Georgien 2008

Georgien 2008

Le parti pris des choses (anche pdf di versioni italiane)



















F.Ponge, Le parti pris - Vers. Chad





Francis Ponge, Il partito preso delle cose

Parti pris des choses deve intendersi anche come compte rendu des mots.
(resa dei conti delle parole)
Jacqueline Risset, Il silenzio delle sirene

da Le parti pris des choses, 1942
(Versione dal francese di Chiara Adezati dove non altrimenti indicato)



Indice:

Pioggia
L’arancia
Le more
Il ciclo delle stagioni
La fine dell’autunno
R. C. Seine N°





Pioggia

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è una tenda sottile ( o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente assai leggere, una precipitazione sempiterna senza vigore, una frazione intensa di meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con più rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, là di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Lungo l’intera superficie di un piccolo tetto di zinco che lo sguardo vede giù a piombo, essa cola in strato molto sottile, marezzato dalle correnti variate secondo le impercettibili ondulazioni e bozzoli della copertura. Dall’attigua grondaia da cui scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza grande pendenza, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un’andatura particolare; le corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, tanto preciso quanto arrischiato, come un’orologeria la cui molla è il peso di una massa data di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra dei fili verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong si moltiplicano e risuonano insieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è distesa, certi ingranaggi continuano a funzionare per un po’, via via più lenti, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora se il sole riappare tutto si cancella subito, il brillante apparecchio evapora: è piovuto.



Traduzione di Valerio Magrelli:

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura.
A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore
gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco
di grano, lí di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro,
sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l'interna superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura.
Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe
e rimbalza in aghetti brillanti.
Ogni sua forma ha un andamento particolare;
a ognuna corrisponde un rumore particolare.
Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato,
preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria
la cui molla è il peso di una data massa di vapore in precipitazione.
La suoneria a terra delle reti verticali, il glúglú delle grondaie,
i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme
in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.
Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare
per un po', sempre piú rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma.
Allora, se il sole riappare
tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.

*


L’arancia

Come nella spugna, vi è nell’arancia un’aspirazione a riprender contegno dopo aver subito la prova della spremitura [l’épreuve de l’expression]. Ma là dove la spugna riesce sempre, l’arancia mai: poiché sono scoppiate le sue cellule, i suoi tessuti lacerati. Mentre la sola scorza si ristabilisce mollemente nella propria forma grazie alla sua elasticità, un liquido di ambra si è sparso, portatore di frescura, di profumi soavi, certo – ma spesso anche dell’amara coscienza di un’espulsione prematura di semi.

traduz. Jacqueline Risset


*

Le more

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta  fuori dalle cose nè verso lo spirito, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.
Neri, rosa e kaki insieme sul grappolo, offrono più lo spettacolo di una famiglia burbera nelle sue diverse età, che una tentazione molto viva a raccoglierle.
Vista la di sproporzione tra semi e polpa, gli uccelli le apprezzano poco, così poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.
Ma il poeta nel corso della sua passeggiata professionale, ne prende a modello (la grana) a ragione: “Così dunque, lui si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore tanto fragile benché difeso da un arcigno intricarsi di rovi. Senza molte altre qualità, more, perfettamente son more/mature – come anche questo poema è fatto.”



Traduzione di Valerio Magrelli:

Sui cespugli tipografici costituiti dalla poesia, su una
strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente,
certi frutti sono formati da un agglomerato di sfere
riempite da una goccia d'inchiostro.
Neri, rosa e cachi insieme sul grappolo, più che un allettante invito alla raccolta,
offrono lo spettacolo d'una
famiglia altera nelle sue diverse età.
Vista la sproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li
apprezzano poco, tanta poca cosa in fondo resta loro
quando dal becco all'ano ne sono attraversati.
Ma il poeta, nel corso  della sua passeggiata professionale,
li prende giustamente a modello: «In questo modo dunque,
dice tra sé e sé, riescono in gran numero gli sforzi
pazienti di un fiore fragilissimo, per quanto difeso
da un arcigno intrico di rovi. Senza molte altre qualità — more,
 perfettamente more sono, e mature — così come è fatta
anche questa poesia».


*

Il ciclo delle stagioni

Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno gli alberi tutt’a un tratto si lusingano di essere ingannati. Non si possono più tenere. Mollano le loro parole, un fiotto, un vomito di verde. Cercano di arrivare a una fogliazione completa, di parole. Tanto peggio! Si ordinerà come potrà! Ma davvero essa si ordina! Nessuna libertà nella fogliazione…Lanciano, perlomeno lo credono, non importa quali parole, lanciano gambi per sospendervi ancora parole: i nostri tronchi, pensano, sono qua per assumersi tutto. Si sforzano di celarsi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dir tutto, di poter ricoprire interamente il mondo di parole variate. Non dicono che “gli alberi”.
Incapaci perfino di trattenere gli uccelli che si partono da loro mentre si rallegravano già di aver prodotto sì strani fiori. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a sé stesse simmetricamente sospese! Tenta ancora una foglia! –La stessa! Ancora una! –La stessa. Niente potrebbe fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi d’alberi”. Una nuova stanchezza, e un nuovo ripiegamento morale. “Lasciamo ingiallire tutto, e cadere. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l' AUTUNNO”.

