Georgien 2008

Georgien 2008
Visualizzazione post con etichetta Matteo Nucci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matteo Nucci. Mostra tutti i post

Magna Grecia campana







LACCO AMENO (Ischia)
Arrivarono cantando i versi di Omero. Era il 770 a.C. e avevano navigato a lungo da Eretria e Calcide, le due principali città dell’Eubea, la lunga e sottile isola a est dell’Attica, ai greci oggi nota come Evia. L’isola in cui si fermarono, il primo insediamento di quella che sarebbe stata ribattezzata Megàle Hellàs, ossia Magna Grecia, la chiamarono Pitecussa e adesso è per tutti Ischia. Il ribollire di acque, fumi e fuochi sotterranei lì per lì non li spaventò. Li spinse piuttosto a celebrare. Del resto quel che desideravano, più di ogni altra cosa, era ricreare le abitudini della madrepatria. Unirsi a sedere attorno a un tavolo, assaporando a turno da una coppa la bevanda inventata da Dioniso, il nettare che sovvertiva la memoria e apriva lo spazio dell’eros. Dell’Iliade, infatti, cantavano soprattutto i versi magnifici ambientati nella tenda del vecchio Nestore in cui Patroclo entrò trafelato a chiedere notizie di un compagno ferito: “Prima l’ancella apparecchiò loro la tavola bella, ben levigata, coi piedi di smalto, quindi sopra ci mise un cesto di bronzo, con dentro cipolla, compagna del bere, e anche miele biondo, e farina d’orzo sacro, e una coppa bellissima, che il vecchio si portò da casa, tempestata di borchie d’oro; i manici della coppa erano quattro, e intorno a ciascuno saltabeccavano due colombe d’oro, e sotto c’era un duplice sostegno. La spostavano a fatica dalla tavola gli altri, quand’era piena, ma Nestore, il vecchio, senza sforzo l’alzava”. Il simposio descritto da Omero si adattava bene alla vita e ai vigneti di Pitecussa. Così, nelle botteghe dei ceramisti che fiorirono sull’isola, i greci d’Eubea che diventavano d’Italia, commissionarono immediatamente esempi che evocassero la grandezza di quei tempi andati. Su una di queste coppe leggiamo ancora: “Sono la coppa di Nestore, è una gioia bere da me. Chiunque beva da questa coppa, costui subito il desiderio di Afrodite dalla bella corona lo prenderà”. È la più antica iscrizione greca in scrittura alfabetica (circa 740 a.C.), la più antica testimonianza di amore letterario e costituisce il gioiello del piccolo museo archeologico di Villa Arbusto, quella che fu residenza di Angelo Rizzoli, il capostipite, grande imprenditore dell’editoria e del cinema che negli anni 50 trasformò Lacco Ameno in un ritrovo di star del jet set. Oggi, di Fellini e compagnia restano le foto scattate dai paparazzi che ciondolavano fissi nei dintorni. Bagnanti annoiati li hanno sostituiti. Uomini e donne in cerca del riposo termale. Stranieri attratti dal ribollire delle acque, dai fanghi curativi, da quel rimestio sotterraneo che in un’eruzione vulcanica sbalzò fuori dal monte Epomeo la roccia conficcata in mare di fronte a Lacco che tutti conoscono come il “fungo”. Per i greci d’Italia fu infine quello il segno che li spinse all’abbandono. Immaginarono che sotto il cratere spento dell’Epomeo Zeus avesse sotterrato dopo una terribile lotta il corpo del mostruoso titano Tifeo. E che quando questi si agitava, fuoco e acque impazzite venissero fuori dalla superficie mettendo in pericolo gli abitanti. Così, dopo le eruzioni del 500 e del 474, l’emporio commerciale in cui era stata trasformata l’isola, con le sue fornaci per la lavorazione del ferro proveniente dall’isola d’Elba, cadde in rovina. E gli abitanti di Pitecussa si trasferirono in massa di là dal mare in cui Odisseo aveva respinto la tentazione delle Sirene. D’altronde, anche Cuma era stata fondata da greci di Eubea. Solo da quelli di Calcide e della Cuma greca, però, perché nel frattempo in madrepatria Eretria era diventata nemica. A essi, attorno al 730, la rupe isolata di trachite era apparsa immediatamente come il luogo perfetto per un insediamento fortificato. La fertile pianura che si estendeva verso il mare e Pitecussa, la ribattezzarono con il nome dei campi in cui gli dèi dell’Olimpo avevano sconfitto i Giganti. I Campi Flegrei, infatti, sembravano adatti a suscitare contese. Le credenze più importanti però le avrebbero riservate a altro. E chiunque oggi arrivi a Cuma, senonaltro per sentito dire, la storia la conosce bene. La raccontò il poeta che Dante avrebbe scelto come suo mentore in versi che