Georgien 2008

Georgien 2008

Guido Morselli tra bizzarria e fantastoria


(1912 - 1973)

 





Mettersi a letto avvelenati dalla stanchezza, e rendersi conto che i nostri nervi “non vogliono” darci il riposo. Rendersi conto che quanto c'è di più intimo e vitale in noi, si pone contro di noi, ribelle e nemico, “esterno” e irriducibile alla nostra volontà, al nostro bisogno, al nostro io. 

Diario..., p. 340.



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La rivolta delle macchine contro l’umanità superba

[...]
Il primo degli incredibili annunci comparve nei giornali, il 3 di febbraio, senza speciale rilievo. A Li­verpool era accaduto questo: i cacciaviti in uso in un’officina, unicamente i cacciaviti, erano divenuti d’un tratto inservibili, ridottosi il metallo alla mollez­za sorda del piombo. Lo stesso giorno, a Sheffield, in un opifi­cio dove si fabbricavano fra l’al­tro cacciaviti, una partita di que­sti arnesi ap­pena fabbricati ave­va subito la medesima inopina­ta trasformazione. Il 5 febbraio, l’identico caso si verificava in quattro diversi stabilimenti, nel distretto russo di Nishni Novgo­rod - gia Gorki - e nel Belgio: ana­loghe segnalazioni giungevano il giorno seguente da Essen, da Lilla, da Napoli, dalla Nuova Ze­landa, dall’America del Sud. La «peste dei cacciaviti»si propaga­va con fulminea rapidità ai con­tinenti più lontani. Verso la meta di febbraio, il mondo non disponeva più di un cac­ciavite, né era in grado di fab­bricarne. Con proterva ostina­zione, quasi umana, l’acciaio si rifiutava a quel modesto ma in­dispensabile ufficio. (…)
I gover­ni consultavano affannosamen­te. Radio e stampa erano assor­bite dalla discussione del nuo­vo e «assurdo» (dicevano tutti), ma intanto insolubile e capita­le, problema. Le industrie, i traf­fici, le comunicazioni, gia alla fi­ne del mese rivelavano sintomi di una paralisi senza precedenti e, pareva, senza rimedio. (…) 
Il 20 di marzo si apprendeva che in un ristorante di Coney Island, presso New York, il gior­no prima non si era potuto far uso degli apriscatole di cucina: questi avevano perso la tempe­ra come per incanto. Il padrone del ristorante assurse di colpo a una cupa celebrità, e mentre il Congresso si riuniva d’urgenza una ventata di panico si abbatté sugli Stati Uniti. Se la peste dei cacciaviti si estendeva agli apri­scatole, duecento milioni di americani rischiavano di patire la fame. Tentativi di adibire al­l’apertura dei recipienti di latta la fiamma ossidrica, non ebbe­ro esito. In tutto il mondo i servi­zi aerei e ferroviari venivano ri­dotti; più d’un terzo degli stabili­menti industriali, compresi mu­lini e panifici, erano fermi e i porti gremiti di navi in disar­mo; chiuse, perché senza mer­ci, moltissime botteghe: i tea­tri, dopo un’effimera rivin­cita sui cinematografi, ces­savano a loro volta. Smar­rimento e disordine nelle popolazioni. Aumento improvviso della crimina­lità. La disoccupazione tri­plicata in poche settimane. Denunciata da ogni parte una ripresa del comunismo, ossia di quella stessa tendenza politica in cui da un decennio la grande rivoluzione socialista in Russia aveva segnato la fine. Mi­gliaia di forestieri affluivano in Italia, paese anche in questo frangente considerato il meno infelice, come quello in cui, la manutenzione essendovi stata sempre piuttosto trascurata, le macchine e in genere i mezzi di produzione e di trasporto aveva­no più probabilità di resistere al­lo «sciopero» dei cacciaviti. An­che in Italia, nondimeno, le lo­comotive principiavano a non voler sapere di far servizio; i tele­foni non rispondevano più del tutto alle chiamate, e le cande­le, divenute oggetto di prudenti accaparramenti, toccavano prezzi ingentissimi. Einstein, quasi centenario, dichiarava che a causa dell’arresto delle calcolatrici elettroniche la sua ultima e definitiva scoperta sa­rebbe morta con lui. Tale pro­spettiva d’altronde non preoc­cupava nessuno, nel generale ri­stagno delle sue attività intellet­tuali. Qualche maggior emozio­ne produsse, riferisce il mio dia­rio, il suicidio di un giovane Evans, canadese, dopo che la fi­danzata, ammalata di cuore e sottoposta al«polmone»mecca­nico, era entrata in coma, in se­guito a un guasto, lieve ma or­mai irreversibile, dell’apparec­chio. Il motto di un matematico spagnolo: «concedetemi… un giro di vite e vi solleverò il mon­do », non faceva più sorridere al­cuno, e in Italia era schivato co­me jettatore chi si attentava a ri­peterlo. Rinunciando all’allesti­mento della spedizione astrale gli ingegneri del politecnico in­tercontinentale del Massachu­setts lavoravano accanitamen­te e­ senza risultato a studiare le­ghe capaci di sostituire il ferro e l’acciaio ribelli. Un premio di miliardi destina­to a chi escogitasse un surroga­to, magnetico o d’altra specie, del cacciavite, non si era potuto assegnare. Trionfatore delle più ardue intraprese in ogni campo, sociale, morale, specu­lativo, l’uomo si riconosceva im­potente di fronte alla umile ne­cessita di far rotare un bullone. (…)
Una mattina, i popoli seppe­ro che le leggi della materia ave­vano ripreso il loro vigore, cui i cacciaviti non facevano più ec­cezione. Riti di ringraziamento e feste popolari manifestarono ovunque il sollievo dell’umani­tà salva da un’oscura minaccia: un sollievo al quale rimasero estranei solo i cultori delle scien­ze fisiche e chimiche, tuttora as­sorbiti nel compito di spiegare l’inspiegabile.
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[...]

