Georgien 2008

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Il gorgo



Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni ed ero l'ultimo. In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d'Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente: chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt'e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza. Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo più grossa un dito e lamentandosi sempre come un agnello.
Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo più posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c'era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le più grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani.
Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: "Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m'hanno preso la pioggia." Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell'acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il primo dei suoi figli. Eppure non diedi l'allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me. Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall'aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava al solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentì, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi più sotto, mi ripeté di tornarmene su, ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli più grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa. Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentì al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbatté tre passi su. Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero più sicuro che ce l'avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lì intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: "Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa", ma non vedevo una testa d'uomo, in tutta la conca.
Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l'acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e soprattutto perché, non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo.
Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. E il gorgo era subito lì, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d'un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell'attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l'ebbe voltate tutte, tirò un sospiro tale che si allungò d'un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina. Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio per non perdermi d'un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.


La Resistenza nella Letteratura e nell’Arte





Gli scrittori e la Resistenza: dalle pagine dei giornali ai romanzi di Fenoglio

Interviene Francesco De Nicola Università degli Studi di Genova


Biblioteca Universitaria di Genova Sede di Via Balbi, 40 (Hotel Colombia)




L’addio, tutto

Beppe Fenoglio
Da “Un giorno di fuoco”
L’addio


Dopo la terza elementare suo padre lo tolse da scuola, inutilmente il vecchio maestro
Alliani venne su fino a Collera per dire a suo padre che era un peccato, che a continuare
le scuole quel suo figlio poteva riuscire maestro, o veterinario o speziale. Poteva avere
tutto quel pane nelle mani, ma suo padre non poteva dargli il lievito per cominciarlo. Disse
al maestro Alliani che sapeva far la firma, scrivere una lettera ai parenti se in casa fosse
mancato qualcuno, e per contare, sapeva contare fino a una cifra che non avrebbe mai
avuta in soldi. E poi gli disse: “Come volete che lo tenga agli studi, se non posso
nemmeno passarvi il caffè a voi che per l’interessamento avete montata una collina, alla
vostra età!”.
Suo padre aveva in testa di metterlo subito da servitore su una qualche langa, e dovè
ringraziare una pleurite che gli venne nell’autunno se il servizio venne procrastinato.
