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Dino Campana
La chimera
Non so se tra roccie il tuo pallido
viso m'apparve, o sorriso
di lontananze ignote
fosti, la china eburnea
fronte fulgente o giovine
suora de la Gioconda:
o delle primavere
spente, per i tuoi mitici pallori
o Regina o Regina adolescente:
ma per il tuo ignoto poema
di voluttà e di dolore
musica fanciulla esangue
segnato di linea di sangue
nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina della melodia:
ma per il vergine capo
reclino, io poeta notturno
vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo
io per il tuo dolce mistero
io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
fu dei capelli il vivente
segno del suo pallore
non so se fu un dolce vapore,
dolce sul mio dolore,
sorriso di un volto notturno:
guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
e l'immobilità dei firmamenti
e i gonfi rivi che vanno piangenti
e l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
e ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
e ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Dino Campana oltre la materia: analisi e commento della poesia 'La chimera'
In una prima lettura ci colpisce subito la scarsità di verbi, l'azione tutta proiettata e concentrata nel finale; e inoltre ci colpisce il contrasto fra alcuni elementi molto concreti (roccie, stelle, viso, capo, capelli, labbra, lavoro umano) e altri molto vaghi, indefiniti, pallidi, come sospesi, come indizi di ignoto (già in apertura 'non so se' e poi ripetuto; 'apparve, segnato, pelaghi, vapore').
Poeta di colori, Dino Campana in questa che è forse la più nota e una delle sue prime pubblicazioni, è parsimonioso: un segno rosso, una fiamma pallida come un riflesso, e molto bianco.
Il primo verbo, al modo indicativo, è 'vegliai', che però indica uno stato più che un'azione, è contemplativo. Ma indica una certezza, come contrapposizione dei 'ma' ai 'non so': c'è un dato di fatto, come sottolineato dal mettersi in gioco personalmente e con ben tre 'io'.
Il secondo verbo in tutta la trama, esigua, lo troviamo all'inizio della chiusa: 'guardo'. L'unica azione; e vana, sconsolata, almeno rispetto allo scopo di vedere. Lo sguardo s'allarga, s'allarga sempre di più ad ogni verso seguente (mute fonti, rivi piangenti).
Con il terzo verbo l'azione si compie. Nell'ultimo verso, nel miracolo di perfezione dell'ultimo verso, il guardare trova compimento in 'ti chiamo, ti chiamo'.
Ripetizione addirittura ravvicinata, stavolta, accostata. Eppure la stessa parola ha due significati diversi, variazione di senso dovuta alla parola seguente, l'ultima dell'ultimo verso: chimera. La quale rimanda al titolo, quasi una struttura ad anello dei lirici greci. L'affascinante gioco musicale è che le tante ripetizioni non sono mai gratuite o estetizzanti, sono sempre caricate, dense di un piccolo spostamento, uno shift, di significato, attraverso cui il poeta ci porta un passo avanti. Parole usate come note, che suonano diverse secondo il contesto. Mai un ritornello, tale e quale, bensì un preciso intento dietro la parola ricorrente; un disegno filosofico per rendere a poco a poco un'emozione. Senza preoccupazioni metriche, Dino Campana nel suo modo di procedere, nel tessere il suo discorso, si appoggia di tassello in tassello come in un domino.
Dunque da un passato remoto statico 'vegliai' si balza a un tratto ma solo molto più tardi, a un presente lento, 'guardo', per completarsi in un crescendo assoluto in un finale 'chiamare'.
Uno sguardo sull'universo, che resta impassibile, assunto classico e molto leopardiano; una musica seguita da un silenzio, 'divenir taciturno'; un mistero, se pur dolce. Resta muto ciò che già ha avuto sonorità, diviene perché fu, musica.
Ultimo verbo nell'ultimo verso, 'ti chiamo', è conseguenza dell'abbaglio di tutto quel bianco propagato per tutta la poesia, conseguenza di chiarore offuscante, quindi banalmente del non vedere; ma conseguenza anche di un affidarsi alla sensazione: un sorriso o poema, un che di labile ma certo accaduto. Forse un qualcosa di non dovuto ai cinque sensi, ma al sesto sì. Accaduto forse illusorio, forse solo 'interno' a lui stesso, ma : una percezione, innegabile.
Un segno dell'ignoto, affidandosi al quale sorge una sorta di paradosso: chiamare chi non può venire; chiamare una presenza mentre le si dà nome di inesistente, di chimera; chiamare chi a tratti, solo a tratti sembra esistere, e mai viene a comando. Vero, nel mondo dei cinque sensi, la chimera non esiste, è un essere cosiddetto immaginario, ma ecco la straordinaria forza affermativa di questa poesia e di questo poeta notturno: ancora ti chiamo, la forza è tutta nell'ancora. Vuol dire 'anche', 'nonostante'…nonostante io non possa razionalmente capire, nonostante la delusione.