*

La fine dell’autunno

Tutto l’autunno alla fine non è che una tisana fredda. Le foglie morte di ogni essenza macerano nella pioggia. Nessuna fermentazione, nessuna creazione di alcol: bisogna aspettare la primavera per l’effetto di un ‘applicazione di compresse su una gamba di legno.
Lo spoglio si fa nel disordine. Tutte le porte della sala dello scrutinio si aprono e si chiudono sbattendo violentemente. Cestina, cestina! La Natura strappa i suoimanoscritti, demolisce la sua biblioteca, abbatte rabbiosamente i suioi ultimi frutti.
Poi si alza bruscamente dallo scrittoio. La sua statura subito sembra immensa. Spettinata, ha la testa nella bruma. Le braccia spenzolanti, aspira con delizia il vento ghiacciato che la rinfresca, le idee. I giorni sonobrevi, la notte cade in fretta, il comico perde i suoi diritti.
La terra nell’aria fra gli altri astri riprende la sua aria seria. La parte illuminata è più stretta, infiltrata di valli d’ombra. Le sue scarpe, come quelle di un vagabondo, s’impregnano d’acqua e fanno della musica.
In quest’acquitrino, in quest’anfibiguità salubre, tutto riprende forza, salta di pietra in pietra e cambia di prato. I ruscelli si moltiplicano.
Ecco ciò che si chiama una bella pulizia, e che non rispetta le convenzioni! Vestiti come nudi, bagnati fino all’osso.
E poi questo dura, non secca tutto d’un tratto. Tre mesi di riflessione salutare in questo stato; senza reazione vascolare, senza accappatoio né guanto di crine. Ma la sua forte costituzione resiste.
Così quando ricominciano a spuntare le piccole gemme, esse sanno quel che fanno e di cosa trattasi, e se si mostrano con precauzione, intorpidite e arrossate, è con cognizione di causa.
Ma lì comincia un’altra storia, che dipende forse ma non ha lo stesso odore della riga nera che mi serve a tirare il tratto qui sotto.


R. C. Seine N°

E’ da una scala in legno mai tirata a cera da trent’anni, nella polvere delle cicche gettate sulla porta, nel mezzo di un plotone di piccoli impiegati meschini e selvaggi allo stesso tempo, in bombetta, la loro valigia da zuppa in mano, che due volte al giorno inizia la nostra asfissia.
Una luce reticente regna all’interno di quella scalcinata chiocciola, dove fluttua in sospensione la raspatura del legno grezzo. Al rumore delle calzature issate faticosamente da un gradino all’altro, intorno a un sudicio asse, ci avviciniamo ad un’andatura da chicchi di caffè all’ingranaggio stritolatore.
Ognuno crede di muoversi allo stato libero, perché un’oppressione estremamente semplice lo obbliga, la quale non differisce molto dallagravità: dal fondo dei cieli la mano della miseria gira il macinino.
L’uscita, per la verità, non è per la nostra forma poi tanto pericolosa. Questa porta che dobbiamo attraversare non ha che un solo cardine di carne della grandezza di un uomo, il sorvegliante che l’ostruisce per metà: piuttosto che di un ingranaggio, si tratta qui di uno sfintere. Ciascuno ne è subito espulso, vergognosamente sano e salvo, tuttavia molto depresso, tramite budella lubrificate a cera, con fly-tox, con la luce elettrica. Improvvisamente separati da lunghi intervalli, ci si trova allora in un’atmosfera che dà alla testa, da ospedale, a durata indefinita delle cure, per il dover trattenere le piatte borse, a filare a tutta velocità attraverso una sorta di monastero-pattinaggio dove i numerosi canali si tagliano ad angolo retto, -  e l’uniforme è la giacca logora.
Subito dopo, in ogni reparto, con un rumore terribile, gli armadi dalle cerniere di ferro, - da cui i dossiers, come orribili uccelli-fossili familiari, snidati dai loro strati, scendono pesantemente a posarsi sui tavoli dove si scuotono. Uno studio macabro comincia. O analfabetismo commerciale, al rumore delle sacre macchine, ha luogo ora la lunga sempiterna celebrazione del tuo culto che si deve servire.
Tutto s’inscrive a misura su stampati in diverse copie, dove la parola riprodotta in color malva sempre più pallido finirà indubbiamente per dissolversi nel disdegno e la noia della stessa carta, non fossero gli scadenziari, quelle fortezze di cartone blu molto solido, bucati al centro da un lucernaio tondo, a evitare che un foglio inserito possa dissimularsi nell’oblio.
Due o tre volte al giorno, nel mezzo di tale culto, il corriere multicolore, radioso e bestia come un uccello delle isole, emesso fresco fresco dalle buste marcate di nero dal bacio delle poste, se ne viene dritto a posarsi davanti a me.
Ogni foglio estraneo allora viene adottato, affidato a una piccola colomba di casa nostra, che lo guida a destinazioni successive fino alla sua classificazione.
Alcuni bijoux servono a questi attaccamenti momentanei: angoli dorati, fermagli parigini, fibbie, attendono in ciotole la loro utilizzazione.
A poco a poco intanto, mentre l’ora avanza, il flusso sale nei cestini della carta. Quando sta per debordare è mezzogiorno: una stridente suoneria invita a sparire immediatamente da questo luogo. Riconosciamo che nessuno se lo fa dire due volte. Una perduta corsa si disputa sulle scale, dove i due sessi autorizzati a confondersi nella fuga, quando non lo erano all’entrata, si spingono e sgomitano a più non posso.
È a questo punto che i capiservizio prendono veramente coscienza della loro superiorità: “turba ruit oppure ruunt”; essi, ad andatura da preti, lasciando passare il galoppo di monaci e monachelli d’ogni ordine, visitano lentamente il loro dominio, circondati da privilegi di vetrate smerigliate, in un decoro ove le virtù imbalsamanti sono la boria il cattivo gusto e la delazione, - e raggiungendo il loro spogliatoio, dove non è raro si trovino guanti, canna, sciarpe di seta, si sbarazzano di colpo della loro smorfia caratteristica e si trasformano in veri uomini di mondo.






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