A volte
sulla sponda della via
preso
da un infinito scoramento
mi
seggo; e dove vado mi domando,
perché
cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo
stretta fantoccio inanimato...
Quant'albe
nasceranno ancora al mondo
dopo di
noi!
Di ciò che abbiam
sofferto
di
tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non
rimarrà il più piccolo ricordo.
Le
generazioni passan come
onde di
fiume...
Una
mortale pesantezza il cuore
m'opprime.
Inerte vorrei esser
fatto
come
qualche antichissima rovina
e
guardare succedersi le ore,
e gli
uomini mutare i passi, i cieli
all'alba colorirsi, scolorirsi
a
sera.
*
Pianissimo, 1914
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all'uno e all'altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d'ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena
d'una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato...
Invece camminiamo, camminiamo
io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case sono case, le
donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore non si tocca.
Perduto ha la voce la sirena del mondo,
e il mondo è un grande deserto.
Nel deserto io guardo con asciutti occhi me
stesso.
*
Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d'essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.
M'occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.
Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d'esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall'attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.
Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l'orlo
d'un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell'attimo dentro m'impauro
a vedere che gli uomini son tanti.
*
Rimanenze, 1955
Ora che sei venuta,
che con
passo di danza sei entrata
nella mia
vita
quasi
folata in una stanza chiusa –
a
festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole
mi mancano e la voce
e tacerti
vicino già mi basta.
Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere
dell’alba, ammutolisce
quando
sull’orizzonte balza il sole.
Ma te la mia inquietudine cercava
quando
ragazzo
nella notte
d’estate mi facevo
alla
finestra come soffocato:
che non
sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue
sono le parole
che, come
l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca
venivano da sole,
l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente
le mie labbra d’uomo
da sé, per
desiderio di baciare…
*
Ancorato ai licheni mi ha forse la notizia che non
si sa cosa siano; ma quel che in essi mi commuove è la prepotenza di vita. In
quanti si contendono il mimino spazio! Diversi di forma, di colore, di
portamento e, per la scienza, di specie (e quindi di genere, di famiglia, di
tribù....) si pigiano in tanti sullo stesso pezzetto di corteccia o di pietra
da essere costretti a scavalcarsi ad invadersi a vicenda. E anche più
commovente la fertilità per cui in questa calca trovan modo di provvedere
ciascuno alla discendenza, coprendosi, sino a sparirvi sotto, di scodelline o
verruche o altri ripostigli di semi, di pegni cioè di avvenire: una fertilità
che se natura non arginasse finirebbe per vestire e variegare la terra.
Misterioso poi come faccia il seme (visibile a
forte ingrandimento e misurabile a millesimi di millimetro) a attecchire su
rocce refrattarie a ogni altra vegetazione; un seme che per la sua minuzia si
immaginerebbe cagionevolissimo e alla mercé della più blanda auretta; e invece,
superando ogni contrasto, approda giusto sulla superficie più accetta alla
specie, per andar quindi in avanscoperta filiformi manine a saggiare intorno,
col compito di predisporre il letto (o matrice) al lichene che vi si insedierà;
e che, inerme come lo si figura, morde sin il granito il basalto e, quando
occorrerà difendere dalle intemperie la futura prole, li buca. […]
Deve far male il pensiero d’aver potuto, per
guardarsi dalle monete false, rifiutare quella buona.
Scampoli, n. 28, ed. Vallecchi, 1960*
[…] attraverso il caos lui almeno ci approda a uno
stato d’animo; a qualcosa di prossimo al riso e al pianto; queste, che per
individuali e provvisorie che siano, restano le consolazioni che abbiamo
dell’esistenza.
Il fatto è che allora io tenevo moltissimo al mio
cervello, cosa che oggi stento a credere [...]
[...] è che io non so distinguere fra la tua arte e te…è ben vero che questa
è la maggior lode…Troppe cose in arte son belle, poche vive; e che siano vive è
ciò che unicamente conta.
Lettera a O. Saccorotti, Scampoli, n.30 ed. Vallecchi,1960, p.76








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