Aveva piovuto per tutto il pomeriggio a Roma. Rattristato, contrariato da quell’inopportuno nubifragio, altro non m’era rimasto da fare che smozzicare bestemmie a mezza voce dietro i vetri della mia camera d’albergo. 
Alle 19, finalmente, il fortunale cessò, indossai il giubbino, varcai la porta e scesi le scale di furia deciso ad a godermi la Roma by night che per troppe ore mi era stata negata.
Il Lungotevere, su cui avanzavo lentamente per godermi la folla e respirare la deliziosa aria romana pulita dalla pioggia, era costellato di grandiose pozzanghere. Per non portarvela alla lunga, vi dirò che a un tratto finii con la gamba destra in una di quelle pozzanghere, che in realtà era una fossa, profonda forse un metro, e stramazzando sul fianco ebbi la certezza di essermi azzoppato. Addio passeggiata, mi dissi.
Due vigili di passaggio fecero venire un’ambulanza che mi depositò al primo pronto soccorso, a Via della Consolazione.
Mentre ero sul letto, aspettando che mi facessero la radiografia, piombò in corsia un prete enorme, affannato e con la sigaretta in bocca. Si presentò, dicendo di chiamarsi don Rusticucci, e si sedette, schiacciante, in fondo al mio letto. Vide che avevo in mano Al di là del principio di piacere di Freud e sorrise compiaciuto.
Aveva una bella chiacchiera ‘sto don Rusticucci. Mi chiese dell’incidente, mi parlò di Roma, del papa, della sua vita. Io quasi non lo ascoltavo, mi limitavo ad annuire e a rispondere a monosillabi. Finché don Rusticucci non disse che era direttore del centro romano dell’IPPAC.
L’IPPAC? L’avevo già sentita questa sigla. Mi pareva di aver letto un articolo che definiva l’IPPAC “un tumore che prolifera in tutta Europa, anche se origine e ispirazione sono di oltre Atlantico.” IPPAC vuol dire Istituto per la Promozione della Psicoanalisi Cattolica. Fondata nel Messico da Gregorio Lemercier, in Italia ha preso piede abbastanza tardi; don Rusticucci, era chiaro, ci si era buttato con furore missionario. Si trattava, disse, di assicurare alla Chiesa l’ideologia del secolo. Calvino, Rousseau e Marx al confronto erano dilettanti. Le loro eresie innocua letteratura. Si trattava di convertire l’Anticristo, di battezzare Freud. Ma siamo a buon punto, chiosò Rusticucci.
“Chi ha la psicoanalisi ha il mondo” tuonò il prete, lanciando sguardi terribili sull’uditorio, ossia, oltre me, i tre o quattro poveretti che stavano allibiti nei loro lettini, nella sala comune, due di loro con le gambe appese alla carrucola.
Continuò a parlare e mi spiegò che l’impresa di convertire l’Anticristo psicoanalitico, cioè di infarcirlo di personalismo alla Gabriel Marcel e di evoluzionismo alla Teilhard de Chardin, era uno dei vanti dell’ala destra del fronte cattolico progressista. Gli epigoni di Padre Richard a Lovanio, di Padre Gemelli a Milano, avevano contribuito a questa brillante contaminatio, a cui non erano estranei i neo-tomisti della Sertillanges-Equipe di Parigi e i teologi della scuola di Assisi, erede delle iniziative laico-ecclesiastiche di don Giovanni Rossi. La Loyola University di Chicago, nella sontuosa rivista “Unconscious and Sacrament”, si occupava di divulgare l’impresa con patinata ricchezza di statistiche e diagrammi.
Il movimento ha come motore e finanziatore l’IPPAC, ma rappresentanti e zelatori ovunque nella gerarchia: “tanto più che”, fece notare il disinvolto Rusticucci, "il Papa è benedettino", come i benedettini psicoanalitici di Cuernavaca, i figli di Lemercier. Tutto a vele gonfie, e con i migliori auspici di ulteriori sviluppi, se si trascurava la rituale divisione fra freudiani e junghiani, riprodottasi puntualmente in seno ai convertiti. Ma Rusticucci ignorava queste piccolezze.
Il suo programma è oltranzista, si rifà all’esegesi biblica, al testo del Genesi:
“La psicoanalisi al servizio della Chiesa, da nemica divenuta ancella, ci risolve, capisci?, il più gran problema della fede. Quale problema? Eh? Quale? Domandatelo a sant’Agostino! Come poté Adamo concepire il male se era creatura perfetta, di un autore perfetto? Il Genesi tira fuori il Serpente, ma il problema si sposta, non si risolve. Il Diavolo, il Serpente, mica poteva essere stato creato diavolo da Dio. E se si era fatto diavolo da sé, chi (domanda precisamente Agostino) gli aveva messo in corpo la voglia di farsi diavolo? Sicché, unde malum?
Unde malum, vi domando. Donde viene nelle creature di Dio il male, il peccato? Pascal scrive che lo scoglio del peccato originale è nella trasmissione del castigo a tutta quanta l’umanità. Nei secoli.
Povero uomo. Non vedeva che il vero problema è questo, “come” il peccato fosse stato possibile. 
Ebbene. All’EUR, l’anno scorso, al congresso nazionale dell’IPPAC, Vittorio Rusticucci (sì, io che vi parlo, amici belli) ha preso la parola per proporre la soluzione. E la soluzione è semplice: l’inconscio. L’in-con-scio! In me, in voi, in Adamo, in Eva, nel Diavolo che vi porti!”
L’incongrua allocuzione terminò in una risatona che ne tremarono i vetri della sala. Rise fragoroso l’erculeo Rusticucci, dovetti ridere io, risero contagiati senz’avere capito niente gli altri pazienti nei loro letti.
L’infermiera sopraggiunse con un vassoio e distribuì petto di pollo, carote e acqua naturale. Era una piacevole donnetta coi capelli rossi, il seno prosperoso, la faccia inequivocabilmente ciociara. Don Rusticucci l’agguantò per la vita, la sollevò che quasi le fece toccare il soffitto, si voltò verso di me e disse: “Mbè, giovanotto? Pensa che ci sono preti che rimpiangono le suore negli ospedali…”


