Georgien 2008

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Fai che oda la mattina la tua Grazia / Lass mich am Morgen hören deine Gnade




ph: R. Scarpa





Selbstansprache 2019

Lass dich nicht ein
auf die Vorschriftenmacher,
lass dich nicht ein
auf die Händler
des guten Gewissens.

Roll deinen Stein
aus dem Vorher ins Nachher,
rolle den Stein
des uralten, nie ganz
errungenen Wissens.




Discorso a me diretto 2019


Non ti affidare
a prescrittori,
non ti affidare
ai commercianti
della coscienza.

Fai rotolare il masso
dal Prima al Dopo,
rotola il masso
di antico, mai del tutto
conquistato sapere.




*
Lass mich am Morgen hören deine Gnade; denn ich hoffe auf dich.
Psalm 143,8
Die Bange

Ich habe eine große Bange
ich krieg sie nicht mehr klein.
Weglaufen kann ich nicht,
die Regen kommen herein,
der Sturm ist riesengroß.
Ich bin sehr klein und bange,
die Tiere des Endes sind los.




Fai che oda la mattina la tua Grazia; poi che spero in Te. 
Salmo 143,8

La paura


Ho una gran paura
non riesco a ridimensionarla.
Scappare non posso,
le piogge entrano,
la tempesta è enorme.
sono piccolo e pauroso,
gli animali della fine sono qui.



da
Psalmen 
Salmi  









*

Requiem per i vivi / Requiem fùr die Lebenden



Rasieren, traduzione in tedesco: Uwe Kolbe







KLAK Verlag, Berlin, 2018
Copertina:
Hans Scheib, Siebdruck, "Knockin' on heaven's door. Kaukasisch"
- elaboraz. Jolanta Johnsson
ph: salsel









Facendosi la barba
per la mia propria faccia allo specchio




Non aver paura:
non riconoscerò mai me stesso
in te.
Questa goccia di sangue
che fiorisce sulla schiuma
mai ci congiungerà -
non aver paura.
Non aver paura:
mai incrocerò la superficie del tuo appartamento;
mai ti spiccherò dal vetro;
nemmeno riesco a ricordare le tue fattezze.
Non permetterò mai a me stesso di notare le tue imperfezioni
per paura che tu ti confonda ogni qual volta
tu confronti il tuo sorriso col mio.
Non aver paura:
noi non invecchieremo insieme.









ph: Presentazione di Zviad Ratiani, p.zza Matteotti Genova 2011 - a c. dell'Associazione Il gatto certosino, con Rosellina Giangoia.

https://en.wikipedia.org/wiki/Zviad_Ratiani










*

N H su S G in radio, (deutschlandfunkkultur - lyriker)





ph: salsel, Francesco Cento, scultura in legno (particolare)



Ein kurzes Kommentar zu dem Gedicht KUNFTTAG II


[...] ich habe nur einige Aufsätze zu George geschrieben und Radiosendungen zu seinem Werk gemacht. Vor allem aber ist er für mich einer der Dichter, die für meine eigene Arbeit als Lyriker wichtig sind.

Das ganze Gedicht hat ja diesen Bezug zum Advent, zum Warten auf den Erlöser, und von diesem für lange Zeit unerfüllten Warten ist "das dumpfe volk" so müde und enttäuscht wie der Sprecher, der sich ab der 7. Zeile einschaltet und davon spricht, wie auch er die Hoffnung schon aufgegeben hatte.
Zum dritten mal "trog" er sich, also täuschte sich, und dies in verschiedenen Lebensaltern: Weil er "als kind sein bild (also das des Erlösers) nicht fand", weil er als Jüngling "sehnend brach" (= ihm brach die Brust, das Herz, die Hoffnung) und nun, da er einer ist, "der heut die mitte tritt", also in der Mitte des Lebens steht (so wie George sich nach 1900 fühlte), ist er "satt noch zu vertraun", das bedeutet, er ist es satt, er ist es leid, noch auf eine Hoffnung zu vertrauen, die ihn schon zweimal getrogen hat, er glaubt nicht mehr an den Erlöser.
Das ist also der Tiefpunkt seines religiösen Sehnens, dem dann in "Kunfttag III" doch wieder die neue Frühlingszeit folgt, der Lenz, der die Begegnung mit Maximin schenkt.

