I miei confini, le mie
ombre... Un corpo
che pare d’aria – filamenti e labbra
e labili membrane e lunghi tendini –
e mani trasparenti
come sospese in alto, che si aprono
e chiudono, così
lente nel vuoto da
sembrare quasi immobili. Non io
semicelato qui, dove più diafane
si fanno le parvenze
di un corpo-anima – non
io più: tra queste fibre esangui solo
un’aura illividita, un‘impalpabile
fosforescenza come di oltretomba.
*
Quale parola sarà viva quando
la prima luce filtrerà dell’alba
domani tra gli ulivi e sarà ovunque
silenzio, in mare e lungo le pendici
delle colline in ombra? quale sillaba
inudibile quasi e fioca? Noi
che già ne percepiamo a tratti l’eco
franta, semicelata fra gli sbuffi
di questo
vento, a notte…
*
Nel corpo e non nel corpo, da lungi, a poco a poco,
si palesò in silenzio, con ansiosa
cautela,
più leggero dell’aria, a fior di pelle – o
piuma
o soffio inavvertibile. – Poi fu
come un brivido lungo, stupefatto – un
prurito
sottile – poi un dolore brevissimo, uno
scatto
sordo, attutito, senza un’eco. Tale
il suo passo felpato e incerto.
Come
riconoscervi – certo – il male?
*
Porgo
le mani alla tua assenza. Veli
si aprono ad un àlito
di vento impercettibile. Si muovono
fiocchi di nebbia, esausti. Sono io
che
li scosto da me e avanzo sulla
via tortuosa del sogno? O sei tu, che da lungi
li richiami al tuo nulla? Tu magnete invisibile,
tu non essere - alto, più alto del mio essere.
*
Infimo è il risucchio ove, contratta,
materia sé al vuoto astringe e sé
fa vuoto e quasi nulla. E pur vi
brucia
ancora – grumo, lampo
di fotone, scintilla
bianca di Ade – un lume
esiguo, che è del grande
cerchio degli astri.
Si
raffila ancora il cielo
nel profondo più fosco.
Ha il suo riscatto
il vertice nel fosso
imo – nel micro
il macrocosmo.
*