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Scrittore anomalo, sentimentale e razionale allo stesso tempo, Guido Morselli è anche filosofo, sceneggiatore, teologo, autore teatrale, dietologo, ambientalista. 
Ha svolto ogni attività culturale all’insegna del dilettantismo, intesa, questa, come condizione intellettuale disinteressata, all’insegna del piacere della ricerca e della viva curiosità. 

Francesco Sasso




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Un artista non dovrebbe mai essere avulso dalla realtà.
Cesare Zavattini
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[...] 
nelle sue vesti eteroclite di pittore, scrittore, uomo di cinema e di teatro. Guido Morselli il reale non l’ha mai perso di vista: pur senza manifestare in alcuna occasione un proprio definito orientamento politico o religioso, ha seguito con attenzione partecipe i temi a volta a volta oggetto di discussione nella società civile e, in quella culturale, soprattutto negli Anni 60 la non effimera querelle intorno alla concezione del romanzo, così come era assiduo follower dei dibattiti in radio, mezzo di comunicazione che molto amava (scrisse persino conversazioni radiofoniche). Si lasciava affascinare e tentare, anche sul piano creativo, da teatro, cinema, fotografia. Mi chiedo se Morselli, osservatore e critico sensibile pur se appartato, oggi sarebbe incline ad aperte manifestazioni di indignazione commentando la società politica contemporanea reale ovvero trasfigurandola in satira (si pensi allo stile grottesco e fantareligioso di Roma senza Papa o sentimentale nel Comunista). Sarei propensa a credere di sì.


Opposta a quella fame di realtà, la sua passione per la natura, la terra e le coltivazioni, gli animali: otia nei quali si manifestava l’altra faccia del suo carattere solitario, amante del silenzio per fuggire il frastuono della folla. Molti tratti dell’una e dell’altra sua indole, non poi così distanti tra loro, quella engagée e quella del bon vivant, assimilabili in una parola nella concretezza della stirpe emiliano-romagnola, si ritrovano in alcuni personaggi dei suoi romanzi: per esempio i protagonisti di Un dramma borgheseIl comunistaDissipatio H.G., ma più che in questi nel mite re Umberto I della favola dal passo di un minuetto Divertimento 1889, non a caso dedicata a una lettrice al femminile, là dove si accenna a una peculiarità formidabile, «la prossimità sentimentale all’infanzia».


Ora, questa capacità - rara - di conservare in sé, anzi persino di prolungare stupori, sogni, in una parola la «grazia» di uno stadio fanciullesco/bambino dell’esistenza, è ciò che garantisce la facoltà immaginativa, la fantasia. Alberto Savinio, alias Nivasio Dolcemare (La nostra anima), parlava di sé come di un «bambino prolungato», bellissima definizione. Il suo amico Cesare Zavattini ha sempre considerato i bambini interlocutori privilegiati (e non solo nel film I bambini ci guardano, regista De Sica). Se già dava importanza nei primi Anni 40 allo stupore infantile («La meraviglia deve essere in noi», diario), alla bella età di 82 anni, nel 1984, tuonava polemicamente: «Bisogna avere la forza di dichiarare il fallimento di tutte le età successive all’infanzia».


Perché anche in Morselli è importante questo sguardo bambino? Perché lo sguardo di un bambino sa cogliere i dettagli. Un bambino guarda con gli occhi, un adulto vede col cervello. Negli occhi, nelle orecchie dei bambini è più facile trovare sobrietà, nitidezza, discrezione.


Guido Morselli è stato anche un uomo tormentato, che ha molto sofferto, che ha pagato un prezzo troppo alto ai suoi geni di scrittore, che ha posto fine - volontariamente - alla vita nel modo che sappiamo; ma in parte (e se ne vedono tracce primitive nel saggio Realismo e fantasia, l’unico libro corposo non postumo) è riuscito a proteggere una zona franca - nitida, sobria, discreta - di immaginazione infantile, perfin di gioco: la gara delle lumache, ripresa con la sua macchinetta in super otto, le sperimentazioni filmiche dove cercava di imbrigliare il movimento del vento tra le fronde. Questi erano modi di guardare con occhi bambini.