Durante la malattia sua madre fece una pratica per farlo entrare nel seminario di Mondovì,
padrone poi lui di prendere la veste o di tornare nella vita con un’istruzione. Ma avevano
da offrire troppo poco per venire in qualcosa almeno pari e del seminario non si parlò più.
Mentre si aspettava che lui si rimettesse dalla pleurite, faceva le solite cose di quando
andava a scuola: tagliar legna, tirar l’acqua al pozzo e soprattutto pascolare.
Pascolare gli piaceva, a differenza degli altri ragazzi che ci pativano tra bestie, erba e
nuvole, e passavano il tempo pensando alle mattinate di festa che potevano giocare al
pallone ai tetti od alle sere nelle stalle che potevano giocare a carte, con la posta di
bottoni, ai pericolosi giochi dei padri. Gli altri ragazzi si chiamavano, da bricco a bricco,
con grida selvagge, col solo nome facevano tutto un discorso. Lui, il ragazzo della Collera,
non chiamava mai, non sentiva il bisogno di discorrere con nessuno. Il suo stroppo era il
più piccolo di tutti, e le pecore erano disciplinate da non richiedere nemmeno una guardata
di tanto in tanto, e lui da quando veniva a quando sentiva l’Ave al campanile da
Murrazzano pensava e girava gli occhi tutt’intorno. Guardava su a Mombarcaro e giù a
San Benedetto, e poi Niella e Bossolasco e la punta del campanile di Serravalle,
guardando lungo e profondo nella valle di Belbo, arrivava con gli occhi fin dove per la
lontananza le ultime colline non eran più che una nuvola d’incenso in chiesa. E gli faceva
effetto pensare che andar da servitore voleva dire anzitutto lasciar questi posti e tutti i
giorni se li imprimeva bene negli occhi, era arrivato al punto che chiudeva gli occhi e
puntava il dito e riaperti gli occhi il dito era puntato sul campanile del paese fissato per
gioco. E c’era sempre un silenzio che lui poteva sentire l’uggiolo del suo cane dalla Collera
lontana, legato alla catena trecentosessantacinque giorni all’anno..
A un ragazzo al pascolo non succede mai niente, ma lui non ne soffriva perché proprio
mentre era al pascolo si faceva succedere nella testa tutto quel che voleva.
Ma un giorno, successe proprio qualcosa. Per la strada della langa, dritto sul suo prato,
vennero un cinque sei ragazze delle cascine tutt’intorno a Murrazzano, che lui conosceva
solo di vista. Andavano certo per funghi e portavano arrotolato alla vita il gran grembiale
delle loro madri, come per una raccolta mai vista. Lui s’era appiattito sull’erba, come aveva
visto spuntar le loro teste per l’erta, ma le ragazze si fermarono proprio sul fosso del suo
prato e una gli mandò una voce. Una forza oscura lo teneva contro la terra e per alzarsi
fece uno sforzo che anche a lui diede la sensazione di quanto era stato goffo. Venne
incontro al fosso, ma non poteva sopportare lo sguardo fisso di quelle cinque ragazze, e
pensò bene di girarsi un paio di volte a guardare indietro le sue bestie.
“Tu che sei il ragazzo della Collera” gli fece una di quelle.
“Son proprio io”, disse lui con la voce che gli mancava.
“Tu sei pratico di questi posti più alti dei nostri, dicci dove vengono meglio i funghi”.
Lui parlò, checchezzando, dei boschi sotto Costalunga, e mostrò loro la strada.
Le ragazze accennarono della testa, ma non si muovevano. Forse volevano solo
prender fiato dopo l’erta di Monte Berico, ma lui perse la testa e senza fare o dire scappò
giù per il suo prato, oltre le bestie, fino in fondo e si intanò nel castagneto. Gli arrivò dietro
una sola alta e lunga risata da una di quelle ragazze, e quando lui sentì i loro passi
lontanare alzò la testa e tornò sul prato.
Era spaventato e umiliato come se gli fosse capitato qualcosa di vergognoso e che
purtroppo non sarebbe finito lì, si rimise giù a sedere col petto premuto da un qualcosa.
Di quelle cinque ragazze lui ne aveva notata, pur col suo sguardo spaventato, una:
aveva i capelli biondi e quando girò la testa per seguire il suo dito che segnava
