Da ASCOLTO
PLURALE
L’idea di
poter tenere fede alla parola del testo, però, è profondamente ingenua.
Infatti, la sua promessa non si rivolge a una semplice parola, bensì a un
sistema di relazioni composto da parole. Per quanto possa sembrare ovvio,
chiunque si ostini a parlare di fedeltà ad un testo, opera un’evidente
ipostatizzazione, riducendo indebitamente la varietà a unità. Se l’idea di
fedeltà comporta inestricabilmente quella di singolarità, come pensare d’essere
fedeli a qualcosa che si definisce appunto sulla base della propria pluralità
costitutiva, ossia di una molteplicità fondante e statutaria? Un testo
letterario (tanto più se portato al suo massimo grado di codificazione, come
nel caso della poesia) non è un oggetto statico, ma un processo dinamico, un
concorso di spinte contrapposte, un insieme di forze in equilibrio. Questa, e
nient’altro, è la dantesca "cosa per legame musaico armonizzata".
Ogni poesia si presenta come un nodo di informazioni sintattiche, lessicali, metriche, rimiche, retoriche, e così via. Anzi, per meglio dire, corrisponde a quel nodo e non ai vari capi che lo formano, nella stessa maniera in cui una treccia non preesiste al gesto che la serra, ma in quel gesto consiste. Di conseguenza, il traduttore potrà tutt’al più cercare d’essere "fedele" (posto che questo termine venga poi definito in modo più adeguato) a qualche singolo elemento, non certo al loro insieme. Se il sistema dei versi verrà correttamente considerato come un fascio di funzioni coordinate, nel passaggio da una lingua all’altra sarà già molto riuscire a riprodurne alcune. Qualora cercassi di mantenere l’impianto prosodico, per esempio, dovrei rinunciare a una perfetta aderenza rispetto all’apparato terminologico, e così via, dato che l’unico modo di mantenere immutate tutte le istanze presenti nell’originale consisterebbe nella tautologia ipotizzata da Borges nel suo Pierre Menard: tradurre un’opera nella sua stessa lingua.
A questo punto, la questione si ribalta: scegliere a cosa essere fedele significa, al contempo, decidere a cosa non esserlo. Dal che potremmo forse trarre la regola generale che recita: in ogni traduzione, la fedeltà ad un criterio compositivo implica sempre almeno un’infedeltà verso un altro. Ovvero, tradurre vuol dire riorganizzare il testo in base ad un ristretto numero di priorità.
Alla fine di questo percorso, la generica idea di fedeltà da cui avevamo preso le mosse si ripresenta piuttosto alterata. Nello sterminato campo gravitazionale del testo di partenza, il traduttore potrà infatti scegliere unicamente poche linee di forza cui attenersi. Il problema preliminare,quindi, non sarà tanto come tradurre, ma che cosa.
A mo’ di conclusione, vale forse la pena ricordare un brillante motto dell’abate Galiani. Il noto letterato tentò a lungo di tradurre il linguaggio dei gatti. La nostra citazione, tuttavia, non viene dalle testimonianze che egli ci lasciò a tale riguardo, bensì da una lettera contenente alcune osservazioni di natura politica. Siamo nell’orbita di quei Moralisti classici indagata da Giovanni Macchia, ed è appunto sulla scia di un pensiero votato alla dissimulazione e all’arte del buon governo di sé, che Galiani inserisce questa breve considerazione: "Nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si voltano sempre le spalle a qualche altro".
Ecco a che cosa portano le nostre "belle infedeli". Partiti da un’errata nozione totalizzante, approdiamo a una concezione del testo multipla e diversificata, centrata sulla necessità di precisare la sfera di adeguazione da privilegiare. L’immagine iniziale si è infranta definitivamente, il quadro metaforico è cambiato. La maliziosa ma rassicurante cornice di bienséances tracciata da Ménage, ha ormai lasciato il passo all’oculato controllo dei poteri raccomandato da Torquato Accetto o Baltasar Gracian. Di fronte alla brulicante ricchezza della pagina, il traduttore-cortigiano non potrà più illudersi di poter praticare una vaga, sommaria professione di fedeltà. Al contrario, nello scegliere a cosa porgere i propri omaggi, egli dovrà decidere, in maniera altrettanto irrevocabile, che cos’altro ignorare, offendere, ferire.