La scrittura in fondo sa a volte annettersi (se, forse, non dovrebbe mai rinunciare a) una dimensione ludica: si pensi a Italo Calvino e alla leggerezza fiabesca dei suoi «antenati», a Robert Walser e ai suoi «perdigiorno». Non è proprio dei bambini raccontarsi favole da soli, mettere in scena storie come fossero la realtà vera nella quale astrarsi dal mondo? Il dio onnipotente e insieme divertito che è il bambino oppure lo scrittore che trasforma una favola in realtà.


Guido Morselli, elegante a suo modo (con stringhe di corda nelle scarpe dalle pesanti suole, il nastro adesivo a fermare strappi nella fodera del trench rigorosamente inglese), misurato nei sentimenti, schivo, salutista, non mostrò mai nella vita e nella sua arte alcun segno di sbavatura, eccessi, esibizione. Rigoroso, sobrio nei temi e nei personaggi, «bon à tout faire, bon à rien faire», non si ritenne mai detentore di una verità rivelata: a ogni pensiero o idea assegnava i confini di un normale buon senso, niente in fondo era apparentemente degno d’essere messo su carta. Semmai il valore assoluto, il fulcro del suo essere spirituale e creativo andava cercato in «una sensibilità, ohimè spesso così ardua a seguire, ad afferrare, a fissare» (diario, 1946).
Asciutto sulla pagina, coltivava intelligenza sobria e precisione di dettaglio, il suono giusto delle parole. Discreto lo fu nel cancellare sé nei suoi personaggi, nella fuga dall’Io, come bene ha detto per primo Giuseppe Pontiggia, nella generosità mimetica, il vero tratto distintivo, la cifra della sua scrittura. L’arte della discrezione è nell’intera parabola del «caso» Morselli e nella beffa del destino che subì con orgoglio (la impubblicabilità delle sue opere, edite quasi tutte post mortem), mai sconfitto nella consapevolezza di valere, di essere un grande Scrittore. 


Valentina Fortichiari





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Proprio l’inconsistenza delle motivazioni dei ripetuti rifiuti, o la loro luciferina sicumera, fa nascere un sospetto, che è come il sintomo rivelatore di una malattia che non si vuol rivelare. Questo: che consciamente o oscuramente, senza poterselo confessare, si sia voluto contrastare la sua incontrastabile intelligenza di scrittore e la sua carica inventiva, che se messe bene in evidenza avrebbero relegato nell’ombra i valori «correnti». In altre parole, si è avuto paura che la buona “merce”, detto in termini commerciali, cacciasse dal mercato quella cattiva, rovesciando una antica legge di mercato. Poiché il «mercato» è dominato dalla «merce» scadente, pubblicare Morselli significava davvero gettarvi lo scompiglio e mandare a fondo tutte le monete false che ci vogliono far credere autentiche. 