Costalunga lui vide che li aveva riuniti dietro in un’unica treccia. Le altre avevano le calze
di lana nera, lei invece era a gambe nude, e le sue gambe erano dritte e sottili, quasi
senza ginocchio come quelle dei capretti. Ripensandoci, trovò che le aveva preso anche
gli occhi, o forse era solo una sua invenzione di dopo, e che erano più profondi e più
vecchi di quelli delle altre ragazze. Non doveva mangiare più di quel che mangiava lui.
Cominciò a pensarla, da quello stesso giorno, e tutti i giorni aggiungeva un pezzo alla
figura di lei: non poteva pensare più a nient’altro, e questo nuovo motivo gli faceva più
ricca e curiosa la vita, lo faceva svegliar più presto e addormentarsi più tardi.
Seppe chi era e il suo nome la domenica dopo: lei era in chiesa e passò poi con le altre
alla dottrina. Chiedere gli costò molto, ma il ragazzo di cui si fidò gli disse tutto quel che
voleva sapere: si chiamava Nella ed era detta Nella della Mellea perché i suoi avevano in
mezzadria la cascina della Mellea, che era la più povera di tutto il territorio di Murrazzano.
Ed era sorella di quattro fratelli. Due dei più giovani erano suoi compagni alla dottrina.
Ebbene, quei due ragazzi, che prima gli erano lontani come se vivessero dieci colline
distante, adesso gli apparivano importanti, perché spartivano con Nella la vita di tutti i
giorni e la vedevano fare e la sentivano dire tutto quello che faceva e diceva. Adesso lui si
sentiva di difenderli contro Emiliano del Fado, che era il più forte di loro ragazzi, così forte
che i vecchi gli pronosticavano un avvenire famoso per sfide e vittorie. Ebbene lui per loro
sarebbe andato contro ad Emiliano del Fado che poteva abbatterlo con un dito.
Lungo le settimane lui la pensava tanto che non gli sembrava impossibile che un giorno
o l’altro lei gli comparisse davanti, chiamata, portata via da dove stava da quella stessa
forza che gliela faceva pensare. Seduto sul prato, gli occhi fissi all’orizzonte ma senza
veder niente, aveva la facoltà e la felicità di chiamar Nella e di vederla subito comparire
dove lui sceglieva, uscire dal folto del castagneto se lui voleva riceverla immobile, oppure
profilarsi sulla strada se lui voleva voltarsi. Nella si muoveva, parlava, stava tutto come
voleva lui, con gesti e parole che lui aveva preparato per lei, fatte e dette nella misura e
col tono che lui voleva. Diceva lei poche parole, ma davano il via a lunghi discorsi di lui
che lei ascoltava in un modo che mai nessun uomo ebbe una ragazza a pendergli dalle
labbra così e nessun uomo guardato con occhi più stregati di Nella.
In quel tempo suo padre lo portò con sé alla fiera di Carrù e così lui comprò per Nella un
boccettino, spendendoci tutti i suoi dieci soldi, e lo teneva a casa sotto il pagliericcio,
aspettando il giorno che avrebbe potuto darglielo e potevano correrci degli anni.
Tutte le domeniche la vedeva alla messa, sempre alla stessa distanza, ma a lui bastava
che ci fosse, e vedendola si convinceva che gli bastava, che non avesse il bisogno di
parlarle. Solo una cosa gli bruciava di sapere, se era stata lei a ridere quella prima volta
dei funghi. Era l’unico suo brutto pensiero, e se ci si fermava sopra allora finiva col dirsi
che Nella l’aveva già perduta quel primo giorno.
Venne, a rinforzargli in testa quella disperazione, la festa di San Lorenzo, una festa nella
quale egli avrebbe voluto essere sottoterra. Avevano impiantato in piazza i giochi e c’era
intorno tutta la gente e ci vide tra i suoi fratelli Nella. C’erano le pignatte e l’albero della
salsiccia, e in più un gioco nuovo, quello di prender con la lingua uno scudo d’argento
appiccicato al fondo sporco di una casseruola sospesa ad un filo: era sporco di fuliggine e
di sterco di gallina. Già alcuni ragazzi ci avevano provato, ma la monetina era sempre là