(Ausschnitt aus einem Brief an C. Adezati, 2012)


Un breve commento alla poesia Giorno d'arrivo II


[...] scrissi solo alcuni testi su George e interviste alle radio. Soprattutto però egli è uno dei poeti che assume importanza per il mio personale lavoro di lirico.

L'intera poesia ha questo riferimento all'avvento, all'attesa del salvatore, e per questa - a lungo disattesa - attesa, il "popolo ottuso" stanco e deluso come chi parla, che si innesta dal settimo verso e ne parla, e di come anche egli avesse già rinunziato alla speranza.
Per la terza volta si ingannò, si sbagliò, e in diverse età della vita: da bambino non trovò l'immagine di Lui, il salvatore; da giovane si "spezzò nell'anelare" il petto, il cuore, la speranza; ed ora, uno che oggi sta nella metà della sua vita, (come si sentiva George dopo il 1900), ne ha abbastanza, gli duole affidarsi ancora a una speranza, che gli sfuggì due volte, egli non crede più nel salvatore.
Questo quindi è il punto nel quale tocca il fondo delle sue ansie religiose, cui tuttavia in Giorno d'arrivo III segue la primavera nuova, che gli dona l'incontro con Maximin.


vers Chiara Adezati
(da una sua lettera privata a me, nel 2012)


*



in radio in tedesco un altro commento di N.H. su S.G.
https://www.deutschlandfunkkultur.de/lyriker-ueber-stefan-george-der-dichter-ist-wie-jener.974.de.html?dram%3Aarticle_id=422360&fbclid=IwAR0eg7E_XjGzHe-zbL0A81h5Cje_SgL9eG7lfAu-x-j7TVducaCq4DiDwk0






*

Meine einzige Liebe, sestina festiva






Heiligabend neunzehnachtundsiebzig,
einundzwanzig Uhr,
führte sie in der Lychener Straße,
Berlin, ihren Foxterrier aus. Nur
als ich direkt neben ihr ging,
unterbrach sie den leisen Gesang.



Il mio unico amore



Notte della vigilia novecentosettantotto,
ore ventuno,
la condusse nella via dei licheni,
a Berlino, il suo foxterrier. Solo
quando camminai direttamente al suo fianco,
interruppe il sommesso canto.


*

Il tuo mattino, salmo / Dein Morgen, Psalm






Dein Morgen, Psalm


Wo fange ich an, 
wohin mit den Augen,
den Blick aufzuheben

zu deinem Morgen
zu nehmen den Weg,
wo führt er mich hin,

hinaus aus der Irre?
Noch singe ich nicht, 
ein Stammler der Liebe, 

ich bitte dich, lasse
mich sehen den Weg
und singen dein Lied. 


*


Il tuo mattino, salmo


dove inizio?
dove con gli occhi,
alzare lo sguardo

al tuo mattino
a prendere il cammino,
dove mi conduce

fuori dall'errare?
ancora non canto,
originario dell'Amore,

ti prego fai
che veda il cammino
che canti il tuo canto.


*

UWE KOLBE, Die Farben des Wassers


Uwe Kolbe, nato nel 1957 a Berlino Est  ex DDR

«und es alle Kraft galt, die Blätter zu halten, sonst gar nichts»
(Die Farben des Wassers, Der Essigbaum)

Cresce dal nulla tra i binari della stazione Schönhauser Allee un «quasi albero», esposto senza tregua, di minuto in minuto, ai due venti dei treni che viaggiano in direzioni opposte, sempre scosso ora da un lato, ora dall’altro, sempre impegnato a resistere da qualsiasi parte soffi il vento:
«e ci voleva tutta la sua forza per trattenere le foglie, null’altro».

