Georgien 2008

Georgien 2008

Riflessioni sul tempo di un sessantenne





ph: TroveRete Museo del Cairo Dancing dwarves XII Dinastia







Io sono uno qualunque. Sono uno che ha passato i cinquanta ed è sui sessanta. Già, sessanta. Non mi sento vecchio, no, ma la giovinezza è lontana. Tuttavia non è della mia vita che mi importa perché ciò di cui voglio parlare non ha a che fare con l’età, anche se ha a che fare con il tempo, voglio dire il tempo della vita. Dove va a finire il nostro tempo? Nei figli? Nelle opere? Nei soldi? Viene da sorridere. I figli sono cose naturali. Non c’è gran merito nel metterli al mondo. Le cose sono nostre. Gli antichi le volevano con loro nelle tombe e con ragione. Perché le cose ci accompagnano, forse più delle opere che vanno via.
Se uno è un artista e scrive, che so, una grande poesia. Di chi è? E’ di tutti. Sì, c’è accollato il nome, il tuo nome, ma tu chi eri, eri quella poesia, o eri un’altra cosa? Tu eri tutti in quel momento. Fare dell’arte per quanto ne capisca io, vuol dire perdersi nella comune umanità di tutti, Invece le cose, le piccole cose, hanno la tua stessa miseria. Anche se il più fragile coccio forse ti sopravanza nella durata, finisce che tutto si consuma e si disperde. E la vita è proprio là dove trema, dove il tempo la squaglia, nel suo insignificante, nel suo tragico nulla. Come appunto le tue cose, la giacca che metti sulle spalle, i vasi dei fiori sul balcone…. Se si spezza la nostra vita anche le cose vanno via. La nostra sedia a un figlio…. Le giacche a qualche vecchio dell’ospizio. I vasi, chissà, li rompono, li buttano via……. Ricompongono la tua stanza, conservano i libri, la penna stilografica, la macchina da scrivere. Che poi stanno lì le cose, come in un museo, stranite, con un’aria di falsa intimità…… Perché dico questo? Perché il tempo lo lasciamo andare via in fondo ai corridoi, per le strade dentro scatole di latta. Ed è lo stesso tempo che passa poi così rapido nell’amore, quando c’è qualcosa che ti chiama, nella vampata di un volto, è lo stesso tempo bruciante del dolore, quando la gente piange e si sgrazia il viso, si invecchia e si scompone negli abiti, dimenticandosi. O il tempo del silenzio che riempie i luoghi romiti in modo che se tossisci, o anche se gridi, nessuno ti sente o ti risponde.
Ma il tempo di tutti i giorni, quello non lo vediamo, passa attraverso di noi come un vento o un nulla, e sembra non ci ferisca. Eppure gli antichi lo sapevano, il tempo è la forza che scroscia e tira verso l’inevitabile. Anche quello più modesto fatto di sere di paese, di gerani sugli usci; quello più ambizioso delle città dove le cose si sono accumulate e la gente s’è intessuta più stretta, più densa di fatti, di scritti, di lavori. Ma chi vede le statue, chi vede le facciate di una chiesa, un cavallo dipinto sopra un confessionale, nell’ombra, che anche lo scaccino lo ha dimenticato? Quel cavallo, al buio, stupendo, galoppa per te, perché tu lo ritrovi. Ma dov’è allora il tempo? Fora sulle dita o va via dolce come una musica sulle acque. Bisogna imparare a soffrire il tempo o a goderlo come un profumo senza sorgente, come una luce morbida, come un sonno lucido, un respiro, un ricordo che è già nel futuro. Come ogni altra cosa, il tempo per sentirlo bisogna sprecarlo. E’ lo spreco che ci fa raccogliere le briciole del vano, i minuti della giovinezza buttati come coriandoli sulle piazza in luoghi fumosi e di grida, in passeggiate nel nulla. E’ lo spreco che ci fa sentire l’eco di quel grande vento. Ma anche quando ne prendiamo coscienza, non ci diventa motivo di dialogo, di comune sentimento della vita, ora che non abbiamo più qualcosa che ci raccoglie in comune come la religione. Voglio dire che ognuno sente il vuoto al di là della sua porta, ma non sa come parlarne. Per questa ragione forse i genitori invecchiano, aspettano i nipoti. L’attesa dei nipoti è uno strano richiamo, potente, come per i pescatori il richiamo del mare. Un mare di piccole fessure e anfratti di vita, dove il latte gorgoglia e il corpo si sveglia e vagisce. I genitori se ne vanno via a ballare e i nonni stanno coi bambini. Separati per tutto l’arco della vita non si incontreranno mai se non nel sogno, nel ricordo della voce, chissà, nell’attimo della morte. I nonni che hanno così pochi motivi per vivere e i piccoli bambini che non sanno ancora di essere nella vita. In questo modo il tempo dell’esistenza si ricongiunge e si ignora, come se per stare assieme, per intendersi, occorresse traghettare il grande mare della solitudine.



Monologhi e racconti










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