Come dire: non di solo pane vive l'uomo, c'è anche la Poesia con la P maiuscola, anche se non si vede; c'è al mondo anche ciò che non si vede, a cui solo si anela e di cui si ha bisogno; infine c'è anche, nella vita, una parte di ignoto e di mistero. E ancora ti chiamo, ti chiamo chimera. Non c'è invece volontarismo, solo constatazione, e scarna, 'divina semplicità delle forme'. Quasi solo il semplice riconoscere un proprio grido, invocazione, ricerca dell'ignoto poema. Senza nemmeno sapere se e che cosa sia possibile, si propende anzi per ritenere che sia impossibile; per forza, appartiene più alla sfera dell'impossibile chiamare l'ignoto. Ma è notevole che si riconosce umano questo anelito, inevitabile. Pur sapendo l'esito vano, che non verrà nessuno, che il mistero si dà a noi, come dono e quando meno ce l'aspettiamo. E poi scompare dinuovo.
La nota più tragica della pagina: 'primavere spente'. Da parte dell'uomo occorre solo essere aperto, recettivo. E non dipende neanche tanto da lui mantenersi tale, acquisire sensibilità, affinare il sesto senso.
Il paradosso è un paradosso fino a un certo punto, come al solito. Il mistero, o l'ignoto poema, per Dino Campana non sono affatto un'ipotesi teorica, una supposizione a priori - nella sua poetica non c'è traccia di ideologia - e nemmeno sono un'invenzione poetica! Sono una presenza. Molto sentita, ma intermittente.
L'invisibile non si potrà vedere, ma è come tangibile, in alcuni momenti. E' pallido, ma è una certezza, un fatto indiscusso. Un contatto; e una sofferenza esserne separati, dover rimanerne lontani. Se il mistero c'è, e ne siamo sicuri come del nostro sesto senso, se abbiamo sperimentato una volta sulla pelle un'ombra di mistero manifesta e non potremo mai negarlo, allora non è utopia, tantomeno follia, allora non è altro che umano il desiderio di sfiorare l'ignoto, ancora. Ecco la valenza universale. Niente di paradossale per l'uomo che sa che esiste l'ignoto poema, diventa un bisogno vitale, da invocare, un fuggevole contatto agognato.
In questo senso Dino Campana non è affatto un sognatore, un visionario, un idealista, anzi rivela la sua origine contadina, fa un netto distinguo fra ciò che è vago e ciò che è descrivibile fisicamente, dice 'non so se' e lo ripete tre volte. E se non sempre la sua vita, sempre la sua poesia è quella di un sano di mente, di un pensatore, di un osservatore che si attiene ai fatti. Ritiene fatti anche le sue sensazioni, che lo stupiscono e sono forti: questo è un presupposto. Gli preme affermare l'esistenza dello Spirito, di fatti meno noti, più legati all'ignoto, ma altrettanto presenti. La 'musica fanciulla esangue' si può vegliare, non afferrare (è anche 'vergine'); il sorriso di un volto notturno è un mistero; la melodia si ascolta quando è dato, e se no si chiama, si chiama.
Dice pane al pane Dino Campana: c'è mistero e lo si può sentire. L'affermazione positiva , vigorosa, riguarda una presa di posizione ben precisa: come esiste il visibile perché lo vedo; la melodia perché l'ascolto; la roccia perché la tocco; esiste la sensazione interiore, anche se non so con quale organo di senso la si apprezza: so di sentire. Forse si tratta di un sesto senso, ma comunque non di un senso puramente corporeo. Tanto quanto il corpo, esiste, da qualche parte e anche nel corpo, qualcosa diciamo magari di spirituale, la mente, e il mistero che l'avvolge.
Quando poi il mistero, il poema, non dà segno di vita, l'invisibile resta del tutto nascosto, quando non scorgiamo nemmeno quel poco rosso di 'segnato di linea di sangue', quando 'ciechi, sordi, irritati' (altre parole nell'uso poetico di Dino Campana) quando insomma non c'è nutrimento spirituale, l'uomo chiama, ancora.
Se abbiamo visto e ci sia nata una nostalgia o viceversa se un vuoto interiore ci abbia illuso a una visione, se sia nato prima l'uovo o la gallina, poco importa al nostro, ben lontano dal chiederselo.