UWE KOLBE, Die Farben des Wassers, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag 2001

Un georgiano a genova (presentato da me per Il gatto certosino, in p.zza Matteotti, v. video) Drei auch auf deutsch ùbers.von Uwe Kolbe








ph: 2011, p.zza Matteotti, Genova
Org.: Associazione Il gatto certosino






KLAK Verlag, Berlin, 2018
Copertina:
Hans Scheib, Siebdruck, "Knockin' on heaven's door. Kaukasisch"
- elaboraz. Jolanta Johnsson
ph: salsel










Indice

Ex voto
Mai, neanche una volta
Una casa solitaria
Breve elegia per mio padre
Facendosi la barba
Neve, neve, la vita è bella
Questionario invernale
Alla fine , io, pure, imparerò a sentirmi bene






Ex voto



Scrivi, ciò che nessuno ti crederà,
scrivi, come non fosse successo nulla, scrivi,
sugli spiriti, alla cui esistenza
tu stesso non avresti creduto, eppure.
Scrivi, ciò che nessuno ti perdonerà.
No, non là sotto, sul foglio scrivi,
che sei tu patria a te stesso
e che puro è il tuo cuore.
Scrivi, ciò per cui ti derideranno.
Non aspettare la meraviglia, scrivi senza impedimenti
sulla quotidiana ingiusta decadenza
e sulla tua  fede come croce.
Cos’altro? Scrivi anche sull’amore
e dì che ne hai appreso il segreto –
che le poesie si scrivono prima dell’amore
e si leggono dopo.


*



Mai,
neanche una volta,
sono riuscito a svegliarmi
prima della vita per neppure un lampo: lei sempre
sentendo il mio risveglio,
si sistema in modo
che io, già sveglio,
la colga
esattamente come
la lasciai.



*



Una casa solitaria



Che confortevole sarebbe casa tua
e che piacevole la tua solitudine
se non fosse per questo topo:
salta fuori dal buco che hai riempito tante volte
scivola sul pavimento di legno
e s’infila sotto la credenza antica.
Che vuota un’intera casa in mancanza
del lampo di un breve improvviso
squittìo femminile.



*



Breve elegia per mio padre



Guarda, quest’albero è mio padre.
Ti sorprendi?
Ti aspettavi di vedere una quercia?
No, questo albero è mio padre,
un esile tronco
e non ancora troppo vecchio
che ha sonno leggero in inverno
ed è svegliato dal primo segno di calore della primavera.
Non fa ombra alla metà del cortile,
non toglie luce ad altri alberi.
La sua ombra è così gentile e docile
che persino il più debole sole d’autunno
fa avvolgere il tronco senza sforzo
ma d’estate quando è troppo caldo qui,
la sua ombra può contenere almeno cinque o sei di noi
e questo basta. Non siamo più che questo.
Non chiedere altro.



*



Facendosi la barba
per la mia propria faccia allo specchio



Non aver paura:
non riconoscerò mai me stesso
in te.
Questa goccia di sangue
che fiorisce sulla schiuma
mai ci congiungerà -
non aver paura.
Non aver paura:
mai incrocerò la superficie del tuo appartamento;
mai ti spiccherò dal vetro;
nemmeno riesco a ricordare le tue fattezze.
Non permetterò mai a me stesso di notare le tue imperfezioni
per paura che tu ti confonda ogni qual volta
tu confronti il tuo sorriso col mio.
Non aver paura:
noi non invecchieremo insieme.



*



Neve, neve. La vita è bella



La vita è bella. Mi svegliai alle sei e qualcosa
e accesi l’albero di Natale. E’ carino veder
scintillare luci piene di colore. La vita
è bella. I bambini dormono. Gli adulti pure. Neve,
per quanto mi ricordo, la prima di quest’inverno, cade.
La neve cade e il giorno spunta. Trentaquattro –
dico dapprima nel mio cuore e non sembro gradirlo. Trentaquattro –
ripeto a voce alta – e ancora qualcosa non và.
C’è qualcosa che non mi piace in quel numero. Ho appena compiuto trentaquattro anni
oggi. Dispongo di almeno un’ora e mezza per sedermi e scrivere. No,
non posso. Un cane ha cominciato ad abbaiare così forte
che pare avrà molto da abbaiare in proposito,
ma smette di colpo. La vita è
bella. Il giorno spunta veloce
e già sono pigro per attraversare questo
giorno. Non è vero per
la vita però. La vita è bella. Mi sento ozioso per
questo solo giorno – camminare nel nevischio,
ricevere auguri o non-auguri, ricambiare milioni di volte,
e far mimica di importanza. Il giorno spunta veloce,
l’albero di Natale scintillante non sembra più così carino alla luce del giorno. La vita
è bella. Mia figlia corre alla finestra
gridando: neve, neve, la sua voce riempie tutta la casa,
e mio figlio, anche se molto piccolo, ancora incapace di capire bene, sta saltando
felice sul letto. Potevo prevedere
un tale inizio di giornata
quando m’alzai alle sei e qualcosa,
e guardai per prima cosa fuori dalla finestra. Bambini,
questa non è neve buona –
in un’ora sarà fango,
è tanto sciocca quanto il numero trenta quattro,
o le luci dell’albero di Natale di giorno,
o vostro papà allo scrittoio,
ma, queste parole, bambini, sono peggio,
mentre questa neve è buona,
e così vostro padre, fra l’altro. Prima che egli esca,
prima che le auto trasformino la bianca neve in sporco,
dì solo una volta, bisbiglia solo: trentaquattro,
e il vostro papà diventerà bello,
attraverserà con scioltezza il nevischio,
per una volta forse senza neppure ricordare
come è diventata dura la vita,
e semplice il sogno. La vita
è bella.



