Georgien 2008

Georgien 2008

Crimini Editoriali / et al.





ph salsel, CityLightsBookshop, California






Chiariamolo subito: gran parte degli editori sono uomini eccelsi, cortesi e addirittura capaci di una certa dose di empatia, una cosa che sarebbe difficile attendersi considerate le circostanze. Tuttavia non si può nascondere il fatto che esistono anche editori senza scrupoli: per cui, questo é il momento di mettere al corrente il neofita a proposito di certi loro vecchi crimini e comportamenti scorretti. Le conseguenze di questi comportamenti editoriali spesso sono crudeli e ogni volta vere e proprie vessazioni.
Non vi é ragione che giustifichi i suddetti crimini, tranne quando si parla di riviste accattone giunte ormai alla santa soglia dove ulula il lupo della bancarotta: a loro è permesso tutto. Perché loro sono brillanti promotori dell’auto conservazione. Ma non si può dire che la stessa cosa valga anche per il resto della confraternita. Gli altri di scuse valide per le loro condotte scorrette non ne hanno. 
Prendete lo scrittore che trascorre il proprio tempo libero ad affrancare e spedire innumerevoli buste, mantenendo così un’ampia varietà di manuscritti sulla strada. A costui naturalmente conviene anche tenere gli occhi aperti per evitare che i manoscritti non vadano perduti, dispersi o rubati. In genere, una volta spedito il manoscritto a un giornale, occorre attendersi un mese di silenzio; se la rivista é di secondo piano, ci vorranno sei settimane; ma con una rivista importante anche due mesi. Se durante questi diversi periodi di attesa non avete ricevuto nessuna notizia del figliolo vagabondo, allora mandate in giro un trailer del manoscritto, una presentazione riassuntiva. Di regola, ciò provoca due cose che però indicano comunque una cattiva condotta dell’editore: la restituzione del manoscritto o la lettera di accettazione. Il manoscritto è una merce. L’elemento temporale dell’economista politico concorre a determinarne il valore anche se, invero, ogni considerazione monetaria della questione allo scrittore viene negata. 
Un fabbricante che vende scarpe a novanta giorni, pretende, e giustamente riceve, un prezzo maggiore rispetto a una vendita in contanti. Ciò a uno scrittore viene negato: ecco perché un dovere dell’editore é reagire nel minor tempo possibile quando esamina i suoi articoli. Il semplice fatto che il trailer abbia sollecitato una decisione così veloce dimostra che l’editore era in difetto.
Ma quando l’editore, dopo aver trattenuto l’articolo a lungo, non si cura neanche del trailer, allora è veramente un criminale: e l’etica comune esige una risposta. Capita anche che dopo mesi in ansiosa attesa un trailer riporti a casa il manoscritto accompagnato da una lettera prestampata che tra l’altro, si noti bene, dice: se un manoscritto dovesse venire trattenuto perché fornito di caratteristiche degne di ulteriore considerazione, per un periodo superiore a quello che soddisfa il desiderio dell’autore, previa richiesta dello stesso esso verrà immediatamente restituito.
Allora: voi spedite il trailer che dice chiaramente non desidero la restituzione del manoscritto: il trailer voleva sortire l’effetto per il quale era stato concepito – era una richiesta di aggiornamento sullo stato di salute del manoscritto e il desiderio di prevenirne lo smarrimento. Poiché la rivista in questione non poteva certo trattenere un numero troppo alto di manoscritti per “ulteriore considerazione”, la natura stessa delle cose impedisce che ciò accada. Sarebbe stato più facile informare gli autori interessati a capire come stavano le cose.
Il sottoscritto ha passato un’esperienza simile e nel timore che si potesse ripetere ha permesso che un manoscritto restasse sei mesi fermo presso un altro direttore di rivista. Dopo quattro trailer spediti a trenta giorni di distanza tra di loro, ottenni la restituzione dell’articolo. Ecco perché quando si presentano queste circostanze, lo scrittore si trova in mezzo tra il diavolo e l’acqua santa: la suscettibilità dell’editore da un lato, la perdita del manoscritto dall’altro.
