Georgien 2008

Georgien 2008

Camillo Sbarbaro, Pianissimo e al.













     A volte sulla sponda della via

     preso da un infinito scoramento

     mi seggo; e dove vado mi domando,

     perché cammino. E penso la mia morte

     e mi vedo già steso nella bara

     troppo stretta fantoccio inanimato...


     Quant'albe nasceranno ancora al mondo

     dopo di noi!

                           Di ciò che abbiam sofferto

     di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore

     non rimarrà il più piccolo ricordo.


     Le generazioni passan come

     onde di fiume...


     Una mortale pesantezza il cuore

     m'opprime.

                          Inerte vorrei esser fatto

     come qualche antichissima rovina

      e guardare succedersi le ore,

      e gli uomini mutare i passi, i cieli

      all'alba colorirsi, scolorirsi

      a sera.



*


                                                                                                                                       Pianissimo, 1914




Taci, anima stanca di godere

e di soffrire (all'uno e all'altro vai rassegnata).

Nessuna voce tua odo se ascolto:

non di rimpianto per la miserabile

giovinezza, non d'ira o di speranza,

e neppure di tedio.

Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena

d'una rassegnazione disperata.

Non ci stupiremmo,

non è vero, mia anima, se il cuore

si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato...

Invece camminiamo, camminiamo

io e te come sonnambuli.

E gli alberi son alberi, le case sono case, le donne

che passano son donne, e tutto è quello

che è, soltanto quel che è.

La vicenda di gioia e di dolore non si tocca.

Perduto ha la voce la sirena del mondo,

e il mondo è un grande deserto.

Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso.




*


Talor, mentre cammino per le strade

della città tumultuosa solo,

mi dimentico il mio destino d'essere

uomo tra gli altri, e, come smemorato,

anzi tratto fuor di me stesso, guardo

la gente con aperti estranei occhi.


M'occupa allora un puerile, un vago

senso di sofferenza ed ansietà

come per mano che mi opprima il cuore.

Fronti calve di vecchi, inconsapevoli

occhi di bimbi, facce consuete

di nati a faticare e a riprodursi,

facce volpine stupide beate,

facce ambigue di preti, pitturate

facce di meretrici, entro il cervello

mi s'imprimono dolorosamente.

E conosco l'inganno pel qual vivono,

il dolore che mise quella piega

sul loro labbro, le speranze sempre

deluse,

e l'inutilità della loro vita

amara e il lor destino ultimo, il buio.


Ché ciascuno di loro porta seco

la condanna d'esistere: ma vanno

dimentichi di ciò e di tutto, ognuno

occupato dall'attimo che passa,

distratto dal suo vizio prediletto.


Provo un disagio simile a chi veda

inseguire farfalle lungo l'orlo

d'un precipizio, od una compagnia

di strani condannati sorridenti.

E se poco ciò dura, io veramente

in quell'attimo dentro m'impauro

a vedere che gli uomini son tanti.



*

Rimanenze, 1955



Ora che sei venuta,

 che con passo di danza sei entrata

 nella mia vita

 quasi folata in una stanza chiusa –

 a festeggiarti, bene tanto atteso,

 le parole mi mancano e la voce

 e tacerti vicino già mi basta.


Il pigolìo così che assorda il bosco

 al nascere dell’alba, ammutolisce

 quando sull’orizzonte balza il sole.


Ma te la mia inquietudine cercava

 quando ragazzo

 nella notte d’estate mi facevo

 alla finestra come soffocato:

 che non sapevo, m’affannava il cuore.

 E tutte tue sono le parole

 che, come l’acqua all’orlo che trabocca,

 alla bocca venivano da sole,


l’ore deserte, quando s’avanzavan

 puerilmente le mie labbra d’uomo

 da sé, per desiderio di baciare…



*





*

Addio ai licheni



Ancorato ai licheni mi ha forse la notizia che non si sa cosa siano; ma quel che in essi mi commuove è la prepotenza di vita. In quanti si contendono il mimino spazio! Diversi di forma, di colore, di portamento e, per la scienza, di specie (e quindi di genere, di famiglia, di tribù....) si pigiano in tanti sullo stesso pezzetto di corteccia o di pietra da essere costretti a scavalcarsi ad invadersi a vicenda. E anche più commovente la fertilità per cui in questa calca trovan modo di provvedere ciascuno alla discendenza, coprendosi, sino a sparirvi sotto, di scodelline o verruche o altri ripostigli di semi, di pegni cioè di avvenire: una fertilità che se natura non arginasse finirebbe per vestire e variegare la terra.


Misterioso poi come faccia il seme (visibile a forte ingrandimento e misurabile a millesimi di millimetro) a attecchire su rocce refrattarie a ogni altra vegetazione; un seme che per la sua minuzia si immaginerebbe cagionevolissimo e alla mercé della più blanda auretta; e invece, superando ogni contrasto, approda giusto sulla superficie più accetta alla specie, per andar quindi in avanscoperta filiformi manine a saggiare intorno, col compito di predisporre il letto (o matrice) al lichene che vi si insedierà; e che, inerme come lo si figura, morde sin il granito il basalto e, quando occorrerà difendere dalle intemperie la futura prole, li buca. […]


*

Deve far male il pensiero d’aver potuto, per guardarsi dalle monete false, rifiutare quella buona.
Scampoli, n. 28, ed. Vallecchi, 1960

*

[…] attraverso il caos lui almeno ci approda a uno stato d’animo; a qualcosa di prossimo al riso e al pianto; queste, che per individuali e provvisorie che siano, restano le consolazioni che abbiamo dell’esistenza.

Scampoli, n.38, ed. Vallecchi, 1960
* 


Il fatto è che allora io tenevo moltissimo al mio cervello, cosa che oggi stento a credere [...]

Scampoli, n. 42 ed. Vallecchi, 1960
*

[...] è che io non so distinguere fra la tua arte e te…è ben vero che questa è la maggior lode…Troppe cose in arte son belle, poche vive; e che siano vive è ciò che unicamente conta.

Lettera a O. Saccorotti, Scampoli, n.30 ed. Vallecchi,1960, p.76




















                  
          

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