incollata, e quelli se n’erano andati tra la gente che rideva con bestemmie da grandi e
sputando e togliendosi lo sporco dalla bocca. Era tremendamente difficile poi, ad ogni
leccata la pentola oscillava e tornava in faccia al ragazzo, che l’aspettava inginocchiato su
una sedia, come uno che fosse da giustiziare.
Lui si atterrì quando suo padre lo mando a provarcisi. Lui gridò di no. “Perché tu no? Ci
si sono provati dei ragazzi che i loro padri possono accecar di soldi il tuo di padre”, disse
suo padre. Lui ripetè di no, per Nella, solo per lei, parlava forte mentre suo padre parlava
basso perché la gente intorno non sentisse che lui lo sforzava. Lui disse che provava alle
pignatte, c’erano dentro salami e uova. Ma suo padre gli disse: “Vai alla moneta, val più lo
scudo che tutte le pignatte”. E si mise a gridare per chiedere il passo alla gente, rideva e
diceva che suo figlio ce l’avrebbe fatta. Lui passò davanti a Nella, sentendola senza
vederla, si inginocchiò davanti alla sedia chiamando dentro sua madre come avrebbe fatto
in punto di morte e quando fu pronto dettero l’andi alla pentola. Gli diedero più tempo che
agli altri, ma lui per il piangere non vedeva nemmeno la moneta, fuggì rovesciando la
sedia, e inghiottendo lo sporco fuggì verso la chiesa. Sentiva dietro di sé la corsa pesante
di suo padre e quando fu per essere raggiunto deviò verso il muro della chiesa e ci rimase
lì come schiacciato contro da un carro, che piangeva disperato, sporco in faccia e con in
bocca quel sapore. Suo padre lo pulì bene col fazzoletto, s’era messo ginocchioni sul
selciato per farlo, si guardava in giro e poi gli disse: “Non dirlo a tua madre. Adesso ti porto
a casa, ma tu non dirlo a tua madre”.
Ma per lui non contava nulla sua madre, contava la figura con Nella che se aggiunta a
quella risata l’aveva persa una volta per tutte.
Ad ogni modo pensava sempre a Nella, e se la sognava persino di notte, ed al mattino
se ne ricordava subito e bene, dimodochè passava la giornata con indosso un senso di
destino.
Un giorno non potè più star lontano e lasciando le pecore da loro che se i suoi venivano
a saperlo l’ammazzavano, calò verso Mellea. Non voleva incontrar Nella, moriva di paura
a pensarci, ma voleva veder da vicino il suo tetto e le piante che ci crescevano intorno e
sentir l’aria che lei respirava. Ci stette chissà quanto, senza che sentisse un rumore nella
casa, o che uno della famiglia uscisse sull’aia. Alzando gli occhi lesse l’ora nel colore
dell’aria e spaventato scappò su al suo bricco.
Poi venne a sapere per un discorso che fece a casa suo padre che quel disperato del
padre di Nella emigrava in Francia per non crepare a Murazzano di fame e sotto i suoi
debiti. Ne aveva parlato all’osteria e aveva già detto quel che avrebbe fatto una volta in
Francia, con un po’ di fortuna. Lui avrebbe fatto il vinattiere, i figli da servitori nelle
campagne e Nella la filandiera. Aveva venduto tutto il cavià per fare il viaggio.
Lui seppe la mattina che partivano e uscì dal letto e da casa come un topo. Andò a
nascondersi dietro una gaggia, prima dell’ultima curva della pedaggera al mare. Aspettò lì
e vide poi venir su il carro pieno di masserizie e le persone aggrappate a quelle. Gli
passarono davanti e lui vide bene un’ultima volta la treccia unica e il profondo sguardo di
lei. Andò dietro per un tratto, avanzando curvo dietro la gaggia. Sul carro erano tutti
silenziosi e nessuno si voltava indietro. Prima di voltare nell’ultima curva della pedaggera,
il padre fermò il cavallo e disse ai figli: “Figlioli, voltatevi e guardate bene Murazzano
perché è l’ultima volta che lo vedete”. Tutti si voltarono in silenzio e lui potè vedere bene
Nella. Poi si rivoltarono e l’uomo ridiede al cavallo e se ne andarono. Lui non seguì oltre,
perché l’aveva vista bene Nella e poi l’ultima curva della pedaggera era per lui la fine del
mondo.