Un altro editore, dopo quattro mesi, grazie a un trailer resuscitò il manoscritto incriminato. La nota di accompagnamento diceva: ha i suoi pregi ma è troppo lungo. Non é adatto alla nostra pubblicazione ma senza dubbio troverà modo di venderlo. Nel nome dell’idiozia comune: ci voelvano quattro mesi per giungere a questa conclusione?
Quando cerchi di piazzare la merce, non é raro scoprire che al momento della restituzione il manoscritto é pieno di appunti e annotazioni. E statene certi, un autore non si rimette volentieri alla macchina da scrivere a ribattere un articolo mutilato da un direttore criminale. Ma a volte, persino in quel caso, entra in gioco una sorta di compensazione. Una volta proposi un lavoretto di un pomeriggio, una parodia di 1500 parole, a un settimanale di New York. Se lo avessero accettato, anche sognando sfrenatamente non mi sarei aspettato un assegno più alto di cinque dollari. Dopo due mesi di silenzio lo rintracciai con un trailer e la parodia tornò a casa. Era approvata e firmata dal direttore sul frontespizio, tutta segnata con la matita blu  e pronta per andare in stampa. Pensai subito che era rovinato e andava riscritto ma spinto dalla più pura delle disperazioni, senza rimuovere neanche una delle devastazioni procurate del barbaro direttore, lo presi così com’era e lo spedii al più importante giornale per ragazzi degli Stati Uniti. Dopo quattro settimane mi arrivò un assegno di venticinque dollari. Le mie maledizioni contro il barbaro si trasformarono immediatamente in benedizioni. E anche in questa sede voglio esprimergli la mia gratitudine. Mio benefattore!
La questione del compenso è un’altra materia che ha molto a che fare con la criminalità. Un direttore che applica tariffe molto basse, quando tratta con un nuovo collaboratore non ha il diritto di mandare in stampa il suo lavoro senza prima accertarsi se queste tariffe basse vanno bene a chi gli sta vendendo il manoscritto. Eppure molto spesso accade poprio questo. C’è anche il direttore che accetta e paga il lavoro e quando l’autore chiede in che numero è stato pubblicato, gli consiglia di comprarsi la collezione o gli chiede perché non si era abbonato. Poi c’è il direttore che scrive una bella nota di accettazione, dicendo cosucce carine sul tuo “contributo” ma che omette di menzionare un’altra cosuccia carina: il compenso. Si noterà che riferendosi al manoscritto come a un “contributo” il suddetto editore ha infilzato l’estremità sottile del cuneo. Tenetelo d’occhio! Un giorno esprimerà tutta la sua scellerata sorpresa: quel giorno verrà quando oserai chiedergli di essere pagato. 
Poi c’è il direttore che va importunato sempre. Tra “la burbera e silenziosa genia che dirige le riviste” c’è l’usanza di pagare trenta giorni dopo la pubblicazione. Con questo genere di editore, non c’è difetto. Che può certamente starci se invece l’editore attende sessanta o novanta giorni, magari tutto un anno o un qualsiasi periodo di tempo ulteriore dopo la pubblicazione. Né ci può essere macchia nell’editore che, rispondendo a chi lo importuna in un qualsiasi momento dopo il limite dei trenta giorni paga immediatamente e chiede anche scusa. È davvero un peccato ma a volte bisogna avere a che fare con gente del genere. Però non siate ritrosi con loro: lasciate passare il tempo e poi importunate. Se si dimostra che é un semplice errore da parte loro, bene: nessuno si è fatto male e le cose sono andate a posto. Se non è un errore, allora siatene certi: comunque, non vi eravate sbagliati.