Ogni poesia si presenta come un nodo di informazioni sintattiche, lessicali, metriche, rimiche, retoriche, e così via. Anzi, per meglio dire, corrisponde a quel nodo e non ai vari capi che lo formano, nella stessa maniera in cui una treccia non preesiste al gesto che la serra, ma in quel gesto consiste. Di conseguenza, il traduttore potrà tutt’al più cercare d’essere "fedele" (posto che questo termine venga poi definito in modo più adeguato) a qualche singolo elemento, non certo al loro insieme. Se il sistema dei versi verrà correttamente considerato come un fascio di funzioni coordinate, nel passaggio da una lingua all’altra sarà già molto riuscire a riprodurne alcune. Qualora cercassi di mantenere l’impianto prosodico, per esempio, dovrei rinunciare a una perfetta aderenza rispetto all’apparato terminologico, e così via, dato che l’unico modo di mantenere immutate tutte le istanze presenti nell’originale consisterebbe nella tautologia ipotizzata da Borges nel suo Pierre Menard: tradurre un’opera nella sua stessa lingua.
A questo punto, la questione si ribalta: scegliere a cosa essere fedele significa, al contempo, decidere a cosa non esserlo. Dal che potremmo forse trarre la regola generale che recita: in ogni traduzione, la fedeltà ad un criterio compositivo implica sempre almeno un’infedeltà verso un altro. Ovvero, tradurre vuol dire riorganizzare il testo in base ad un ristretto numero di priorità.
Alla fine di questo percorso, la generica idea di fedeltà da cui avevamo preso le mosse si ripresenta piuttosto alterata. Nello sterminato campo gravitazionale del testo di partenza, il traduttore potrà infatti scegliere unicamente poche linee di forza cui attenersi. Il problema preliminare,quindi, non sarà tanto come tradurre, ma che cosa.
A mo’ di conclusione, vale forse la pena ricordare un brillante motto dell’abate Galiani. Il noto letterato tentò a lungo di tradurre il linguaggio dei gatti. La nostra citazione, tuttavia, non viene dalle testimonianze che egli ci lasciò a tale riguardo, bensì da una lettera contenente alcune osservazioni di natura politica. Siamo nell’orbita di quei Moralisti classici indagata da Giovanni Macchia, ed è appunto sulla scia di un pensiero votato alla dissimulazione e all’arte del buon governo di sé, che Galiani inserisce questa breve considerazione: "Nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si voltano sempre le spalle a qualche altro".
Ecco a che cosa portano le nostre "belle infedeli". Partiti da un’errata nozione totalizzante, approdiamo a una concezione del testo multipla e diversificata, centrata sulla necessità di precisare la sfera di adeguazione da privilegiare. L’immagine iniziale si è infranta definitivamente, il quadro metaforico è cambiato. La maliziosa ma rassicurante cornice di bienséances tracciata da Ménage, ha ormai lasciato il passo all’oculato controllo dei poteri raccomandato da Torquato Accetto o Baltasar Gracian. Di fronte alla brulicante ricchezza della pagina, il traduttore-cortigiano non potrà più illudersi di poter praticare una vaga, sommaria professione di fedeltà. Al contrario, nello scegliere a cosa porgere i propri omaggi, egli dovrà decidere, in maniera altrettanto irrevocabile, che cos’altro ignorare, offendere, ferire.
[…] non dobbiamo dimenticare che, come osservò
magistralmente I. A. Richards, la traduzione "may very probably be the
most complex type of event yet produced in the evolution of the cosmos".
Da VITTIME O TRADITORI?
Vecchie e nuove metafore del tradurre e del traduttore
di Loredana Polezzi
Vecchie e nuove metafore del tradurre e del traduttore
di Loredana Polezzi
[…] Michel
Serres in un bellissimo passo, «communiquer, c’est voyager, traduire, échanger:
passer au site de l’Autre», ed Ermes è il dio dei messaggeri, dei mercanti, dei
ladri, dei viaggiatori e dei traduttori (Hermès I: La communication;
Parigi, Éditions de Minuit 1968). Nel corso dei secoli, il traduttore è stato
spesso visto come esploratore, come scopritore e contrabbandiere di ricchezze
lontane. Il traduttore come viaggiatore; il viaggiatore come traduttore.
Entrambi sono ambigui, infidi, temuti ed invidiati per la loro natura ibrida,
la loro posizione di intermediari sospesi tra diversi gruppi, diverse identità,
diverse possibili alleanze.
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