*



Questionario invernale



Lascia che venga l’inverno, sono pronto.
Sono già vestito di nero,
con questi vestiti in mezzo a tanti stracci
a coprire non solo pelle ma anche anima:
pantaloni neri, maglia nera
e un cappotto nero, una volta indossato dal nonno.
La mia tipica pelle scura
è già scolorita
e sempre più sono troppo pigro per rasarmi.
Lascia che venga l’inverno.
Lascia che venga l’inverno, sono già freddo
e sono venuto qui dentro, in questo supermercato,
solo per un po’ di calore, dove sto in piedi statuario
su una scala mobile fra i piani gelati
o cammino nella confusione fra le casse e gli scaffali
dove tutto ammicca:
pellicce, lampadari e tazze da gabinetto
gelosi guardano attraverso la gente che cammina qua e là
cercando di scegliere nella folla di compratori
il vero unico proprietario.
Ma io non sarò scelto, indossando i miei vestiti neri,
gli unici vestiti in mezzo a tanti stracci,
io che vago di sezione in sezione senz’altro scopo
che scaldarmi, sento già sulla nuca
geloso gelato lo sguardo
delle schede di sicurezza che intimoriscono.
Lascia che venga l’inverno.
Manichini,
sono vostro fratello e vostro gemello,
e molto più artificiale di voi
qua nelle corsie del supermercato
dove la gente cade a pezzi nell’abbaglio delle cose,
diventa solo occhi per i lampadari,
solo spalle per le pellicce,
solo sederi per le tazze da gabinetto.
E più artificiale di me
il calore del supermercato
che non si può portar fuori gratis:
ogni volta che esci, svanisce.
E nei miei vestiti neri,
negli unici vestiti in mezzo a tanti stracci,
i pantaloni neri, la maglia nera, e il cappotto nero di mio nonno
(senza il cappello nero che portavo prima di perderlo)
manichini,
sono vostro fratello e vostro gemello,
belli, terribili manichini,
e molto più privo della vista di voi
qui, nelle ampie corsie del supermercato
dove le cose cercano pazientemente solo il loro destino, il loro proprietario,
dove la gente senza volerlo si trasforma in oggetto del desiderio,
dove l’inverno è l’unica stagione.
Lascia che venga l’inverno.




*



Alla fine , io, pure, imparerò a sentirmi bene
e salvo quel che tu vedi in me, non sarò nulla
o persino sarò appena quel che vedi.
Io pure, imparerò a scrivere di altri
e a parlare di me.
Questo è il modo in cui attuerò la mia vendetta sulla poesia.
Non fu un cattivo Dio.
Oltre alla mancanza di fede, essa non chiese altro
e non era solita proibire alcunché salvo in quanto a scrivere.
Che risultai un perdente. Nelle mie poesie non riuscii mai
neanche inane a camuffare la mia innata codardia.
Neanche ora ho abbastanza baldanza da scrivere l’ultima poesia
e non mi rimane altro che imparare a sentirmi bene,
ad esser contento delle penultime poesie.
E ogni qualvolta qualcuno mi chiami a una vita razionale
o una vita vissuta dall’interno, altri chiederanno nuove poesie, e io distoglierò la mia faccia
e mostrerò ad ognuno la mia vera maschera.