volevano competere con Omero. “L’immenso fianco della rupe euboica s’apre in un antro: / vi conducono cento ampi passaggi, cento porte; / di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla”. L’arrivo di Enea al cospetto della vergine apollinea il cui volto si sfigura è raccontato da Virgilio in parole che accompagnano il visitatore, chiunque esso sia. “A lei che parla così, davanti all’ingresso, d’un tratto / non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta; / ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia / di rabbia, sembra più alta e di voce sovrumana, / ispirata dal nume, ormai vicino, del dio”. Ma il volto, stavolta, è quello della custode di un sito archeologico che farebbe fortuna in tutto il mondo, il volto sfigurato dalla sorpresa di fronte al visitatore che ignora quanto scritto su un foglio svolazzante appuntato sul bussolotto d’ingresso: l’antro della Sibilla è chiuso. “È un anno e più, non lo sapevate? Ma voi andate, andate, andate su a vedere che è chiuso” ripete la donna. E perché andare? Sembra l’enigma tipico di Apollo. Gli stranieri che non colgono la sfumatura abbandonano prima di spendere i pochi euro d’ingresso. Gli altri, colpiti dall’ambigua sentenza, s’incamminano sullo stradino che brucia di sole. Di fronte all’ingresso dell’antro, una transenna sbilenca pretenderebbe di impedire il passaggio ma il segnale è chiaro. Si cammina nell’improvviso fresco della penombra umida spezzata da lame di luce delle aperture laterali. Un silenzio carico di mistero domina. Non si fa caso ai tubi innocenti che sostengono pareti messe in pericolo da infiltrazioni costanti. S’immagina solo la voce della Sibilla e l’enigma delle sue profezie. Soltanto sulla via del ritorno poi iniziano a rimbeccarsi voci di uomini che si domandano l’un l’altro se qualcuno abbia infranto il divieto. “Siete entrati?” domanda un custode a chi esce. Nessuno vuole ammettere l’evidenza. “E vabbuò” fa lui “Non si potrebbe” e intanto riaccosta la transenna all’ingresso. “Tanto non viene nessuno a aggiustare qui” mi dicono “Lo vedete dotto’? Ma poi è pericoloso? Se è pericoloso lo devono chiudere bene. Noi che possiamo farci?” Salendo verso l’imprendibile acropoli che nel 524 seppe resistere a una coalizione di Etruschi, Dauni e Aurunci, tra magnifiche rovine, spettacolari panorami e la quiete assoluta, l’unica idea però è ridiscendere. Scendere. Scendere giù verso quell’apertura al mondo sotterraneo che la Sibilla illustrò a Enea, mormorando: “è facile la discesa in Averno; / la porta dell’oscuro Dite è aperta notte e giorno; / ma ritrarre il passo e uscire all’aria superna, / questa è l’impresa e la fatica”. Per scendere al lago su cui non volavano uccelli e che per questo gli antichi chiamarono Averno (a-ornon senza uccelli) basta seguire le indicazioni stradali e non confondere l’Arco Felice antico, l’immensa porta di accesso costruita da Domiziano, con le sue reduplicazioni moderne. Tornanti spingono giù e sempre più giù, verso il lago immobile. La strada che gli gira attorno ospita parcheggi, club, ristoranti, da una parte. Dall’altra invece diventa luogo che più che a Persefone sembra dedicato a Afrodite. Il ramo d’oro da portare nell’Oltretomba è introvabile. O forse adesso non scintilla più “nelle foglie e nel flessibile vimine, / consacrato a Giunone inferna” bensì dietro i finestrini che riflettono il sole e oltre cui lampeggiano bocche, gambe, movimenti lenti o improvvisamente velocissimi e scattanti, accompagnati da mugugni e grida inconfondibili. Poco più in là, la statale spinge verso quella che fu Dicearchia, la sub colonia di Cuma, oggi Pozzuoli. Il Quartiere Terra brulica di vita e le trattorie servono spaghetti fumanti. Ci si potrebbe fermare qui. Ma Cuma non smise di fondare città, nei dintorni. Quella che finì per oscurare tutte le altre fu chiamata “Nuova Città”, “Nea Polis”, per distinguerla da quella che aveva preso il nome di una delle Sirene, Partenope, ribattezzata “Vecchia Città”, “Palaia Polis”. Ma per trovare un briciolo della Neapolis antica, non è più possibile aggirarsi tra i suoi infiniti e leggendari vicoli. Stavolta si deve scendere davvero sottoterra. Benché nessun Enea, inabissandosi nel sottosuolo dalle parti di San Lorenzo Maggiore o di piazza San Gaetano, troverà mai più il suo Anchise, l’anima sfuggente all’abbraccio del figlio “pari ai lievi venti, simile ad alato sogno”.

