Georgien 2008

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il nostro sud







Vedo angeli vaganti e una chiarità lunare.
S’immerge una marea e sono grappoli
i suoni sui colori. Splendente
corre l’alito nel volo assiduo. Ferma,
rimasta indietro, lenta era l’origine
della luce tacita e, se trattengo,
in un dito, il tuo moto reso vivo
e visivo dentro un cerchio di immobile
splendore, trattengo anche il mio respiro
sulla vana superficie, resa desta, che mi resta.
Informi i morti odono. Nuvole
sono qua e là distese: hanno invaso
dell’arco del discosto tremulo orizzonte
il suo impetuoso immenso giro.



luna tagliente del suo tempo





Molti fiori, molte cose odorose
furono concesse a me
da montagne non mie,
pur quando era passato il tempo per riceverle.
Ora mi siedo in una valle ombrosa
presso una fonte
dell’amorosa campagna
e guardo con quale passo
intrattenibile, oscurando i rami
degli alberi, passa il tempo.




*
CLXVIII

 come era desto il mattino e in fiore
sulle tue labbra ….

 Quaderni di Villa Nuccia

*


Fuga di pensieri lontana.
Mi percuote un’onda fugace
dentro una dolcezza non vana
di ultimi pensieri non miei,
segreti neri non veri angosciosi.
Quanto ho disperso mi guarda,
mi grida o mi sgrida. Lontano
mi risveglia in un grido e mi guida
sopra una riva,
nei teneri tuoi occhi,
perduta fuori di mano.
Ho perduto ciò che non sapevo
e custodivo gelosamente, quando angeli stanchi
sulla cima mossa dormente degli alberi
fredda non odono, nel freddo velo
buio scarno che spira
nella mattina secca a ponente.

Vieti pensieri, rapidi occhi
voi passaste e viveste un’ora sola.
Un sordo brivido svapora
dai miei sentimenti
nei tenui tuoi teneri occhi
dormenti.

*


Angelo della mattina
risvegliami ancora
per la nuova fulgente aurora
che s’arrossa sull’orizzonte o s’incrina.
Io sono uno strano mendicante
che chiede amore e parole,
sono un solitario emigrante
verso le terre della luce e del sole.
Vienimi coi tuoi fulgori,
angelo che non ristai,
coi tuoi infiniti fulgori
colle movenze che tu sai,
e crescimi delle meraviglie,
di quanto raccogli negli occhi neri,
degli infiniti misteri
che tu celi dentro l’arco dei cigli.

Fammi conoscere ciò che tu conosci
i riflessi della tua bocca chiara;
mutevolmente nel mio cuore gia amara
è una musica una magica forma, in una pioggia che scrosc
i.


*

Abiti, svolazzanti cappelli
e guanti portano e l’alito
di una canzone che batte in fronte
e il mesto bagliore degli occhi
trattiene; e se i venti
sono senza confine, ecco,
sulle tegole rosse, appaiono
leggere le muse; e cime
e città fantastica stanno con gioia,
ora che olio versa
da una vana lucerna una vana fanciulla
e paesi persi del tempo
in una luce che li smorza gemono
in una vana rincorsa.










le più sperdute e cieche rive



Un distico si sfalda appena
e poi le turgide arborescenze
o qualcos’altro: ma m’intrattiene
oggi questo riposo nei boschi.
A mattina ero partito
dal riposo dei tuoi occhi tenui verso la cima
di una città fantastica e il ritmo dei pini
mite nel vento fosco diviene,
una remora un lemure era
o lo spazio quadrato.

*

Ricordo cosa fosse simile alla ruota
e sebbene non più ricca
quanto nei raggi suoi era lievemente smossa,
era già vera una giornata timida
indifesa.
Era vera l’opaca
sua umile origine.
Una festa
appariva già dentro una stella.




Lorenzo Calogero, lode e plauso


























Lorenzo Calogero
Melicuccà (RC)
28.5.1910
22-25.3.1961


CLIX
ho rubato un filo di capelvenere
e il suo gambo è dolcissimo,
ho sentito quel che mi trattiene.
OP I 394
*

dai quaderni del 1957, 2006 Comune di Firenze
a c. di Lucia Calogero


6 marzo, XII

[…]
Io ti avevo tanto attesa a metà dell’aria
come una stella lungo una riva.

