio per intavolare la conversazione, cui sarà gradito ogni e più eterogeneo contributo
Vale come invito


Virtù estetiche e morali dello stare in bilico.
Funzione vitale di pieni e vuoti nell'interscambio ai fini evolutivi. Dal molecolare al regionale attraverso il personale, figure e metafore nel modello lunare.

Il bisogno di acquisire e il bisogno di perdere.
Contenitori finiti per trasformazioni infinite. Dalla fisica alla metafisica, e in particolare per quanto concerne permeabilità atomica della materia, moti di adsorbimento, trasporto, espulsione.
Pragmaticità del Do ut des. Inspirare, espirare, reagire chimicopsichico. Nobiltà del sangue ora arricchito ora impoverito per veicolare ossigeno. Qualità irrisolte dell'energia viaggiante, nella luce come nel suono. Fantasie spirituali del dolce stilnovo e indagini fondate su intuizioni. Stimoli del superfluo o di ciò che, ancora - per ignoranza - ci pare tale.
Delineare l'obiettivo: frammenti di economia. Dalle bilance ai bilanci sempre per successive approssimazioni.
Continuamente e contemporaneamente in debito e in credito verso la natura, verso la vita, verso sé stessi. Manodopera e manovalanza nella movimentazione dei carichi. Banca dati del passaggio di proprietà. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto è oggetto di scambio: universalità del mercato. Quantità ingenti o infinitesime a seconda del prodotto, ma ininfluenti di per sé sull'entità degli effetti nelle reazioni. Un fulmine bastò a scatenare il caos; molto ci volle per disintegrare l'atomo.

Dove abbiamo messo certe cose non lo sappiamo più.
La casa nasconde ma non ruba, l'universo nemmeno ( Astolfo sulla luna e Le cosmicomiche ). Valenze sessuali del metti e leva. Oppugnabilità della sola funzione procreatrice del seme. Impossibile tener conto di tutti i beni circolanti.
Accordo e comunanze nella substanzialità dell'occhio spassionato di Leopardi e De Filippo. Filosofia taoista, complementarietà yin e yang,  e matematica della percezione da Goethe a Wittgenstein.
Non c'è niente di bello così ben sistemato che non possa essere rotto; niente di prezioso così ben piazzato che possa non venir danneggiato. Lode dell'effimero da Qohelet a tutti i libri sacri, visto nell'ottica evoluzionista come stadio di un unico processo.
Delle certezze abbiamo imparato a fare a meno.
"Dove andremo a finire?" e di quanto questa domanda non interessi più di tanto né a Queneau né tantomeno a Rabelais. Gode chi vuole godere, chi vuol esser lieto sia. Anzi, il dubbio, il tarlo erosivo, è fattore onnipresente e generatore di ulteriori curiosità, quindi generatore per eccellenza. Il beneficio del dubbio non è una concessione.

Ciclicità e abitudine come base fondante per i moti sia fisici che dell'animo.
Data una tavola di legno massiccio. Data la realtà tale e quale ce la troviamo, per quanto sia dato accorgersene. Dato un pensiero catturato, sviscerato, articolato e compiuto. Occorre la terraferma per ballare; almeno la corda tesa per l'acrobata.







[salto pag]

Conferenza della Confraternita del confine

Serata n°2:


L’innamoramento è un cannocchiale, l’amore un caleidoscopio

Di come sia difficile vivere (essere all’opera) senza binocoli.






Un gioco di lenti d’ingrandimento solo in parte regolate manualmente e dalla volontà; in parte regolate o sregolate dal giocherellare della mano sinistra, o dalla futilità.

            Una persona passa in primo piano mentre è nella folla. E' stato detto suggestivamente “sopravvalutazione delle differenze marginali che esistono fra una e l’altra”.
            Ma non pare l’innamorato uno che dà giudizi di merito su quali che siano differenze: a suo dispetto - a volte -  per lui ha scelto il cuore. Peggio o meglio ancora, per lui ha scoccato una freccia al cuore Cupido. Dopodichè mitologicamente qualcuno è cieco.
Neanche accade così spesso che i difetti dell’innamorato siano trasfigurati stendhalianamente. Coglie più nel segno, per la passione, l’amo e odio di Catullo.
La lente d’ingrandimento non cambia l’oggetto, solo da quest’ultimo orizzonte il guardo esclude, come leopardianamente sappiamo.
L’atto di concentrare lo sguardo. Se poi, oltre a un sentire leopardiano, abbiamo la possibilità di vivere il nostro sentire, ecco che in breve ricaveremo dall’esperienza questo dato: la predilezione di una parte - in questo caso, dell’umanità - rispetto alla visione d’insieme, non sarà una perdita.
Anzi sarà come un riconoscimento dei propri limiti: riconoscere il limite di essere una sola persona, porsi a tu per tu di fronte a un’altra.
La spia fatta di vetri, come gli indigeni ‘battezzarono’ il cannocchiale, diventa per gli innamorati un ottimo strumento di circospezione.
Siamo tanti, siamo soli, e poi siamo meno soli. A volte sembra di essere in due, ma siamo sempre in tanti. Siamo quasi tutti convinti di essere in due almeno in certe occasioni, eppure non è così. Non tardiamo ad accorgerci che c’è sempre almeno un neonato, che sbircia sulla sua occasione di essere concepito. Ammettiamolo. E’ dura ma è così.
In mezzo alla folla uno si può sentire molto solo se gli manca qualcuno in particolare.E quando sembra di essere soli? Ci sentiamo proprio soli, è sicuro che non c’è nessuno nel raggio di molti passi. Ma, senechianamente, necessariamente, capita a tutti: male o non male, gaudio o non gaudio, non saremo mai i soli a sentirci soli.
Ciò nonostante è terribile sentirsi soli; è terribile come non  poterlo essere quando si vorrebbe; ma, assolutamente, ci si sente lo stesso soli.
Il lato buono è quando si comincia a capire che, magari la sensazione è tutto, ma non sempre coincide con le cose come stanno, con quello che è. Capire che,  per quanto fisico e fisiologico e sensoriale sia il sentire, non si sente sempre quello che c’è, ma anche quello che non c’è. Naturalmente non c’è ma ci circonda, perchè così ci immaginiamo. Abbaglio, illusione, evocazione. Effettivamente.
La sensazione più facile è avvolta in un alone di fantasia. Possiamo solo riconoscerlo, in parte è sempre così. Come un’ombra, la fantasia, lo vogliamo o no, non possiamo spiccarla da noi. Montalianamente.
Nemmeno nel supremo tentativo di essere per una volta razionali, sappiamo prescindere dalla fantasia. Non saremo mai puri, perché siamo un imprescindibile misto. La fantasia dentro di noi, non sappiamo nemmeno bene dove finisce, dove comincia qualcos’altro. Stiamo parlando di introspezione.