PAESTUM
Basta costeggiare per un breve tratto il fiume Sele, l’antico Silarus. Nascoste dai canneti, piccole imbarcazioni di pescatori di anguille aspettano l’alba in un’atmosfera sospesa. I rumori dei campeggi nelle vicinanze scompaiono. Tra i campi bruciati, ronzio incessante e lontanissimi motori. In un attimo tutto è perduto. Tutto è come lo immaginarono sei secoli prima di Cristo. Raccontavano di Giasone e dei suoi compagni. Della celebre nave che prese il nome dal costruttore figlio di Arestore, Argo, e che dopo peripezie infinite tra il Mar Nero, l’Egeo, l’Adriatico, fiumi come il Danubio e l’Eridano (il Po), finì per ancorare proprio da queste parti. I cinquanta uomini di bordo, detti Argonauti, scesero a terra, lasciarono ben nascosto il vello d’oro (il sacro ariete alato) per cui erano partiti, e si misero a costruire un santuario in onore di Era Argiva. Ne resta il perimetro, oggi, tra i campi abbandonati, quasi invisibile, nascosto dall’erba bruciata dal sole. Sono poche pietre ma in quelle pietre risuona un tesoro. Spariscono anche i ronzii degli insetti. Resta soltanto la musica che suonò uno degli Argonauti, il divino Orfeo, mentre la nave, dopo aver sostato davanti al promontorio di Circe, avvicinava la sua punta a Salerno eppoi seguiva la costa a sud verso la Foce del Sele. Era una musica straordinaria e unica, capace di una malia tale che gli uomini dell’equipaggio non ascoltarono neppure il richiamo seducente e omicida delle Sirene. Forse la cantavano ancora, mentre costruivano il tempio restituito alla luce dagli acquitrini nel 1927. Le metope che raccontano gesta eroiche, storie letterarie e danze leggere, si possono osservare in copia nella masseria che, sulla strada, a poche decine di metri, è stata trasformata nel Museo Narrante dedicato a Era Argiva. Gli strepitosi originali invece sono stati spostati nove chilometri a sud, negli stessi luoghi in cui gli abitanti dei dintorni si trasferirono per sfuggire alle continue piene del fiume. Luoghi destinati all’immortalità.