Se ne tornò a casa, così pronto e disposto, adesso, ad andar lontano da servitore.


Beppe Fenoglio: Il partigiano Johnny, (un must irrinunciabile)





“Scrivo per un'infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un'infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo with a deep distrust and a deeper faith.”

“Quanto a me, debbo dire che quella miscela di sangue di langa e di pianura mi faceva già da allora battaglia nelle vene, e se rispettavo altamente i miei parenti materni, i paterni li amavo con passione, e quando a scuola ci avvicinavamo a parole come “atavismo” e “ancestrale”, il cuore e la mente mi volavano immediatamente e invariabilmente ai cimiteri sulle langhe”


Ogni buon autore ha una lingua tutta sua. Questa, blended com’è con termini e parti di frasi in inglese impressiona particolarmente come volentieri la riesumiamo per parlare con stranieri italofoni (che siamo).

Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d'impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita... Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.

*

et al.


Una questione privata 

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.
Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo.
Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.
"Quando la rivedrò? Prima della fine della guerra è impossibile. Non è nemmeno augurabile. Ma il giorno stesso che la guerra finisce correrò a Torino a cercarla. È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria".

La paga del sabato 

Sulla tavola della cucina c'era una bottiglietta di linimento che suo padre si dava ogni sera tornando su dalla bottega, un piatto sporco d'olio, la scodella del sale... Ettore passò a guardare sua madre.
Stava a cucinare al gas, lui le guardò i fianchi sformati, i piedi piatti, quando si chinava la sottana le si sollevava dietro mostrando i grossi elastici subito sopra il ginocchio.

Primavera di bellezza 

Insensibile al freddo mordace, Johnny fissava vacuamente lo scarico della latrina. Si riscosse all'arrivo di un compagno, ciabattante, malsano, terrone. Lo scansò a testa bassa e filò via rasente il muro sgocciolante, orientandosi sull'alone funereo della lampada della sua camerata.


*


Beppe Fenoglio (1922-1963)


1952      I ventitré giorni della città di Alba
1954      La malora
1959      Primavera di bellezza 
1963     Un giorno di fuoco                (nota1)
 Una questione privata
1968      Il partigiano Johnny
1969      La paga del sabato
1973      Un Fenoglio alla prima guerra mondiale
  L'imboscata     
1978      L'affare dell'anima e altri racconti
1994      Appunti partigiani : '44-'45
 Una crociera agli antipodi e altri racconti fantastici
  Quaderno di traduzioni
  Lettere : 1940-1962
  Epigrammi
  18 racconti a cura di Dante Isella
  Bretton oaks (teatro, v.o. in inglese)


nota1:
prima pubblicazione postuma: comprendeva Una questione privata e gli originali sei "Racconti del parentado": Un giorno di fuoco, La sposa bambina, Ma il mio amore è Paco, Superino, Pioggia e la sposa, La novella dell'apprendista esattore.

55 titoli:

RACCONTI DELLA GUERRA CIVILE

- I ventritre giorni della città di Alba
- L'andata
- Il trucco
- Gli inizi del partigiano Raoul
- Vecchio Blister
- Un altro muro
- Nella valle di San Benedetto
- Il padrone paga male
- Lo scambio dei prigionieri
- Golia
- War can't be put into a book
- La profezia di Pablo
- L'ora della messa grande
- La prigionia di Sceriffo
- Qualcosa ci hai perso
- Novembre sulla collina di Treiso
- L'erba brilla al sole
RACCONTI DEL PARENTADO E DEL PAESE

- Un giorno di fuoco
- La sposa bambina
- Ma il mio amore è Paco
- Superino
- Pioggia e la sposa
- La novella dell'apprendista esattore
- Quell'antica ragazza
- L'acqua verde
- L'addio
- Il gorgo
- L'esattore
- Ferragosto
- Il paese
- I.
- III.
- XI.
- Il signor Podestà
- L'affare dell'anima
- L'affare Abrigo Capra
- Dopo pioggia
- I discorsi sulle donne
- Nessuno mai lo saprà
- La licenza
- Il mortorio Boeri

RACCONTI DEL DOPOGUERRA

- Ettore va al lavoro
- Nove lune
- L'odore della morte
- Un matrimonio
- Placido Taricco, il giovane progressista
- Ciao, old lion
- Figlia, figlia mia
- La grande pioggia

RACCONTI FANTASTICI

- Una crociera agli antipodi
- Storia di Aloysius Butor
- Il letterato Franz Laszlo Melas
- La veridica storia della Grande Armada

APPENDICE

- Diario 1954
- L'incontro



Tutti incipit: http://www.parcoletterario.it/it/autori/fenoglio_incipit.htm