La morte è anzitutto un pensiero, non
un’esperienza, come sapeva Epicuro (anche se è difficilissimo convincerne il
prossimo). Poi la morte è la grande liberatrice. “Finché c’è morte c’è
speranza”, ha scritto Carlo Gragnani, un grande scrittore di aforismi,
scomparso a Lugano due anni fa. Infine la morte è la più grande creatrice e
selezionatrice, poiché è per il suo lavoro che si costituiscono i “resti”,
ovvero tutto ciò che, salvandosi dal passato, apre alla vita e al senso del
futuro. È per l’azione della morte che ciascuno di noi parteciperà del futuro,
attraverso ciò che la morte, con la sua metamorfosi, avrà deciso di trasmettere
di noi; con le sue imperscrutabili “ragioni” (che ovviamente e per fortuna,
direi, non sono le nostre). Aggiungerei, come diceva Gentile, che si muore
agli altri e che sono gli altri (questo lo diceva Peirce) che decidono del senso della nostra vita.
A differenza della gioia, che è un’esperienza
momentanea, localizzabile in tempi e motivi definiti, forse la felicità ha un
significato più generale. Aristotele avvertiva che una vita può essere eventualmente
giudicata felice solo dopo che si è compiuta. Io userei anche un’altra formula,
che mi piace molto e che dice così: felice è quella vita che realizza nella
maturità (o nella vecchiaia) il sogno della giovinezza.
La vita, diceva Chauncey Wright (un filosofo
americano dell’800 poco noto, che ho amato parecchio), basta a se stessa.
Non c’è bisogno di immaginare di aggiungerle sensi posticci; è più che sufficiente
ciò che accade ogni giorno (se lo si sa guardare bene).
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Difference e Derida
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