Ciò che dal basso, dall'uomo nell'angoscia viene
invocato - vale a dire il Nome di YHWH - è qualcosa che innalza: il termine
ebraico per questa azione, che troviamo nel salmo, significa infatti non un
generico "salvare", ma, appunto, anche un innalzare per preservare in
luogo sicuro. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che proprio il
"Luogo" è uno dei nomi del Signore.
Ma, in effetti, l'uomo che invoca il Signore, non
viene sradicato dal mondo e dalla sua vita per essere messo in qualche luogo
appartato e lontano da tutto. In questo salmo in particolare, infatti, si
tratta invece proprio di una invocazione nel mezzo dell'angoscia di uno
scontro, di una battaglia: niente di più tremendamente terreno e umano.
Ma, allora, qual'è il vero movimento che il salmo ci mostra? È quello di YHWH stesso che, scendendo e partecipando realmente all'angoscia e alla paura dell'uomo che lo invoca, proprio in questa partecipazione e condivisione fianco a fianco, lo salva. E tale salvezza, lo ripetiamo, non è quella di un distacco immunitario dalla vita e dalle sue tragiche contraddizioni, quanto, piuttosto, la creazione di una relazione. Ed è questa la salvezza: il fatto che il luogo della nostra vita diventi il Luogo in cui il Signore ci viene incontro e ci accompagna; è questo che salva ogni frammento del nostro esistere e della nostra storia, anche quelli negativi, anche quelli apparentemente insignificanti.
Ma, allora, qual'è il vero movimento che il salmo ci mostra? È quello di YHWH stesso che, scendendo e partecipando realmente all'angoscia e alla paura dell'uomo che lo invoca, proprio in questa partecipazione e condivisione fianco a fianco, lo salva. E tale salvezza, lo ripetiamo, non è quella di un distacco immunitario dalla vita e dalle sue tragiche contraddizioni, quanto, piuttosto, la creazione di una relazione. Ed è questa la salvezza: il fatto che il luogo della nostra vita diventi il Luogo in cui il Signore ci viene incontro e ci accompagna; è questo che salva ogni frammento del nostro esistere e della nostra storia, anche quelli negativi, anche quelli apparentemente insignificanti.
In questo modo, il Signore "ricorda" la
sua creazione. E la creazione "ricorda" la relazione con il suo
Creatore. Ma, paradossalmente, questo verbo non è un verbo concluso, non è un
verbo del passato! Esso è al presente, un presente che si rinnova
incessantemente nell'azione di YHWH e dell'uomo. Infatti, questo
"ricordare", in ebraico è anche un termine tecnico rituale della
preghiera e della liturgia del Tempio, che indica precisamente l'offerta
dell'incenso.
In questo "ricordare" vi è un presente
sempre nuovo e rischioso, di lode e di invocazione, di risposta e di relazione.
E, per questo e in questo, vi è anche una Presenza: una Presenza che non cancella
la presenza dell'uomo e della creazione.
Non a caso, mi pare, una interpretazione del
versetto "Ti risponda YHWH nel giorno dell'angoscia", fornitaci da
Rabbi Judan, ci viene offerta come una parabola di doglie e di nascita
presente: madre e figlia avevano litigato, ma la figlia ora è preda delle
doglie del parto; quest'ultima abita al piano di sotto, mentre la madre a
quello superiore; ora, la madre, udendo le urla di dolore del parto della
figlia al piano inferiore, si mette anch'essa a gridare con la figlia e per la
figlia - non potendo non partecipare visceralmente (e, quindi,
misericordiosamente e nonostante la lite precedente e ancora in atto) alla
realtà angosciosa ma anche portatrice di nuova vita della figlia: "mia
figlia è nelle doglie, come potrei ignorare le sue grida?". Lo stesso
Rabbi Judan ci ricorda che, dopo l'intestazione, questo salmo è fatto di nove
versetti: i mesi della gestazione.
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