È una lettera incredibilmente intensa: a me sembra il modello purissimo della lettera d'amore. C'è la parola che parla e che parla (parlo con te, solo con te), e c'è la coscienza di quell'ineffabilità che rende l'amore così simile ad un'esperienza religiosa (Non ho parole... non potrei mai dirti quanto ti amo). C'è il non sapere, che dà angoscia (Non so nulla), e c'è il sapere: un sapere assoluto e totale, che dà quasi l'ebbrezza (Sì, invece, so tutto...). C'è quel senso atroce della solitudine che solo l'amore sa rivelare (questo destino di morire soli...) e insieme l'impossibilità di separarsi da colui che si ama: presenza irreale che diventa ossessione continua e febbrile (Parlo con te, solo con te. Tu mi sei sempre accanto). C'è la definizione di se stesso (Sono io: Nadia) in rapporto ad un tu, che solo potrebbe dare a quell'io una realtà: ma il tu non c'è, e la lettera d'amore finisce così col trasformarsi in un interrogativo disperato: Dove sei tu? – L'amore non è altro che questo: una domanda rivolta al vuoto, rivolta al nulla. "Io ti amo" significa, né più né meno: "Dove sei tu?".
Giangiacomo Amoretti

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