La fisicità dei partigiani è quella
povera, scabra, irredimibile dei montanari della Bergamasca. Bovari o carbonai,
pastori o uccellatori la cui sostanza umana sembra fare tutt'uno con la
sostanza zoologica delle creature che li circondano, nei prati come nel bosco:
galline, vacche, maiali, ma soprattutto larve, formiche, salamandre, ragni,
vipere, e l'esercito variamente svolazzante di tafani e calabroni, cornacchie e
lucherini, storni e fringuelli. Più ancora che Italo Calvino, si direbbe che Giulio
Questi abbia combattuto la Resistenza da entomologo. Forse perché il suo
sguardo di studentello era già, senza saperlo, quello del cineasta. «Da
partigiano ho sempre avuto un'attenzione esasperata a dove mettevo i piedi e
gli occhi. Oggi si dice immagine ad alta definizione», ha dichiarato Questi in
un'intervista del 2010. Cinematografici, i racconti di Uomini e comandanti lo
sono quasi a ogni pagina. Lo sono di attraverso la luminosità di una neve
onnipresente e malfida. Lo sono nei movimenti decisivi delle nuvole. Lo sono
nella suggestione degli sfondi, il roccolo del cacciatore di uccelli, la
montagnola fumante della carbonaia, il lago d'alta quota dove inopinatamente si
tuffa Pantelleria il siciliano. Lo sono nell'invadenza della carne animale,
come dentro una pulp fiction partigiana. Lo sono nella cromatica dei corpi
umani, vivi o morti: le carni bianche dei montanari bergamaschi, il membro blu
dell'alieno Pantelleria, lo scrigno di raso rosso che corrisponde alla testa
scoperchiata di un aviatore canadese. Né scrivendo della Resistenza
all'indomani della Liberazione, né (meno che mai) tornando a scriverne
cinquant'anni dopo, Questi è caduto nella tentazione didascalica […]
Sergio Luzzatto - Il Sole 24 Ore -
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Giulio Questi, Uomini e
comandanti, postfazione di Angelo Bendotti, Einaudi