Georgien 2008

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Ju patirria li guai di lu linu / Io patirei i supplizi del lino













Ju patirria li guai di lu linu,
tagghiatu tuttu, poi stisu a lu chianu,
poi mazzïatu e fattu finu finu,
senza ca nni ristassi un filu sanu;
poi fattu matapolla e musulinu,
poi fazzulettu, pri li vostri manu;
d'accussì sulu vi staria vicinu,
e no ca v'è guardari di luntanu!





Io patirei i supplizi del lino,
tagliato a pezzi, poi steso per terra,
poi battuto con mazze e assottigliato,
finché non resterebbe intero un filo;
poi ridotto in matassa e mussolina,
poi in fazzoletto per le tue manine.
Solo così potrei starvi vicino,
e non qui, a guardarti da lontano!







ca '700

*

[...] se saranno putti li saranno date tante patte


Canzone detta del Balaridone

Una grida del 1501 (a Genova) ammoniva:

 Che de cetero nessuna persona presuma tenir scuola per mostrare cantare in epsa, aut in qualunco atro loco debia mostrare cantà; et ultra nissuno deba andare epse scole sotto pena de ducati cinquanta. 

13 gennaio 1512, pubblicato un decreto in cui si diceva:

 Con ciò sia cosa che sia venuto a noticia... commettersi nephandi et abhorrendi peccati, quali se non estirpassimo et eradicassimo, saria da temere provocassimo l'ira del Signore sopra questa città; e tra li altri uno ne è che publice si commette ed è causa della ruina de innumerabili anime; e questa è quella maledetta cansone del Balaridone, quale contamina le mente non solum de' seculari ma de' religiosi cossì homini come done che la odeno... ; poi che se vede che poco o nulla hanno jovato le arme ecclesiastiche e le censure amanate... se fa intendere che se de cetero sarà trovato alcune che cante tale cansone del Balaridone, né altra consimile, se intenda essere incorso in pena de ducati dece d'oro larghi.
[...] se saranno putti li saranno date tante patte, che forse si chiuderanno li orecchi in appresso quando odiranno da altri tale cansone, non che la canteranno; che per certo se per lo passato cum negligentia si è processo e si è chiuso li occhi, de chi in avanti la andarà tutto al contrario.








Si trovasse una donna
che mi volesse amare
e poi volesse fare
con mi la pavanella
allor per mia patrona
io la vorrei chiamare
e poi con lei cantare:
deh toca la canella
o dolce pastorella.
Ojmé che l'è pur bella
da far balaridon
doghedon, doghe don...





*
Il «carnevale dei folli», un periodo di liberta` giocosa, in cui le regole di comportamento sociale sono accantonate per qualche giorno, se non capovolte. Ovunque, dame e cavalieri in maschera ballano il balaridòn, una danza di gruppo, infischiandosene che sia stata vietata con un decreto del 1522, quasi ottant’anni prima. La Quaresima è appostata dietro l’angolo, pronta a porre fine a ogni divertimento.


Pietra è il mio nome, Lorenzo Beccati

I notturni di Bonaventura










Scoccò l'ora notturna. M'avvolsi nel rivestimento che m'era compagno d'avventura, pigliai la picca e il corno, uscii incontro alle tenebre e annunciai l'ora dopo aver scongiurato gli spiriti mali con il segno della croce.
[...]

Citazioni


• In verità noi guardiani di notte e poeti, assai poco ci occupiamo dell'umano daffare diurno; ognun sa che con la luce gli uomini si fanno altamente quotidiani, mentre solo quando sognano valgono qualcosa. (III)

• Poiché l'uomo poggia su questa contraddizione: ama la vita a cagion della morte, ma odierebbe la vita se scomparisse la paura della morte. (IV)

• Delle due, solo una cosa è possibile: o gli uomini la pensano alla rovescia, o sono io fuori di strada. Se la maggioranza dovesse decidere, sarei semplicemente perduto. (VII)

• Ho osservato che oggi ancora gente rispettabile non è in grado di padroneggiare il muscolo del pollice, come gran copia di scrittori e persone che menan la penna; mi sbaglierò ma questo conferma l'idea di Darwin. (VIII)

• «Il teschio non diserta mai la maschera che occhieggia, la vita non è che l'abito a sonagli che il Nulla indossa per tintinnare prima di stracciarselo via di dosso. Che cos'è il Tutto? Nient'altro che il Nulla: esso si strozza da sé, e giù s'ingoia voracemente: ecco a che si riduce la perfida ciarlataneria secondo la quale esisterebbe qualcosa! Se infatti una sola volta lo strozzamento sostasse, il Nulla balzerebbe evidente agli occhi degli uomini, da farli inorridire; i folli chiamano eternità questo fermarsi! – ma no, è proprio il Nulla invece, la morte assoluta – poiché la vita consiste solamente in un ininterrotto morire.» (VIII)

• «A prenderla sul serio, c'è da finire al manicomio; io però la prendo da Pagliaccio, e proseguo il Prologo fino alla Tragedia.» (VIII)

