Georgien 2008

Georgien 2008

Odissea






… di sotto ai cespugli uscì fuori Ulisse divino
e un ramo frondoso da dentro la selva
fitta spezzò con la forte sua mano
e ne cinse a riparo il pudore del corpo.
E si mosse all’andare come si muove un leone
nutrito sui monti, di sé fieramente sicuro,
che va dalla pioggia e dal vento battuto
con occhi di fuoco e pecore e buoi
e cerve selvatiche insegue ed assalta
se il ventre lo spinge a cercare la preda
anche là dove il gregge da saldo recinto è protetto.




*


Mentore allora si alzò, l'amico fedele
di Ulisse, che a lui aveva partendo 
tutta affidata in custodia la casa e su tutto, 
al vecchio Laerte obbedendo, vegliasse.
Egli, assennato e prudente, levò la sua voce:
"Ascoltate, Itacesi, quello ch'io dico:
nessuno mai più dei sovrani scettrati
sia con voi generoso e clemente e mite
nè più la giustizia conosca nel cuore,
ma sempre feroce e iniquo si mostri: giacchè

nessuno di Ulisse divino più si rammenta
fra il popolo, di cui era paterno signore.
Io non rimprovero certo i Proci superbi,
la cui mente offuscata medita il male:
arroganti i beni di Ulisse divorano, e mettono
a rischio la vita dicendo che più non ritorna;
adirato son io con il resto del popolo:
voi muti sedete, nessuna parola
osate dir loro di biasimo; e i Proci
son così pochi, e voi siete molti."

A lui rispose Leocrito, figlio di Evenore:
"Mentore, confusa o audace hai la mente;
tu parli istigando costoro a frenarci.
E' arduo, anche per gran moltitudine d'uomini,
opporsi a chi lotta in difesa ostinata
dei piaceri goduti a spese di altri.

Nemmeno se Ulisse itacese volesse,
qui giunto, scacciar di sua casa lontano
i Proci che stanno a banchetto, la sposa
che tanto il ritorno desidera, poca gioia ne avrebbe:
d'indegna morte cadrebbe egli stesso
contro molti lottando. Tu non parli da senno.
Ma suvvia, o gente, scioglietevi; vada
ciascuno all'opere sue; preparino Mentore
e Aliterse il viaggio a costui; da tempo
amici del padre essi sono. Ma penso
che in Itaca a lungo ancora restando
attenderà notizie, nè mai farà questo viaggio".


*


Udiva il canto divino dalle stanze superne
la saggia figlia d'Icario, Penelope,
e l'alte scale discese, non sola:
con lei due ancelle venivano. Appena la donna
sublime fu giunta al cospetto dei Proci,
alla porta sostò della sala, tirando
il nitido velo sul viso; le stava
da un fianco e dall'altro un'ancella solerte.
Allora si volse piangendo al cantore divino:
"Femio, altri canti conosci che allietano gli uomini,
molti fatti d'eroi e di numi che vanno i poeti
cantando; e tu canta a costoro sedendo
uno di quelli, ed essi bevano pure in silenzio
il vino; ma questo tralascia così doloroso
canto, che sempre il mio cuore consuma
nel petto da quando una pena mi colse
infinita: quell'uomo sempre rimpiango,
sempre quell'uomo ricordo di cui per la Grecia
e in Argo risuona grande la fama".
A lei rispondeva Telemaco saggio: "Madre,
perchè vuoi impedire che il dolce cantore
ci allieti secondo che l'estro lo guida?
Colpa non è del cantore se il canto
è triste, ma forse di Zeus che la sorte
come vuole a ciascuno dona degli uomini.
Se Femio canta dei Danai l'ultimo fato
non merita biasimo: amano molto i mortali
il canto che suona più nuovo alle orecchie.
Abbi di udire anche tu forza nell'animo,
giacchè non fu tolto soltanto ad Ulisse il ritorno:
tanti altri guerrieri son morti sui campi di Troia.
Ma tu nelle stanze rientra, all'opere tue
del telaio e del fuso; e cura che attendano
le ancelle ai lavori; parlare e decidere
è cosa di uomini, e mia più che d'altri,
perchè mio è qui nella casa il potere".
Stupita la madre rientrò nelle stanze; del figlio
accolse nell'animo le sagge parole: di sopra
salì con le ancelle, e pianse di Ulisse,
del caro suo sposo, finchè Atena, dal fulgido sguardo,
un dolce sonno a lei sulle palpebre infuse.




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