Antonio PortaLa storia reinventata, in «Il Giorno», 3 marzo, 1976, p.3


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[…] 
lo scrittore varesino è nato nel 1912, il 15 agosto – la domanda sembra paradossale. Perché Morselli non vide mai nessuno dei suoi romanzi pubblicati in vita e la vita, come non ci si stanca di ripetere, se la tolse dopo l’ennesimo rifiuto editoriale, il 31 luglio del ‘ 73, poco prima di compiere 61 anni, con un colpo di Browning, nella dependance della villa di via Limido a Varese. Cioè dopo avere trovato nella posta – al ritorno da una villeggiatura in montagna con l’amica Maria Bruna Bassi –      
il manoscritto rifiutato di quello che è forse il suo capolavoro, 
Dissipatio H. G.
Ma subito dopo la morte, a partire dal ‘ 74, con Roma senza Papa – testo fantateologico dove mette in scena il trasferimento del Vaticano a Zagarolo -, è iniziata la pubblicazione dei manoscritti donati dalla nipote Loredana Visconti.
L’anno successivo vide la luce Contro-passato prossimo, romanzo fantastorico dove si immagina la vittoria degli Imperi Centrali nella prima guerra mondiale, grazie a un tunnel ferroviario che permette agli austriaci di prendere alle spalle l’esercito italiano e arrivare fino in Val di Susa per affrontare i francesi. L’esito è il rovesciamento delle sorti belliche e la creazione della Unod (Comunità europea democratica), dominata dalla Germania.
In una seduta dell’assemblea dell’Unod – cui assiste anche un anziano Freud « oniromante clinico » – Morselli ambienta alcune invettive antisemite che si trovano in due delle tre versioni manoscritte del romanzo ma non nell’edizione Adelphi. Lo scrittore e politico nazionalista francese Maurice Barrès – autore di diversi articoli antisemiti dove affermava tra l’altro: « Che Dreyfus abbia tradito, io lo deduco dalla sua razza » – prende la parola dopo la proposta di nominare Trotzky ministro senza portafoglio: « Non vi sembra – interloquì appena ironico, – che il genere ebreo sia rappresentato abbastanza, in cima alla neo-Federazione? Su 12 posti al Consiglio dei ministri ne avete 6. Rathenau, Blum, Goldstein, Ravà, ecc. ». E aggiunge: « Uno dei pochi sentimenti che da secoli gli Europei hanno in comune, da Varsavia a Salamanca, da Roma a Amburgo, è l’avversione per gli Ebrei ».
« Giudei al rogo! Giu-dei al rogo. Giudei al rogo!» gli fa eco Charles Maurras, scrittore nazionalista e fondatore del giornale “Action Française”, zeppo di articoli antisemiti – insomma sempre Dreyfus e dintorni. « Un Ebreo “senza portafoglio”? Beh, direi che è ottimistico. Più facile trovare un Ebreo senza il Talmud » ironizza Rathenau, ebreo lui stesso e – nella realtà storica – ministro degli esteri della Repubblica di Weimar, ucciso in un attentato terroristico di estrema destra raccontato nel libro “maledetto” I Proscritti da Ernst von Solomon. Naturalmente in Contro-passato prossimo Rathenau non perde la vita, la Germania non viene sconfitta.
Ma perché la pagina con le invettive antisemite non è stata inserita nell’edizione definitiva da Adelphi, che meritevolmente, sotto l’egida del fondatore Luciano Foà, ha pubblicato i romanzi di Morselli?