Ora però serve spendere una parola per i bravi editori. Più di una volta, pressato dal bisogno di denaro, appena pubblicata la mia opera o subito dopo ho scritto prontamente chiedendo di essere liquidato e senza eccezione, hanno pagato tutti. Se fossero stati suscettibili, avrebbero facilmente potuto rifugiarsi dietro i soliti trenta giorni.

Ma è forse meglio terminare questo articolo mentre il soggetto sta correndo da un editore a un altro e per parlare di bravi editori non trovo un esempio migliore della gestione ideale di un settimanale del Massachusetts che si occupa di agricoltura. Senza dubbio molti lettori, vedendolo, lo riconoscerebbero subito. Comunque, il metodo è questo: presso questo settimanale, un manoscritto rimane raramente in lettura oltre una settimana. Se non viene accolto te lo restituiscono subito. Se viene accettato, ciò accade con effetto immediato. In quest’ultimo caso all’autore viene spedita una cartolina. La comunicazione lo informa che il pagamento verrà liquidato trenta giorni dopo la pubblicazione e che gli verrà spedita per posta una copia della rivista con il suo articolo. Le promesse vengono mantenute alla lettera. Non è iperbolico affermare che si può starne sicuri come il sole che sorge ogni mattina. Si osserverà anche che questo esempio cancella gran parte delle condotte editoriali scorrette appena descritte e che questa condotta fosse un’istituzione pubblica salverebbe certamente le anime di molti editori da sicura dannazione.




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(Come un fungo nel bel mezzo è spuntato
del proletariato.
salsel)



Sono nato proletario. Ho scoperto presto l’entusiasmo, l’ambizione e gli ideali e per poter ottenere queste cose esse sono diventate il problema di tutta la mia infanzia. Vengo da un ambiente rude, volgare, duro. Non avevo un orizzonte davanti a me: direi piuttosto un confine. Il mio posto in questa società era sul fondo, dove la vita offriva squallore e sventura alla carne e allo spirito.
Sopra di me troneggiava il colossale edificio della società e nella mia testa l’unica direzione era in salita. Dall’interno di questo edificio presi la decisione di arrampicarmi verso l’alto, dove gli uomini indossavano vestiti neri e camice inamidate e le donne erano vestite con abiti meravigliosi. Lassù c’erano cose da mangiare buone e in abbondanza. Questo per la carne. Poi c’era lo spirito. Sapevo che sopra di me stavano l’altruismo, il pensiero nobile e pulito, la sagace vita dell’intelletto. Lo sapevo perché avevo letto tanti romanzi alla biblioteca sul lungomare e in quei libri, ad eccezione dei cattivi e delle avventuriere, uomini e donne esprimevano pensieri bellissimi, parlavano un linguaggio meraviglioso e le loro gesta erano gloriose. In breve, ogni giorno accettavo l’alba e con essa l’idea che sopra di me c’era ogni bella cosa nobile e armoniosa, tutto ciò che rendeva dignitosa e decente una vita che valesse la pena di essere vissuta come giusta ricompensa per i travagli e le miserie.
Ma non é così semplice rampar fuori e lasciare il proletariato, specialmente se si é menomati da ideali e illusioni. Vivevo in un ranch della California per cui venni subito sbattuto davanti alla scala che avrei dovuto salire: era dura. Dentro di me la vita reclamava più di una magra esistenza tra stenti e rinunce. A dieci anni feci lo strillone per le strade di una grande città. Tutto quello che mi riguardava era sempre fatto di squallore e sventura: sopra di me c’era lo stesso paradiso in attesa di essere conquistato ma la scala da risalire era di un altro genere. Era la scala degli affari. Perché risparmiare e investire in bond dello stato visto che mi bastava comprare due giornali a cinque centesimi per rivenderli a dieci centesimi con un semplice movimento del polso, raddoppiando il capitale? La scala degli affari era la mia scala. Fu allora che la visione di me stesso nei panni di un principe del commercio.