• L'amore non è bello: solo il sogno dell'amore rapisce. (IX)

• Il ricco e il mendico hanno questa prerogativa sugli altri figli degli uomini: possono soddisfare il loro gusto per i viaggi. (XV)


Inno a Iside



Perché Io sono la Prima e l’Ultima.
Io sono la venerata e la disprezzata.
Io sono la prostituta e la santa.
Io sono la sposa e la vergine.
Io sono la madre e la figlia.
Io sono le braccia di mia madre.
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile.
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito.
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo.
E fui il mio uomo che nutrì la mia fertilità.
Io sono la Madre di mio padre.
Io sono la sorella di mio marito.
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre, poiché io sono la Scandalosa
e la Magnifica.


(Anonimo egizio IV sec. a.C.)

Nibelungenlied


 (1200/1205) 




Uns ist in alten mæren wnders vil geseit
von heleden lobebæren von grozer arebeit
von frevde vñ hochgeciten von weinen vñ klagen
von kvner recken striten mvget ir nv wnder horen sagen
Ez whs in Bvregonden ein vil edel magedin
daz in allen landen niht schoners mohte sin
Chriemhilt geheizen div wart ein schone wip
darvmbe mvsin degene vil verliesen den lip

Nelle antiche leggende son narrate cose stupende
di guerrieri famosi, imprese immense,
di feste e di letizia, di lacrime e di pianto,
di lotte d'audaci guerrieri; di ciò udrete narrar meraviglie.
Cresceva tra i Burgundi una nobile fanciulla,
tale che in tutto il mondo non v'era cosa più bella,
si chiamava Crimilde: divenne una bella donna.
Per causa sua molti guerrieri avrebbero perso la vita.

(Traduzione: Laura Mancinelli)

Lazarillo de Tormes (1554)






Pues sepa Vuestra Merced ante todas cosas que a mí llaman Lázaro de Tormes, hijo de Tomé Gonzáles y Antona Pérez, naturales de Tejares, aldea de Salamanca. Mi nacimiento fue dentro del río Tormes, por la cual causa tomé el sobrenombre, y fue desta manera. Mi padre, que Dios perdone, tenía cargo de proveer una molienda de una aceña que está ribera de aquel río, en la cual fue molinero más de quince años; y estando mi madre una noche en la aceña preñada de mí, tomóle el parto y parióme allí. De manera que con verdad me puedo decir nacido en el río.

E Vostra Signoria sappia prima di tutto che mi chiamano Lázaro di Tormes, figlio di Tomé Gonzáles e Antona Pérez, originari di Tejares, villaggio vicino Salamanca. La mia nascita avvenne dentro il fiume Tormes, e per codesta ragione ho questo soprannome. Mio padre, che Dio lo perdoni, era incaricato di provvedere alla macinazione in un mulino che è sulla riva di quel fiume, nel quale lavorò più di quindici anni; una notte mia madre, incinta di me, stava lì ed ebbe le doglie, e mi partorì proprio lì. In questo modo posso affermare in verità di essere nato nel fiume.

(Traduzione: Elisa Rupnik)

Cronica - Vita di Cola di Rienzo (1358)




Dice lo glorioso dottore missore santo Isidoro, nello livro delle Etimologie, che lo primo omo de Grecia che trovassi lettera fu uno Grieco lo quale abbe nome Cadmo. 'Nanti lo tiempo de questo non era lettera. Donne, quanno faceva bisuogno de fare alcuna cosa memorabile, scrivere non se poteva. Donne le memorie se facevano con scoiture in sassi e pataffii, li quali se ponevano nelle locora famose dove demoravano moititudine de iente, overo se ponevano là dove state erano le cose fatte: como una granne vattaglia overo vettoria [...] tristezze, disconfitte inscolpivano [...] e aitri animali in sassi overo iente armata, in segno de tale memoria.



Aucassin et Nicolette (XIII sec.)


Qui vauroit bons vers oïr
del deport, du mel antif
de deus biax enfans petis,
Nicholete et Aucassins,
des grans paines qu'il soufri
et des proueces qu'il fist
por s'amie o le cler vis,
dox est li cans, biax li dis
et cortois et bien asis.
Nus hom n'est si esbahis,
tant dolans ni entrepris,
de grant mal amaladis,
se il l'oit, ne soit garis
et de joie resbaudis,
tant par est douce.

Chi volesse ascoltare buoni versi
sulla gioia, sul passato dolore
di due bei giovinetti,
Nicolette e Aucassin,
delle grandi pene che soffrì
e delle prodezze che fece
per la sua amica dal chiaro viso,
dolce è il canto, bella la storia,
e cortese e ben narrata.
Nessuno può essere così abbattuto,
tanto dolente né malridotto,
né afflitto da così grandi malanni,
che, se la sente, non sia guarito
e tutto rinfrancato dalla gioia,
tanto è dolce.

(Traduzione: Mariantonia Liborio)