3 aprile, XXXII

[…]
e perché vivo tu sia – questo è un
incanto.


*
Un velo di cinta
di una città immobile appare
che si stende a perdita d’occhio.
Abita ivi una folla
di popoli uraganici
fuorviati dall’abitazione loro,
la cui eco profonda
penetra per antri e caverne.
Sono uomini senza alcuna evoluzione,
senza alcuna nozione
del tempo e dello spazio
o della profonda notte
che si stende continua su di loro.
Soliloqui altissimi avvengono.

*
Bellezza sovrumana alza in te i fianchi
e d’ardere desidera tutto il giorno
*

Noi nel nostro lavoro di poesia non facciamo altro che cercare di riattivare la scintilla del pensiero che in noi non par spenta perché ci dia riposo nel suo splendore sovrumano

*
molte parti
di me sono nel dolore infeconde alla poesia
*

Frammenti di vita
buttati così a caso
sulle liquide onde
fra terreni disseminati di pietra
sono le mie poesie,
mentre qualcosa che mi tiene per mano
mi spinge a vedere
montagne gloriose di case e d’uomini,
case e sostanze meravigliose,
terreni scoscesi e ripidi
dove passano a trotto i mulattieri
che scegliendo tra mille
sentieri uno solo
per esso spariscono a volo
prima che sopraggiunga
coi suoi melliflui la notte,
Qualcosa di lucido intanto
scivola sul terreno,
brilla fra sabbia e fango,
fa belle le case dei poveri
e splende lontano
sull’altura invisibile.
I fantasmi poi dileguano
sulle liquide spume.
Di un’oceano maestoso hanno l’aspetto
sempre diverso e sempre presente
la cui vena urge, disseta
i cavi assiepati dell’aria.
*
L’arte svela il tormento della vita e svelando lo rende sanabile
L’arte ha il compito di svelare il destino della natura e il significato
recondito delle cose
*
steso sul letto dei monti
sta all’aria libera guarda
le aperte campagne che gli fanno
sconfinato orizzonte da ogni parte
– non ha pace nel suo insonne dolore
sempre ripensa a quella
cui sperava il legare il suo destino
un giorno  – felice amante
si prometteva d’essere sulla terra
come non lo era stato mai
alcun nato mortale – Si sentiva
promesso alla felicità d’ogni cosa.
Nella felicità sapeva sognare
il suo destino: ogni cosa credeva
creata per mantener quella sola
immortale – Così gli piaceva
fingere nel suo pensiero -
Forza avversa, contraria
non sapeva immaginare.
Discacciava ogni infelice cura
si parasse nella mente.
Eternamente gli sembra essere
legato a quella
eternamente invocava quella
che sopra tutte il suo cuore
di uomo prediligeva.  E quante volte
gli piacque nella notte
chiamarla per nome – applicargli
i più dolci verseggiativi
che al cuore d’amante (…)
come se ignota mano
consentisse di tenerli celati
fino al punto in cui debbono
rimanere celati nella coscienza
per illuminarla di un subito bagliore
quale nessun’uomo sa immaginare
immaginarla in vastissima quiete
sognare i più dolci svenimenti
con lei e rimanendo discosti
in un / due punto / punti della notte – Tenendosi per mano (…)
di eventi indistinguibili
piombarsi addosso baciando
dirsi le più tenere parole
che mai amante avesse immaginato.
Quante cose gli piacque favoleggiare (…)
nella sua feconda mente
di vergine adolescente e di fanciullo. Arcano destino!
Era mille miglia distante
dagli eventi che pur oggi si compivano –
Non sapeva ancora di qual sciagura
lo volesse segnare il destino!
E così moriva abbandonato amante
da quella che compagna che lo respinse
con un amaro disegno
che compagna avea prescelto in vita cui aveva teso
con tutte le forze del suo desio
se la sorte avara non gli fosse stata
di quella che aveva chiesto
con ardente anelante cuore.
E pur (…) lo vedevan morire
compiere l’estremo disfacimento
del suo corpo esangue che non poteva più vivere
consumato dall’ingente sacrificio
che aveva perpetrato su di sé
attanagliato sempre da più e più vivaci
desideri.
Moriva abbandonato amante
lungi dai parenti e dai compagni
solo quanto può esser solo
colui che aspira agli infiniti
firmamenti dell’umano operare
al pensiero sopra tutte le forme.
(…)
Ascendere vuole a Dio
con tutte le sue forze
non deturpare
sulla macerie dei rimpianti
donde sarà difficile sollevarsi –
Tutto vuole lasciare sulla terra.
selvaggia vendetta
gridano gli istinti repressi.
Egli sta seduto al suolo su una sedia immobile
Senza potersi muovere:
al varco oceanico sono protese
tutte le sue forze
tutti i suoi aneliti discordi
vede a tratti passare
le forme i vulcani spenti
del suo desiderio grandioso:
aspettano di passare aldilà
con un’altra stretta
un subito bagliore
della sua coscienza
d’essere relegati nel buio
nel fondo della perpetua notte.
Ferve pugna sanguinosa oscena
Nei suoi istinti discorsi
Il suo sangue ferve rigurgita
Come l’anelito del mare.