Il titolo di “principe” me lo ero già guadagnato a sedici anni, mi era stato appioppato da una banda di tagliagole e ladri che mi chiamavano “Il principe dei pirati di ostriche.” Avevo salito il primo piolo della scala degli affari, ero un capitalista. Possedevo una barca e un perfetto completo da pirata di ostriche e  sfruttavo i miei simili: avevo un equipaggio composto da un marinaio. In qualità di capitano e di proprietario prendevo due terzi del bottino e ne lasciavo un terzo all’equipaggio, anche se l’equipaggio lavorava duro come il sottoscritto e come il sottoscritto rischiava vita e libertà.
Quest’unico piolo fu l’altezza massima che riuscii a salire nella scala degli affari. Una notte partii per un raid tra i pescatori cinesi. Non sbagliamoci, era una rapina: precisamente lo stesso spirito del capitalismo. Il capitalista prende le proprietà dei suoi simili magari servendosi di un rimborso, tradendo un fondo fiduciario, comprando senatori e giudici della corte suprema. La differenza è che io ero volgare: usavo il fucile.
Quella notte l’equipaggio dimostrò l’inefficienza contro la quale il capitalista ha l’abitudine di lanciare i suoi strali: simili inefficienze fanno lievitare le spese, riducendo i dividendi e il mio equipaggio ottenne entrambe le cose. Non ci furono dividendi quella notte e i pescatori cinesi furono più ricchi grazie alle reti e alle corde che non eravamo riusciti a rubare. Mi ritrovai in bancarotta, lasciai all’ancora la barca e partii per un raid lungo il fiume Sacramento. Ma mentre ero via, un’altra gang di pirati della baia fece una scorribanda e portò via qualsiasi cosa dalla mia barca. In seguito recuperai lo scafo alla deriva e lo rivendetti a venti dollari. Ero scivolato dall’unico piolo che avevo salito. Non ritentai più la scala degli affari.
Da lì in poi venni spietatamente sfruttato da altri capitalisti. Io avevo i muscoli e da questi muscoli loro spremevano denaro mentre io ricavavo un sostentamento insignificante. Fui marinaio, scaricatore di porto e manovale. Lavorai nei conservifici e nelle fabbriche, nelle lavanderie, a tagliar prati, pulire tappeti e lavare finestre: mai una volta che potessi godermi il frutto della mia fatica. Guardavo la figlia del proprietario del conservificio sulla carrozza e sapevo che quella carrozza era anche opera dei miei muscoli, che avevano contribuito a trascinarla in giro.  Ma non provavo risentimento: faceva parte del gioco, i forti erano loro. Ma bene: siccome io ero forte, decisi che mi sarei trovato a forza un posto accanto a loro. Il lavoro non mi spaventava, amavo il lavoro duro.
Un colpo fortunato mi fece trovare un datore di lavoro che la pensava allo stesso modo: io ero disposto a lavorare e lui era più che disposto a farmi lavorare. Credevo che avrei imparato un mestiere e invece scoprii che stavo sostituendo due uomini. Io credevo che lui avrebbe fatto di me un elettricista e invece lui, sfruttandomi, faceva cinquanta dollari al mese. Gli uomini che avevo sostituito prendevano quaranta dollari al mese e io facevo il lavoro di loro due per trenta dollari al mese.
Troppo lavoro mi fece venire la nausea. Decisi che non volevo più lavorare per tutta la vita e fuggii. Feci il vagabondo, elemosinando per gli Stati Uniti tra bassifondi e prigioni. Ero nato proletario e a diciotto anni ero in un punto ben più basso di quando ero partito. Ero nelle profondità sotterranee della miseria della quale non é bello parlare. Ero nella buca, nell’abisso, nel pozzo nero, nel mattatoio, nell’ossario della civiltà: la parte dell’edificio che la società sceglie di ignorare.
Dirò solamente che le cose viste laggiù mi hanno terribilmente spaventato: al punto da riflettere e riconoscere le crude verità della complicata civiltà nella quale vivevo. La vita era una questione di cibo e riparo, e per ottenere ciò gli uomini vendono le cose. Il mercante vende scarpe, il rappresentante del popolo, tranne rare eccezioni, vende fiducia: quasi tutti vendono onore. Era tutta merce, ogni persona comprata veniva rivenduta.