I fatti sono questi, che a tratti ci sembra di vedere, ascoltare, o ci raffiguriamo un che di 'vago-ma-soridente' e poi tutto svanisce. Ci lascia a bocca asciutta, assetati, delusi magari…e ancora chiamiamo. Per quanto il poeta sappia che sono insieme 'voluttà e dolore' inscindibili; che sia per chissà quali cause, un destino capriccioso; che sentirne la mancanza induca a qualificarlo illusorio; per quanto si sappia e non si sappia, è la chimera. E' un'esperienza appagante, ed è dolorosa la perdita. E' bello perdersi in quest'incantesimo, 'le reve', come in francese ha suo nome proprio il sogno ad occhi aperti. Dove perdersi diventa trovarsi.
I contrasti che in questa poesia notavamo fin dall'inizio, adempiono allo scopo di evidenziare la doppia connotazione fra segno e ignoto, presenza e assenza.
In definitiva i fatti sono due: si afferma l'esistenza del mistero, e si afferma un impulso a chiamare, quasi ci sfugga a volte un grido.
Come un'istanza antimaterialista, con forza come con forza si è presentata al poeta, egli sente il bisogno di testimoniare che nell'uomo c'è qualcosa che va al di là e oltre. Un'anima? Una mente? Scopre la persona, e scopre che è un mistero. Al di là di quanto possa verificare la scienza. E' l'intuizione dell'inconscio, quindi finalmente la persona nella sua interezza. Dolore e voluttà nell'alterno esistenziale: che è condizione umana, se tutto ha una fine.
Straordinario pensiero precursore; e questo in pieno contrasto con l'ideologia dell'epoca, il trionfo della scienza di inizio secolo, con certo tronfio senso di onnipotenza e il diffondersi della retorica di regime. Decisamente Dino Campana non era allineato. E pagherà. Eppure, quanti oggi senza dirsi materialisti non la pensano proprio così? E fra chi si dice religioso quanti possono contare su una tale fede? Infine quanti oggi a distanza di un secolo da Dino Campana come da Freud, sono disposti a giurare su una componente di mistero nella persona?
Atei e non, quanti continuano a volere dogmi e dettami di comportamento per la comodità di avere un pensiero preconfezionato senza dover scegliere valori? O non dover mettere continuamente in discussione la morale? Dolore e fatica, tenere la morale in evoluzione è l'unico modo per tenerla viva. L'abbiamo fossilizzata in regole fisse, in quest'epoca di decadenza, e l'abbiamo persa.
Sono alcuni degli effetti attuali del riscontro sociale che avrebbe la rilettura di un poeta che la società ha internato. Messo a tacere perché scomodo, turba la coscienza. Ma oggi possiamo rivalutarlo, finalmente? Oggi che dalla cultura comune è estromesso persino il dubbio che possa esistere qualcosa oltre la materia. La Chiesa non difende chi dà valore alla sua dottrina restandone fuori. Dino Campana non è religioso, soprattutto è lontanissimo da qualsiasi istituzione, accetta a malapena i vincoli che derivano nella vita quotidiana, è giovane (ha meno di trent'anni), è insofferente, vuole tenersi lontano da tutto ciò che lo distrae dalla Poesia. E' piuttosto assolutista in questo; basta sentire ancora una volta lui stesso: 'piangendo: giurando noi fede all'azzurro.'
Nota: per chi fosse interessato alla biografia rimando caldamente a 'La notte della cometa' di S.Vassalli.
*
*
Inoltre Carmelo Bene dice bene:
*
"…la tua analisi contiene spunti interessanti, e fa chiarezza su alcuni
passaggi con importanti considerazioni, per esempio le percezioni
sensoriali, il sesto senso, l'invocazione vana ma necessaria, ecc. Posso
dirti un'altra impressione generale, che è di un'analisi molto al femminile
con tante sensazioni e coinvolgimento." Giampiero Costa
*
Inoltre Carmelo Bene dice bene:
DINO CAMPANA E LA
DEFLAGRAZIONE ( MANCATA) DELLE LETTERE ITALIANE
di Andrea Ponso
Spesso,
il compito al quale il critico é chiamato é quello di redigere una storia, di
inserire un indeterminato fenomeno artistico o culturale in uno schema, in una
progressione, in una impalcatura che alla fine, appunto, determini l’accadere
estetico ( che quindi scivolerà inesorabilmente nella accaduto ) e che
in tale determinazione diventi anche l’ossatura che ridà il credito di una
esistenza al suo stesso ruolo, riconoscendolo nel suo lavoro di operaio
altamente qualificato.