*


Bisogna ritornare ai più piccoli valori morali ed edificare su di essi – se si vuole ricostruire secondo un modello di salvezza il mondo e far si che esso adesso sia uno specchio di salvezza.
La filosofia moderna idealistica (…) si dimostra fallace, quando tenta, mediante i valori da lei stabiliti, di ricostruire una visione estetica del mondo – Perciò è ben falsa.
Perché non può esistere una filosofia ed essere veramente vera se si oppone già colla sua semplice esistenza ad una ricostruzione estetica del mondo.
E ciò perché un paradiso immanente non può esistere.
Del pari la poesia se vuole essere veramente poesia, e non fare cioè il suo tempo come tutte le altre cose umane che dopo un periodo più o meno lungo si estingua decadono e muoiono -
Si deve guardare dal fare il benché minimo torto alle cose che la precedono ed in un certo senso la generano, se non vuole esporsi a sicuro rischio di morte. E quali cose precedono il mondo poetico se non gli effettivi valori umani, quelli cioè che hanno una solida ed indissolubile esistenza da per sé stessi cioè autoctonamente, essendo essi niente altro che raggio di Dio?
(…) Perché tutte  le nostre cose siano durature ed abbiano un carattere di eternità come noi aspiriamo. (…) Ma in quale coraggio in quale forza noi recideremo e butteremo lontano da noi, quello la cui esistenza dà a noi un miraggio di cosa eternamente e non peritura che noi potremo raggiungere?
Come mai dunque rinneghiamo la nostra fede anche se la nostra debolezza ci consiglia di non metterla in pratica.
frammenti tratti da copie di quaderni manoscritti inediti risalenti al 1936
*
Mille avvoltoi mi si posero a fianco
e mi rosero il cuore.
Non potei mangiare,
non potei camminare,
non potei star di fianco
che non sentissi
un nodo rovente al cuore,
una fiamma che voleva straripare.
Infiniti furono i miei guai
come quelli del poeta.
Quando vedrò la fine
delle mie sciagure
che mi percuotono a vicenda
senza tregua? In punta di piedi
avanzo tumultuante pei boschi:
vedo la mia culla di cenere,
vedo la fine del mondo.

*
CLXVII
e sembra un sogno, ma non ho nessuno.
O anima, o madre dei poeti
e al tuo benigno regno, io poveruomo,
forse nessuno. E languisco nelle tenebre
che mi ha lasciato il tuo smaltato
smalto; io due volte, pronto,
sul punto di uccidermi e anche questo
mi assale in dubbio. I detriti potranno fare
povere cose miracolose e questo mi sale
al labbro, ove io avevo un punto povero
un punto povero di poeta ….
OP I 402

*

[…]
Tu levigata eri nella tua veste dolcissima
nell’azzurra chiarità dello spazio
o in una veste amata,
poiché di tutto in te tutto ritrovo, o bianchissima!
*


Un amore

Lucciole bionde per le siepi d’estate,
com’è splendido il vostro raggio
che per le tenebra appare! Voi mi ricordate
qualcosa che non si annulla
della mia fanciullezza: infinita
speranza pei prati. Mi rivedo
fanciullo, sento l’ignota
cadenza di tempi andati:
sono in sogno sopra una fanciulla
che mi s’è fitta in cuore:
un bassorilievo musicale
per estese infinità: la paragono
alla luna, alle stelle,
allo splendore della notte
e tutto mi affiso in quell’amore
e mi vi disperdo:
di qui non so nulla
se non un confuso vocio.