Ma c’era una differenza. Scarpe, fiducia e onore si rigenerano. Il muscolo no. Mentre il commerciante di scarpe vende le scarpe, intanto rifornisce il magazzino. Ma non c’é alcun modo di rinnovare il magazzino di muscoli: più il lavoratore vende muscoli meno ne restano a lui. I muscoli erano l’unica merce che possiede ma ogni giorno diminuisce e alla fine, se prima non muore, svende: una bancarotta muscolare e quindi non resta che tornare nelle cantine e perire miseramente.
Appresi così che anche il cervello é merce, diversa dal muscolo: a cinquanta o sessant’anni, un venditore di cervello é ancora agli inizi e i suoi articoli vengono pagati bene. A cinquant’anni un lavoratore è esaurito. Se non potevo vivere dove c’era il salotto della società, avrei provato almeno nel sottotetto. Certo la dieta era magra ma l’aria era pura: presi una decisione. Non avrei più venduto i muscoli. Avrei venduto il mio cervello.
A questo punto ebbe inizio una frenetica conquista della conoscenza. Equipaggiato per diventare mercante di cervella, fu inevitabile approfondire la sociologia. In questa materia trovai semplici concetti già elaborati da solo. Altre menti ben più grandi avevano elaborato tutto quello che avevo pensato, e anche molto di più. Fu così che scoprii di essere un socialista.
I socialisti erano rivoluzionari: lottavano per rovesciare la società del presente e partendo dal mondo materiale, per costruire la società del futuro. Anch’io ero un socialista e un rivoluzionario. Mi unii ai gruppi dei rivoluzionari proletari e intellettuali e per la prima volta ebbi a che fare con la cultura. Qui scoprii menti acute e brillanti dotate di qualità eccezionali, conobbi membri della classe lavoratrice forti, le cui menti erano pronte e le mani callose; c’erano anche predicatori spretati dal cristianesimo a causa delle loro vedute troppo ampie; professori spezzati dalla ruota della subordinazione universitaria alla classe dominante.
Qui trovai anche una calorosa fede nell’idealismo umano, conobbi la dolcezza e l’altruismo, la rinuncia e il martirio: tutte le splendide e penetranti cose dello spirito. Dove stavo adesso la vita era pulita, nobile, viva e riabilitata, e io ero felice di essere vivo. Ero entrato in contatto con anime grandi che esaltavano carne e spirito invece di dollari e centesimi. Erano anime per le quali il flebile lamento del figlio affamato dei bassifondi significava ben più della pompa e della circostanza legata all’espansione commerciale dell’impero mondo. Tutto attorno a me c’erano nobiltà di intenti, sforzi eroici e i giorni e le notti erano la luce del sole e delle stelle, tutto fuoco e rugiada: davanti ai miei occhi, sempre acceso e scintillante, stava il Sacro Graal, il Graal di Cristo, il calore umano da troppo tempo in sofferenza e maltrattato, che finalmente veniva soccorso e salvato. E io, povero stupido me, decisi che queste erano solo un piccolo assaggio delle gioie della vita che, una volta salito, avrei ritrovato nella società al piano superiore.
Come mercante di cervello fui un successo. La società mi aprì le sue porte. Entrai giusto al piano del salotto e la disillusione procedette a passo spedito. Andai a cena con i padroni della società, le mogli e le figlie dei padroni della società. Ammetto che le donne erano agghindate in maniera meravigliosa ma che ingenua sorpresa quando scoprii che erano fatte della stessa creta con la quale erano fatte tutte le donne che avevo conosciuto nelle cantine.