“Rammento che neppure sono stata mai quello che si dice un’osservatrice. Sempre meravigliata di chi sa fissare i particolari, descriverli. Un’ulteriore spinta a imparare a scrivere.
Ho capito che ho carpito, per natura, tendenzialmente, ho carpito altro dall’immagine; sotto l’immagine, dentro l’immagine, non l’immagine. La sensazione.
E scrivere cura: perché per essere comprensibile, bisogna almeno in parte rendere l’immagine.
Del resto, tutto questo guardare immagini moderno, esagerato, esteriore, non mi cattura. Se ho un amore, mi basta. Tanto è dono. Tanto dono è. Me lo godo e basta. Come se altro non esistesse, investo tutta la mia attenzione in   questa meraviglia della natura. E facoltà contemplativa, e studio.
Me ne sto nella vita come all’opera, come in un teatro, intenta a far buon uso dei binocoli, a mettere a fuoco ora un punto ora l’altro della scena, a regolare le distanze, per trovarmi più vicina alla nota che sento più vicina, che sento che mi vuole più vicina.”  (Una degli autori del Canovaccio proposto.)






Conferenza della Confraternita del confine

Serata n°3:

Il sigillo del sogno

Meditazione su una famosa farfalla




La verità, come il suono della sveglia, interrompe il sogno. Deleteria, importuna, mortifera. Come le critiche suonano i suoi squilli sadici. Occorre. Occorre, percepire la verità, per poterla tacere. Occorre, ma soprattutto esiste. E il sogno! Quanto più ci occorre il sogno! Sentirsi accolti, accettati e cullarsi. Un modo in cui possa valer la pena stare vicini a un qualsivoglia dissimile, o fra sé e sé reggere il confronto senza annoiarsi troppo.
Con tutta la sua forza di autodistruzione, dentro di noi, nella nostra coscienza fa anticamera il sabotatore; per mestiere, purtroppo, critica il sognatore dalla soglia del salotto buono, dove costui mollemente si sdraia. L’uno convinto che la verità vada detta, l’altro taciuta. Quello, purtroppo sempre vigile, ci affanna a rincorrere intelligenza razionale, l’altro, sornione ma a suo modo ben presente, assapora la sensazione e la cela in immagine.
Uno presiede alle parole, l’altro al pensiero, ai gesti meno appariscenti che lo rivelano, alle intuizioni. Uno dei due, forse a turno, si illude, finge; chi, onesto quanto l’altro, limitato nella conoscenza, a differenza dell’altro non sa di esserlo. Uno non accetta neppure che ci sia limite, l’altro lo dà per scontato sebbene non gli interessi quantificare. Il confronto non è dei più morbidi; può avvantaggiarsi solo chi è socratico, e rimane doveroso ricordare che la prepotenza è sempre in agguato.
Riconoscono che la verità non è una scienza esatta; non lo è la matematica e non lo è la storia. In altre parole sanno che la scienza non è mai più esatta di un’approssimazione. Indagare, nobile occupazione, del cervello; imparare a tacere, e quando, nobilissima della mente col cuore.
Inutile aspettare, il sabotatore non cede: è un organo come un altro, involontario, non si lascia costringere con la forza. Solo a tratti blandire dal sonno, è umano, se pure è omerico sonnecchiare.
Vivere con intelligenza è parziale; in effetti come amputarsi, e delle parti più sensibili, più vitali.
Alla luce di una lezione romantica amiamo in mancanza d’altro la decadenza; intervenuta, inarrestabile, dalla caduta illusione di progresso a non so qual scoperta ancora da riconoscere.
Vedere la verità, uno stadio, cui segue quell’arduo, non congeniale, consapevole imparare a mentire: “Se è pena del bugiardo non esser creduto quando dice il vero, gloria del veritiero è esser creduto quando mente.” Cervantes docet.
Solo a patto di non conoscere la verità, l’ipocrita mente. Nemmeno una piccola porzione, che compete a quella menzogna a sé stesso, affiora. Solo a patto di celarla, se non di affatto ignorarla, possiamo illuderci, dare tregua all’affanno del vivere, sognare in pace.
L’autore di finzione, come il saggio cinese che sognò di essere una farfalla, poeta, fiorisce la narrazione; e come i sogni i fiori non sono mai di uno stesso colore. Il viaggio nella meravigliosa meridionale terra dei fiori, l’essenza.

(Chuang-Tsu, Nan-hua chen-ching.  Cfr.Versione inglese di M. Palmer, 1995;
 v. anche Prefazione di L. Arena, 1998)