Maria Antonietta Grignani, docente alla facoltà di lettere dell’università di Pavia e direttore del Centro Manoscritti, rimanda alla rivista “Autografo” (ottobre 1996). Dove le studiose Elena Borsa e Sara D’Arienzo, scrivono: « Un altro passo filologicamente intricato è quello leggibile alle pp. 249-251 dell’edizione: in quel punto Morselli aveva inserito un brano molto delicato sulla questione ebraica in Europa, che non compare assolutamente nella vulgata edita. Le ragioni di questa mancanza (a cui non dovrà per forza seguire una reintegrazione) sono ancora tutte da indagare, dal momento che un altro mutamento di trama, dalla storia compositiva del tutto simile (pp. 193-199), è stato invece accolto ».
La frase « a cui non dovrà per forza seguire una reintegrazione » sembra quasi sostenere l’opportunità di reintegrare il passo soppresso. Possiamo ipotizzare che Foà, critico e editore scomparso nel 2005, di origini ebree, abbia optato per eliminare la pagina « molto delicata »? La sua crisi con l’Adelphi si ha nel ‘ 94 con l’uscita di un libriccino di Léon BloyDagli ebrei la salvezza, considerato da molti come opera antisemita, in seguito alla quale si scatenò una polemica in particolare tra Roberto Calasso Cesare Segre.
Le invettive, del resto, sono storicamente realistiche perché Morselli, studioso e intellettuale oltre che scrittore, autore di un saggio su Proust – uno dei due libri che ha pubblicato in vita – le attribuisce a personaggi reali e notoriamente antisemiti. Un frammento realistico non certo espressione del suo punto di vista: « Sarei molto amareggiata – commenta Loredana Visconti, nipote dello scrittore – se qualche giornale facesse un titolo come “Morselli antisemita”. Non c’è niente di più lontano da quello che era mio zio ».
Valentina Fortichiari, autrice di diversi saggi su Morselli che si è di recente dimessa dal premio per romanzi inediti dedicato allo scrittore a Varese e fondato dallo scrittore Silvio Raffo, dice: « Anche Giuseppe Pontiggia e Dante Isella potrebbero avere avuto voce in capitolo nel decidere di escludere il brano ». Perché molto scottante? « O perché ritenevano che quella fosse la versione voluta da Morselli. Esiste sempre un margine d’arbitrarietà nelle scelte editoriali postume ».
Che cosa pensa dei testi del teatro di Morselli in fase di valutazione presso Adelphi? Ci sono possibilità che vengano pubblicati? « Morselli nel centenario della nascita è uno scrittore dimenticato. Dopo la fama successiva alla morte, l’interesse nei suoi confronti si è ridotto ». Adelphi ha un po’ tirato i remi in barca? « Un editore, specie di tempi di crisi, investe su autori che considera in grado di conquistare nuovi lettori, non su chi, come Morselli, ha un pubblico di affezionati lettori. Per me è uno sbaglio, Morselli è in grado di dire molto alle nuove generazioni, oltre che a Contro-passato prossimo, penso a romanzi come Divertimento 1889. Era un autore all’avanguardia, ancora attualissimo diversamente da altri classici invecchiati. Anche per questo gli editori l’hanno rifiutato, non sapevano come e dove collocarlo ».
Linda Terziroli, curatrice di un volume epistolare morselliano Lettere ritrovate (Nuova Editrice Magenta) sottolinea l’apoliticità dello scrittore, affascinato da idee di sinistra filtrate dalle lezioni di Antonio Banfi, critico nei confronti del comunismo, affamato di ideali ma troppo esigente per credere fino in fondo (di antisemitismo manco a parlarne).