Ma non fu questo a scioccarmi, più che altro fu il loro materialismo. É vero, queste donne bellissime vestite in maniera sontuosa cinguettavano dolci ideali e piccole care scienze morali: ma per quanto cinguettassero la chiave dominante della loro vita era il materialismo. E poi sentimentalmente erano veramente egoiste! Si prestavano a tutte le belle iniziative di carità, non mancando mai di farlo sapere bene a tutti ma intanto il loro cibo e i loro vestiti erano frutto dei dividendi macchiati dal sangue del lavoro infantile, del sudatissimo lavoro e della prostituzione. Quando accennavo a fatti simili, nella mia innocenza mi aspettavo che queste sorelle di Judy O’Grady si sarebbero immediatamente strappate gioielli e vesti insanguinate. Invece loro si alteravano, si infuriavano e mi davano lezioni sulla mancanza di parsimonia, sul bere e sull’innata depravazione che provocavano l’attuale miseria nelle cantine della società.
Coi padroni non mi andava meglio. Mi ero aspettato di trovare uomini limpidi, nobili e vivi, di ideali altrettanto limpidi, nobili e vivi. Mi aggirai tra gli uomini seduti sui gradini più alti - predicatori, politici, uomini d’affari, professori, editori. Mangiai alla loro tavola, bevvi il loro vino e li studiai. É vero, ne trovai tanti che erano limpidi e nobili ma tranne rare eccezioni, non erano vivi. Quando non erano vivi di marciume, svelti nella vita sporca, erano solo morti insepolti, limpidi e nobili come le mummie conservate, ma non erano vivi.
Conobbi uomini che invocavano il nome del principe della pace nel corso delle diatribe contro la guerra e che intanto mettevano i fucili in mano ai Pinkerton per abbattere gli scioperanti nelle loro fabbriche. Conobbi uomini talmente indignati di fronte alla brutalità del pugilato da perdere il controllo e che intanto erano i primi ad adulterare il cibo che ogni anno uccideva più neonati di qualsiasi sanguinario Erode.
Parlai in grandi alberghi, club, case, pullman e piroscafi con diversi capitani d’industria meravigliato dal loro brevissimo viaggio nel regno dell’intelletto. Nel rovescio della medaglia scoprii che il loro intelletto era sviluppato in maniera abnorme in senso affaristico. Scoprii pure che quando si parlava di affari la loro moralità era azzerata.
Un editore mi diede del demagogo canaglia perché gli dissi che la sua economia politica era antiquata e la sua biologia la stessa di Plinio. Lo stesso editore pubblicava la pubblicità di medicinali brevettati ma non osava stampare la verità sugli stessi medicinali per paura di perdere la pubblicità.
Era ovunque la stessa cosa: crimine e tradimento, tradimento e crimine, uomini vivi ma niente affatto limpidi e nobili. Oppure uomini limpidi e nobili che però non erano vivi. Poi c’era una massa enorme e senza speranza né nobile né viva, che era semplicemente limpida. Non peccava deliberatamente o con mano sicura: peccava passivamente in maniera ignorante adeguandosi semplicemente all’immoralità corrente traendone un profitto. Fosse stata nobile e viva non sarebbe stata ignorante e si sarebbe rifiutata di spartirsi i dividendi del tradimento e del crimine.
Mi resi conto che non mi piaceva vivere sul piano dove c’era il salotto della società. Ero intellettualmente annoiato, moralmente e spiritualmente nauseato. Mi ricordai dei miei intellettuali e idealisti, i miei predicatori spretati, i professori squattrinati e i lavoratori dalla mente lucida con una coscienza di classe. Ricordai le notti e i giorni del sole e delle stelle dove la vita era meraviglia dolce e selvaggia, un paradiso spirituale di avventure generose e di idillio etico. E davanti a me vidi rifulgere nuovamente infuocato il Sacro Graal.