La città fu chiamata dai greci d’Italia Poseidonia. Un secolo dopo, in mano lucana, prese il nome di Paistom. Sotto i romani venne infine ribattezzata Paestum. Di essa, restano molto più che pietre perimetrali di un santuario. Restano colonne doriche massicce, tre templi magnificamente conservati e di bellezza inaudita, esempi unici di fronte a cui ogni parola appare insufficiente. Forse il motivo di tanta eternità sta nella caducità da cui sorsero. I coloni che avevano velocemente abbandonato la Foce del Sele provenivano infatti da una delle città greche del sud Italia più lussuose e più effimere: Sibari. I primi ad arrivare, attorno al 600, avevano lasciato le coste calabre e la città ricchissima ma sovraffollata. Novant’anni più tardi li raggiunsero tutti gli altri, dopo che Sibari venne distrutta da Crotone. I tre templi che oggi contempliamo estasiati, li costruirono in quel secolo breve, dedicandoli a Atena (il tempio detto di Cerere), a Era (il tempio detto Basilica) e probabilmente a Nettuno, quello che è il più completo e impressionante. Meta obbligata del Grand Tour (necessario visitare il Museo “Paestum nei percorsi del Grand Tour”, poco lontano dal sito, a Capaccio), di chi sfidava i pericoli dei luoghi paludosi, solitari, abitati da malattie e briganti, Posidonia, per tutti Paestum, ospitò fra gli altri, nel 1777 Giovanni Battista Piranesi, autore di tavole impressionanti. Chiusa da una cinta muraria lunga quasi cinque chilometri, la città però non è solo i suoi templi. Nello spazio pubblico dell’agorà, un ekklesiasterion (sede delle assemblee) fu costruito a inizio V secolo, e insieme all’heroon (edificio consacrato al culto di un eroe) domina sui resti delle abitazioni, sull’anfiteatro romano, le terme e altri santuari. Ma lo spazio principale, dopo i templi, fu costruito nel 1952 su progetto razionalista datato 1938: è un museo unico e ospita pezzi da capogiro. Vasi come il cratere di Europa e il toro o l’anfora del pittore di Afrodite. E soprattutto la famosissima Tomba del Tuffatore, scoperta in una piccola necropoli a sud di Poseidonia nel 1968. Le pareti interne della tomba accompagnavano il defunto tutto attorno al suo corpo con le immagini più dolci del suo percorso terreno: uomini sdraiati giocano a cottabo, lanciando gocce di vino in un bersaglio. Chi vince merita la dolcezza della musica e dell’eros. L’eros spinge a una dimensione spirituale superiore, come spiegò Platone. E infatti l’immagine finale, quella dipinta proprio sopra agli occhi chiusi del morto raffigura l’uomo che si tuffa, slanciandosi perfetto contro lo sfondo bianco della pietra, curioso ormai del mare in cui sta per infilarsi, un mare che rappresenta l’aldilà, la nuova dimensione in cui sta penetrando.
“I lucani impararono molto dai greci ma anche i greci avevano imparato dagli etruschi… Venga con me” mi dice uno dei custodi storici del Museo, Nicola Verrone. Mentre ripercorre le glorie di ogni sala e invoca ristrutturazioni e ammodernamenti necessari, mi spinge giù nei sotterranei dove sono raccolte opere che prima o poi troveranno la luce che meritano. Racconta tutto quel che è possibile raccontare su una tomba lucana. Mostra ombre, simboli, colori. Spiega che i greci di Poseidonia impararono a dipingere le tombe dagli etruschi e che i lucani si mescolarono ai greci e a loro volta ereditarono da loro tecniche e immagini. È un vulcano di storie e alle storie antiche mescola le sue, quelle della sua famiglia e di chi vive oggi a Paestum e eredita tradizioni millenarie. Quando mi saluta, indicandomi la via verso il sud, ho l’impressione una volta di più che i miti antichi non finiscano mai e che basti rileggerli negli uomini e nei luoghi antichi che essi continuano a abitare. Adesso per esempio, seguendo le indicazioni di Verrone, benché di greco a Agropoli non ci sia più nulla di rilevante se non il nome, mi pare impossibile negare che sia su quel promontorio che Eracle si fermò di ritorno dalle sue fatiche in Iberia dove aveva catturato i buoi del gigante Gerione. E soprattutto mi pare impossibile negare che qualche decina di chilometri più a sud, a punta Licosa, la Sirena Leucosia potesse essere irresistibile per chiunque, anche per chi, come Orfeo, era capace di musiche superiori. Qui non doveva essere la musica infatti a sedurre i marinai, ma il sogno di una specie di paradiso terrestre. Così mi sembra di vederlo, Odisseo, al largo di questi scogli di pace assoluta, raggiungibili con una lunga camminata dal sentiero di Vaddunauto. Mi sembra di vederlo lì, in mare aperto, che dopo aver otturato le orecchie dei compagni con del miele compresso e aver loro ordinato di non dar retta per nessuna ragione alle sue suppliche, adesso, legato forte all’albero della nave, solleva i sopraccigli implorandoli di liberarlo e cambiar rotta, perché il paradiso gli sembra davvero a un passo. (2 - continua)