Saturno, 2 marzo 2012
Antonio Armano

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Morselli, lo scrittore “postumo”, vittima dell’editoria. Tutto bene; ma ecco, contro un’opinione così domestica, reagisce uno scritto assai sottile e documentato di un nostro giovane critico: Domenico Mezzina.
Non sono molte le monografie su Guido Morselli, quindi accogliamo con interesse il saggio Le ragioni del Fotantropo. Studio sull’opera di Guido Morselli di Domenico Mezzina.
[…] le monografie sono poche e diluite nel tempo. E cosa ancor più vera, questi studi sono legati per tre quarti all’analisi dei libri narrativi di Morselli.
Ora, Guido Morselli è un autore profondo e versatile a cui non mancò il demone speculativo necessario a costruire compatti organismi filosofici. Certo, la trama delle meditazioni a tratti rivela un che di ‘ricapitolazione’ e di non sistematico. Una filosofia morselliana, dunque, esiste, organica e vitale.
Egli fu scrittore-filosofo nel senso di moralista che a quel termine dettero gli intellettuali dell’Illuminismo francese, nella misura in cui ogni ragionamento filosofico si applica su concreti problemi di vita vissuta, rifiutando perciò ogni astratta costruzione logica e metafisica.
Caratteristica, questa, che il Nostro ha coltivato con tenacia per tutta la vita, rafforzato in ciò dalla tendenza a un ragionamento aperto, libero da dogmatismi, da ideologie troppo rigide e da pregiudizi antropocentrici. Naturalmente, un simile percorso intellettuale è facilmente soggetto a contraddizioni speculative.
Tutto ciò è analizzato, e bene, da Domenico Mezzina in Le ragioni del Fotantropo. Studio sull’opera di Guido Morselli. E qui comincia la storia del lavoro dello studioso pugliese, difficile da riassumere in questa sede. Esso ha profonde radici nell’analisi dettagliata del pensiero e dell’ideologia morselliana. Mezzina si è forzato nell’intendere le ragioni profonde di Morselli saggista, che poi nutrono le coeve opere narrative. Lavoro non facile, il suo, cercare con insistenza una verifica interna della riflessione morselliana, che dai saggi arrivano ai romanzi, e sulla conseguente genesi della scrittura morselliana rispetto ai propria principia.
E anche dove dissento dal Mezzina, in verità poche volte, avverto uno stimolo acutissimo a penetrare nella stanza ideologica di Morselli. E confesso che ad oggi era l’aspetto che meno attirava la mia attenzione. Le osservazioni di Domenico Mezzina, dunque, aprono dubbi che non saranno sterili, e molte acquisizioni fattuali a cui è giunto, torneranno utili ad altri studiosi di Morselli.

