1 Lamento di Davide che cantò a YHWH per parole di Cus Beniaminita.
2 YHWH, divino mio, in te mi rifugiai: guardami da ogni persecutore e strappami da loro.
3 Affinché non sbrani come leone vita mia, smembrandola, e niente ricompone.
4 YHWH Signore mio, se feci questo, se c'è macchia in mani mie,
5 se svezzai chi mi diede pienezza con male, e slombai avversario mio senza ragione,
6 insegua nemico vita mia e raggiunga, e calpesti a terra carne mia - e gloria mia in polvere trascini. Selah.
7 Sorgi YHWH, nell'ira tua, sollevati contro straripamenti d'avversari miei, e risvegliati a me giudizio stabilito.
8 Sciame di ferite e covoni stretti - popoli – stringano te, e su essi verso l'alto voltati.
9 YHWH giudica popoli: giudica me, YHWH, secondo giustizia mia e secondo pienezza mia su me.
10 Si colmi malvagità d'empi, e apri il giusto, vagliane cuori e reni, Signore giusto.
11 Scudo mio nel Signore, che si cura dei retti di cuore.
12 Signore giudice giusto, e Signore digrignante ogni giorno.
13 Se non torna spada sua affila, arco suo tende e prepara.
14 E prepara strumenti di morte, frecce sue brucianti passione predispone.
15 Ecco, sgrava colpa e partorisce angoscia e genera inganno.
16 Fossa scavò e sprofondò, e fu aborto in fossa scavata.
NOTE
7, 1: L'ebraico shiggayon, qui tradotto con "lamento", parrebbe indicare una particolare forma ritmica, fatta di rapidi cambi prosodici; sembra derivare dalla radice shagah che indica la duplicità (un doppio fardello) e l'errore, l'andare fuori strada e il mancare il bersaglio (come nella concezione del peccato) - uno smarrirsi, un errare insomma, che l'andamento ritmico irregolare può mimare.
7, 3: La particella pen, da noi tradotta con "affinché" contiene in realtà quasi sempre un senso di allarme e il gesto di voltarsi deprecando o evitando qualcosa di negativo: deriva infatti dalla radice che può anche significare "faccia" - ed è quindi un voltare il viso dall'altra parte. Taraph significa "sbranare", "fare a pezzi", ma è significativo che possa anche avere il senso di "lacrime" - quasi che anche le lacrime e il dolore lacerassero l'unità dell'uomo, rendendolo facile preda. L'ebraico natsal ha principalmente il significato di "liberare" o "porre in salvo", ma anche quello di "consegnare" o "consegnarsi", di essere raccolti e "ricomposti", spesso con un gesto anche violento di strappare via, di saccheggio da parte del liberatore, il Signore in questo caso. È il rischio di fronte al pericolo e la disperazione che, in questo versetto, risuonano in ogni sua parola.
7, 5: L'ebraico gamal indica qualcosa di più della normale "ricompensa": si tratta di una cura che colma e porta alla pienezza qualcosa o qualcuno, così da poterlo "svezzare" e lasciare libero di crescere e dare frutto - tanto più che l'azione nel termine successivo è proprio quella del dare pienezza: shalam. Il termine chalats indica lo "spogliare", lo snudare e togliere tutto quello che può essere forza e vita (ad esempio le armi ad un soldato) ma, più in profondità, esso significa togliere dai lombi la pienezza della capacità di generare: per questo ho forzato l'italiano usando "slombare".
7, 8: Ho voluto sottolineare l'origine della parola "popoli", che deriva dalla pratica di tenere insieme le ferite oppure i covoni, o i greggi, perché non si disperdano come "sciami".
7, 11: Ho preferito usare, al posto di "salvare" il "prendersi cura" perché in origine il termine ebraico yasha ha proprio questo significato, legato all'amorevole attenzione del pastore per ogni capo del proprio gregge nel proteggerlo dai predatori. I "retti" di cuore, che l'ebraico dice con il termine yashar sono quelli che riescono a mantenere il legame tra l'azione e la parola: questo legame rimanda alle corde che tengono unite due o più parti, ma anche al cordone ombelicale tra la madre che genera e il figlio: essere retti, quindi, è rimanere fedeli al proprio nascere e in relazione con la vita.
7, 15: Interessante notare che l'ebraico chabal ha in se stesso qualcosa che richiama al partorire, allo sgravare e, nello stesso tempo, il senso del tenere legato e della distruzione, della rovina e della corruzione. In questo senso è l'esatto opposto della relazione che teneva uniti i "giusti" alla vita tramite quel simbolico "cordone ombelicale".
7, 16: L'ebraico naphal non ha solo il senso di cadere o sprofondare ma anche, soprattutto nell'ebraico antico, quello di cadere giù come un aborto dal grembo materno. Ho quindi preferito questa immagine, anche perché in accordo con il gioco metaforico dei versi precedenti.
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