Difatto non ho mai saputo veramente né vivere, né morire, e neppure non morire, e a rigore, che sarebbe magari il peggio, neppure non vivere. Si può dare logicamente una simile posizione? Logicamente no, ma di fatto si, in natura, o fuori della natura se si preferisce, in me insomma. «Costui non seppe né vivere né morire» immagina L. che diranno di lui: ma no, qui ci sarebbe voluto un «Costui non seppe né non vivere né non morire». Il vivere o (aut) morire sono il meno, sono una bazzecola appetto a queste due altre eventuali esigenze. Pare un gioco, ma si potrebbe documentare il rigore di questi termini. Vivere o morire sono in verità la vita o la sua cessazione, il suo rifiuto, quello che si vuole, ma infine si parte da uno stato vitale, dall'essere; non vivere o non morire, qui invece si parte da uno stato crepuscolare, da una mezza vita, da una mezza morte, da qualcosa anzi che non è vita e non è morte, e qui sono maggiori i guai. Spengersi del tutto, impossibile («Qui giaccio e tu maligna febbre ancora...»); accendersi, impossibile per definizione. - Epitafio: «Qui giace (senza, a quanto è dato supporre, riposare in pace) T. L., morto di crepuscolo.
Rien va
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