Così tornai alla classe lavoratrice nella quale ero nato e alla quale appartenevo. Non mi interessava più risalire. L’edificio della società che incombeva sul capo non conteneva alcuna gioia per me. Sono le fondamenta dell’edificio che mi interessano. Poiché lì sono contento di lavorare, palanchino in mano, a fianco di intellettuali, idealisti e lavoratori con una coscienza di classe, per usare ogni tanto un bel piede di porco con cui far traballare tutto l’edificio. Un giorno, quando avremo più braccia e palanchini per lavorarci bene l’edificio, lo capovolgeremo e con esso rovesceremo tutti quei morti insepolti, la vita marcia, il mostruoso egoismo e l’ottuso materialismo. Dopodiché, ripuliremo la cantina e costruiremo una nuova abitazione per l’umanità nella quale non ci saranno piani con un salotto e dove le stanze saranno tutte luminose e arieggiate e l’aria limpida, nobile e viva.
Questo é il mio orizzonte: attendo con ansia il tempo in cui l’uomo compirà un progresso verso qualcosa che valga e che sia più importante dello stomaco, il tempo in cui l’uomo sarà spinto all’azione da un incentivo migliore di quello odierno, lo stomaco. Continuo a credere nella nobiltà e nell’eccellenza. Credo che la dolcezza spirituale e la generosità conquisteranno la volgare golosità odierna. Infine, la fede nella classe lavoratrice. Come disse un francese, “la scala del tempo riecheggia sempre il suono dello zoccolo che sale e dello stivale lucido che scende.”



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Telic action and collective stupidity
L’azione efficace e la stupidità collettiva



New York presenta uno dei più meravigliosi paradossi umani: la città é il ritratto delle meravigliose conquiste dell’uomo ma anche della sua monumentale stupidità. É un’avventura di natura colossale, tale da far scomparire qualsiasi altra avventura del vecchio mondo dal quale discendiamo -  un abbaglio così colossale che Babilonia o Roma non reggono il confronto. A un primo sguardo, sembra che l’allegra, cruda stupidità aumenti in maniera direttamente proporzionale alla saggezza. Insomma: pare che più l’uomo diventa ragionevole, più la sua stoltezza cresca.
Prendiamo il caso di New York. La grande metropolitana e gli slanciati grattacieli alti sino alle nuvole dimostrano che le conquiste ingegneristiche di questa città sono così notevoli da non trovare paragoni nella storia del pianeta. Ti puoi mettere comodo e senza affaticare le gambe ti spediscono da un posto all’altro stando sotto terra, sulla terra e sopra la terra. E poi c’é l’ascensore. Come dice Gerald Stanley Lee (nota 1), é il meccanismo democratico che concede il privilegio a chiunque di stare come al primo piano anche quando sei al ventesimo.
Per farla breve: a New York puoi trovare la più perfetta delle innumerevoli invenzioni che l’uomo ha escogitato per aiutare se stesso nella ricerca della felicità. Ma proprio qui, dove la ricerca della felicità ha avuto il beneficio della più grande espressione dell’intelligenza umana, trovi una prodigiosa quantità di felicità e un’altrettanto prodigiosa quantità di infelicità.
Centinaia di migliaia di persone affollano interi distretti urlanti di case popolari: il fetore di quegli esseri é un’offesa contro i cieli ma anche  contro le narici dei loro più fortunati concittadini. La vita e il traffico sono talmente congestionati da provocare sofferenze incalcolabili, attriti e conseguenti perdite di tempo e forza nervosa: intanto però, male e dolorose visioni abbondano.
La splendida organizzazione aziendale di tante industrie é controbilanciata dall’arcinota idiozia dell’organizzazione politica; la felicità e le comodità della Fifth Avenue dall’infelicità e dal dispiacere provocato dall’East Side; la velocità e la facilità con cui si possono raggiungere tanti luoghi, dalle distanze assurde tra gli stessi luoghi che sono ridicolmente esagerati in quantità; la facilità con cui si può godere di tante cose, dall’inabilità di fermarsi il tempo necessario per goderne veramente. In poche parole, un’entità intelligente di un altro pianeta penserebbe che questa metropoli gigantesca é un enorme conglomerato di demenza disseminata a casaccio da barlumi di razionalità.