Francesco Sasso


Nell’ambito della critica letteraria su Guido Morselli, spicca il nuovo contributo di Domenico Mezzina dal titolo LE RAGIONI DEL FOBANTROPO. Studio sull’opera di Guido Morselli (Stilo Editore, 2011). 
Su Guido Morselli la bibliografia è ancora relativamente scarsa, ed è costituita per lo più da articoli o saggi su riviste letterarie. E’ quindi con interesse che diamo notizia dell’uscita del saggio di Mezzina. Spero di dar conto del saggio quanto prima. Per adesso, qui potete leggere la scheda.
Morselli è divenuto un autore cult, guardato con crescente interesse da parte di chi cercasse nella letteratura il coraggio di fare piazza pulita di tutte le ideologie del suo tempo e di tutti i miti del senso comune, fino a ‘mettere fra parentesi’ la propria stessa vita e quella degli altri. Sulla scia dei suoi maestri elettivi (Montaigne, Leopardi e Proust), lo scrittore ha assunto la maschera del «fobantropo», colui che critica a fondo l’antropocentrismo occidentale e in ostinata solitudine declina con realismo e rigore le ragioni di un nuovo illuminismo.
Domenico Mezzina (1979) vive fra Giovinazzo e Bari, nella cui Università degli studi ha conseguito un dottorato di ricerca in Italianistica. Si è occupato di caratteri e problemi della narrativa contemporanea, dal primo Novecento al New Italian Epic, con particolare attenzione ad autori come Raffaele Nigro e Antonio Scurati, come dimostra il recente saggio Memoria, epica, inesperienza. Il romanzo storico negli anni Zero, compreso nel volume Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana negli anni Zero, a cura di V. Santoro, Quodlibet, Macerata 2010. Diversi suoi contributi sono stati ospitati su «Critica letteraria» e su «incroci», ‘semestrale di letteratura e altre scritture’, di cui è segretario di redazione. È autore anche di diverse voci del prestigioso Dizionario gramsciano 1926-1937, a cura di Guido Liguori e Pasquale Voza, Carocci, Roma 2009.




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tuttilibri

! pubblicati solo a partire dal 1974 (ossia dopo la morte dell'autore), a causa dello sfavore delle case editrici.


·                    Roma senza papa: cronache romane di fine secolo ventesimo, Milan, 1974;
·               Contro-passato prossimo: un'ipotesi retrospettiva, 1975; Past Conditional: A Retrospective Hypothesis , tr. Hugh Shankland, 1989;
·                    
                    Divertimento 1889, 1975 ; Divertimento 1889, tr. Hugh Shankland, 1986;
·                    Il comunista, Milan, 1976;
·                    Dissipatio H G , Adelphi, Milano, 1977;
·                    Un dramma borghese, Milan, 1978;
·                    Incontro col comunista, Milano, 1980.
·                    Uomini e amori, Milano, 1998.
·                    Diario, Ed. V. Fortichiari, Milan, 1988.
·                    La felicità non è un lusso, Milano, Adelphi, 1994;
·              Una missione fortunata e altri racconti, con un saggio di Valentina Fortichiari, Varese, Nuova Editrice Magenta, 1999;
·              Romanzi, vol. I, a cura di Elena Borsa e Sara D'Arienzo, Milano, Adelphi, 2002. Contiene Uomini e amoriIncontro col comunistaUn dramma borgheseIl comunista e l'inedito Brave borghesi.
·                     Il suicidio e Capitolo breve sul suicidio, Pistoia, Via del Vento, 2004;
·             Lettere ritrovate, a cura di Linda Terziroli, Varese, Nuova editrice Magenta, 2009.


Teatro 
·                    Marx: rottura verso l'uomo, commedia del 1968, pubblicata per la prima volta in «Sincronie», a. 2003, n. 14, pp. 11-42;
·                    Cesare e i pirati, a cura di F. Pierangeli, in «In Limine», a. 2009, n. 5, pp. 13-63.

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