Bisogna morire un po’ a sè stessi e
alla propria scrittura (e al di là di questa, alla propria lingua) per dire che
si è tentato di tradurre” (Bernard Simeone, Tradurre poesia, «Testo a fronte»,
n° 26 (giugno 2002), p. 168).
La traduzione di poesia è un’esperienza
globale, un corpo a corpo di grande intensità, che dall’attrazione iniziale
all’ascolto via via più articolato e particolare delle condizioni dell’altrui
scrittura (e vita) passa per non poche rinunce a sé e al proprio modo di
versificare. Per terminare solo quando i dati acquisiti attraverso lettura e
ascolto riescono ad indossare sulla pagina l’abito più adatto tra quelli di cui
la parola del traduttore dispone.
Comporta cioè il rischio di perdersi nell’universo poetico di cui il testo è particolare seppure minima espressione. E più si avanza sulla strada della conoscenza di tale universo più aumenta il pericolo che la ‘corrispondenza d’amorosi sensi’ all’origine della selezione di autore e testi da tradurre si trasformi in identificazione e perdita di sé.
Costituisce un buon antidoto la consapevolezza che si traduce per qualcuno, e che al lettore si vorrebbe lasciare lo spazio di ulteriori interpretazioni del testo o almeno di qualche aggiunta o aggiustamento. Fatta salva naturalmente l’intenzione di fedeltà all’originale, da cui si parte.
Comporta cioè il rischio di perdersi nell’universo poetico di cui il testo è particolare seppure minima espressione. E più si avanza sulla strada della conoscenza di tale universo più aumenta il pericolo che la ‘corrispondenza d’amorosi sensi’ all’origine della selezione di autore e testi da tradurre si trasformi in identificazione e perdita di sé.
Costituisce un buon antidoto la consapevolezza che si traduce per qualcuno, e che al lettore si vorrebbe lasciare lo spazio di ulteriori interpretazioni del testo o almeno di qualche aggiunta o aggiustamento. Fatta salva naturalmente l’intenzione di fedeltà all’originale, da cui si parte.
E si fa strada il piacere della resa
dei versi nella lingua di chi traduce. Qui il testo iniziale raccoglie anche il
contributo specifico del traduttore, che, intenzionato a rendere fedelmente
l’originale, non può comunque esimersi dal lasciare un po’ di sé sulla pagina
che ospita la poesia nella lingua di arrivo.
Marcella Corsi
Marcella Corsi è antropologo museale e poeta. Ha
pubblicato saggi, poesie e traduzioni di poesia, racconti. Tra le pubblicazioni
di poesia: Cinque poeti del
premio “Laura Nobile” (Scheiwiller
1992); Hanno un difetto i
fiori(Amadeus 1994), Distanze (Archivi del ‘900, premio Antonia
Pozzi, 2006); Il vento, il
riso, il volo. Versioni
dai Poems di Katherine Mansfield (Galaad
2010). È redattrice del semestrale di ricerca e cultura critica
‹‹Poliscritture››.
I Poems furono riediti in edizione ampliata
nel 1930. Sanary, The Gulf e
The man with the wooden leg furono
scritte tra il novembre 1915 e il febbraio 1916 durante un soggiorno di John e
Katherine a Bandol, nel sud della Francia. Sanary è un paesino vicino a Bandol.
SANARY
Her little hot room looked over the bay
through a stiff palisade of glinting palms
and there she would lie in the heat of the day
her dark head resting upon her arms
so quiet so still she did not seem
to think to feel or even to dream.
The shimmering
blinding web of sea
hung from the sky and the spider sun
with busy frightening cruelty
crawled over the sky and spun and spun
she could see it still when she shut her eyes
and the little boats caught in the web like flies.
hung from the sky and the spider sun
with busy frightening cruelty
crawled over the sky and spun and spun
she could see it still when she shut her eyes
and the little boats caught in the web like flies.
Down below at
this idle hour
nobody walked in the dusty street
a scent of dying mimosa flower
lay on the air but sweet - too sweet.
nobody walked in the dusty street
a scent of dying mimosa flower
lay on the air but sweet - too sweet.
SANARY
Oltre la palizzata fitta di palme luccicanti
la piccola stanza rovente guardava sulla baia.
Lì avrebbe voluto riposare nell’ardore del giorno
la testa bruna abbandonata sulle braccia
tanto quieta e silenziosa che non sembrava
pensasse sentisse nemmeno che sognasse.
La tela scintillante del mare pendeva
dal cielo abbagliante ed il sole ragno
con diligente spaventevole crudeltà
strisciava sul cielo e filava, filava
perfino ad occhi chiusi lo vedeva e le barche
piccole prese nella rete come mosche.
dal cielo abbagliante ed il sole ragno
con diligente spaventevole crudeltà
strisciava sul cielo e filava, filava
perfino ad occhi chiusi lo vedeva e le barche
piccole prese nella rete come mosche.
A quell’ora pigra nessuno passava sulla
strada
polverosa, un odore di mimosa morente
s’allungava nell’aria ma dolce - troppo dolce.
polverosa, un odore di mimosa morente
s’allungava nell’aria ma dolce - troppo dolce.
