Georgien 2008

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Daniele Ventre, Iliade



saggio di nuova traduzione esametrica più letterale e in stile più semplice (passi dalla prima rapsodia)



L'ira tu cantala, dea, del figlio di Pèleo, Achille,
devastatrice, che diede infinite pene agli Achei,
molte ne precipitò di valide vite d'eroi
giù dentro l'Ade e con loro imbandì razzia per i cani
e per gli uccelli banchetto, consiglio di Zeus si compiva
sin dal principio, da quando si fecero ostili, a discordia
vennero il re di guerrieri Atride e lo splendido Achille.
Ma fra gli dèi chi li aveva forzati a lottare in discordia?
il figlio di Letò e Zeus: in collera con il sovrano
sparse nel campo la peste maligna e perivano genti,
sì poiché a Crise mancò di rendere onore, l'Atride,
a un sacerdote: era andato fra le agili navi d'Achei
per liberare sua figlia, portando infinito riscatto,
strette fra mano le bende di Apollo infallibile arciere,
sopra lo scettro dorato, e implorava tutti gli Achei
ma soprattutto gli Atridi, i due condottieri di genti:
"Ah voi Atridi, e voi altri, Achei dai robusti schinieri,
possano darvi gli dèi che hanno le olimpie dimore,
che rovesciate la rocca priamea, bene a casa arriviate:
ma liberate la mia bambina, il riscatto accettate, 
figlio di Zeus venerate Apollo infallibile arciere".
[...]
Dunque Agamennone re di guerrieri a lui rispondeva:
“Fuggi piuttosto, se il cuore ti spinge, e non certo te io
supplico di rimanere per me: con me sono anche gli altri
che mi sapranno onorare e su tutti Zeus il sapiente.
Tu sei il più odioso per me fra i sovrani alunni di Zeus:
già poiché sempre t’è cara discordia e poi guerre e battaglie:
se tanto forte tu sèi, questo dono un dio te l’ha dato:
Con la tua nave e coi tuoi compagni tu vattene a casa,
sopra i Mirmidoni regna, non voglio di te darmi pena,
e non ti temo adirato; ma a te farò questa minaccia:
se mi deruba così di Criseide, Apollo Radioso,
con la mia nave e coi miei compagni io senz’altro costei
la manderò: ma mi prendo Briseide la bella di guance,
sì, il premio tuo, alla tenda io ci andrò, così saprai bene
quanto di te più potente io sia, e avrà orrore anche un altro
di proclamarsi mio pari e uguagliarsi a me al mio cospetto!”
Disse così: nel Pelide angoscia ne nacque, il suo cuore
dentro il torace villoso fra duplice impulso fu in dubbio,
o la sua spada affilata sguainarla da presso la coscia,
poi fare sorgere gli altri, spogliare di vita l’Atride,
o racquietare la collera, all’animo dare contegno.
Mentre pesava fra il cuore e l’animo questi pensieri,
ed estraeva gran daga dal fodero, venne ecco Atena
dal cielo, giù: la mandò la dea Hera bianca di braccia,
lei che nell’animo aveva affetto e pietà per entrambi.
Dietro gli stette, afferrò per la bionda chioma il Pelide,
ma si mostrò solo a lui: degli altri nessuno vedeva:
Se ne turbò perciò Achille, si volse, all’istante conobbe
Pallade, lei, sì, Atena: brillarono fieri i suoi occhi:
Dunque spiegò la sua voce e le disse alate parole:
“E perché, figlia di Zeus che ha l’egida, tu sèi venuta?
Forse a vedere d’Atride Agamennone la violenza?
Questo però te lo dico, e che poi si compia lo credo:
egli per queste angherie perderà ben presto la vita!”
Disse di contro la dea dagli occhi di nottola, Atena:
“Sono venuta a placare il tuo sdegno, se obbedirai,
dal cielo, giù: mi mandò la dea Hera bianca di braccia,
lei che nell’animo nutre affetto e pietà per entrambi:
placala, su, la discordia, e non trarre in mano la spada:
ma tuttavia con parole rinfaccia com’è da venire:
già, perché io ti dirò, e questo sarà poi compiuto:
fino a tre volte in futuro ne avrai, tu, di doni stupendi
per questa sua tracotanza: tu frenati, a noi obbedisci”.
E rispondendo diceva Achille veloce di piedi:
“Certo la vostra parola, o dea, è opportuno la osservi
anche chi ha collera grande nell’animo; sì, così è meglio:
quello che presta obbedienza agli dèi, lo ascoltano spesso”.
Disse e fermò sopra l’elsa d’argento la grave sua mano,
e ricacciò la gran daga nel fodero, né disattese
alla parola d’Atena; ma lei sull’Olimpo era andata,
alle dimore di Zeus che ha l’egida, fra gli altri numi.