A un’analisi più attenta l’entità intelligente di un altro pianeta troverebbe il bandolo della matassa e dove lo troverebbe? Proprio nella diversità tra le azioni compiute dall’uomo quando é individuo e le azioni dell’uomo nella massa. In altre parole, l’individuo é capace di azioni efficaci e infatti le porta a termine adattando il proprio modo di agire in funzione degli obbiettivi  che si pone a lungo termine: questa é una cosa che la società non fa mai.
Un esempio. Il giovane che sceglie di dotarsi di un’istruzione completa lo fa affinché la suddetta istruzione sia fatta su misura per lui cosicché, in un futuro remoto, sarà in grado di raccoglierne il frutto sotto forma di profitto e felicità. Questo gli permetterà di ottenere il massimo dalla propria vita. Tutti gli esseri veramente intelligenti orientano la propria vita seguendo questo modello; due, tre individui o un certo numero di individui, possono organizzare un’azienda o una corporazione portando a termine collettivamente azioni efficaci; ma tutti gli individui di una società aggolmerati in una massa, dimostrano di essere incapaci di un’azione efficace.
E dunque: la costruzione della metropolitana é l’azione efficace compiuta da chi l’hanno progettata; ma la metropolitana é necessaria a causa della stoltezza collettiva della massa che dovrà trarne vantaggio: se questa massa fosse stata collettivamente evoluta, avrebbe organizzato le proprie faccende in modo tale da prevenire la congestione di New York – rendendo dunque inutile la costruzione della metropolitana.
Ecco come é possibile comprendere il paradosso di New York – che poi é il paradosso della società e il paradosso della massa. Possiamo solo concludere che noi, in quanto creature ragionanti siamo, nella stessa misura, singolarmente evoluti e collettivamente stolti. Ma possiamo trarre un’ulteriore conclusione dagli avvenimenti della nostra storia: la tendenza del nostro sviluppo va verso una crescente evoluzione collettiva, in modo da arrivare ad essere evoluti a livello collettivo quanto lo siamo già a livello individuale. É la verità alla base del concetto stesso di democrazia: ed é l’incapacità di comprendere questa verità a essere soprattutto responsabile del fatto che la democrazia, sinora, sia esistita invano e in un certo senso non abbia dato alcun frutto.

1. autore di “Le folle: immagine della democrazia  in movimento”




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Nell’estate del 1902 la stella di Jack London sta conquistando il mercato editoriale americano. Dalla California va New York, e da qui a Londra. Vuole studiare i rifiuti della rivoluzione industriale e si immerge nell’East End vivendo insieme all’umanità tenuta nella povertà: tre mesi duri dai quali uscirà, nel 1903,  Il popolo dell’abisso, a poche settimane di distanza da Il richiamo della foresta. Il giovane autodidatta californiano, lontano galassie dal mondo accademico e intellettuale, studia tanto ed elabora a modo suo per poter divulgare veramente a tutti le conclusioni a cui man mano giunge il pensiero umano. Non ama l’orgia sterile che le lobby del “pensiero” tanto amano con i frustini dell’arroganza e attrezzi sadomasochisti del sentire. London ama la sociologia, giovane scienza alla quale contribuirà con il capolavoro Il tallone di ferro (1908). É in questo periodo che scrive Telic Action & Collective Stupidity, settecento parole riemerse l’anno scorso grazie a uno studio di Susan Nuernberg. 
É il London pragmaticamente visionario, l’uomo che ti porge dati dedotti dalla ragione sul piatto forte della capacità di vedere oltre lo schermo di fumo dei balletti intellettuali sui concetti. Il tema é quello dell’uomo individuo e dell’uomo massa, tema molto sentito dal grande scrittore californiano che dedicherà ben tre romanzi al ritorno alla vita rurale – riflesso della sua stessa vicenda biografica.




Traduzione e nota di Davide Sapienza







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