THE GULF
A gulf of
silence separates us from each other
I stand at one side of the gulf - you at the other
I cannot see you or hear you - yet know that you are there -
often I call you by your childish name
and pretend that the echo to my crying is your voice.
How can we bridge the gulf - never by speech or touch.
Once I thought we might fill it quite up with our tears
now I want to shatter it with our laughter.
I stand at one side of the gulf - you at the other
I cannot see you or hear you - yet know that you are there -
often I call you by your childish name
and pretend that the echo to my crying is your voice.
How can we bridge the gulf - never by speech or touch.
Once I thought we might fill it quite up with our tears
now I want to shatter it with our laughter.
L’ABISSO
Ci separa un abisso di silenzio
io da una parte - tu dall’altra
non posso vederti né sentirti - pure so che ci sei -
spesso ti chiamo col tuo nome di bimbo
e fingo sia la tua voce a far eco al mio richiamo.
io da una parte - tu dall’altra
non posso vederti né sentirti - pure so che ci sei -
spesso ti chiamo col tuo nome di bimbo
e fingo sia la tua voce a far eco al mio richiamo.
Come superare l’abisso - mai parlarti o
toccarti.
Un tempo pensavo potessimo colmarlo di lacrime
ora voglio con te squassarlo di risate.
Un tempo pensavo potessimo colmarlo di lacrime
ora voglio con te squassarlo di risate.
THE MAN WITH THE WOODEN LEG
There was a man
lived quite near us
he had a wooden leg and a goldfinch in a green cage
his name was Farkey Anderson
and he’d been in a war to get his leg.
We were very sad about him
because he had such a beautiful smile
and was such a big man to live in a very little house.
When we walked on the road his leg did not matter so much
but when he walked in his little house
it made an ugly noise.
Little Brother said his goldfinch sang the loudest of all other birds
so that he should not hear his poor leg
and feel too sorry about it.
he had a wooden leg and a goldfinch in a green cage
his name was Farkey Anderson
and he’d been in a war to get his leg.
We were very sad about him
because he had such a beautiful smile
and was such a big man to live in a very little house.
When we walked on the road his leg did not matter so much
but when he walked in his little house
it made an ugly noise.
Little Brother said his goldfinch sang the loudest of all other birds
so that he should not hear his poor leg
and feel too sorry about it.
L’UOMO CON LA GAMBA
DI LEGNO
C’era un uomo abitava proprio vicino a
noi
aveva un gamba di legno e un cardellino in una gabbia
verde, si chiamava Farkey Anderson
ed era stato in una guerra per conquistarsi quella gamba.
Eravamo molto tristi per lui
perché aveva un sorriso così bello ed era un uomo
così grande per vivere in una casa tanto piccola.
Quando camminava per strada la gamba
non si notava troppo ma nella sua piccola casa
faceva un terribile rumore.
Diceva il fratellino ch’era per non fargli sentire
il rumore di quella povera gamba, perché
non se ne dispiacesse troppo, che il suo cardellino
cantava più forte di tutti gli altri uccelli.
aveva un gamba di legno e un cardellino in una gabbia
verde, si chiamava Farkey Anderson
ed era stato in una guerra per conquistarsi quella gamba.
Eravamo molto tristi per lui
perché aveva un sorriso così bello ed era un uomo
così grande per vivere in una casa tanto piccola.
Quando camminava per strada la gamba
non si notava troppo ma nella sua piccola casa
faceva un terribile rumore.
Diceva il fratellino ch’era per non fargli sentire
il rumore di quella povera gamba, perché
non se ne dispiacesse troppo, che il suo cardellino
cantava più forte di tutti gli altri uccelli.
Katherine Mansfield (pseudonimo di
Kathleen Beauchamp) nacque nel 1888 a Wellington. A vent’anni lasciò la Nuova Zelanda per
l’Europa. Il primo volume di racconti, In
a german Pension, fu pubblicato a Londra nel 1911. Nel 1918 uscì il
racconto lungo Prelude.
Delle raccolte di racconti che la resero famosa solo due furono pubblicate
prima della sua morte, avvenuta a Fontainbleu nel gennaio del 1923: Bliss and other stories (nel 1920) e, nel 1922, The garden party and other stories.
A cura di John Middleton Murry uscirono l’anno successivo i racconti di Dove’s nest and other stories e i Poems,
nel 1924 la raccolta Something
childish and other stories, nel 1927 The
journal, nel 1928 The letters,
nel 1930 Novels and
novelists.
In italiano sono disponibili non solo in biblioteca: Racconti (a cura di M. Guiducci), BUR Rizzoli 2001; Il nido delle colombe, Marsilio 2002; Diari (a cura di S. Ciampoli), Robin 2002; Felicità e altri racconti (a cura di M. Ascari), Marsilio 2004; Tutti i racconti (a cura di F. Cavagnoli), Mondadori 2006; Tutti i racconti, Newton Compton 2008.
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