Odissea






… di sotto ai cespugli uscì fuori Ulisse divino
e un ramo frondoso da dentro la selva
fitta spezzò con la forte sua mano
e ne cinse a riparo il pudore del corpo.
E si mosse all’andare come si muove un leone
nutrito sui monti, di sé fieramente sicuro,
che va dalla pioggia e dal vento battuto
con occhi di fuoco e pecore e buoi
e cerve selvatiche insegue ed assalta
se il ventre lo spinge a cercare la preda
anche là dove il gregge da saldo recinto è protetto.




*


Mentore allora si alzò, l'amico fedele
di Ulisse, che a lui aveva partendo 
tutta affidata in custodia la casa e su tutto, 
al vecchio Laerte obbedendo, vegliasse.
Egli, assennato e prudente, levò la sua voce:
"Ascoltate, Itacesi, quello ch'io dico:
nessuno mai più dei sovrani scettrati
sia con voi generoso e clemente e mite
nè più la giustizia conosca nel cuore,
ma sempre feroce e iniquo si mostri: giacchè

nessuno di Ulisse divino più si rammenta
fra il popolo, di cui era paterno signore.
Io non rimprovero certo i Proci superbi,
la cui mente offuscata medita il male:
arroganti i beni di Ulisse divorano, e mettono
a rischio la vita dicendo che più non ritorna;
adirato son io con il resto del popolo:
voi muti sedete, nessuna parola
osate dir loro di biasimo; e i Proci
son così pochi, e voi siete molti."

A lui rispose Leocrito, figlio di Evenore:
"Mentore, confusa o audace hai la mente;
tu parli istigando costoro a frenarci.
E' arduo, anche per gran moltitudine d'uomini,
opporsi a chi lotta in difesa ostinata
dei piaceri goduti a spese di altri.

Nemmeno se Ulisse itacese volesse,
qui giunto, scacciar di sua casa lontano
i Proci che stanno a banchetto, la sposa
che tanto il ritorno desidera, poca gioia ne avrebbe:
d'indegna morte cadrebbe egli stesso
contro molti lottando. Tu non parli da senno.
Ma suvvia, o gente, scioglietevi; vada
ciascuno all'opere sue; preparino Mentore
e Aliterse il viaggio a costui; da tempo
amici del padre essi sono. Ma penso
che in Itaca a lungo ancora restando
attenderà notizie, nè mai farà questo viaggio".


*


Udiva il canto divino dalle stanze superne
la saggia figlia d'Icario, Penelope,
e l'alte scale discese, non sola:
con lei due ancelle venivano. Appena la donna
sublime fu giunta al cospetto dei Proci,
alla porta sostò della sala, tirando
il nitido velo sul viso; le stava
da un fianco e dall'altro un'ancella solerte.
Allora si volse piangendo al cantore divino:
"Femio, altri canti conosci che allietano gli uomini,
molti fatti d'eroi e di numi che vanno i poeti
cantando; e tu canta a costoro sedendo
uno di quelli, ed essi bevano pure in silenzio
il vino; ma questo tralascia così doloroso
canto, che sempre il mio cuore consuma
nel petto da quando una pena mi colse
infinita: quell'uomo sempre rimpiango,
sempre quell'uomo ricordo di cui per la Grecia
e in Argo risuona grande la fama".
A lei rispondeva Telemaco saggio: "Madre,
perchè vuoi impedire che il dolce cantore
ci allieti secondo che l'estro lo guida?
Colpa non è del cantore se il canto
è triste, ma forse di Zeus che la sorte
come vuole a ciascuno dona degli uomini.
Se Femio canta dei Danai l'ultimo fato
non merita biasimo: amano molto i mortali
il canto che suona più nuovo alle orecchie.
Abbi di udire anche tu forza nell'animo,
giacchè non fu tolto soltanto ad Ulisse il ritorno:
tanti altri guerrieri son morti sui campi di Troia.
Ma tu nelle stanze rientra, all'opere tue
del telaio e del fuso; e cura che attendano
le ancelle ai lavori; parlare e decidere
è cosa di uomini, e mia più che d'altri,
perchè mio è qui nella casa il potere".
Stupita la madre rientrò nelle stanze; del figlio
accolse nell'animo le sagge parole: di sopra
salì con le ancelle, e pianse di Ulisse,
del caro suo sposo, finchè Atena, dal fulgido sguardo,
un dolce sonno a lei sulle palpebre infuse.