da Parole del tempo (p. 163), Poesie, p. 63.
 *



Angelo dorato


Nasconditi in questo bruno
tramestio di foglie: che nessuno
ci veda: tu sei l’angelo dorato.
L’acqua te cerca che sale, sale.
Alla fresca fonte ho riempito
una brocca per dissetarti,
cibarti.

da Parole del tempo, p. 173, Poesie, p. 66.
*



D’ali nuvola, capricciosa volta
d’anni lunga, lugubre leggera;
ed era un bene. Passò
dal fiore d’ombra
il lume pallido
sul volo di una mosca.
Non so quale notte plumbea
la chiara voce ascolta
nei dí veloci e pieni.
Un angolo sul filare passeri
bisbigliò. Ancora una luce
rosea dondola, nel vespero,
un’aria solitaria densa sull’arancia
o non so che voglia.
Tinta di fitti veli nube odorosa
da una mano dimessa vaporò
gentile su una guancia.

da Ma questo. . ., Poesie, p. 91.
*



Evaporò nella mano
quanto ella sapeva.
Era un mattino infermo
e non so piú come il sonno verde amaro
s’inumidì di sogno. Dal letargo
una luna trasse a riva
una linea d’una vita.
La veste diafana trasmigrò.
Una pallida scintilla era discesa.
Oh! Vedi, non piú da lontano
ritornano le ombre e il giuoco si dissolse
in un grido che mutava
a sommo per amore la sua pena. Di seta
era una larva: sapeva nulla
ella nella sua misura. La sua sete
d’alba ora ritorna trepida
e passeggera. Era donna
una sua giuntura, una falsa
piega in una sera falsa
o una lagrima leggera.

da Ma questo. . ., Poesie, p. 97.
*



Perché da me e da te si ebbero
cose e non è piú bellezza
che ti riveste nel tempo vano
con alito che riaccende ferma la tua sera,
perché qui e non altrove
invisibile sia e duraturo un segno
del tuo canto, gelida e supina
una curva nella vena
immobile rimiro della linea
che solca la tua mano.

da Come in dittici, Poesie, p. 116

*





La musica che adombra leggera sui piani
una burrasca e domanda, curva
concava, trattenendo una pausa
o una fiaba, s’arrotonda diafana
a le labbra, persino alla tempia
in un filo tenue d’erba d’oro e di paglia,
flauta entro un vetro la sua voce nuova,
scoprendo che non fu vana.

*


So di un albero, di un libero
mantello di foglie, di un ladro
o di un altro con un mutevole
nome dietro una tomba; e forse
domani ti ricorderai
anche tu di essere nell’aria
di un diverso versatile corso
nell’ora del medesimo giorno. Libera
andrai nel tuo mantello povero
e non ti accorgerai di essere una dolcezza
vaga pigra all’aspetto,
chiara sul labbro,
tremula nell’aria, così solitaria al dolore.

*


Dolcezza o levità di cose risponde
e sono alme parti uguali divise
non più come favole, dove io
mi comporto così amaramente
agevole come il più forte, o forse
non so più come si concede
lievemente una gioia e fraternamente.

da Come in dittici
*



Il suono e l’altezza dei riquadri
e questo inarcarsi al sommo, rivolte
in alto impietosite le mani.
Le madri ebbero ali di sonno
e volto di rugiade, concavi
scarlatti veli d’aria i piani.
E questo musicale non essere
quando passo, quando tocco, quando sfioro
ragionevolmente rivolto alle nuvole.
Trasvola inesperta l’anima. Cave onde
fluiscono da canne nella nebbia
che s’annoia e, persino quando
beltà nuda al suo fianco
dal suo buio s’arrende,
isole verdi appaiono appena
presaga realtà di sogno.

*


Spazio stellato
in questo esiguo pian dei morti
gelsomini salgono rampicanti nell’aria
e s’incontrano coi miei pensieri remoti.
Un’oasi bianca oscilla
in un’amaca stanca,
un oscuro piano riverbero di giardino
dentro un vaso giallo di fiori.
Ciò che hai amato
in una piuma si screzia, nel silenzio
di vetro folto ondeggia
e risale timido nelle tue mani.
La pace ignorata
dei più deserti soli s’assola:
acqua bruciata scende
in profondi pelaghi gaia
e leggera gorgoglia
umida nella tua gola.


da Ma questo…