Esistono
tuttavia, nelle innumerevoli storie delle arti, dei punti fosforici ad alto
livello di fusione, dei luoghi dove un ipotetico terrorista, dopo accorti
studi, potrebbe piazzare la carica esplosiva: sono luoghi di solito molto
pericolosi ( il rischio, si sa, è quello di saltare, bruciare della propria
stessa miccia ) oppure debitamente nascosti, o ancora resi sicuri da continui
lavori di recupero e arginamento.
Il
periodo ermetico é forse stato in Italia, per certi aspetti, uno sbarramento
tanto aureo quanto poco permeabile: la luce francese in particolare e quella
delle altre letterature, tornavano attutite, ovattate; le grandi esperienze del
limite e delle avanguardie venivano appunto filtrate: si tendeva cioè a salvare
più che altro l’insegnamento sul piano strettamente artistico e stilistico,
evitando di inglobare il corpo stesso di tali esperienze … insomma, la bella
copertina più che il sangue del poeta pugnalato. .. non é un caso che certi
esiti del futurismo siano più importanti dal punto di vista programmatico che
da quello dei risultati: una distanza protettiva é stata frapposta.
Il
caso particolare di Dino Campana, può insegnarci molto a riguardo. La sua
controversa collocazione critica, i giudizi non certo unanimi, ci mostrano
molto da vicino il funzionamento di tale meccanismo.
Del
resto, come ricordava Sanguineti nell’introduzione alla sua antologia della
poesia italiana del novecento, “ non si deve cessare di riflettere sopra questo
punto: che la consacrazione é toccata ai poeti della bella biografia “ 1 ( Saba, Ungaretti, ecc. ).
Infatti, chi in qualche modo cancella la grafia, chi non
predispone immagini (e per immagini qui intendo rappresentabilità, appigli,
luoghi del blocco ) ma solo le infrange, e in qualche modo le supera e se ne
libera, non é utile alla storia. Del resto, sempre citando Sanguineti “
la poesia tende a un’esistenza funzionale, come esorcismo davanti all’evento,
come cerimonia protettiva “.
Non
a caso, quando si parla del caso-Campana, si tende sempre a dare più credito
all’immagine, sia essa biografica o più o meno romanzata, del maledetto
… ma comunque sia sempre ad una immagine, cioè ad una sorta di rappresentazione
… una poesia come quella di Campana, sarebbe certo insostenibile altrimenti: il
pericolo di esposizione sarebbe troppo alto … e così quello che invece le é più
proprio, vale a dire la voce, passa in secondo piano, poiché ciò
che non ha immagine assomiglia troppo da vicino ad un buco, addirittura senza
contorni, una falla che rischia di risucchiare nel suo vortice concentrico
tutto quello che gli sta vicino, tutta la storia della letteratura, tutta
l’impalcatura storico-critica che la sostiene.
Del
resto, ormai, appare chiaro che non sappiamo più rapportarci all’evento, ad un
qualsiasi evento, se non in modo storiografico e cioè protettivo; ma una tale
impresa, non fa altro che <<produrre il passato in quanto “passato”, cioè
distanziato e proiettato in una sua posticcia realtà passata, che non ha più,
col presente, alcuna relazione vivente. Il passato é così neutralizzato>>
come ricorda Sini 1 in un suo libro.
Allora,
il movimento più tipico di questa poesia, è quello di un inesorabile, e non
controllabile, progressivo scardinamento di ogni forma e di ogni modo (
per usare una espressione cara alla mistica di S. Giovanni Della Croce ): ed é
questa una dinamica che il poeta non può scegliere e che non può gestire in
proprio.
Nella
foga ( del disastro, dell’ispirazione, del presente in atto … ) per orrore e
con orrore Campana si aggrappa a quello che può, a brandelli, a pezze, a
croste del cadavere delle lettere italiane: la poesia é un abito sbrindellato,
un ricovero di fortuna … o casomai un residuo, qualcosa che si stacca dal
flusso energetico: una sorta di ricaduta; insomma, non c’è proprio il tempo di
sistemarsi il cravattino.
In
questa macchina di pure intensità, Campana fa veramente piazza pulita di tutto:
del sublime, dell’opera come chiusura in produzione, della poesia stessa e
della letteratura, e lo fa come pochi altri; persino i futuristi, nella loro
opera di distruzione non riescono a non lasciare come contropartita una poetica
e un contro-sublime ( il sublime industriale, ecc. ), persino l’avanguardia
inesorabilmente diventa storica.
