Georgien 2008

Georgien 2008

... macchine di solitudine



ph salsel, Porto Pigeuggio de Camuggi






IV. Raccoglimento


Mia debolezza, debolezza mia,
ma che devo fare con te?
Ho cinquant’anni e tremo
quando tuona, e sbaglio ancora posto
come quando sbagliai banco all’asilo.
Ho un corpo trapunto da graffe,
il sonno come un campo di macerie,
la forza che si sbriciola, la memoria in frantumi,
e in questo Grande Sfascio, l’unica cosa intatta resti tu,
mia ferita, mio Graal, codice a barre
di un estraneo che è leso,
che è fallato, che è costretto
a essere me.
Mia debolezza, talpa del nemico,
creaturina indifesa che mi rendi indifeso,
il solo, vero premio della morte
sarà saperti morta insieme a me,
mio motore,
mio orrore,
mia consustanziale sconfitta



VI. Il funerale laico



Ormai non è rimasto quasi niente,
né schiavi immolati, né balsami,
né roghi, né incenso, né prefiche.
Qualcuno parla, si applaude, il dolore
viene giù senza riparo:
un acquazzone all’aperto.
L’unico sacerdote è l’impresario
di queste funebrissime non-pompe.
Non c’è rimasto niente, appena il morto,
e solo con un morto, si fa poco.   
Abbiamo abbattuto le dighe
e il Niente è arrivato fin qua,
lambisce i fiori, circola fra i presenti,
certifica la nuda Verità.
Perciò mi è caro il funerale laico,
un senzatetto che ha come ridosso
o la Piramide o il Tempietto Egizio,
un rifugiato politico
cui danno asilo solo i Faraoni.
Io so il motivo: è per via del fiume.
Qui, tutti noi aspettiamo
sulle rive del Nihil.



VIII. Piccole stanze d'albergo



Piccole stanze d’albergo,
grandi macchine di solitudine.
Tagliato come un gambo dentro il vaso,
aspetto. Moquette. Avvolgibili.

Piccole macchine di grande solitudine,
là dove il celibato sposa l’alienazione
con me testimone alle nozze
fra la Mancanza e la Ripetizione.



*
Dei poeti della sua generazione (è nato nel 1957) Valerio Magrelli è uno dei pochissimi riconosciuti da tutte le voci critiche come una presenza. Inconfondibile è il suo stile, con uno specialismo linguistico deliziosamente manieristico: Magrelli muove dalle cose, le dissolve in lingua, lingua che a sua volta ritenta la costituzione, talvolta enigmistica, della cosa, il suo profilo. 
C’è una sorta, insomma, di ‘transustanziazione’ continua della cosa in lingua e viceversa in questa poesia. Nella sua ultima raccolta, Disturbi del sistema binario (2006), compariva la tagliola della doppiezza, l’inconoscibile doppiofondo di una creatura cara: variante della solita crepa, rottura, venatura che da sempre attraversa la levigatezza ipertecnica e consapevolissima della dizione magrelliana. Da quel varco, ecco che negli inediti si rifà strada, come ai tempi del notevolissimo Esercizi di tiptologia (1992), ma non più nella memoria bensì nel presente, il motivo del tormento genealogico, della costitutiva faglia di debolezza di una storia familiare-esistenziale, ora più chiaramente incline al sentimento di stanchezza, di turbamento. [...]

nota di Daniele Piccini




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