Campana
no, non si lascia com-prendere, non si piega al racconto e in questo
continuo sbalzo energetico, in questo continuo spogliarsi e rivestirsi si
dimentica persino il profilo ( anche la memoria, in fondo è un abito, non è
altro che un abito o una catena ) e confonde il suo a mille altri: gli echi
letterari che convulsamente ritornano nei suoi versi non sono altro che
residui, medicazioni, punti di sutura con il materiale che era a sua
disposizione. L’imitazione non esiste e non può esistere, poiché non c’è ( più
) nemmeno l’autore … insomma, D’Annunzio e Carducci, sono per Campana due brave
crocerossine. Forse, in più, dal più giovane dei due ha imparato una sorta di
ascetismo dello spreco, una nudità per sovraesposizione e autocombustione, un
lusso del vano spinto all’estremo.
Campana
come forzato incendiario, quindi, come fiamma che cerca appigli
- sia per alimentare se stessa, sia per frenare la completa combustione.
Non é certo un impresario della poesia o, peggio, un pompiere : é casomai
costretto a diventarlo nei momenti più fosforici, di più alta vanità, per
salvare l’ultima pagina, quella della sua stessa pelle; non dimentichiamo che
anche il suo libro, il suo oggetto-prodotto, é andato smarrito: anche questo
appiglio, questa boa é stata persa. E il desiderio di riprenderlo, dalle
profonde maree della memoria provoca lo stesso movimento in intensità della
poesia, che cerca (senza mai trovare veramente) e finisce contemporaneamente i
suoi brandelli: non c’é, a ben vedere, sostanziale differenza.
E
non c’é in realtà un fine in tutto questo, se non quello di godere di sé : del
resto, come ricordava Marx, “anche soffrire é godere di sé”; e non c’é un fine
perché non c’é un autore, vale a dire una autorità che decida e rappresenti una
via, un percorso da seguire. Si pensa alla propria pelle, letteralmente, alla
propria voce che brucia, alle proprie gambe che inciampano.
Campana
non può correre in soccorso alla poesia, non vuole darle un nuovo abito, tra il
canto spiegato dell’ Ottocento e il grado zero di Ungaretti ( parafrasando una
considerazione di Bo all’introduzione dell’oscar Mondadori ): il suo movimento
incessante scopre piuttosto la carne viva, smaschera le valvole di sicurezza di
una critica e di un mondo aggirandole una per una ed evitando in particolare
quella dell’indicibile. E, in questo senso, occorre fare una ulteriore precisazione:
la sua ricerca, non é la rampa di lancio verso un qualche sublime. Il suo
spreco non é uno spreco in favore di un silenzio originario e più o meno carico
di significati metafisici o anche solo nichilistici di annientamento: l’unico
volo vero é quello che si fa cadendo, incespicando, aderendo alle cose,
alla terra e al suo presente non mai trovato abbastanza. Si é intensità, differenziale,
differenza pura, non riferibile a nessun assoluto, ma tra la
propria immagine, nella propria lingua, perché solo così si brucia
veramente e perché solo in questo modo si evita l’incasellamento e
l’accomodamento da parte di una critica come insopprimibile bisogno di
riterritorializzazione: solo rimanendo all’interno del codice ( della
rappresentazione, della lingua ) l’energia trova materiale dal quale
sprigionarsi e nello stesso tempo uno spazio ristretto per mantenere alto il
livello di calore e di fusione.
Campana
vive così la sua totale insofferenza ( biologica direi, come lo può essere una
tara ) ad ogni codice, dall’interno del codice, anche perché “fuori”
l’increato ( ? ) nemmeno si accorge di sé ( figuriamoci di noi ) quindi non
c’é “fuori” e non c’é neppure un “oltre il codice”.
Fatto
significativo é che Campana giudicherà insufficiente il suo lavoro solo in
rarissimi momenti e durante gli anni di non attività ( e di internamento ):
cioè solo dopo. Ed é la debolezza stessa del dopo, mentre nel presente
della creazione poetica in atto, negli anni della produzione, non ha mai
sentito il bisogno di tali giudizi, aderendo completamente al fare della
voce, senza distanze e senza riserve. Questo perché forse proprio le
“croste”, le parti meno “riuscite”, quelle più posticce, sono, secondo le leggi
interne dell’opera quelle più vicine alla poesia: quelle cioè in cui il fuoco
del fare poetico é più vivo, quelle dove la voce più si é ingrossata.
E
allora Campana, lo ribadiamo, centra poco o nulla con l’ineffabile : e la
cosa che più ci sconvolge, e che più sconvolge la critica, la cosa più
irritante e illeggibile é che Dino Campana ha detto ( dice ) tutto.
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